Hanged Blind French Maid
TWS & starryai
Cercando nel labirinto degli specchi
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Friday, 16 December 2022
Saturday, 7 January 2017
The Hangmaid
Tuesday, 3 November 2015
Cameriere!
Tuesday, 15 September 2015
Monday, 17 August 2015
50's suicide ways
Saturday, 23 August 2014
Saturday, 14 June 2014
Wednesday, 11 June 2014
Friday, 23 May 2014
Sunday, 11 May 2014
The Spongy Maid
Saturday, 31 August 2013
You know nothing, White Snow
Friday, 23 August 2013
Twisted Blue Rose
♣
![]() |
The Black and White Queen ♣ |
(Snow White pin up's avatar I've created with this app: http://www.dolldivine.com/deluxe-pin-up-maker.php - awesome! thx!)
Saturday, 15 June 2013
Strange dreams are made of this
White dreams TWS ✁ |
(la pin-up in stile french maid viene da www.grapefruitmoongallery.com ; la testa di Biancaneve da www.pencils11.blogspot.com, le manette da Tutto Militare, via Aquileia 18, 33100 Udine; muchos gracias!)
- il loro assemblaggio e tutto resto è opera mia -
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Thursday, 25 April 2013
Eight hundred heights
Ovvero, la divisa della sacerdotessa presuntuosa.
Cose che mi rende felice indossare:
Anche perché adoro >
2. I corsetti. Forse non ho il fisico, ma a me comunque piacciono.
3. Le croci. Orecchini, ciondoli, t-shirt (> croce a Τ... ihih... No. Intendevo le decorazioni stampate sulla t-shirt .-.), tatuaggio... La ragazza delle croci.
Anche la Cross Punisher di Nicholas D. Wolfwood potrebbe piacermi. Ma si tratterebbe di un accessorio da usare, non da indossare. Proprio come >
4. Gli accendini. Le candele. I fiammiferi. Tutti accesi, rigorosamente. Se no inizio a fibrillare, e mi si asciugano le fauci.
5. I boxer, le magliette e i reggiseni con stampe grafiche cartoonose e dai colori acidi. Molto "kidult" e molto cool. Magari qui non dovrei dirlo. Ma nessuno scoprirà mai cosa dico.
6. Qualsiasi cosa con stampa a righe. Meglio se >
7. In bianco e nero.
Magliette alla Pugsley Addams, per esempio. Calzetti optical, pigiami da carcerato.
Gli orecchini ad ammanita muscaria. Il mio braccialetto navy. Il tartan punk o un po' emo.
Bianche (ma non solo), le ampie camicie da uomo, e le calze. Neri, gli stivali da soldato o pirata, e i giubbotti.
Rose nere in campo bianco.
Ma questa era particolarmente scontata, perché vivo la mia vita à pile ou face (cit.), si sa.
8. Le borchie? Concettualmente.
Si vedrà.
9. I guanti, bianchi in pizzo, bianchi à la gentleman, oppure di pelle, viola.
10. Le catene - sugli stivali, al collo, al polso, magari come un bracciale a forma di manette.
D'argento, meglio. Brillano, e sono più fredde.
E dato che due punti qui sopra non ne fanno uno, le cime sono giusto otto - gli spunzoni di un letto di spilli.
Di ciò, a chi importava?
Ma a moi, naturalmente.
X . x,
TWS
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Thursday, 21 February 2013
♣
Studio per la Regina di Fiori, inside cover:
Una marea di conigli di pezza bianchi e neri, dall'apparenza morbida e soffice, alternati, come caselle di una scacchiera, perfettamente disposti, a perdita d'occhio. Ciascuno con lo sguardo a bottoni lucidi, dritto verso di noi - guardano l'obiettivo e sorridono, inanimati. In mezzo a loro - nella perfetta metà, in diagonale, a tagliare il flusso dei conigli come una lama esattamente dritta -, un feretro in pregiato legno bianco laccata, con una leggera sfumatura tra il vaniglia e il crema, dall'interno in velluto nero come una notte senza stelle, su cui è adagiata, stesa sul fianco sinistro, una pallida fanciulla dal volto d'angelo e il corpo di bambina. Circa vent'anni, capelli mossi color cioccolato alla crema di whiskey, occhi socchiusi, labbra schiuse a un soffio dalla rosa blu, fresca e perfetta, che tiene con cura tra le dita - ha le mani congiunte, come in preghiera, e dalle sue dita lunghe e affusolate spunta la rosa, puro blu cobalto. Alcuni petali sono sparsi sulla pelle della ragazza - lungo il tortuoso percorso delle vene dei polsi e degli avambracci, ed uno arriva quasi a sfiorare le labbra - che hanno il colore dei lamponi annegati nella panna liquida, e risaltano appena sulla sua carnagione bianca-cadavere.
