Cercando nel labirinto degli specchi

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Monday, 3 September 2018

Allegoria stilizzata della Disperazione

Stickman version of the Giotto's "Desperatio" (Scrovegni Chapel, Padua)
Disperazione stilizzata:
Omino impiccato ispirato alla Desperatio della Cappella degli Scrovegni (Padova)
TWS

Grazie davvero a chi me l'ha fatta scoprire (l'opera, non la disperazione),
e a chi mi ha aiutato a realizzarla (la figura, non l'impiccagione) ♥

Sunday, 23 March 2014

You're unforgiven, unforgiven, unforgiven

Un tal uomo assicura forse con espressioni sempre più forti che ricadere lo rattrista e tormenta e lo porta alla disperazione; "io stesso" egli dice "non me lo perdonerò mai", una frase che in tali casi si sente dire molto spesso. Ed è proprio con questa frase che ci possiamo subito orientare dialetticamente. Egli non se lo perdonerà mai - ma se ora Dio glielo volesse perdonare egli potrebbe benissimo aver la bontà di perdonarselo anche lui. No, la sua disperazione per il peccato, appunto nella passione furiosa in cui si esprime, - con la quale egli, senza pensarci lontanamente, denunzia se stesso quando "non vuol mai perdonare a se stesso" che poteva peccare così, perché questo discorso è quasi il contrario della vera contrizione che chiede perdono a Dio - non è affatto una determinazione del bene, ma una determinazione più intensiva del peccato, la cui intensità significa sprofondarsi nel peccato. La verità è che egli, nel tempo in cui ha vittoriosamente resistito alla tentazione, è sembrato a se stesso migliore di quanto realmente era, è diventato orgoglioso di se stesso. Ora, è nell'interesse di quest'orgoglio che il peccato sia qualcosa di completamente superato. Ma nel recidivo tutt'a un tratto il passato diventa di nuovo interamente presente. Questo ricordo il suo orgoglio non lo può sopportare e quindi ecco quella profonda afflizione. Ma il movimento dell'afflizione allontana evidentemente da Dio, è un amor proprio e superbia. Altrimenti egli comincerebbe col ringraziare umilmente Dio di averlo aiutato per tanto tempo a resistere alla tentazione e riconoscerebbe davanti a Dio e a se stesso che questo era già molto di più di quello che egli aveva meritato, umiliandosi sotto il ricordo di quello che era stato.
[...] Il suo modo di parlare può essere anche più ingannevole; forse non dice: io non posso mai perdonarmelo (come se prima avesse potuto perdonare a se stesso dei peccati! non sarebbe altro che una bestemmia), ma parla di Dio che non può mai perdonarglielo. Ah, anche questa è soltanto una mistificazione. Il suo dolore, la sua disperazione sono egoistici - come pure l'angoscia del peccato che qualche volta finisce per spingere l'uomo nel peccato: è amor proprio perché vuol essere orgoglioso di se stesso, orgoglioso di essere senza peccato - e la consolazione è ciò di cui egli ha meno di tutto bisogno, per la qual ragione le enormi quantità di argomenti di consolazione che i pastori prescrivono, non fanno altro che aggravare la malattia.

S. Kierkegaard, La malattia mortale, Oscar saggi Mondadori, Milano 1991, pp. 135-136

Tuesday, 9 July 2013

Look like a zombie, live like a zombie


Occhi senz'orbita mi guardano strano,
Occhi senz'anima mi guardano e piangono.
Allo specchio il riflesso si rifiuta di tornare
E il pensiero muore, non c'è altro da fare.

