Cercando nel labirinto degli specchi

Showing posts with label Madeleine. Show all posts
Showing posts with label Madeleine. Show all posts

Thursday, 7 February 2013

Life will tear you apart


A lui Madeleine ricordava un castello di carte, probabilmente tutte quante picche.
La guardava starsene lì, a sistemare le bustine di zucchero di un tavolo che non era il suo - ma, a sua discolpa, era quello immediatamente accanto al suo - sotto gli occhi infastiditi del barista, e sapeva che non sarebbe mai stata felice.
Era come un castello di carte ai primi soffi di vento. Una ferita aperta circondata di uova di mosca.
Humpy Dumpty che continuava a cascare giù dal muretto. E che ogni volta veniva ricostruito, però. Per poter cadere di nuovo, e rompersi così, di nuovo.
Madeleine era fragile, fastidiosamente fragile.
I suoi occhi erano sempre lucidi, come se avessero appena trovato la forza di guardarti, tra una crisi di pianto e l'altra. Erano occhi profondi, molto da Bambi inizio film, ed erano sempre smarriti nell'immondezzaio del suo dolore. Grazie a Dio a volte si metteva gli occhiali - le lenti facevano un attimo da scudo, non per lei, ma per gli altri, che così non potevano riuscire a vederla triste.
Jordan aveva visto l'effetto che il mondo faceva a quella ragazza. Qualsiasi cosa, anche un abbraccio, riusciva a ferirla.
Ecco perché lui se ne sarebbe stato lontano, a controllare che non si facesse male, guardandosi bene dal ricambiare il suo amore.


Monday, 31 December 2012

D'or (bonne année ma fille)


Chi l'avrebbe mai detto... che sarebbe bastato un uomo in fasce e catene a restituirmi la serenità... in una tempesta di piume...
Lui sbattè le palpebre e piegò la testa di lato, soffiando via il fumo, nella direzione opposta alla mia.
Le vie del Signore sono misteriose e infinite, no? disse, imperturbabile e un poco annoiato.
Madeleine tornò ad abbassare lo sguardo sull'immagine appoggiata sul tavolo, in bianco e nero.
Ha gli occhi d'oro, disse sommessamente, probabilmente fra sè e sè.
Come te, dissero poi lui e lei, insieme.
Si guardarono e Madeleine scoppiò a ridere, con dolcezza.
Mesta dolcezza.
Che c'è? esclamò allora lui, fingendosi offeso. Adesso, ora, proprio in questo momento... i tuoi occhi, li vedo dorati, biascicò, disegnando con le dita un vortice confuso davanti al viso della ragazza.
Lei si sporse verso di lui, e molto lentamente disse: Invece io... ti vedo sempre dorato.
Lo disse con grande solennità, l'aria seria di una profetessa.
Jordan la fissò a lungo, come stregato.
Poi lei gli ammiccò, e fu lui a ridere allora.
I lampi di mille colori, nel cielo blu notte, li riportarono giù nella realtà.
Buon anno, Jordan, mormorò Madeleine, senza staccare gli occhi dai suoi, che brillavano.
A noi, cara, rispose lui, porgendole con uno svolazzo galante della mano la sigaretta.



