Sull'anima di Sprite versate viola e verde a lottare, colmate il calice di bolle e scoppiatele col Midori e il Parfait Amour... l'ideale sarebbe un dissidio inconciliabile tra acido radioattivo e dolcezza spirituale, confusi e accomunati solo da quel fantasma frizzante... ma è umano errare, e questo intruglio è sperimentale, instabile e insostenibile, torturerà teneramente le vostre papille... e quindi versate come diavolo vi pare, ignorate il bichiere da pousse café perfetto, e lasciate che l'insania nausei tutto il vostro organismo :)
Ecco le quantità, gli ingredienti, tutto forse a caso - che l'amore vi guidi, e la psicosi vi riporti a casa!
2/4 Sprite
1/4 Parfait Amour
1/4 Midori
... et voilà il nettare magico, e che rispetti i colori!
That is Twisted Beauty.
<3.
Cercando nel labirinto degli specchi
Saturday, 6 October 2012
Friday, 5 October 2012
Il VI arcano.
C'era una volta un principe, che aveva un viso bello e sfregiato.
Nessuno, nel suo regno, conosceva il suo nome: il principe infatti si firmava solo con una carta da gioco.
I colori del suo regno erano il viola dell'uva che sanguina nella vendemmia, e il verde dell'acido in cui si sciolgono i brutti ricordi.
Era un principe solitario, che agiva da solo e amava stare solo - regnava solamente perché sapeva di dover tenere a freno un'umanità folle e stupida.
Un giorno salvò una fanciulla da una festa: la salvò solo perché lei scelse il drink più curioso - una pozione magica che, unica tra tutte a quella festa, non conteneva veleno, bensì gioia. E mentre lei sorrideva, stringendo tra le mani il calice d'argento in cui era stata infusa la magica pozione, pian piano tutti gli altri invitati, orchetti malvagi assetati di bassi vizi e sudore, succhiavano dal regno del principe ogni candore e felicità - il principe non poteva sopportarlo, e quindi ai loro intrugli aggiunse un ingrediente speciale, con cui avrebbe salvato il suo regno da quei mostricciatoli osceni.
Quando la fanciulla ebbe finito il suo cocktail, che aveva sorseggiato immobile contro il bancone, l'invalicabile barriera che separava il cuore suo dal cuore di quel principe vero, quando ebbe finito il suo drink, che aveva i colori dell'indaco degli occhi del principe e del verde Chartreuse del suo abito da Bella Addormentata, e abbassò gli occhi sulla carta che il principe le aveva lasciato per posare il suo bicchiere, si accorse che nell'aria aleggiava un profumo di zucchero, forse zucchero con un po' di whiskey e limone... e mentre raccoglieva quella splendida carta, troppo bella per essere ridotta a sottobicchiere, si accorse che a terra, sotto una nebbiolina color lime appena accennato, giacevano tutti, immobili, gli altri invitati.
Il principe che sola lei aveva riconosciuto, che aveva trascorso la notte con lei oltre quel bancone, davanti a lei travestito da cameriera francese, col bel volto dalle lunghe cicatrici nascosto dall'ombra e dal trucco, il principe le sorrise, e baciandole la mano che teneva la carta, un po' tremante, le bisbigliò che un giorno, presto, avrebbe adorato rivederla. Poi le aveva preso il bicchiere ormai vuoto, e fischiettando, come un barista indifferente, si era voltato e aveva cominciato pigramente a lavarlo.
La fanciulla aveva capito, e bisbigliando anch'io se n'era andata, senza guardarsi indietro, senza guardarsi intorno, seguendo la sua eco in quel labirinto di corpi, seguendo, a ritroso, la scia del profumo verde sempre più debole. Stringendosi al seno la bella carta dei tarocchi, la Sacerdotessa, che il principe aveva scelto per lei.
E così i loro destini, del Matto e della sua vestale, si erano fusi e incontrati quella notte.
La luna non c'era, quando i due si erano conosciuti.
Nessuno, nel suo regno, conosceva il suo nome: il principe infatti si firmava solo con una carta da gioco.
I colori del suo regno erano il viola dell'uva che sanguina nella vendemmia, e il verde dell'acido in cui si sciolgono i brutti ricordi.
Era un principe solitario, che agiva da solo e amava stare solo - regnava solamente perché sapeva di dover tenere a freno un'umanità folle e stupida.
Un giorno salvò una fanciulla da una festa: la salvò solo perché lei scelse il drink più curioso - una pozione magica che, unica tra tutte a quella festa, non conteneva veleno, bensì gioia. E mentre lei sorrideva, stringendo tra le mani il calice d'argento in cui era stata infusa la magica pozione, pian piano tutti gli altri invitati, orchetti malvagi assetati di bassi vizi e sudore, succhiavano dal regno del principe ogni candore e felicità - il principe non poteva sopportarlo, e quindi ai loro intrugli aggiunse un ingrediente speciale, con cui avrebbe salvato il suo regno da quei mostricciatoli osceni.
Quando la fanciulla ebbe finito il suo cocktail, che aveva sorseggiato immobile contro il bancone, l'invalicabile barriera che separava il cuore suo dal cuore di quel principe vero, quando ebbe finito il suo drink, che aveva i colori dell'indaco degli occhi del principe e del verde Chartreuse del suo abito da Bella Addormentata, e abbassò gli occhi sulla carta che il principe le aveva lasciato per posare il suo bicchiere, si accorse che nell'aria aleggiava un profumo di zucchero, forse zucchero con un po' di whiskey e limone... e mentre raccoglieva quella splendida carta, troppo bella per essere ridotta a sottobicchiere, si accorse che a terra, sotto una nebbiolina color lime appena accennato, giacevano tutti, immobili, gli altri invitati.
Il principe che sola lei aveva riconosciuto, che aveva trascorso la notte con lei oltre quel bancone, davanti a lei travestito da cameriera francese, col bel volto dalle lunghe cicatrici nascosto dall'ombra e dal trucco, il principe le sorrise, e baciandole la mano che teneva la carta, un po' tremante, le bisbigliò che un giorno, presto, avrebbe adorato rivederla. Poi le aveva preso il bicchiere ormai vuoto, e fischiettando, come un barista indifferente, si era voltato e aveva cominciato pigramente a lavarlo.
La fanciulla aveva capito, e bisbigliando anch'io se n'era andata, senza guardarsi indietro, senza guardarsi intorno, seguendo la sua eco in quel labirinto di corpi, seguendo, a ritroso, la scia del profumo verde sempre più debole. Stringendosi al seno la bella carta dei tarocchi, la Sacerdotessa, che il principe aveva scelto per lei.
E così i loro destini, del Matto e della sua vestale, si erano fusi e incontrati quella notte.
La luna non c'era, quando i due si erano conosciuti.
Thursday, 4 October 2012
Hallo loser
In ginocchio davanti allo specchio, velato dal vapore e dalle ditate con cui avevo cercato di cancellare la mia triste immagine dalla sua superficie, e dalla mia mente, giocavo colle lamette.
Adoravo sentire il suono, così invitante e raggelante insieme, che facevano quando le gettavo tutte insieme sul vetro, quel tintinnio sinistro che non faceva presagire nulla di buono, fuorché la liberazione.
Ne presi una tra le dita, attenta a non tagliarmi per sbaglio, e la alzai verso la luce, mentre l'algida aura dei neon appesi sopra di me mi stordiva, sottolineando tutto lo squallore della vita, di quel momento.
Circonfusa da quella luce fredda e indifferente, come un'aureola di nulla senza fine, la lametta brillava, o forse erano le lacrime, a farmela vedere così.
Non mi ero neppure accorta, che stavo piangendo.
Sapevo che non avrei usato quella chiave, sapevo che non sarei mai entrata nell'Altro Mondo.