Friday, 24 May 2013

Sentimental seppuku


Allora, cos'è successo? le chiede Rachel, guardandola coi suoi grandi occhi verdi, colmi di comprensione.
Berlin abbassa i suoi, invece - piccoli e marroni, senza particolari attrattive.
Di fronte a Rachel si sente sempre piccola e brutta - figuriamoci dopo tre ore di camminata senza meta sotto la pioggia, arricchite dalla caduta in una pozzanghera, e l'aggressione di un predicatore di strada.
Sta per alzare le spalle, ma si trattiene. Rachel merita rispetto.
Ne vuoi parlare? chiede lei, dopo un po'.
Berlin rimane zitta, e quando finalmente trova il coraggio di rispondere, la voce le esce flebile e incrinata. Come grattare una lavagna con le unghie appena curate.
C'è... poco da dire, borbotta, e subito se ne pente. Che risposta scortese.
Rachel le sorride, e il suo sorriso è così rassicurante... Berlin capisce perché tutti gli uomini della città vogliano sposarla - è la versione sexy e grintosa della ragazza d'oro della porta accanto.
Un rigurgito di autocommiserazione risale la gola del gattino spelacchiato, mentre la macchina accosta lentamente, con garbo, proprio davanti al palazzo in cui Rachel abita. Con Dent, non manca di ricordare a Berlin il suo tarlo parlante.
Mentre salgono in ascensore, circondata da ogni parte da specchi impietosi, Berlin inizia a non sentire più niente. Finalmente.
Rachel la prende per mano, e senza parlare la conduce al suo fianco fino alla porta dell'appartamento.
Ti va una cioccolata, o qualcos'altro di caldo? le chiede, piano, mentre richiude la porta a doppia mandata. Ci sono più serrature lì che ad Arkham, non può evitare di notare Berlin.
Bé, comprensibile, dopo che un clown pazzo ha incendiato te e il tuo fidanzato.
La pioggia continua a cadere, ticchettando sulle gigantesche vetrate del salotto in cui Rachel la fa accomodare. Solo allora, dopo due minuti buoni da quando lei gliel'ha chiesto, Berlin si ricorda di accettare la cioccolata.
Bianca, vero? Se vuoi ti aggiungo gli Smarties, o la granella di nocciola.
E Berlin si sente il cuore liquefare. Maledetto Harvey Dent, pensa il tarlo nella sua testa. Esiste un uomo che sia più fortunato di te?
Grazie... ma non ti preoccupare... davvero... bianca e basta andrà be... balbetta, arrossendo di fronte a tante premure.
Non ci provare cara! esclama Rachel, interrompendola con un sorriso di sfida. Materna anche mentre ti prende in giro, pensa Berlin, che ormai si è arresa al gigantesco senso d'inferiorità nei suoi confronti. Non c'è gara.
Vada per Smarties E granella allora, conclude Rachel, allegra e determinata, scomparendo in cucina - una cucina grande come tutto l'appartamento dell'altra. La morte interiore di Berlin non l'ha ancora contagiata. Strano.
Oddio scusami!! si sente urlare dopo un po' dall'altra stanza. Prima che Berlin possa scuotersi dal suo depresso torpore,  Rachel è di nuovo davanti a lei, con una presina e la tazza di Batman in mano.
Scusami, sono davvero svampita! Come ho fatto a non pensarci? Vieni con me, tu ti devi assolutamente cambiare! e la afferra per un polso, trascinandosela dietro.
Ma no, dai... non ti preoccupare... mormora Berlin, che ormai non riesce più a dire altro.
Rachel la porta dentro uno sgabuzzino - una sala da stiro, stipata di pile di camice linde e inamidate.
Scusami, mi sa che qui... Rachel si guarda intorno, senza posare un attimo lo sguardo. Non ci sono... è che non ho avuto tempo di stirare anche le mie cose, sai, col processo dell'altro giorno Harvey doveva... Ah! Ecco, questa sì, ti potrebbe andare. Sfila una camicia dalla pila alle spalle di Berlin, che nell'atto è colpita al petto da Rachel - dal suo seno. E, per fortuna, non ha forza di sentirsi male per quanto le sue tette siano sode e grosse.
Gra... grazie, le dice, e finalmente sorride - quando il piacevole shock di quel contatto è svanito. Poi guarda la camicia.
Da uomo, ma... bianca e nera! Dovrebbe piacerti... no? chiede Rachel, sorridendo soddisfatta.