Wednesday, 26 December 2012

Let it blow


Nella vasca, con la schiuma a seppellirmi. Un bicchiere di gin sul bordo.
Odio il gin.
L'acqua è calda, troppo calda, ma ci resto immersa, subisco. Un modo per punirmi, uno vale l'altro.
Quando respiro - o meglio resto col fiato mozzo, e la mia bocca singhiozzando provoca un risucchio, le bolle si sollevano nell'aria, e volano verso l'alto, come se fossero attratte magneticamente da me.
Ma nelle bolle non c'è ferro, o sbaglio? E soprattutto, io non sono una calamita.
Non ho acceso la luce, e l'unica cosa che rischiara il nero totale della stanza è un mozzicone di candela che sta andando spegnendosi.
Anche lui.
Rimarrò qui dentro fino a quando l'acqua non perderà tutto il suo calore, e la schiuma si smonterà, riducendosi a poltiglia saponosa. Non sono mai rimasta così lungo nell'acqua.
La porta scricchiola. Chiudo gli occhi, così proprio non vedo.
Di solito avrei avuto paura... so che i mostri uccidono meglio, nei bagni.
Ma oggi è un giorno un po' triste. Nel giorno gioiglorioso non ci si può preoccupare di nulla.
Ehi, dice una voce vellutata.
Apro gli occhi, ora tocca. In fondo lei è la mia datrice di lavoro.
Oh, scusa, ora me ne vado, cigolo, cercando di esprimere al meglio quanto sia dispiaciuta. Lo sono.
Quando sono giù non riesco mai a dimostrarlo.
No, no, fa lei, calma. Sempre così perfettamente tranquilla. Dentro di lei c'è una tristezza profonda, eppure... per essere una soggetta a gravi attacchi di panico, ha un aplomb notevole.
Posso? chiede poi. I suoi grandi occhi scuri mi studiano il viso, decisi. Decisamente non è imbarazzata, nonostante mi abbia trovata lì nuda e ubriaca.
Non sono ubriaca. Tutti pensano sempre di sì.
Annuisco vigorosamente, per evitare che pensi che la cosa mi dia fastidio. O mi preoccupi. Era forse un modo per farmi uscire dalla vasca più rapidamente? Non colgo le richieste implicite. Non le voglio proprio cogliere.
Allora lei si toglie elegantemente le calze, le spinge lontano con un piede, ed entra. Non si spoglia. In fondo lei è la mia datrice di lavoro.
Si sfila qualche braccialetto - lascia solo quelli in cuoio -, li appoggia tutti al bordo della vasca, sul lato opposto rispetto al mio gin, quindi si siede nell'acqua, davanti a me.
Riesco a contenere appena il fastidio che provo immaginando di avere addosso del tessuto bagnato. Ma su di lei tutto scivola, resta magnifica e non si scompone. Dentro di lei rimane solo e sempre quella tristezza profonda.
Eppure ora il suo viso ha una luce più bella, più serena. Immagino che sia grazie a Mitchell.
Ciao, mormora allora lei, guardandomi.
Ha uno sguardo così da... cerbiatto, in quegli occhi enormi e lucidi color nocciola, che mi dimentico di controllare che tutto il mio corpo sia adeguatamente nascosto dalla schiuma.
Ciao, ripeto, e distolgo lo sguardo, chiedendomi come cammuffare il bicchiere. 
Non ho ancora toccato un goccio del suo contenuto, ma non contribuisce certo a dare una buona impressione di me.
Ma lei passa oltre, se ne frega di un po' d'alcol. 
Giocando con una ciocca di capelli che le si è bagnata, mi spara dritto al cuore, dal nulla.
Che succede, Jordan ti ha violentata?
Divento rossa come un pomodoro a maggio, ma il cuore mi lacrima di rimpianto, quindi sospiro mio malgrado.
No, perché dovrebbe? chiedo, ma il mio tono rivela un po' più delusione di quanto vorrei. Cioè proprio nessuna.
Aisling raccoglie un velo di schiuma sul palmo della mano, e lo soffia via.
Credo davvero che gli piacerebbe scoparti.
Una bolla prende il volo dalle sue dita, e vaga nell'aria tiepida sopra di noi, ondeggiando.
Glielo si legge in faccia.
Aisling rialza gli occhi su di me.
La bolla scoppia, e tante piccole gocce di sapone mi piovono addosso.
Non credo, mugugno io, a testa bassa.
Sorrido, però.

Let it glow


Mi ha detto l'unica battuta che non posso sentirmi dire.

Vola attraverso gli anelli di fumo, come una fata al circo. Le volute l'avvolgono, si fanno sempre più strette attorno a lei... fino a imprigionarla del tutto, stringendosi al suo corpo come ferri arroventati... penetrano nella sua carne, scottano, la ustionano... sotto il loro abbraccio bollente, la sua pelle si riempie di mille piccole piaghe, di bolle che scoppiano, facendo piovere giù pezzi di vescica... Poi i cerchi si allentano, e lei precipita giù, in un old-fashioned pieno di ghiaccio e liquido verde. La fatina ci cade senza provocare schizzi, e mentre affonda s'infiamma, e brucia nel drink, annegando.

Ora non so più quale sia la mia parte.

Madeleine. Il nome perfetto per una cameriera francese.
Perfetta con la crestina, l'uniforme bianca e nera, le calze nere appena sopra il ginocchio, e lo spolverino, naturalmente.
Madeleine che ha perso ogni speranza.
Madeleine che a quanto pare è innamorata di me.