Erano lacrime di sollievo. . . ?
Ciao, sfigata.
Abbassai gli occhi sullo specchio, pensando che fosse lui a parlarmi, e sentii qualcosa di umido scorrermi sul collo.
Con lo sguardo fisso sul vetro, senza vedere nulla, allungai la mano che non giocava con la lametta a toccare ciò che mi stava avvolgendo in strane spire senza calore.
Sentii la soffice consistenza dei capelli del mio incubo peggiore.
E come in un incubo, non mi mossi.
Mi leccò di nuovo, fino a farmi paralizzare tra i brividi.
E mi rubò la lametta, la preziosa lametta magica che tenevo tra le dita.
Spostai lo sguardo sulle mie braccia, che erano ricadute inermi e flaccide davanti a me, sullo specchio, come svuotate dalla mia vita. Mi erano estranee... come tutto lì, tutto il mondo mi era estraneo.
No, no, no, sibilò il mio carnefice, passando le sue dita lunghe e ossute, di scheletro o Arpia, sulle cicatrici che mi costellavano gli avambracci. Non è così che si fa...
Aspetta, ti faccio vedere.
Prima che potessi anche solo recepire il suono delle sue parole, senza sentire nulla, mi ritrovai con un taglio lungo, elegante, ben fatto, sul polso, proprio in coincidenza del punto in cui ci si dovrebbe tagliare, per ottenere quello scopo.
Sanguinava appena.
Lo tamponai subito con la manica della camicia, senza pensare, e poi gli diedi un'altra occhiata.
Era la sua iniziale.
Mi aveva marchiata?
Presi tra le dita un'altra lametta, mentre la mia prescelta giaceva ancora tra gli artigli del ladro, e ricambiai il favore. Mi mossi ancora senza pensare, senza esitazioni, e finalmente voltandomi verso di lui.
Quando la mia arma ebbe finito, ricadde sul pavimento, accanto a noi - il mio incubo ed io, accoccolati insieme sulle piastrelle del bagno. Lo guardai.
Di nuovo, quegli occhi. Ma questa volta riuscii a reggere, anche se solo per un secondo, la loro instabile luce torturatrice. Era bianco, esangue, come avevo visto i miei avambracci, pochi attimi prima.
Eravamo dello stesso colore.
I suoi capelli erano tinti, quel giorno. Dello stesso verde veleno del suo completo.
C'era anche del viola, da qualche parte, ma non riuscii a guardarlo così bene da capire dove, neppure allora.
Infatti il mio sguardo si rifugiò subito sulle sue labbra.
Che, naturalmente, s'incresparono in un trionfio ghigno, fiero.
Perfetto, dolcezza. Perfetto, mi sussurrò, mentre dolcemente perdevo i sensi, guardandosi forse la lettera che gli avevo tracciato io sul polso.
Adoravo sentire il suono, così invitante e raggelante insieme, che facevano quando le gettavo tutte insieme sul vetro, quel tintinnio sinistro che non faceva presagire nulla di buono, fuorché la liberazione.
Ne presi una tra le dita, attenta a non tagliarmi per sbaglio, e la alzai verso la luce, mentre l'algida aura dei neon appesi sopra di me mi stordiva, sottolineando tutto lo squallore della vita, di quel momento.
Circonfusa da quella luce fredda e indifferente, come un'aureola di nulla senza fine, la lametta brillava, o forse erano le lacrime, a farmela vedere così.
Non mi ero neppure accorta, che stavo piangendo.
Sapevo che non avrei usato quella chiave, sapevo che non sarei mai entrata nell'Altro Mondo.
Erano lacrime di sollievo. . . ?
Ciao, sfigata.
Abbassai gli occhi sullo specchio, pensando che fosse lui a parlarmi, e sentii qualcosa di umido scorrermi sul collo.
Con lo sguardo fisso sul vetro, senza vedere nulla, allungai la mano che non giocava con la lametta a toccare ciò che mi stava avvolgendo in strane spire senza calore.
Sentii la soffice consistenza dei capelli del mio incubo peggiore.
E come in un incubo, non mi mossi.
Mi leccò di nuovo, fino a farmi paralizzare tra i brividi.
E mi rubò la lametta, la preziosa lametta magica che tenevo tra le dita.
Spostai lo sguardo sulle mie braccia, che erano ricadute inermi e flaccide davanti a me, sullo specchio, come svuotate dalla mia vita. Mi erano estranee... come tutto lì, tutto il mondo mi era estraneo.
No, no, no, sibilò il mio carnefice, passando le sue dita lunghe e ossute, di scheletro o Arpia, sulle cicatrici che mi costellavano gli avambracci. Non è così che si fa...
Aspetta, ti faccio vedere.
Prima che potessi anche solo recepire il suono delle sue parole, senza sentire nulla, mi ritrovai con un taglio lungo, elegante, ben fatto, sul polso, proprio in coincidenza del punto in cui ci si dovrebbe tagliare, per ottenere quello scopo.
Sanguinava appena.
Lo tamponai subito con la manica della camicia, senza pensare, e poi gli diedi un'altra occhiata.
Era la sua iniziale.
Mi aveva marchiata?
Presi tra le dita un'altra lametta, mentre la mia prescelta giaceva ancora tra gli artigli del ladro, e ricambiai il favore. Mi mossi ancora senza pensare, senza esitazioni, e finalmente voltandomi verso di lui.
Quando la mia arma ebbe finito, ricadde sul pavimento, accanto a noi - il mio incubo ed io, accoccolati insieme sulle piastrelle del bagno. Lo guardai.
Di nuovo, quegli occhi. Ma questa volta riuscii a reggere, anche se solo per un secondo, la loro instabile luce torturatrice. Era bianco, esangue, come avevo visto i miei avambracci, pochi attimi prima.
Eravamo dello stesso colore.
I suoi capelli erano tinti, quel giorno. Dello stesso verde veleno del suo completo.
C'era anche del viola, da qualche parte, ma non riuscii a guardarlo così bene da capire dove, neppure allora.
Infatti il mio sguardo si rifugiò subito sulle sue labbra.
Che, naturalmente, s'incresparono in un trionfio ghigno, fiero.
Perfetto, dolcezza. Perfetto, mi sussurrò, mentre dolcemente perdevo i sensi, guardandosi forse la lettera che gli avevo tracciato io sul polso.
Poesia malata
Poesia malata di amori impossibili Poesia malata di amori inquietanti
Di morte Che in questa realtà malata
Violenza Non potrebbero sbocciare,
Sadismo tra i baci Poesia d'odio che fa con l'odio
- io non sono così, L'amore
Ma è così che mi disegno - per un pagliaccio pazzo
- l'inchiostro che uso, I cui baci sanno di dolore.
Rosso inferno, Per una musa che mi ha lasciato
Ovviamente. Tutta sola
Potrei tacere, però marcirei dentro - in mano a me stessa,
- molto meglio vomitare Sempre peggio di niente.
E donare il fardello ad altri. E dentro quel cuore, sarcofago marcio
Spiriti tristi che piangono sotto il mio tetto, Non c'è più che solo spazio
Ragnatele blu, Da riempire con te...
I soliti vampiri amanti... Un rogo negli occhi,
Non mentire, meglio terrorizzare Puro candore demoniaco...
: Un mostro che ride,
Io sono così, Non è mai stato
E non posso cambiare. Così bello.
Vieni a giocare con noi, per sempre.
If you don't like me,
Don't read me,
Duh?
Di morte Che in questa realtà malata
Violenza Non potrebbero sbocciare,
Sadismo tra i baci Poesia d'odio che fa con l'odio
- io non sono così, L'amore
Ma è così che mi disegno - per un pagliaccio pazzo
- l'inchiostro che uso, I cui baci sanno di dolore.