Berlin annuisce, senza staccare gli occhi dalla camicia, che è appena diventata incandescente, tra le sue mani.
Bellissima... mormora, tra sè e sè. Ed è di Dent.
Bé, ti lascio in pace cambiarti ora! Aspetta, vieni in bagno... vuoi farti una doccia? Asciugarti i capelli? continua a chiederle la ragazza perfetta. E con le mani di Rachel che le sfiorano i capelli, per sentire quanto sono umidi ancora, Berlin trova finalmente la forza di guardarla in faccia, e sorride.
Non ti preoccupare, qui andrà be...
Ritrovandosi in un lampo nel bagno. Marmo bianco, pareti bianche, con accessori, lavandino e decorazioni d'oro. Il cavaliere bianco colpisce ancora, pensa, senza riuscire a smettere di sorridere.
Si guarda allo specchio, ed è il suo viso ora a prendere fuoco. Capelli arruffati, occhi rossi dal pianto, senza trucco, e con una spettacolare camicia di Harvey Dent da indossare.
Si spoglia piano, osservando il bagno dal riflesso dello specchio, cercando di non pensare a lui. Nella vasca. O nella doccia. Sì, li hanno entrambi - per darsi una lavata veloci, e per potersi rilassare. E guardando la doccia, Berlin inizia a pensare a qualcos'altro... Stare sotto il getto e farsi...
Oh! Ciao! Scusami... Rachel non mi aveva detto che... Ciao.
Dent è appena apparso in quel riflesso, alla porta, dietro di lei. E imbarazzatissimo si è precipitato via.
Berlin dubita che sia successo davvero, e continua a spogliarsi, per potersi cambiare. Lancia un'occhiata al reggiseno che indossa, per controllare come le sta.
Nero, a balconcino, coi bordini bianchi e i bottoni - effetto colletto delle conigliette di Playboy. Sotto la camicia nera ad ampie righe bianche di Dent, che le arriva poco più in basso del pube, dovrebbe starle bene.
Tiene comunque la gonna, anche se ormai è un bel po' spiegazzata, e dopo essersi sciacquata il viso esce.
Vieni davanti al fuoco, le urla dolcemente Rachel. La sua voce viene dal salotto. La stanza con le enormi vetrate.
Berlin ubbidisce, e si lascia guidare. Rachel la aspetta davanti al caminetto, ancora spento, con la tazza di cioccolata fumante in mano. Ecco a te, cara, le dice porgendogliela, con la voce calda e rassicurante di una mamma.
Ti chiedo scusa, se ti abbandono così, ma mi hanno appena chiamato dall'ufficio... Stupidaggini burocratiche che a quanto pare non si risolvono, senza di me. E rotea gli occhi. Come se stesse cercando di provarle che anche lei è una ragazza pigra che preferirebbe rintarsi a casa tutto il giorno, piuttosto che lavorare. Non ci casco, Rachel, tu sei la donna perfetta, penserebbe disincantata Berlin, se non fosse così stordita dal profumo della cioccolata... e della camicia. Appena stirata, e...
Però è arrivato Harvey, si prenderà cura lui di te! A te va bene? Non permettergli di cucinare o ti avvelenerà, ma per il resto...
Berlin ormai l'ha capito - è solo un sogno. Annuisce, e la abbraccia forte (dopo aver posato la tazza, per non ustionarla). Grazie di tutto... Mi dispiace di averti disturbata. Mi rivesto e scendo con te, ok? Poi torno in taxi, non ti...
Non ti muovere. Harvey! strilla Rachel, per tutta risposta.
? fa lui, apparendo di nuovo, dal corridoio. Berlin tiene lo sguardo nella sua direzione, ma non osa guardarlo.
Tieni al caldo e al sicuro questa donzella, e non farla uscire, per nessun motivo, finché non sarà del tutto asciutta e riposata! Intesi?
Dent non tradisce emozione. Né fastidio - il fastidio che evidentemente deve provare ad avere Berlin lì, e doversene occupare.
Certo, Rachel.
Rachel sorride trionfante, dà un bacio sulla guancia a Berlin, e ingiungendole di accendere e regolare il fuoco come vuole, trotterella in corridoio, e scompare.
Buona serata Harvey, gli dice solo, guardandolo in faccia di sfuggita, troppo impegnata a digitare qualcosa al cellulare.
Anche a te... Non lavorare troppo, risponde lui, e resta incerto sulla porta tra corridoio e salotto, senza entrare.