Si sveglia con una forte emicrania, come se il suo cervello gli stesse implodendo proprio in quel momento. Per fortuna gli sono arrivati ieri quegli analgesici da Hong Kong, che coincidenza luminosa.
Non deve neppure andare nella dependance per cercarli - si è addormentato direttamente lì, all'alba, qualche ora prima.
Apre la scatolina di biscotti danesi, ora adibita ad armadietto delle medicine, prende la cura miracolosa, e la lascia sciogliere nell'acqua fredda.
Devono essere le otto, o le sette. Deve aver dormito giusto un paio d'ore, il tempo di avere un suggestitivo incubo metaforico. Scola la medicina in un unico sorso, quando la soluzione sta ancora frizzando, e si lascia ricadere sulla sedia, sconsolato.
Quel sogno gli ha lasciato in bocca il sapore amaro di assenzio.

Oh green fairy what you've done to me...
La canzone che era passata per radio la notte prima, quando lui e Madeleine si erano ritirati lì, a fumare.
Suona di nuovo, ma è più lontana, ora. Viene dalla casa, da una delle finestre che Aisling doveva aver dimenticato aperta.
Staranno scopando, è l'unico pensiero che riesce ad attraversare la sua mente, e che lo riempie di indicibile stanchezza.
La fée verte dei Kasabian continua il suo corso, spandendosi ed echeggiando in quel giardino abbandonato, dove un tempo venivano a morire i sogni.
Jordan respira piano l'aria fredda e inquinata del mattino, mentre il sole allunga i suoi raggi fino alle rose bianche, quelle rose che ormai sono fottute.

Madeleine dev'essersene andata, come da copione.