Rosso inferno, Per una musa che mi ha lasciato
Ovviamente. Tutta sola
Potrei tacere, però marcirei dentro - in mano a me stessa,
- molto meglio vomitare Sempre peggio di niente.
E donare il fardello ad altri. E dentro quel cuore, sarcofago marcio
Spiriti tristi che piangono sotto il mio tetto, Non c'è più che solo spazio
Ragnatele blu, Da riempire con te...
I soliti vampiri amanti... Un rogo negli occhi,
Non mentire, meglio terrorizzare Puro candore demoniaco...
: Un mostro che ride,
Io sono così, Non è mai stato
E non posso cambiare. Così bello.
Vieni a giocare con noi, per sempre.
If you don't like me,
Don't read me,
Duh?
Sunday, 30 September 2012
Merry Halloween
Si sentiva impura.
Sporca.
Colpevole.
E continuava a lavarsi, come se tutto il suo corpo fosse stato lordo del suo peccato.
Si sentiva impura, sporca, colpevole, e continuava a lavarsi le mani, come se la sua pelle fosse stata ancora imbrattata dei suoi errori.
Aveva accarezzato un mostro. L'aveva...
L'orrore la faceva vacillare, ogni volta che il ricordo le si affacciava alla mente, a quella stessa coscienza che aveva cercato di sedare, perché i sensi di colpa non la macerassero.
Troppo bello, sarebbe stato.
I sensi di colpa stavano già banchettando sulla sua anima in putrefazione.
Non c'era più nulla da fare.
Lo sentiva ancora dentro di lei. Sì, ormai l'era entrato sottopelle, aveva spanto in lei il suo veleno, che scorreva al posto del suo sangue, un'infezione inarrestabile... Eppure, quella notte, lei era stata felice.
Ora vagava per la casa, al buio, gli scuri chiusi, le candele spente.
Gli specchi, infranti tutti in mille pezzi.
Non voleva vedersi, perché già sapeva ciò che avrebbe visto.
Il suo cuore le faceva schifo.
Il suo corpo le faceva paura.
Aveva dolori ovunque, fitte muscolari che colpivano all'improvviso, come pugnalate.
Sentiva ancora il tocco di lui su di lei. Quel bisturi. La carne che si lacerava, mentre lui entrava, in assoluto silenzio.
Aveva sentito urlare il calore delle sue lacrime.
Si toccò la pancia. Anche gli addominali le facevano male.
Il telefono non squillava. Non l'avrebbe fatto.
Si toccò le labbra, e il ricordo della bocca di lui la colpì come un flash, abbagliandola.
Quel trucco, di un rosso così cupo... aveva macchiato anche lei... quando lui l'aveva baciata...
Gli occhi di lui, di un rosso così perfido... non avevano mai smesso di brillare del loro fuoco malvagio, mentre la stringeva a sé... l'aveva come legata... lei non si era mossa, mentre lui...
Sorrise.
Ricordò la sensazione di essere nelle sue mani, ricordò la sensazione delle loro dita che s'intrecciavano.
Lui che la baciava - la perfetta corrispondenza tra le loro bocche, i pallore mortale di entrambi... e quando, ricadendo stanco sopra di lei, lui aveva chiuso gli occhi, per un attimo, adagiandosi contro il corpo caldo della sua vittima.
Il suo volto svelato, quando finalmente la pioggia ne aveva lavato via la maschera.
Il sorriso che non avevano potuto fare a meno di scambiarsi. Non era stato un sorriso di scherno - anche lui se ne era accorto, e subito aveva distolto lo sguardo.
Poi, le aveva porto una carta da gioco, le aveva accarezzato gli angoli della bocca, ancora umidi di sangue e rossetto, e senza parlare se n'era andato.
Buon Halloween, le aveva detto.
Piano, con un sussurro, timido, quasi.
E lei, guardando i loro riflessi che si dividevano, nella pozzanghera che li separava...
Buon Halloween, gli aveva risposto.
Sporca.
Colpevole.
E continuava a lavarsi, come se tutto il suo corpo fosse stato lordo del suo peccato.
Si sentiva impura, sporca, colpevole, e continuava a lavarsi le mani, come se la sua pelle fosse stata ancora imbrattata dei suoi errori.
Aveva accarezzato un mostro. L'aveva...
L'orrore la faceva vacillare, ogni volta che il ricordo le si affacciava alla mente, a quella stessa coscienza che aveva cercato di sedare, perché i sensi di colpa non la macerassero.
Troppo bello, sarebbe stato.
I sensi di colpa stavano già banchettando sulla sua anima in putrefazione.
Non c'era più nulla da fare.
Lo sentiva ancora dentro di lei. Sì, ormai l'era entrato sottopelle, aveva spanto in lei il suo veleno, che scorreva al posto del suo sangue, un'infezione inarrestabile... Eppure, quella notte, lei era stata felice.
Ora vagava per la casa, al buio, gli scuri chiusi, le candele spente.
Gli specchi, infranti tutti in mille pezzi.
Non voleva vedersi, perché già sapeva ciò che avrebbe visto.
Il suo cuore le faceva schifo.
Il suo corpo le faceva paura.
Aveva dolori ovunque, fitte muscolari che colpivano all'improvviso, come pugnalate.
Sentiva ancora il tocco di lui su di lei. Quel bisturi. La carne che si lacerava, mentre lui entrava, in assoluto silenzio.
Aveva sentito urlare il calore delle sue lacrime.
Si toccò la pancia. Anche gli addominali le facevano male.
Il telefono non squillava. Non l'avrebbe fatto.
Si toccò le labbra, e il ricordo della bocca di lui la colpì come un flash, abbagliandola.
Quel trucco, di un rosso così cupo... aveva macchiato anche lei... quando lui l'aveva baciata...
Gli occhi di lui, di un rosso così perfido... non avevano mai smesso di brillare del loro fuoco malvagio, mentre la stringeva a sé... l'aveva come legata... lei non si era mossa, mentre lui...
Sorrise.
Ricordò la sensazione di essere nelle sue mani, ricordò la sensazione delle loro dita che s'intrecciavano.
Lui che la baciava - la perfetta corrispondenza tra le loro bocche, i pallore mortale di entrambi... e quando, ricadendo stanco sopra di lei, lui aveva chiuso gli occhi, per un attimo, adagiandosi contro il corpo caldo della sua vittima.
Il suo volto svelato, quando finalmente la pioggia ne aveva lavato via la maschera.
Il sorriso che non avevano potuto fare a meno di scambiarsi. Non era stato un sorriso di scherno - anche lui se ne era accorto, e subito aveva distolto lo sguardo.
Poi, le aveva porto una carta da gioco, le aveva accarezzato gli angoli della bocca, ancora umidi di sangue e rossetto, e senza parlare se n'era andato.
Buon Halloween, le aveva detto.
Piano, con un sussurro, timido, quasi.
E lei, guardando i loro riflessi che si dividevano, nella pozzanghera che li separava...
Buon Halloween, gli aveva risposto.
Thursday, 27 September 2012
Joker face
Il cielo era rosso di sangue, in quel tramonto sulla fine del mondo.
Si voltò a guardare l'uomo che dormiva accanto a lei, avvolto nelle coperte come in un sudario.
Lei aveva ancora il viso sporco del suo trucco - il volto di lui era nudo, invece, disarmato dalla maschera, ora quasi innocente... il volto di un bambino.
Guardò le sue cicatrici, adesso svelate, libere da quel rosso sangue rappreso che le accentuava ogni notte, sentendo salire dal cuore, dai fianchi, il calore che l'aveva sciolta quando le aveva sfiorate - prima, leggera, con la punta delle dita, poi sempre più stordita con le labbra... da un lato all'altro della bocca di lui, fino a ritrovarsi a leccarle, e finire a baciarlo senza più riuscire a pensare.