Wednesday, 8 May 2013

I saw a white rose and I want to paint it blue


La pioggia cade e scolorisce i fiori.
In ginocchio sull'asfalto, affondi i pugni nel tuo stesso stomaco, perché ti fa male. Per far cessare il dolore.
Una goccia particolarmente grassa investe un petalo, ci rimbalza sopra, e con una lentezza esasperante scivola via, portandosi via il suo colore. Il blu corre lungo lo stelo di plastica, e macchia la strada.
Un'enorme pozza di blu si spande piano dal bouquet, mano a mano che il solvente piove.
Senti sfrigolare la plastica, e l'odore sgradevole della sua morte è la tua unica compagna.
Guardi il blu schiarirsi e svanire, e il bianco rinascere, ancora e ancora.
Tutti i fiori torneranno bianchi. Tutti i fiori erano già bianchi, in realtà. Erano solo dei fiori bianchi.
Una rosa bianca non può essere blu.
Ricordi questa semplice verità, prima di arrenderti e morire.
Erano solo tante rose bianche. Non potrebbero mai diventare altro.
Ricordi la verità e sei libera. Ti lasci finalmente andare.
Apri i pugni, distendi le dita e le fai strisciare a terra. I tuoi polpastrelli si graffiano, sull'asfalto ruvido e nero.
L'unica luce è quella delle rose. Una luce bianca. Assoluta. Immacolata.
Allora allunghi le dita fino a raggiungere un fiore, ne stringi lo stelo, e te lo trascini vicino, lasciandolo grattare sull'asfalto ruvido e nero. Le spine, anche finte, ti punzecchiano appena. Perché le hanno lasciate, ti chiedi, se dovevano fare un fiore finto?
Il colorante blu del fiore ti tinge le dita. Ti sporchi, e diventi cianotica. I tuoi occhi cerchiati lo notano appena.
Quella maledetta luce bianca riempie tutta la tua vita.
Il fiore puzza di plastica vecchia e bruciata.
Tu singhiozzi, recuperi il respiro, e con quello stelo semisciolto ti cavi entrambi gli occhi.
M'ama...
I tuoi piccoli, abbagliati occhi azzurri - li strappi. Uno alla volta.
Non m'ama.
Ecco fatto.

Friday, 11 January 2013

spirale egocentrica verde vomito


Un conto è stare a casa, al sicuro, nascosti, quando fuori non c'è niente.
Un altro è stare a casa, quando là fuori c'è qualcuno che cerchiamo, e che non sappiamo come ritrovare.
Voglio quel ragazzo.
So solo che è là fuori, e che standomene qui, al sicuro, nascosta, non lo troverò.
Ma anche se uscissi, non so come trovarlo. E se esco e non lo trovo, mi sento affogare, di nuovo.
Ancora e ancora, ogni volta che fallisco.
Qualcosa mi dice che dovrei buttarmi e vivere là fuori, darmi da fare, conquistarli tutti.
Tutto il resto mi dice di chiudere il becco al senso del dovere.
Sembra John Entwistle, cazzo. Ha gli occhi grigi e lo sguardo dolceamaro, colmo di gentile tristezza.
E io non riesco più a trovarlo.
So che è su Facebook, so che è su Twitter, ma cosa dovrei fare, riaprire ciò che ho rinnegato, per trovarlo? Qualcosa mi dice che dovrei restare salda in ciò che credo. Qualcos'altro mi dice che in certi casi devo violare la regola.
La regola, oggi, non so più cosa dica.
Ho perso la bussola, e non solo quella morale.
Suppongo dovrei fare ciò che voglio, ciò che mi fa stare bene, Hakuna Matata etcetera etcetera.
Mi pentirei il secondo dopo aver improvvisato. Io non so vivere, nemmeno alla giornata.
Fa pure i miei stessi studi, a quanto dicono.
Un'altra occasione sprecata per colpa di un ex che anche quand'ex non era non valeva proprio la pena.
Me ne accorgo ogni volta a posteriori.
Chissà se gli piaccio.
Non potrò mai piacergli, se non esco. Deve vedermi, per potermi giudicare.
Ho il terrore del giudizio degli altri.
John. La tesi. C'è tanta gente fuori. Venerdì - in teoria dovrei farmi vedere, fuori. Perché non riesco? Perché non esco? Vincent. Pazzi. Genialità - se fossi un genio, sarei già stata riconosciuta? Speriamo che un giorno trovi la mia via, chiara. Fa davvero schifo essere adulti, è come non saper nuotare. In un torrente di pus in piena. Però sto bene, non mi posso lamentare.
Come faccio a trovarti?
Vorrei scoprire se mi piaci.

...dannazione, devo tirarmi fuori da qui.