Let it lie

Sai, io... sono proprio piena di merda.
Jordan resta impassibile, soffia via un anello di fumo, lo lascia galleggiare nell'aria, e basta.
I suoi occhi rimangono freddi su di me, nei miei.
Jordan, sono innamorata.
Lo butto lì, ormai che sono.
Abbasso lo sguardo sul suo petto, sulla maglia sbottonata, con quello strano ciondolo. Sembrano delle piccole forbici, o un anello - vedo solo il cerchio d'oro, poi... potrebbero esserci delle lame, oppure niente. Il ciondolo è coperto a metà dalla camicia aperta. 
Voglio affondare.
Certo che lo sei, risponde lui. Un'altro tiro di sigaretta, lungo e assorto. Forse non è tabacco.
Oppio, fa lui, mi legge nel pensiero.
Poi vede la faccia che faccio, e si concede una risata. Ne sai davvero poco, di droga.
Annuisco, e gli prendo la cicca. Lui resta un secondo interdetto, nel dubbio - se infastidirsi o fregarsene, se lasciarmi fare o indietreggiare. Poi è come se alzasse le spalle - spinge la schiena indietro, e allenta la stretta delle dita intorno alla sigaretta. La prendo e sfilo, lentamente. Qualche scintilla di cenere mi colpisce la mano, di sfuggita.
Già, ammetto.
Lui distoglie lo sguardo, ma solo per prendere la bottiglia, davanti a noi, sul tavolo. L'avvicina e guardandomi di sottecchi versa del vino, in entrambi i bicchieri.
Bianco. Chardonnay, sembrerebbe. Ma ne so davvero poco, di vino.
Lui... chi è? mi chiede, finalmente.
Faccio il mio tiro, e quella merda mi scende, mai abbastanza in fretta, lungo la gola. Brucia.
Non tossisco.
Non rispondo.
Il tempo passa, e io non rispondo.
Guardo di fronte a me, nel vuoto, senza vedere.
Il vino riempie oltre metà del mio bicchiere. Jordan me lo passa, facendolo scorrere sul tavolo di legno grezzo. Vedo i suoi anelli brillare contro il vetro - hanno delle stelle, alcune, incise sopra. D'argento.
Poi i miei occhi si disappannano, e tornano su di lui. Lui ricambia, e prende il suo bicchiere.
Santé, mormora.
Lo imito, e levando il bicchiere gli faccio cin cin.
Oppio davvero? chiedo, per provare com'è spezzare il silenzio.
Il suo sguardo torna su di me.
Prendo un sorso.
No. Non ora, risponde.
Prende un sorso.
Vorrei, ma non posso provare, osservo io, distratta.
La sigaretta si è spenta, ormai, tra le mie dita.
La riaccende. Mentre la fiamma consuma il fiammifero, restiamo entrambi incantati a sentire l'odore dello zolfo. Un po'... nauseante, commenta lui.
Getta il fiammifero nel posacenere. Seguo con gli occhi il fumo, e gli passo la sigaretta, alla cieca, ricordandomi vagamente il percorso che la mia mano dovrebbe fare.
Tutto così...
Tocco la sua, per sbaglio.
...strano.
Alziamo entrambi gli occhi, e finiamo per guardarci, di nuovo.
Cazzo. Ecco. Ora sa, sul serio.
Potrebbe dire "ah". Sì, mi sento che dirà ah - ma non lo fa. Resta fermo, lì, davanti a me, accanto a me, col bicchere in mano. E intanto la sigaretta si consuma da sola.
Vorrei riuscire a baciarlo.
È quello che penso ogni volta che guardo le sue labbra.
Anche ora - potrei sporgermi, avvicinarmi ancora a lui, e cercare di farlo. Però... non riesco.
Le mie dita restano sulle sue.  È un contatto leggerissimo, appena accennato - i miei polpastrelli sfiorano appena le sue falangi, mentre tiene la sigaretta con la destra, mollemente abbandonata a mezz'aria, e l'altra mano sulla gamba... però lo sento. E anche lui... non può non accorgersene.
Penso alla mia germofobia, penso che potrebbe averla anche lui, e mi stacco. Non era un contatto forte abbastanza per far male finendo.
Lui non dice niente, non commenta.
Prendo il bicchiere e bevo un sorso. Chardonnay, decisamente. Sa inconfondibilmente di pipì di gatto.
Bevo ancora.
Mi ferma lui, stavolta. Mi prende la mano.
Dio, quanto fa male.
Vorrei chiedergli scusa, ma non riesco. Forse neppure dovrei.
Di' qualcosa, supplico col pensiero. Dilla.
La cicca a questo punto è andata, e Jordan la lascia cadere. Precipita dolcemente tra i frammenti di cenere, accanto ai resti del fiammifero carbonizzato.
Penso a quello che potrebbe potenzialmente succedere. Penso a noi, al fatto che potrei essere coraggiosa e fortunata, e baciarlo. Al fatto che dopo quel bacio potrebbe essercene un altro, e poi magari ancora un altro - lui potrebbe ricambiarmi, e potremmo fare l'amore. Potenzialmente, potrei finire contro di lui, col viso appoggiato al suo petto, mentre lui mi accarezza senza fretta i capelli. Potrei essere con lui, potremmo essere insieme.
C'è nell'aria qualcosa di così amaro...
Mi guarda, serio. Ora potrebbe dire qualcosa circa il fatto che sa che non mi piace quel vino.
Sono paralizzata.
Interrompo il sorso, e stacco leggermente le labbra dal bordo del bicchiere. Aspetto.
Cosa potrebbe dire mai?
Non lo sa.
Abbiamo ricominciato a guardarci. Ma perché? Lui non...
Se la tua è merda, beh, ricorda che comunque galleggia. 
...non parla molto. Non a lungo.
Penso che forse dovrei mettere giù il bicchiere. Penso all'assurdità di ciò che ho appena pensato - baciare, fare l'amore... con Jordan? Lui è come... intangibile.
Troppo lontano da qualsiasi altra cosa.
Faccio cenno di sì con la testa, ma immagino che sulla mia faccia sia palese la delusione.
Però... già lo sapevo.
Nulla di tutto questo ha senso, io... non riesco più nemmeno a illudermi.
Hai ragione, borbotto, alzandomi. Nient'altro.
Vorrei... almeno riuscire a sperare che mi fermerà. Ma non ci riesco più, affatto.
Vorrei che il mio rallentare e temporeggiare ora avesse un senso.
Lui resta lì seduto, a non fare niente.
Dalla punta della sigaretta riluce un'ultimo bagliore. Poi io mi muovo, indietreggio di un passo, sposto l'aria, e lei si spegne.
La mia mano è ancora in quella di Jordan.
Non la imprigiona, tuttavia... neppure la lascia cadere.
Mi mordo il labbro. Non ho imparato la lezione? Non ha proprio la minima importanza.
Sei tu, vorrei dire. E lo dico. Fa fottutamente male. Come strapparsi un lembo di pelle, dove non si ha ferite da cui cominciare.
Adesso vorrei scappare, dovrei restare, potrei sognare qualcosa, una buona reazione.
Ma adesso la prossima mossa è sua.
Io devo scomparire.
Lui non dice lo so, non dice ti amo anch'io, non dice no. Non mi risponde, ma continua a tenere la mia mano, senza agire.
Un nulla che finalmente potrebbe rendermi felice.
Lo vedo impercettibilmente deglutire, sbatte le ciglia, una volta - ma resta sempre con gli occhi fissi nei miei, senza lasciarmi andare.
Lancio un'occhiata al suo ciondolo, di nuovo. Quello è dorato, e forse rappresenta davvero un paio di forbici, non lo so. Vorrei spostargli la maglia abbastanza da poter controllare.
Ma non voglio perdere il tocco della sua mano.
Ti ringrazio, dice lui, dopo ore. Serio, solenne, col suo viso da sfinge incorniciato dai capelli dorati, così rinascimentale.
Davvero, aggiungo io, e alla fine mi lascio andare, e scivolo via come un'ombra di olio, nascondendomi in un angolo della camera che mi è stata destinata.
Così strano. Tutto sommato nulla di strano.