Lui si era lasciato prendere i polsi, mentre lei gli saliva sopra, incapace di smettere di stringere le sue braccia bianche cadavere, dalle vene inquietantemente in rilievo, come per trattenerlo con lei, là, in quel letto disfatto, al riparo dal mondo che voleva loro male... finché non aveva rovesciato i ruoli, bloccandola sotto di sé, senza mai interrompere quel bacio - il solo bacio che non sarebbe finito, mai. E poi era entrato dentro di lei, ed erano impazziti insieme - era tutto perfetto, tutto così dannatamente logico, e dolce, ed inevitabile.
Nel cielo non volavano pipistrelli, notò lei, quella sera. E non provò nulla.
Il suo intero essere era devastato e rinato, e l'unica cosa che lei riuscisse a fare era...
Sorridere.
Si voltò a guardare l'uomo che dormiva accanto a lei, avvolto nelle coperte come in un sudario.
Lei aveva ancora il viso sporco del suo trucco - il volto di lui era nudo, invece, disarmato dalla maschera, ora quasi innocente... il volto di un bambino.
Guardò le sue cicatrici, adesso svelate, libere da quel rosso sangue rappreso che le accentuava ogni notte, sentendo salire dal cuore, dai fianchi, il calore che l'aveva sciolta quando le aveva sfiorate - prima, leggera, con la punta delle dita, poi sempre più stordita con le labbra... da un lato all'altro della bocca di lui, fino a ritrovarsi a leccarle, e finire a baciarlo senza più riuscire a pensare.
Lui si era lasciato prendere i polsi, mentre lei gli saliva sopra, incapace di smettere di stringere le sue braccia bianche cadavere, dalle vene inquietantemente in rilievo, come per trattenerlo con lei, là, in quel letto disfatto, al riparo dal mondo che voleva loro male... finché non aveva rovesciato i ruoli, bloccandola sotto di sé, senza mai interrompere quel bacio - il solo bacio che non sarebbe finito, mai. E poi era entrato dentro di lei, ed erano impazziti insieme - era tutto perfetto, tutto così dannatamente logico, e dolce, ed inevitabile.
Nel cielo non volavano pipistrelli, notò lei, quella sera. E non provò nulla.
Il suo intero essere era devastato e rinato, e l'unica cosa che lei riuscisse a fare era...
Sorridere.
Saturday, 22 September 2012
Belarus, c'est moi
Insane, always madly in love, violent, knife & maidish outfits' lover...
Belarus is me.
(?)
Belarus is me.
(?)
(Belarus from Hetalia, by Hidekaz Himaruya)
Wednesday, 19 September 2012
Nihil
Lei se ne è andata.
La musa se ne è andata, e io non avuto il tempo per salutarla.
Svanita nel nulla, si è riassorbita dentro di me.
Un fiore era strisciato fuori dal mio cuore, era sorto con rami d'edera che avviluppavano la gabbia vuota dove soffiava una volta il mio spirito - e ora tutto è cenere, cenere sterile cui sono tornata.
Non ho più l'ispirazione.
Cioè, sono inutile.
Inutile e persa, scomposta in mille e mille particelle, un pulviscolo allergenico che non riesce a rifarsi corpo.
Non ho di chi scrivere
- perché non sono più niente
- nessuna passione, che mi faccia tremare di me.
Riposa In Pace, remoto caos ormai composto.
La musa se ne è andata, e io non avuto il tempo per salutarla.
Svanita nel nulla, si è riassorbita dentro di me.
Un fiore era strisciato fuori dal mio cuore, era sorto con rami d'edera che avviluppavano la gabbia vuota dove soffiava una volta il mio spirito - e ora tutto è cenere, cenere sterile cui sono tornata.
Non ho più l'ispirazione.
Cioè, sono inutile.
Inutile e persa, scomposta in mille e mille particelle, un pulviscolo allergenico che non riesce a rifarsi corpo.
Non ho di chi scrivere
- perché non sono più niente
- nessuna passione, che mi faccia tremare di me.
Riposa In Pace, remoto caos ormai composto.
Tuesday, 11 September 2012
crush /on/ you
Odio,
Amore,
Desiderio
- desiderio di uccidere.
...vorrei staccarti la testa,
E baciarti le labbra
- che ancora sanno di vino e di sangue.
A Orfeo.
Amore,
Desiderio
- desiderio di uccidere.
...vorrei staccarti la testa,
E baciarti le labbra
- che ancora sanno di vino e di sangue.
A Orfeo.
Saturday, 1 September 2012
La fredda luce di un'alba d'inverno
“La fredda luce di un’alba d’inverno”
Costanza De Cillia
(racconto partecipante al premio Fiurlini, XI edizione, 2010)
"La fredda luce delle albe d’inverno
Acceca e scalda i cuori spezzati
Dopo una notte trascorsa a sognare
Lidi lontani, e lontani ricordi.
L’acqua fresca dei fiumi accarezza i prati coperti di brina,
E il gelo non è forte abbastanza
Da impedire a quella forza di scorrere ancora.
La solitudine, buia e noiosa,
Oscura i cuori ma non la mente
E nelle illusioni della primavera che viene
Sogno il ritorno di un’infanzia felice.
Dove sono gli amici, la gioia, il calore?
Ogni risposta si nasconde nel silenzio,
Coperta dall’algido manto della candida neve.
Sotto quei fiocchi si cela qualcosa
La speranza che solo il tepore di Zefiro disgelerà
Aspetto il disgelo e che il cuore mi bruci
- abbastanza per distrarmi dal bianco spettacolo del sole sulla neve,
Rimpianti e l’odio non valgono più...
Servirà qualcosa di molto più forte.
La speranza che solo il tepore di Zefiro disgelerà
Aspetto il disgelo e che il cuore mi bruci
- abbastanza per distrarmi dal bianco spettacolo del sole sulla neve,
Rimpianti e l’odio non valgono più...
Servirà qualcosa di molto più forte.
Cassie si svegliò, e attorno a lei vide solo il bianco delle pareti, e oltre il vetro della finestra la neve. In quella asettica solitudine in cui era relegata, le poesie che da piccola aveva composto la perseguitavano come Erinni vendicative. E Cassie non era forte abbastanza, per sfuggire a quei demoni venuti dall’Inferno.
“Vogliono trascinarmi giù con loro?” si chiese, aggiustandosi la crestina tra i boccoli biondo cenere. Il suo viso, riflesso pallido nel vetro, era malinconico e stanco. Ogni notte, un incubo come quello la perseguitava nel sonno, e i suoi lunghi, gelidi artigli continuavano a schiacciarle il cuore anche dopo che si era svegliata. Sentiva i battiti cardiaci trafiggerle il petto come pugnalate, e a stento riusciva ad alzarsi da quel letto sfatto e morbido senza scoppiare in lacrime di dolore.
Cassie si mise a posto la divisa, tirò su i calzetti bianchi fino a poco sotto il ginocchio, diede un’ultima occhiata a quelle lenzuola e spalancò la finestra.
La neve aveva assorbito in sé tutto il mondo esterno, e oltre al davanzale Cassie vedeva semplicemente bianco. Era completamente sola, ora. Sia nella casa, sia nel mondo. Non un rumore, il fruscio del vento, gli echi del traffico nella strada vicina, era tutto scomparso, avvolto dal candido abbraccio dell’acqua gelata.
Cassie saltò giù dalla finestra, e atterrò dolcemente su un grosso cumulo di neve, scivolato dal tetto durante la notte. Si voltò in una piroetta, richiuse come poteva la finestra (era a piano terra, il balzo non aveva comportato alcun rischio), e se ne andò. Cassie stava scappando dalla sua prigione, da quel Castello infestato in cui era stata nascosta, come schiava, troppo a lungo.
