Cercando nel labirinto degli specchi

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Friday, 23 May 2014

Personalmente puro

Fuggendo lontano dal pubblico dibattito qualcuno cerca un rifugio nella virtù privata: non ruba, non assassina, non commette adulterio e fa il bene secondo le proprie forze. Rinunciando volontariamente a intervenire in pubblico egli sa rimanere esattamente entro i confini consentiti, che gli evitano qualsiasi conflitto. Ma in questo modo deve chiudere gli occhi e gli orecchi sulle ingiustizie che lo circondano. Può conservarsi personalmente puro da ogni contaminazione derivante da un'azione responsabile nel mondo, soltanto a prezzo di un autoinganno. Per quanto faccia molte cose, quelle che trascura di fare gli toglieranno la pace. O sarà vittima di questa inquietudine, o diventerà il più ipocrita dei farisei.

D. Bonhoeffer, Etica
Bompiani, Milano 1969, p. 59


Saturday, 5 April 2014

Ridotte all'osso (ragazze internate)

Per molte di noi l'ospedale era un rifugio e una prigione. Se eravamo tagliate fuori dal mondo e da tutti i guai che lì ci divertivamo a provocare, eravamo anche tagliate fuori dalle richieste e aspettative che ci avevano condotto alla pazzia. Cosa ci si poteva aspettare da noi, ora che eravamo rinchiuse in una gabbia di matti?
L'ospedale ci difendeva da tutto. Dicevamo al personale di rifiutare telefonate o visite di tutti quelli con cui non volevamo parlare, genitori compresi.
"Sono troppo agitata!" piagnucolavamo, così non eravamo costrette a parlare con nessuno.
Fintanto che stavamo al gioco, non dovevamo cercar lavoro o andare a scuola. Potevamo sottrarci a tutto, tranne mangiare e prendere medicine. 
In uno strano modo eravamo libere. Avevamo toccato il fondo. Non avevamo nient'altro da perdere. Privacy, libertà, dignità: era tutto sparito, ed eravamo ridotte all'osso.

Susanna Kaysen, La ragazza interrotta, Corbaccio, Varese 1993, p.93

Sunday, 23 March 2014

Un'interiorità impazzita

Vuole essere se stesso; ha cominciato con l'astrazione infinita dell'io e ora si è fatto così concreto che sarebbe impossibile diventare eterno in questo senso, eppure egli vuole disperatamente essere se stesso. Ah, che follia demoniaca, egli smania soprattutto per il pensiero che all'eternità potrebbe venire in mente di liberarlo dalla sua miseria.
Questa specie di disperazione si vede di rado nel mondo; tali forme si trovano veramente soltanto nei poeti, cioè nei veri poeti, i quali danno sempre alle loro creazioni l'idealità "demoniaca", se si intende questa parola nell'originale senso greco. Tuttavia una tale disperazione si incontra anche nella realtà. Qual è allora l'esteriorità corrispondente? Non ce n'è nessuna che "corrisponde", giacché un'esteriorità corrispondente, corrispondente alla taciturnità, è una contraddizione in se stessa; perché, se corrispondesse, rivelerebbe. Qui l'esteriorità è del tutto indifferente, qui dove la taciturnità o, come si potrebbe anche chiamare, un'interiorità impazzita, è ciò che prevalentemente bisogna prendere in considerazione. Le forme più basse della disperazione, in cui, in fondo, non c'era interiorità alcuna e in ogni caso non c'era da dirne nulla, queste forme più basse le dovevamo rappresentare descrivendole o parlando dell'aspetto di un tale individuo disperato. Ma quanto più spirituale si fa la disperazione, quanto più l'interiorità diventa un mondo a sé, chiuso in se stesso, tanto più è indifferente l'aspetto esteriore sotto il quale si nasconde la disperazione. E la disperazione stessa, più si fa spirituale, più bada, con accortezza demoniaca, di tenere chiusa la disperazione nell'interno, e più cerca, perciò, di neutralizzare l'esteriore, di renderlo più che può insignificante e privo di interesse. Come nelle favole il folletto sparisce attraverso una fessura che nessuno può vedere, così la disperazione, quanto più è spirituale, più si sforza di circondarsi di un aspetto esteriore sotto il quale normalmente non verrebbe in mente a nessuno di cercarla. Questo modo di nascondersi è proprio qualcosa di spirituale, è uno dei mezzi per assicurarsi, quasi dietro alla realtà, un recinto chiuso, un mondo esclusivamente per se stesso, un mondo in cui l'io disperato, senza posa e in tormenti da Tantalo, si dà da fare per voler essere se stesso.

S. Kierkegaard, La malattia mortale, Oscar saggi Mondadori, Milano 1991, pp. 83-84