Saturday, 3 November 2012

Heart full of soap

Una vasca.
Una vasca piena d'acqua in un bagno buio.
Acqua buia, calda di sè e di sangue.
Dentro ci stai morendo tu, un suicidio alla maniera antica.
I polsi recisi, le vene che si aprono e piangono via la tua vita.
O forse no.
Forse ci sei, ma ci resterai vivo.
Tu cosa vuoi fare?
La vasca straripa, l'acqua continua a uscire.
Tu sei là dentro, immerso senza coscienza, cullato da quel calore materno - sei tornato indietro, J, sei tornato in tua madre?
Non sorridi.
Non sorridi mai.
I cerchi di fumo fluttuano via da te come aureole che cadono nel fango in un mondo a testa in giù.
Ha qualche valore per te ciò che provo?
Non chiediamocelo.

La fisica ti porta in superficie come un pesce morto, e allora ti svegli, solo allora.
Sono accanto a te, ma tu mi vedi?
Jordan.
Il tuo braccio sinistro ricade fuori dalla vasca, come quello di Marat.
Hai dei precedenti celebri...
Sì, ma non è proprio la stessa cosa.
Ti volti e vedi che veglio su di te.
Forse ora mi disprezzerai.
"Sono ciò che dico di essere"... e io, chi dici che sia, io?
Overdose? ti chiedo, prima che possa chiedermelo tu.
Ma io non lo so.
Non mi sono mai fatta in vena.
Na... riposavo un po' tra le braccia di Morfeo, è stata una giornata strana.
Abbasso gli occhi sul cerotto che ti ho messo prima, sul braccio.
Lo guardi anche tu.
Poi ci guardiamo, e io resto in silenzio. Non ha più senso parlare, non ci riesco più.
I tuoi occhi. Sono così tristi... mi sezionano e portano alla luce tutta la merda che ho dentro.
"Chi sono io allora?" "Sei un'attrice. Anche tu." "No, io non... perché?" "Perché anche tu riesci a fingere... qualsiasi cosa tu voglia. ...ma è un dono." "Perché?" (io ho solo domande... e tu, tu hai tutte le risposte) "Perché noi... possiamo rendere felice chiunque, anche se solo per un istante. Possiamo dare a chi vogliamo ciò che vuole... possiamo dirgli tutto ciò che vuole sentire" "E io cosa voglio, allora?" (una pausa. Mi guardi, e poi la tua voce lenta e strascicata dice...) "Ti amo". Silenzio. In quell'attimo, sono stata davvero felice.
Mi hai donato un istante felice... solo per provare la tua capacità recitativa.
E tu chi sei? mi chiedi ora, scherzando, come avevi fatto quel mattino.
Vorrei baciarti, invece mi alzo e me ne vado.
Gettandoti addosso gli anelli che avevi lasciato sul tavolo prima di farti, quelli con cui fino a poco fa giocavo.