Vi era corsa dentro qualche mese prima, per fuggire al suo presente, perché la delusione di vivere era troppo forte, ma subito avrebbe dovuto pentirsene. Era stata aggiogata, costretta al lavoro e al silenzio, senza gioie e senza pause. Non si poteva certo permettere una camera, aveva lasciato casa sua con una penna e l’indirizzo di quell’albergo, null’altro: quindi aveva dovuto supplicare per un po’ di ospitalità, e aveva così trovato un impiego non retribuito. Cameriera full-time, senza stipendio, come una Cenerentola in un palazzo di sadici.
Tre mesi erano trascorsi per lei tra scope, spugne e lenzuola da cambiare, ma Cassie li aveva vissuti con serenità, senza lamenti, perché così almeno le era stato impedito di pensare. Durante il giorno, nelle sue fatiche di servetta, non aveva mai trovato le forze per formulare un’idea complessa, una speranza, un sogno ad occhi aperti. Mentre lavorava al massimo della concentrazione, per compiacere clienti e odiose colleghe, Cassie riusciva solo a conservare nella sua testa l’immagine del suo letto sfatto e morbido, a sentire il bisogno di stendersi sopra di esso, a desiderare un’ora per dormirci.
Era perfettamente anestetizzata dal provare le sue comuni emozioni. Quei sentimenti che prima, quando ancora era libera, l’avevano spinta all’orlo della disperazione, che avevano inquinato la sua coscienza in ogni momento del giorno, che l’avevano distratta da ogni evento felice con sensi di colpa e rimorsi, in quelle squallide giornate d’albergo non riuscivano più a fare breccia dentro di lei.
Cassie si rendeva conto, nella remota profondità del suo inconscio, che quell’apatia doveva essere considerata una grande conquista, e forse, dentro di sé, inconsapevolmente, ne godeva.
Ma la notte, ogni notte, appena la sua testa sprofondava nel cuscino, circondata da quella mesta aureola di boccoli, il passato passava a trovarla, e le affollava la mente di incubi e crudeli considerazioni. Nella notte Cassie si rendeva conto, consciamente purtroppo, di essere fuggita dalla sua vita, di aver scelto la strada più facile, e di aver lasciato dietro di sé in quella fuga una lunga scia di cadaveri, in pasto agli avvoltoi. Nella sua tormentata fase REM, Cassie vedeva il volto rigato di lacrime e il cuore lacerato di tutti coloro che aveva abbandonato, e desiderava morire.
Ma poi si risvegliava, e in pochi secondi quel dolore lancinante si faceva sempre più pallido, evanescente, e svaniva. E a Cassie non rimaneva che una folta lista di mansioni da sbrigare.
Ora, colle scarpette nere laccate sprofondate nella neve, e il freddo che le pungeva le guance e le bloccava le mani, Cassie sentì la trionfante esultanza di chi finalmente espia il proprio peccato.
Il peccato di Cassie era stato l’egoismo.
Era vissuta pensando di essere sola, e sola sarebbe rimasta, morendo congelata mentre la vita di chi un tempo colla sua fuga aveva ferito sarebbe tornata felice e calda di buoni sentimenti, col ritorno della primavera. Cassie sorrise, annuì fra se e se all’idea di punirsi per sempre, e continuò a camminare nella neve, piano, in modo che il gelo l’avvolgesse meglio, e rafforzasse man mano sempre più la sua stretta.
Quella poesia, che aveva scritto a caso, dopo un pomeriggio passato a litigare colla sua “migliore amica”, alle medie, ricominciò a rimbombarle nella testa. Era come una forte emicrania, o una sinusite nella sua forma peggiore. Ma Cassie l’accolse felice, perché era anche quello un rito che avrebbe accelerato la sua espiazione.
Era scappata di casa senza un motivo valido, senza essere stata maltrattata, così, perché la depressione la stava schiacciando. Cassie se n’era andata per scoprire se cambiare aria e conoscenti avrebbe alleggerito la sua anima da quella nebbia d’accidia, senza ricordarsi che chi abbandonava l’amava indiscriminatamente. Non aveva più saputo nulla, da quando aveva superato la soglia di casa, a proposito della sua famiglia, dei suoi amici, di chi le era stato intorno per diciassette anni, da quando era nata. Non si era più ricordata nulla, a proposito della felicità che aveva sempre sentito, in quella cittadina da cui era scappata.
Aveva considerato solamente la propria, ingiustificata malinconia, e in base al suo egoismo distratto aveva rovinato la vita a così tante buone persone. “La devo proprio pagare”, pensò, piroettando tra i fiocchi di neve che d’improvviso erano ricominciati a cadere.
Alzò gli occhi al cielo. Era d’un bianco uniforme e anonimo, che un tempo l’avrebbe nauseata. Un tempo, Cassie aveva avuto una profonda paura del vuoto, del silenzio, del nulla. Ma ora desiderava solo perdersi in quella pace senza complicazioni, e non sentire più niente. Cassie era ancora profondamente egoista.
Si sedette su un tronco tagliato, largo abbastanza da farle da trono, e aspettò. Non aveva ancora incominciato a congelare, ed era per questo un po’ delusa.
Incrociò le gambe nella posizione del loto, e cercò lo zero mentale. Cassie era cambiata, e dal giorno della fuga cercava il nulla in tutte le sue forme e dimensioni. Ma non capiva che, in quanto nulla, non sarebbe mai stato raggiungibile, per nessuno. Cassie era ancora profondamente ingenua.
Seduta sul tronco da parecchio, interminabile tempo, stava cominciando ad annoiarsi. Pensò di contare i fiocchi di neve, ma si vergognò presto di un’idea tanto irrealizzabile. Pensò di dormire, e lasciarsi sorprendere dal gelo nel sonno, ma all’improvviso si vergognò di se stessa.
Piangendo a lungo per il disprezzo che covava contro se stessa, Cassie arrivò ad ammettere che morire per sfuggire a una vita che lei stessa aveva rovinato fosse un piano egoista, la via più facile per liberarsi dalle responsabilità.
In quel momento, le parve di vedere nel cielo bianco un punto d’azzurro, ritagliato dal calore dei raggi del Sole.
Si alzò di scatto dal tronco, e cercò la via per arrivare alla strada. Lì avrebbe chiesto un passaggio, si sarebbe difesa dagli sconosciuti e dai malintenzionati, e sarebbe tornata a casa. Oppure, avrebbe chiesto di poter chiamare i suoi, e poi sarebbe tornata. L’avrebbero voluta indietro? Cassie ne dubitava.
La sua divisa da cameriera era bagnata da tutti i fiocchi che le si erano sciolti addosso, e l’aria fredda cominciava a farle davvero male. Cassie affrettò i passi, e trovò il sentiero verso la strada. All’alba qualcuno doveva averlo spalato e ricoperto di sale, perché ora era perfettamente distinguibile, e per nulla scivoloso. Cassie ringraziò mentalmente quell’anima buona, e continuò a camminare tremando.
Tossì, e riaprendo gli occhi dopo il colpo di tosse si ritrovò in mezzo alla strada. Indietreggiò per evitare un’auto che passava di fretta, e sedutasi sul bordo tra neve e asfalto, aspettò un passaggio più caritatevole.
Tuttavia, nessun’auto passò più, e Cassie riprese a sentire una sensazione che non la visitava da tanto, tanto tempo. Cassie si riempì nuovamente d’angoscia.