L'altra metà della bara è libera, come se fosse stata fatta per ospitare un altro corpo, insieme a quello di lei... ma accanto alla ragazza c'è solo quella rosa.
L'altra metà della bara è libera, come se fosse stata fatta per ospitare un altro corpo, insieme a quello di lei... ma accanto alla ragazza c'è solo quella rosa.
...è la Regina di Fiori, indossa una pudica uniforme da cameriera francese, di seta, fragilissima, con un corsetto ricamato, tutta in bianco e nero... delle bende ormai lasche le avvolgono le mani, scivolano però dalle dita, che lasciano libere di accarezzare il fiore... e ai suoi piedi una catena fatta di anelli spezzati riposa come una serpe addormentata, intrecciandosi con, sembrerebbe, le stesse bende che dalle mani della Regina si dissolvono, per poi riapparire lì, non si sa come, tagliate da un paio di forbici che riposano accanto a lei, accanto al suo petto.
Qualche petalo blu ancora galleggia nell'aria - come in una bolla di champagne, o di sapone, appena stappato.
La Regina ha un nastro del medesimo blu al collo, in un esile fiocco.
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Tuesday, 29 January 2013
Siringa spezzata
Baciala.
No.
Baciala... fratello.
No, non... non voglio.
Non sarai...
Vergine.
Ancora vergine!
Sì.
(C-cosa... tu...?!
Nose-bleeding Munchies,
Peraltro sorpresa dell'affermazione di Doc.
Come direbbe Austin Powers,
un tantinello fuori tema)
Doc trattiene Munchies, schiacciandole i palmi sotto le sue mani, sulla scrivania.
Lei è seduta, gli dà le spalle, ed è costretta a fissare il foglio su cui Doc stava lavorando, vuoto.
Baciala, gli ingiunge Florian.
Lei non lo vede. Sente solo il sinistro gelo di Doc, che pare non possedere temperatura corporea positiva.
Florian vede lei. Perché è dentro Doc, nella sua testa, anche se Doc invece sente entrargli nella schiena la lama frastagliata che lui gli punta contro - per ora, appunto solo la punta.
Ma se Doc non lo compiacerà, Florian spingerà quel coccio di vetro fino in fondo nella sua carne - può scegliere se nella spina dorsale, verso cui è già bene avviato, o se in un'area a sua scelta del cervello.
Doc deve baciare Munchausen, se non vuole perdere ogni sensibilità - o restare paralizzato.
Munchies piange, perché sa che Doc vuole ucciderla. Il suo peccato è essersi intromessa nel suo sogno.
Florian attende, stringendo il vetro, impaziente. Qualche spunzone gli attraversa già la pelle. Ma finché Doc resterà imperturbabile, lui non sentirà male.
Ti prego, non farlo.
Munchies piange.
Ti chiedo perdono... io non avrei dovuto farlo.
Un lessico limitato, commenta Florian, beffardo. Quella ragazza non gli piace, è chiaro.
Doc non riesce a procedere.
La preghiera di Munchausen... coincide con la sua, nella clemenza che implora.
Munchies non sente altro che le mani di Doc sulle proprie. Non riesce a immaginare che cosa lui stia per usare su di lei, con cosa voglia farle male - e questo fa sì che il supplizio sia in atto ancor prima di cominciare.
Il cuore di Doc non sembra neppure battere - a Florian, fantasma spalmato su di lui a soffocarne ogni poro e ogni respiro, non sembra proprio vivere. Neanche ora che si trova sul punto di morire.
Doc non dice niente, attende di sentire ancora una volta l'ordine - sa che sarà così, che Florian lo ripeterà.
Ma lui vuole farlo impazzire, e lascia la condanna in sospeso.
Il silenzio si squarcia, quando una goccia cade sul grembo di Munchausen, addobbata da cameriera.
Munchies non sa - dev'essere stata una lacrima. Una delle tante, sua.
O di Doc, forse.
Doc, ti prego, non farmi male, vorrebbe chiedere Munchies.
