Cercando nel labirinto degli specchi

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Saturday, 29 March 2014

Exacerbatio cerebri

Egli soffre di una exacerbatio cerebri: non appena la realtà smarrisce i propri stimoli, egli se ne libera: "impadronirsi dell'anima di una ragazza è un'arte, ma rendersene liberi è un capolavoro 
[...]. 
Io non desidero affatto possedere una ragazza in senso tutto esteriore 
bensì di goderla artisticamente" 
[Diario del seduttore, pp. 84-88]

Vercellone - Bertinetto - Garelli, Storia dell'Estetica moderna e contemporanea, il Mulino, Torino 2003

Sunday, 23 March 2014

You're unforgiven, unforgiven, unforgiven

Un tal uomo assicura forse con espressioni sempre più forti che ricadere lo rattrista e tormenta e lo porta alla disperazione; "io stesso" egli dice "non me lo perdonerò mai", una frase che in tali casi si sente dire molto spesso. Ed è proprio con questa frase che ci possiamo subito orientare dialetticamente. Egli non se lo perdonerà mai - ma se ora Dio glielo volesse perdonare egli potrebbe benissimo aver la bontà di perdonarselo anche lui. No, la sua disperazione per il peccato, appunto nella passione furiosa in cui si esprime, - con la quale egli, senza pensarci lontanamente, denunzia se stesso quando "non vuol mai perdonare a se stesso" che poteva peccare così, perché questo discorso è quasi il contrario della vera contrizione che chiede perdono a Dio - non è affatto una determinazione del bene, ma una determinazione più intensiva del peccato, la cui intensità significa sprofondarsi nel peccato. La verità è che egli, nel tempo in cui ha vittoriosamente resistito alla tentazione, è sembrato a se stesso migliore di quanto realmente era, è diventato orgoglioso di se stesso. Ora, è nell'interesse di quest'orgoglio che il peccato sia qualcosa di completamente superato. Ma nel recidivo tutt'a un tratto il passato diventa di nuovo interamente presente. Questo ricordo il suo orgoglio non lo può sopportare e quindi ecco quella profonda afflizione. Ma il movimento dell'afflizione allontana evidentemente da Dio, è un amor proprio e superbia. Altrimenti egli comincerebbe col ringraziare umilmente Dio di averlo aiutato per tanto tempo a resistere alla tentazione e riconoscerebbe davanti a Dio e a se stesso che questo era già molto di più di quello che egli aveva meritato, umiliandosi sotto il ricordo di quello che era stato.
[...] Il suo modo di parlare può essere anche più ingannevole; forse non dice: io non posso mai perdonarmelo (come se prima avesse potuto perdonare a se stesso dei peccati! non sarebbe altro che una bestemmia), ma parla di Dio che non può mai perdonarglielo. Ah, anche questa è soltanto una mistificazione. Il suo dolore, la sua disperazione sono egoistici - come pure l'angoscia del peccato che qualche volta finisce per spingere l'uomo nel peccato: è amor proprio perché vuol essere orgoglioso di se stesso, orgoglioso di essere senza peccato - e la consolazione è ciò di cui egli ha meno di tutto bisogno, per la qual ragione le enormi quantità di argomenti di consolazione che i pastori prescrivono, non fanno altro che aggravare la malattia.

S. Kierkegaard, La malattia mortale, Oscar saggi Mondadori, Milano 1991, pp. 135-136

Un'interiorità impazzita

Vuole essere se stesso; ha cominciato con l'astrazione infinita dell'io e ora si è fatto così concreto che sarebbe impossibile diventare eterno in questo senso, eppure egli vuole disperatamente essere se stesso. Ah, che follia demoniaca, egli smania soprattutto per il pensiero che all'eternità potrebbe venire in mente di liberarlo dalla sua miseria.
Questa specie di disperazione si vede di rado nel mondo; tali forme si trovano veramente soltanto nei poeti, cioè nei veri poeti, i quali danno sempre alle loro creazioni l'idealità "demoniaca", se si intende questa parola nell'originale senso greco. Tuttavia una tale disperazione si incontra anche nella realtà. Qual è allora l'esteriorità corrispondente? Non ce n'è nessuna che "corrisponde", giacché un'esteriorità corrispondente, corrispondente alla taciturnità, è una contraddizione in se stessa; perché, se corrispondesse, rivelerebbe. Qui l'esteriorità è del tutto indifferente, qui dove la taciturnità o, come si potrebbe anche chiamare, un'interiorità impazzita, è ciò che prevalentemente bisogna prendere in considerazione. Le forme più basse della disperazione, in cui, in fondo, non c'era interiorità alcuna e in ogni caso non c'era da dirne nulla, queste forme più basse le dovevamo rappresentare descrivendole o parlando dell'aspetto di un tale individuo disperato. Ma quanto più spirituale si fa la disperazione, quanto più l'interiorità diventa un mondo a sé, chiuso in se stesso, tanto più è indifferente l'aspetto esteriore sotto il quale si nasconde la disperazione. E la disperazione stessa, più si fa spirituale, più bada, con accortezza demoniaca, di tenere chiusa la disperazione nell'interno, e più cerca, perciò, di neutralizzare l'esteriore, di renderlo più che può insignificante e privo di interesse. Come nelle favole il folletto sparisce attraverso una fessura che nessuno può vedere, così la disperazione, quanto più è spirituale, più si sforza di circondarsi di un aspetto esteriore sotto il quale normalmente non verrebbe in mente a nessuno di cercarla. Questo modo di nascondersi è proprio qualcosa di spirituale, è uno dei mezzi per assicurarsi, quasi dietro alla realtà, un recinto chiuso, un mondo esclusivamente per se stesso, un mondo in cui l'io disperato, senza posa e in tormenti da Tantalo, si dà da fare per voler essere se stesso.

S. Kierkegaard, La malattia mortale, Oscar saggi Mondadori, Milano 1991, pp. 83-84