Il cuore le si strinse fino a farle male, e comiciò a batterle nel petto forte come al risveglio, dopo l’incubo della poesia sulla neve. Quelle parole malefiche le ricominciarono a ronzare nella testa, fastidiose e rumorose come uno sciame di mosche, e a Cassie, pronta alla resa di fronte a tanta ansia, mancò completamente l’aria. Il mondo attorno a lei si offuscò, si scolorì del tutto, e Cassie cadde svenuta nella neve, mentre il gelo la prendeva fra le braccia, pronto ad esaudire il suo desiderio passato.
Priva di sensi, Cassie era prigioniera dell’Erinni. Le parole piene di disperazione che aveva scritto quattro anni prima ora risuonavano come un’eco di guerra nella sua testa disarmata, e i ricordi tristi, le delusioni che aveva inflitto a chi le voleva bene, la consapevolezza della sua colpa le bruciavano dentro come piaghe infiammate. Cassie, tra l’incoscienza e la coscienza, si ritrovò nel limbo, paralizzata dal desiderio di uccidersi, e il bisogno di rendere felici le persone che l’avevano resa felice. L’uno escludeva l’altro, il primo appariva profondamente crudele, l’altro completamente irrealizzabile, e Cassie soffocava nell’indecisione e nel rimorso, senza avere la benché minima idea di quale fosse in quel momento la cosa giusta da fare.
Cassie ricominciò a piangere, senza neanche rendersene conto, e risvegliandosi tra gli infermieri in ambulanza si accorse di aver scelto la vita.
Poi sbatté le ciglia, e vide che in effetti non era in ambulanza, in corsa sulle strade ghiacciate… era semplicemente nel suo vecchio ospedale, dove aveva passato tante giornate, avvolta da ruvide coperte d’un candore abbacinante. E quella fu l’ultima volta in cui le illusioni le mascherarono la realtà.
Cassie sorrise salutando con un cenno stanco un’infermiera che passava in quel momento nel corridoio, e premette la testa sul cuscino. La fronte le pulsava, così l’accarezzò. Da quanto sentì, doveva essere stata accuratamente fasciata. Sentì sulle dita il profumo del sangue che in passato le era stato tristemente familiare, e capì che probabilmente si era ferita, cadendo nella neve. Scrollò le spalle. Poco importava, era comunque viva e… Una cicatrice che ricordasse a vita la pena che aveva espiato, sarebbe stata una buona cosa.
Si voltò verso la finestra, una finestra ampia, luminosa, dal vetro spesso (per impedirle di fuggire, pensò sorridendo con un pelo di vergogna mista a un senso di liberazione che lei stessa non sarebbe riuscita a spiegare). Fuori, aveva smesso di nevicare, e il sole brillava nel freddo cielo azzurro, libero da nuvole. Quell’azzurro limpido, nitido, sembrava a Cassie insieme distante, superbo e bellissimo. Le dava speranza, anche se ancora non sapeva perché.
Un senso di attesa carico di entusiasmo e gioia la invase, e presto Cassie capì perché.
Alla porta, un volto amico. Il volto che amava sopra ogni altra cosa e persona e concetto. Il volto di colui per il quale aveva sofferto e gioito più di ogni altro. Amare non è una stupidaggine a senso unico, e solo grazie a lui Cassie l’aveva capito nel profondo.
Era Lucien, il ragazzo con cui Cassie si era indissolubilmente legata.
Sorrise amaramente, e si avvicinò piano al suo letto, solo dopo che lei gli aveva fatto segno di entrare.
Ora Lucien era così triste… Cassie sapeva che era stata colpa sua. Che doveva riparare, curare la ferita che gli aveva inflitto. E il rischio di trovare questo compito insormontabile, per Cassie, era sempre stato estremamente forte.
Ma aveva scelto la vita, e ora doveva dimostrarle di meritarsi la salvezza. Sorrise a sua volta, combattendo contro se stessa per non lasciarsi chiudere la gola dai sensi di colpa.
Non poteva arrendersi. Non si trattava più della sua vita.
Ora era la vita di un’altra persona, nelle sue mani.
Quella stessa vita che avrebbe voluto condividere, fondere colla sua, facendo di due esistenze una… un’unione che aveva sempre temuto sarebbe stata dolorosa, fino a quando lei non fosse radicalmente cambiata. Prima di vivere con lui, avrebbe dovuto uccidere la disperazione che le attanagliava il cuore e le oscurava la mente. E forse, risalendo dal baratro dopo aver cercato e cacciato la morte, ora Cassie era riuscita a migliorare. Ora era libera, ferita nel corpo e non più nel cuore, ancora abbastanza stordita dagli anestetici da poter affrontare la sua vittima senza essere frenata da indecisione e lacrime… Cassie si sarebbe data da fare, e l’avrebbe liberato dalla profonda tristezza in cui l’aveva egoisticamente gettato.
Cassie fece un respiro profondo, e si stupì di quanto bella fosse la sensazione di sentire l’ossigeno fluirle nei polmoni. Il viso di Cassie s’illuminò di vita.
Cassie era finalmente tornata alla vita, e il solo pensiero la rendeva euforica. Non aveva mai sentito quella sensazione. Era inebriante, e talmente intensa da darle le vertigini. Era come la luce dell’alba d’inverno, quando il sole si rifletteva sulla neve, e le inondava il viso di pizzicante calore.
Cassie era felice perché aveva finalmente la possibilità di espiare la sua colpa, e chiedere il perdono.
Si voltò verso di lui, e con gli occhi bagnati di lacrime chiede semplicemente:
-Scusa.
-Ora te ne andrai di nuovo?- chiese lui, freddo come il cielo.
-No. Scusa.
-Scuse accettate.- rispose, e se ne andò.
Cassie si alzò senza pensare dal letto, e come un automa scese sul pavimento lucido, a piedi nudi, con addosso solo un camice spiegazzato. Sembrava indossasse le vecchie lenzuola dell’albergo, la sensazione sulla pelle era la stessa. Ma dentro di sé, Cassie sentiva che non era più momento di arrendersi. Non poteva cedere di nuovo a se stessa, e riposare in quel sepolcro sterilizzato avvolta nelle bende come un’antica mummia. Lei non era morta, né nello spirito, né biologicamente, e c’era un motivo. Cassie voleva credere che l’Universo l’avesse lasciata in vita per liberare il suo amato dal male. Quel male che lei stessa gli aveva provocato, e che continuava a tenerlo prigioniero. Cassie se n’era accorta subito. Lucien, l’uomo che amava, era perso nella palude della disperazione senza energie da cui lei era fuggita da poco.
Ma non c’era modo di scusarsi e ottenere perdono, non c’era azione che potesse riparare un danno inferto tanto tempo prima. Ormai quel dolore era radicato dentro di lui, e se anche la sua testa avesse capito, le ferite nel cuore non si sarebbero per questo rimarginate. Cassie non sapeva come fare, e man mano che lo seguiva, in silenzio, per i corridoi dell’ospedale, senza accorgersi degli altri pazienti, e degli sguardi straniti nei loro occhi, il senso di impotenza che l’aveva frustrata tempo prima ricominciava a farsi sentire. Cassie si stava perdendo d’animo? Quella lotta contro se stessa, quel miracolo nella neve, erano stati inutili allora? Cassie non poteva crollare di nuovo, e lo sapeva. Prima di abbandonarsi di nuovo alla malinconia, doveva salvare da essa lui. Poi, con la propria tristezza, se la disperazione fosse tornata, avrebbe tormentato solo se stessa, e nessun altro avrebbe più…Cassie s’interruppe. No, dopo di lui c’erano i suoi genitori, i suoi parenti, gli amici… Sentì una familiare vertigine. C’era ancora così tanto da fare!
E se non si fosse data subito da fare, avrebbe dovuto aspettare ancora parecchio, prima di potersi sentire veramente libera. Ottenendo il perdono di Lucien, però, sarebbe tornata alla pace di un tempo, una pace che quasi non riusciva a ricordare, ma che sentiva ancora, e che la rasserenava. Se lui l’avesse perdonata, Cassie sarebbe riuscita a tornare alla vita passata, ma con un nuovo spirito, una nuova serenità.