Ma è la paura a incantarla, a toglierle la voce.
Lui, il suo eroe, la sente - la guarda tremare, ci riesce. Non gode del suo terrore, prova orrore di quel tutto - non vuole andare avanti, ma se si ferma, come...
Come potrebbe esser peggio?
Sta per voltarsi e andarsene, uccidere Florian di nuovo - tanto non ha da perdere, lui è già morto, e vuoto.
Florian però lo piega, lo schiaccia di nuovo al suo posto - con fili d'acciaio invisibili lo manovra e lo impicca, spingendo le sue labbra contro la ragazza. Lei si gira proprio allora, facendo per alzarsi,e prima che la fine abbia fine, Doc crolla in ginocchio, e le vomita addosso.
Lei gli accarezza i capelli di neve, scostandoglieli dal viso, e sorridendo sollevata lascia che Doc si svuoti.
Wednesday, 26 December 2012
Let it glow
Mi ha detto l'unica battuta che non posso sentirmi dire.
Vola attraverso gli anelli di fumo, come una fata al circo. Le volute l'avvolgono, si fanno sempre più strette attorno a lei... fino a imprigionarla del tutto, stringendosi al suo corpo come ferri arroventati... penetrano nella sua carne, scottano, la ustionano... sotto il loro abbraccio bollente, la sua pelle si riempie di mille piccole piaghe, di bolle che scoppiano, facendo piovere giù pezzi di vescica... Poi i cerchi si allentano, e lei precipita giù, in un old-fashioned pieno di ghiaccio e liquido verde. La fatina ci cade senza provocare schizzi, e mentre affonda s'infiamma, e brucia nel drink, annegando.
Ora non so più quale sia la mia parte.
Madeleine. Il nome perfetto per una cameriera francese.
Perfetta con la crestina, l'uniforme bianca e nera, le calze nere appena sopra il ginocchio, e lo spolverino, naturalmente.
Madeleine che ha perso ogni speranza.
Madeleine che a quanto pare è innamorata di me.
Si sveglia con una forte emicrania, come se il suo cervello gli stesse implodendo proprio in quel momento. Per fortuna gli sono arrivati ieri quegli analgesici da Hong Kong, che coincidenza luminosa.
Non deve neppure andare nella dependance per cercarli - si è addormentato direttamente lì, all'alba, qualche ora prima.
Apre la scatolina di biscotti danesi, ora adibita ad armadietto delle medicine, prende la cura miracolosa, e la lascia sciogliere nell'acqua fredda.
Devono essere le otto, o le sette. Deve aver dormito giusto un paio d'ore, il tempo di avere un suggestitivo incubo metaforico. Scola la medicina in un unico sorso, quando la soluzione sta ancora frizzando, e si lascia ricadere sulla sedia, sconsolato.
Quel sogno gli ha lasciato in bocca il sapore amaro di assenzio.
Oh green fairy what you've done to me...
La canzone che era passata per radio la notte prima, quando lui e Madeleine si erano ritirati lì, a fumare.
Suona di nuovo, ma è più lontana, ora. Viene dalla casa, da una delle finestre che Aisling doveva aver dimenticato aperta.
Staranno scopando, è l'unico pensiero che riesce ad attraversare la sua mente, e che lo riempie di indicibile stanchezza.
La fée verte dei Kasabian continua il suo corso, spandendosi ed echeggiando in quel giardino abbandonato, dove un tempo venivano a morire i sogni.
Jordan respira piano l'aria fredda e inquinata del mattino, mentre il sole allunga i suoi raggi fino alle rose bianche, quelle rose che ormai sono fottute.
Madeleine dev'essersene andata, come da copione.
Sunday, 16 December 2012
Munchies
Quando si tagliò le vene, Münchhausen stava solo tentando di stare meglio, almeno per un po’.
Quindi aveva pensato di recidere i problemi sul nascere, e prendersi così qualche tempo di riposo.
Nessuno le credeva mai, quando Munchies confessava di sentirsi male.
Ecco perché la chiamavano Münchhausen - perché pensavano tutti che si inventasse il malessere, per rendersi più interessante, e farsi coccolare.
Munchies era una ragazza piccolina, una chibi beauty che ricordava una bambola di porcellana, a cui però mancava quella terrificante luce negli occhi. Era come se la sua anima si fosse spenta, e lei di tanto in tanto cercasse dentro di sé il pulsante giusto per riaccenderla.
Aveva gli occhi scuri, i capelli scuri, la pelle così pallida da apparire quasi verdognola, e il seno troppo piccolo, come spesso gli altri non mancavano di farle notare. Non stava bene, con gli altri, e questo era solo uno dei tanti motivi.
Ma fu proprio quando Münchhausen decise di dare un taglio netto alla sua melanconia, che suo malgrado sopravvisse, e trovò lavoro come maid al servizio dell’uomo che lei chiamò sempre e solo Doc.
Doc era e un attimo dopo non era ciò che era fino a poco prima, come lo Stregatto. Solo che non sorrideva mai, anche se sembrava che sorridesse sempre: aveva le labbra increspate da un sorriso triste e gentile, e ogni tanto, quando Munchies ne combinava una delle sue, rideva addirittura, ma era una risata delicata e sommessa, che sembrava venire in forma di eco dall’Al di là. Forse anche lui era defunto dentro, pensava qualche volta lei, ma poi questo le pareva incredibile, perché Doc per lei era il migliore tra gli uomini. Non poteva certo avere qualcosa in comune con lei, quello scarto di topolino di fogna che era Münchhausen.
Era anche bello, Doc, ma questo Munchies preferiva non ammetterlo, perché altrimenti lo sapeva, che sarebbe caduta nel solito vortice, e chissà dove sarebbe stata scaraventata stavolta.
E così, ogni volta che il sorriso strano di Doc le faceva venire le vertigini o le riempiva di spilli gelati il cuore, Munchies si sistemava la crestina che troneggiava sulla sua massa di capelli mossi e dotati di vita propria e personalità ancora più particolare, e si rimetteva a pulire – perché lei riusciva sempre, ma in quei i casi con un’abilità in particolare, a trovare qualcosa che andasse lavato e ripulito per bene.
Doc era l’unico sulla faccia della Terra a non far sentire Munchies un castello di carte alle prime folate di un tornado.
E Munchies, per Doc… non ne abbiamo proprio il minimo indizio.
Münchhausen adorava il colore argento. E proprio d’argento erano le catene con cui Doc l’aveva legata. Questo legame rendeva un po’ complicato svolgere alcune delle sue mansioni quotidiane, ma lei non se ne preoccupava, perché così era felice lo stesso.
Doc l’aveva presa sotto la sua grande ala di albatros, non perché lei fosse proprio lei, ma perché era stata l’unica che si fosse mai avvicinata a lui, senza paura, e senza interessi.
Münchhausen era per lui un curioso esperimento, bambolina a metà tra una Musa e una serva.
Friday, 5 October 2012
Il VI arcano.
C'era una volta un principe, che aveva un viso bello e sfregiato.
Nessuno, nel suo regno, conosceva il suo nome: il principe infatti si firmava solo con una carta da gioco.
I colori del suo regno erano il viola dell'uva che sanguina nella vendemmia, e il verde dell'acido in cui si sciolgono i brutti ricordi.
Era un principe solitario, che agiva da solo e amava stare solo - regnava solamente perché sapeva di dover tenere a freno un'umanità folle e stupida.
Un giorno salvò una fanciulla da una festa: la salvò solo perché lei scelse il drink più curioso - una pozione magica che, unica tra tutte a quella festa, non conteneva veleno, bensì gioia. E mentre lei sorrideva, stringendo tra le mani il calice d'argento in cui era stata infusa la magica pozione, pian piano tutti gli altri invitati, orchetti malvagi assetati di bassi vizi e sudore, succhiavano dal regno del principe ogni candore e felicità - il principe non poteva sopportarlo, e quindi ai loro intrugli aggiunse un ingrediente speciale, con cui avrebbe salvato il suo regno da quei mostricciatoli osceni.
Quando la fanciulla ebbe finito il suo cocktail, che aveva sorseggiato immobile contro il bancone, l'invalicabile barriera che separava il cuore suo dal cuore di quel principe vero, quando ebbe finito il suo drink, che aveva i colori dell'indaco degli occhi del principe e del verde Chartreuse del suo abito da Bella Addormentata, e abbassò gli occhi sulla carta che il principe le aveva lasciato per posare il suo bicchiere, si accorse che nell'aria aleggiava un profumo di zucchero, forse zucchero con un po' di whiskey e limone... e mentre raccoglieva quella splendida carta, troppo bella per essere ridotta a sottobicchiere, si accorse che a terra, sotto una nebbiolina color lime appena accennato, giacevano tutti, immobili, gli altri invitati.