Non riuscì neanche a pensare cos’avrebbe fatto, se lui non l’avesse più voluta sentire.
Corse fino a raggiungerlo, lo abbracciò da dietro, e strinse fino a quando lui non fermò i propri passi.
-Scusa.- disse ancora. Una parola, una richiesta. Un risarcimento non sufficiente, per un danno così grave.
-Mi hai ferito. Mi hai abbandonato. Ma è colpa mia, e sono io a doverti chiedere scusa.
Lui si voltò. Scansò il suo abbraccio, e la vide davanti a sé, piccola e pallida come il fantasma di una fata, illuminata da una luce chiara, come di luna. Quegli occhi, che aveva visto sgranarsi meravigliati così tante volte, ora lucidi, spalancati davanti a lui, come quelli di un cucciolo.
Occhi nocciola, supplichevoli e lustri. Sapeva che lei era pentita. Che non l’aveva ferito di proposito. Sentiva che era cambiata. Ora era libera, serena…e non poteva essere lui a privarla di una pace così duramente conquistata. Lucien soffriva ancora, ma era naturale, e capiva che si trattava di semplicemente di aspettare. Doveva aspettare, e quella tristezza, quella delusione sarebbero sbiadite, e avrebbero perso la loro asprezza.
Se Cassie fosse rimasta, Lucien avrebbe ricominciato a sorridere per lei.
Non era mai riuscito ad odiarla, anche se aveva a lungo odiato se stesso per questo. E per non essere riuscito a trattenerla, a renderla felice in modo che non se ne andasse. Ma non era stato buono abbastanza, paziente abbastanza, straordinario abbastanza per curarla.
Ma ora aveva la possibilità di rimediare. Se fosse riuscito a convincere Cassie, dimostrandole che l’aveva perdonata, dandole la possibilità di placare l’odio che da sempre covava verso se stessa, avrebbero fatto insieme il primo passo per essere felici. E liberi dal passato.
Sorrise, pur con una fitta al cuore sorrise, commosso dal sorriso di Cassie, così puro e tenero, da bambina. Avrebbe voluto parlare, ma non sapeva cosa dire.
Si avvicinò a Cassie, e Cassie rimase ferma, ad aspettare. Non scappò.
I loro cuori presero a battere all’unisono, intensamente, espandendosi di gioia nei loro petti.
L’abbracciò, e la strinse forte a sé, più forte di quando fosse riuscita lei poco prima. Lucien sentiva il cuore esplodergli, lei sciogliersi, finalmente. In quel momento, entrambi diedero l’addio ai loro tormentati “Io” passati, e cominciarono a sorridere davvero. Per sempre, insieme."
Elgarla dei matti e degli autolesionisti
Voglio solo un altro buco nel braccio,
Una nuova cicatrice,
Che sia più bella di te
- una piccola, graziosa ferita
Da velare con un bendaggio stretto,
Da sentirmi sempre addosso,
Il segno
Che nonostante il pizzichio del dolore,
La vita continua,
Ogni giorno,
La stessa.
Bloccami i polsi,
Stringili forte colle corde
Le catene
La tua morsa,
Tappami la bocca e legami,
Non voglio parlare - i miei occhi
Ogni tanto brilleranno
Della tristezza che amare
Mi fa crescere e nascere dentro
- là dove
Sei tu,
Nell'antro buio che ha scavato dentro
Di me quel pugnale, la falce
Di Cupido sterminatore.
Ogni volta che respiro
Il cuore tuo tuona
Contro di me,
Batte senza di me,
Indifferente,
Lo sento,
E nel petto le fitte
Stellano i miei giorni
- Elgarla da Utinberg protettrice
Rea dei tonti e dei cuori infranti
- principessa deviata
Che stringe al seno la Morte
- ma teme troppo,
Per poter giacerci insieme.
...sciocca
Intensità da poeta
- che altro dona, se non
Generare lutti?
:
Una nuova speranza
Incompresa, una tacca
Sulle macerie dove un tempo aleggiava
Un'anima infestata, e ora
Rimangono solo pittoreschi rintocchi
D'ora sorda, e di noia.
[l'amore è inutile,
Fin qui siamo tutti d'accordo
- che bisogno c'è
Di continuare a denigrarlo?]
Una nuova cicatrice,
Che sia più bella di te
- una piccola, graziosa ferita
Da velare con un bendaggio stretto,
Da sentirmi sempre addosso,
Il segno
Che nonostante il pizzichio del dolore,
La vita continua,
Ogni giorno,
La stessa.
Bloccami i polsi,
Stringili forte colle corde
Le catene
La tua morsa,
Tappami la bocca e legami,
Non voglio parlare - i miei occhi
Ogni tanto brilleranno
Della tristezza che amare
Mi fa crescere e nascere dentro
- là dove
Sei tu,
Nell'antro buio che ha scavato dentro
Di me quel pugnale, la falce
Di Cupido sterminatore.
Ogni volta che respiro
Il cuore tuo tuona
Contro di me,
Batte senza di me,
Indifferente,
Lo sento,
E nel petto le fitte
Stellano i miei giorni
- Elgarla da Utinberg protettrice
Rea dei tonti e dei cuori infranti
- principessa deviata
Che stringe al seno la Morte
- ma teme troppo,
Per poter giacerci insieme.
...sciocca
Intensità da poeta
- che altro dona, se non
Generare lutti?
:
Una nuova speranza
Incompresa, una tacca
Sulle macerie dove un tempo aleggiava
Un'anima infestata, e ora
Rimangono solo pittoreschi rintocchi
D'ora sorda, e di noia.
[l'amore è inutile,
Fin qui siamo tutti d'accordo
- che bisogno c'è
Di continuare a denigrarlo?]
Par(anoi)e
Ricomincio a scrivere,
E non riesco più a fermarmi;
Ricomincio a scrivere,
Per tenere insieme
I miei piccoli, fradici pezzi
Umidi di lacrime, di pessimo alcol,
E di te.
Messere, chiami un dottore
- un salasso contro il salasso
Che pensarti, ogni volta,
Svuota me e nutre
Il tuo ego
Che dire ipertrofico sarebbe rimpicciolire.
Forse ciò non ha senso,
Ma devo continuare a dirlo,
O mi scaricherò
E in quel grigiore, laggiù,
Vorrò solamente dormire
- in quel grigiore, lassù, dove tu
Sei solo una pallida larva
Che non riesco a pensare,
Perché mi striscia subito via.
... cosa
Succede,
Quando sono nella palude dell'umore?
Dove finisci, tu che colle tue spire m'invischi?
... una voluta, uno sbuffo di fumo
- e dimentico te,
Cieca vedo solo
Me stessa.
Che c'è in questo mondo
Di sospiri e virus cuoriformi
Di più terribile e marcio
Che odiare se stessi e volere l'anima
Gemella?
Ecco perché ti odio, perché ti amo e soffro
- tanto di averti, quanto di non poterti tenere.
[continuo a scrivere, ma sento
Di fare un torto.
Non so a chi
- sento solo l'orrore.]
E non riesco più a fermarmi;
Ricomincio a scrivere,
Per tenere insieme
I miei piccoli, fradici pezzi
Umidi di lacrime, di pessimo alcol,
E di te.
Messere, chiami un dottore
- un salasso contro il salasso
Che pensarti, ogni volta,
Svuota me e nutre
Il tuo ego
Che dire ipertrofico sarebbe rimpicciolire.