Il principe che sola lei aveva riconosciuto, che aveva trascorso la notte con lei oltre quel bancone, davanti a lei travestito da cameriera francese, col bel volto dalle lunghe cicatrici nascosto dall'ombra e dal trucco, il principe le sorrise, e baciandole la mano che teneva la carta, un po' tremante, le bisbigliò che un giorno, presto, avrebbe adorato rivederla. Poi le aveva preso il bicchiere ormai vuoto, e fischiettando, come un barista indifferente, si era voltato e aveva cominciato pigramente a lavarlo.
La fanciulla aveva capito, e bisbigliando anch'io se n'era andata, senza guardarsi indietro, senza guardarsi intorno, seguendo la sua eco in quel labirinto di corpi, seguendo, a ritroso, la scia del profumo verde sempre più debole. Stringendosi al seno la bella carta dei tarocchi, la Sacerdotessa, che il principe aveva scelto per lei.
E così i loro destini, del Matto e della sua vestale, si erano fusi e incontrati quella notte.
La luna non c'era, quando i due si erano conosciuti.
Nessuno, nel suo regno, conosceva il suo nome: il principe infatti si firmava solo con una carta da gioco.
I colori del suo regno erano il viola dell'uva che sanguina nella vendemmia, e il verde dell'acido in cui si sciolgono i brutti ricordi.
Era un principe solitario, che agiva da solo e amava stare solo - regnava solamente perché sapeva di dover tenere a freno un'umanità folle e stupida.
Un giorno salvò una fanciulla da una festa: la salvò solo perché lei scelse il drink più curioso - una pozione magica che, unica tra tutte a quella festa, non conteneva veleno, bensì gioia. E mentre lei sorrideva, stringendo tra le mani il calice d'argento in cui era stata infusa la magica pozione, pian piano tutti gli altri invitati, orchetti malvagi assetati di bassi vizi e sudore, succhiavano dal regno del principe ogni candore e felicità - il principe non poteva sopportarlo, e quindi ai loro intrugli aggiunse un ingrediente speciale, con cui avrebbe salvato il suo regno da quei mostricciatoli osceni.
Quando la fanciulla ebbe finito il suo cocktail, che aveva sorseggiato immobile contro il bancone, l'invalicabile barriera che separava il cuore suo dal cuore di quel principe vero, quando ebbe finito il suo drink, che aveva i colori dell'indaco degli occhi del principe e del verde Chartreuse del suo abito da Bella Addormentata, e abbassò gli occhi sulla carta che il principe le aveva lasciato per posare il suo bicchiere, si accorse che nell'aria aleggiava un profumo di zucchero, forse zucchero con un po' di whiskey e limone... e mentre raccoglieva quella splendida carta, troppo bella per essere ridotta a sottobicchiere, si accorse che a terra, sotto una nebbiolina color lime appena accennato, giacevano tutti, immobili, gli altri invitati.
Il principe che sola lei aveva riconosciuto, che aveva trascorso la notte con lei oltre quel bancone, davanti a lei travestito da cameriera francese, col bel volto dalle lunghe cicatrici nascosto dall'ombra e dal trucco, il principe le sorrise, e baciandole la mano che teneva la carta, un po' tremante, le bisbigliò che un giorno, presto, avrebbe adorato rivederla. Poi le aveva preso il bicchiere ormai vuoto, e fischiettando, come un barista indifferente, si era voltato e aveva cominciato pigramente a lavarlo.
La fanciulla aveva capito, e bisbigliando anch'io se n'era andata, senza guardarsi indietro, senza guardarsi intorno, seguendo la sua eco in quel labirinto di corpi, seguendo, a ritroso, la scia del profumo verde sempre più debole. Stringendosi al seno la bella carta dei tarocchi, la Sacerdotessa, che il principe aveva scelto per lei.
E così i loro destini, del Matto e della sua vestale, si erano fusi e incontrati quella notte.
La luna non c'era, quando i due si erano conosciuti.
Saturday, 22 September 2012
Belarus, c'est moi
Insane, always madly in love, violent, knife & maidish outfits' lover...
Belarus is me.
(?)
Belarus is me.
(?)
(Belarus from Hetalia, by Hidekaz Himaruya)
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