Forse ciò non ha senso,
Ma devo continuare a dirlo,
O mi scaricherò
E in quel grigiore, laggiù,
Vorrò solamente dormire
- in quel grigiore, lassù, dove tu
Sei solo una pallida larva
Che non riesco a pensare,
Perché mi striscia subito via.
... cosa
Succede,
Quando sono nella palude dell'umore?
Dove finisci, tu che colle tue spire m'invischi?
... una voluta, uno sbuffo di fumo
- e dimentico te,
Cieca vedo solo
Me stessa.
Che c'è in questo mondo
Di sospiri e virus cuoriformi
Di più terribile e marcio
Che odiare se stessi e volere l'anima
Gemella?
Ecco perché ti odio, perché ti amo e soffro
- tanto di averti, quanto di non poterti tenere.
[continuo a scrivere, ma sento
Di fare un torto.
Non so a chi
- sento solo l'orrore.]
Le nozze di Marte ed Ecate (dolore e altri rimedi)
L'uscio sull'abisso
- è stato darti l'anima,
Stracciarla e poi offrirtela
In cambio di un bel niente
- tamponare colle briciole i tagli
Del tuo io bucherellato
(col sangue, sì è probabile,
Ti è defluito il cuore).
Sei nobile, tu dici
Ma sol per il tuo casato
:
Il nostro matrimonio,
Un dramma che mai avverrà.
- è stato darti l'anima,
Stracciarla e poi offrirtela
In cambio di un bel niente
- tamponare colle briciole i tagli
Del tuo io bucherellato
(col sangue, sì è probabile,
Ti è defluito il cuore).
Sei nobile, tu dici
Ma sol per il tuo casato
:
Il nostro matrimonio,
Un dramma che mai avverrà.
Friday, 31 August 2012
(la vergine e la strage)
C'è sangue ovunque, tutt'intorno a me
- macchia le lenzuola,
Macchia i muri,
Macchia
Di peccato il mio abito bianco. E tu
Sei dentro di me, ti sento vivere, e mi laceri
- una lama calda che squarcia il mio ventre
Dall'interno.
Ogni battito del mio cuore fa male,
Spinge la lama attraverso la carne
- io resto ferma,
Impalata su quel letto,
Vorrei solo bruciare
E purificare il nostro mondo. Fa male
Essere così felici
- sei dentro di me,
Non riesco più a vederti
- ormai sei nascosto e fiorisci piano nell'ombra,
Per farmi impazzire
...o di gioia, o di piacere
- o di quel triste sogno
Che vaneggia di te e me insieme.
Per un un motivo o per l'altro, mi fai stare male
Comunque.
Vorrei poterci scambiare,
Stringer io
Quella spada
- fartela scorrere addosso
Solo per vederti tremare.
Io non attendo altro,
Perché è ciò che temi di più?
Seppur reciprocamente perfetti,
Siamo di cuore piuttosto incompatibili
- fa un caldo atroce,
In quest'inferno con te
- eppure tu sorridi, lo sento,
E mormori piano
Fino all'Inferno, con te
- ma è solo un sogno,
O quella minaccia
Mi salverebbe,
Felice.
Cosa sboccia
Nella tua anima,
Che fa imputridire
Il mio cuoricino spento?
Mi guardo intorno - ora l'abito
Bianco ha il colore del vino,
Dei tuoi occhi, rubino
Cupo, acceso
Da un barlume crudele
- come un abisso di porpora che un'eclissi tinga
Inquietante
... l'innocenza è andata,
E con lei ciò che era mio
- adesso galleggio in una nuvola bordeaux, un'Alice
Che ha trovato la sua Bestia - che la Bestia
Sbranerà,
Senza neppure toccarla.
Tu puoi incancrenirmi l'anima
Solo guardandomi
Dall'alto del tuo tempio maledetto
- sento l'odio che si spande nel cielo
Sconsacrato
... hai cancellato gli dei,
Per poterne prendere il posto
Ma alle preci sei sordo, e del gregge
Non ti curi nemmeno.
Con l'elsa tra le mani pallide
Te ne stai canticchiando fra le rovine
In un paradiso riarso
Da un sole nero
Collo sfondo a scacchi.
La tua bandiera spiega
Le ali alle tue spalle
E sotto la tunica bianca brilla
L'armatura,
Per sempre intatta.
Sui tuoi capelli d'argento
Una dolce pioggia di birra
- riempie il tuo spirito vuoto,
Lo colma fino all'orlo, un boccale
- cervogia vecchio stile,
Che stenderebbe un orco
Ma proprio tu dell'Orco
Sei spettro, re e sacerdote
... cavaliere errante
Che senza ombra sorride
Sui campi di battaglia, solo
- tu non hai mai paura,
Tu resti calmo e ubriaco
Mentre le tue troppe colpe
Ti danzano intorno nel buio.
Cosa sarà di me,
Ora che io ti appartengo?
- macchia le lenzuola,
Macchia i muri,
Macchia
Di peccato il mio abito bianco. E tu
Sei dentro di me, ti sento vivere, e mi laceri
- una lama calda che squarcia il mio ventre
Dall'interno.
Ogni battito del mio cuore fa male,
Spinge la lama attraverso la carne
- io resto ferma,
Impalata su quel letto,
Vorrei solo bruciare
E purificare il nostro mondo. Fa male
Essere così felici
- sei dentro di me,
Non riesco più a vederti
- ormai sei nascosto e fiorisci piano nell'ombra,
Per farmi impazzire
...o di gioia, o di piacere
- o di quel triste sogno
Che vaneggia di te e me insieme.
Per un un motivo o per l'altro, mi fai stare male
Comunque.
Vorrei poterci scambiare,
Stringer io
Quella spada
- fartela scorrere addosso
Solo per vederti tremare.
Io non attendo altro,
Perché è ciò che temi di più?
Seppur reciprocamente perfetti,
Siamo di cuore piuttosto incompatibili
- fa un caldo atroce,
In quest'inferno con te
- eppure tu sorridi, lo sento,
E mormori piano
Fino all'Inferno, con te
- ma è solo un sogno,
O quella minaccia
Mi salverebbe,
Felice.
Cosa sboccia
Nella tua anima,
Che fa imputridire
Il mio cuoricino spento?
Mi guardo intorno - ora l'abito
Bianco ha il colore del vino,
Dei tuoi occhi, rubino
Cupo, acceso
Da un barlume crudele
- come un abisso di porpora che un'eclissi tinga
Inquietante
... l'innocenza è andata,
E con lei ciò che era mio
- adesso galleggio in una nuvola bordeaux, un'Alice
Che ha trovato la sua Bestia - che la Bestia
Sbranerà,
Senza neppure toccarla.
Tu puoi incancrenirmi l'anima
Solo guardandomi
Dall'alto del tuo tempio maledetto
- sento l'odio che si spande nel cielo
Sconsacrato
... hai cancellato gli dei,
Per poterne prendere il posto
Ma alle preci sei sordo, e del gregge
Non ti curi nemmeno.
Con l'elsa tra le mani pallide
Te ne stai canticchiando fra le rovine
In un paradiso riarso
Da un sole nero
Collo sfondo a scacchi.
La tua bandiera spiega
Le ali alle tue spalle
E sotto la tunica bianca brilla
L'armatura,
Per sempre intatta.
Sui tuoi capelli d'argento
Una dolce pioggia di birra
- riempie il tuo spirito vuoto,
Lo colma fino all'orlo, un boccale
- cervogia vecchio stile,
Che stenderebbe un orco
Ma proprio tu dell'Orco
Sei spettro, re e sacerdote
... cavaliere errante
Che senza ombra sorride
Sui campi di battaglia, solo
- tu non hai mai paura,
Tu resti calmo e ubriaco
Mentre le tue troppe colpe
Ti danzano intorno nel buio.
Cosa sarà di me,
Ora che io ti appartengo?
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