Cercando nel labirinto degli specchi

Showing posts with label hikikomori. Show all posts
Showing posts with label hikikomori. Show all posts

Saturday, 11 August 2018

Monday, 7 April 2014

Fräulein Konstanze's life lessons

Nella vita, ho imparato due cose: 
1. a nessuno piace sentirsi dire la verità;
2. la gente fa schifo.
Perciò,
Dì sempre la verità
- così imparano, quei bastardi.

Saturday, 5 April 2014

Ridotte all'osso (ragazze internate)

Per molte di noi l'ospedale era un rifugio e una prigione. Se eravamo tagliate fuori dal mondo e da tutti i guai che lì ci divertivamo a provocare, eravamo anche tagliate fuori dalle richieste e aspettative che ci avevano condotto alla pazzia. Cosa ci si poteva aspettare da noi, ora che eravamo rinchiuse in una gabbia di matti?
L'ospedale ci difendeva da tutto. Dicevamo al personale di rifiutare telefonate o visite di tutti quelli con cui non volevamo parlare, genitori compresi.
"Sono troppo agitata!" piagnucolavamo, così non eravamo costrette a parlare con nessuno.
Fintanto che stavamo al gioco, non dovevamo cercar lavoro o andare a scuola. Potevamo sottrarci a tutto, tranne mangiare e prendere medicine. 
In uno strano modo eravamo libere. Avevamo toccato il fondo. Non avevamo nient'altro da perdere. Privacy, libertà, dignità: era tutto sparito, ed eravamo ridotte all'osso.

Susanna Kaysen, La ragazza interrotta, Corbaccio, Varese 1993, p.93

Sunday, 23 March 2014

Un'interiorità impazzita

Vuole essere se stesso; ha cominciato con l'astrazione infinita dell'io e ora si è fatto così concreto che sarebbe impossibile diventare eterno in questo senso, eppure egli vuole disperatamente essere se stesso. Ah, che follia demoniaca, egli smania soprattutto per il pensiero che all'eternità potrebbe venire in mente di liberarlo dalla sua miseria.
Questa specie di disperazione si vede di rado nel mondo; tali forme si trovano veramente soltanto nei poeti, cioè nei veri poeti, i quali danno sempre alle loro creazioni l'idealità "demoniaca", se si intende questa parola nell'originale senso greco. Tuttavia una tale disperazione si incontra anche nella realtà. Qual è allora l'esteriorità corrispondente? Non ce n'è nessuna che "corrisponde", giacché un'esteriorità corrispondente, corrispondente alla taciturnità, è una contraddizione in se stessa; perché, se corrispondesse, rivelerebbe. Qui l'esteriorità è del tutto indifferente, qui dove la taciturnità o, come si potrebbe anche chiamare, un'interiorità impazzita, è ciò che prevalentemente bisogna prendere in considerazione. Le forme più basse della disperazione, in cui, in fondo, non c'era interiorità alcuna e in ogni caso non c'era da dirne nulla, queste forme più basse le dovevamo rappresentare descrivendole o parlando dell'aspetto di un tale individuo disperato. Ma quanto più spirituale si fa la disperazione, quanto più l'interiorità diventa un mondo a sé, chiuso in se stesso, tanto più è indifferente l'aspetto esteriore sotto il quale si nasconde la disperazione. E la disperazione stessa, più si fa spirituale, più bada, con accortezza demoniaca, di tenere chiusa la disperazione nell'interno, e più cerca, perciò, di neutralizzare l'esteriore, di renderlo più che può insignificante e privo di interesse. Come nelle favole il folletto sparisce attraverso una fessura che nessuno può vedere, così la disperazione, quanto più è spirituale, più si sforza di circondarsi di un aspetto esteriore sotto il quale normalmente non verrebbe in mente a nessuno di cercarla. Questo modo di nascondersi è proprio qualcosa di spirituale, è uno dei mezzi per assicurarsi, quasi dietro alla realtà, un recinto chiuso, un mondo esclusivamente per se stesso, un mondo in cui l'io disperato, senza posa e in tormenti da Tantalo, si dà da fare per voler essere se stesso.

S. Kierkegaard, La malattia mortale, Oscar saggi Mondadori, Milano 1991, pp. 83-84

Monday, 10 March 2014

Essere un mostro in un monastero

Nell'Inno alla gioia di Schiller incontriamo quest'idea di una compensazione della misera e piccina condizione dell'uomo per mezzo della grandiosità di quello stato totalmente inconscio che è l'entusiasmo dionisiaco. Durante l'intossicazione il dio fa ingresso nel mýstēs. Questi diviene egli stesso un dio, diviene la grande corrente della natura, il suo stesso flusso, e non esiste più alcuna preoccupazione individuale. È un modo per affrontare gli affanni quando diventano troppo pesanti. È la maniera tipica dell'isteria, per usare un'espressione assai misurata in relazione a tale fenomeno, ed è anche quella dell'alcolista che ricerca nell'intossicazione la perdita di consapevolezza. Cerca di sfuggire ai propri problemi dissolvendosi nell'immensità dell'universo, poiché l'individuo isterico tenta di salvarsi dal proprio complesso. L'altra via, quella psicastenica o introversa, conduce a rinchiudersi da qualche parte con il proprio complesso, a evitare le altre persone, a evitare l'intossicazione per fissare il proprio complesso dritto in faccia e non fare nient'altro. Questa potrebbe essere la modalità apollinea. Naturalmente con il termine "apollineo" non s'intende tutto questo, trattandosi piuttosto di una modalità da assumere nel senso della discriminazione, del discriminare te stesso in quanto contrassegnato da un complesso, cosa che ti distingue da tutti gli altri essere. Nessun grande abbraccio con l'universo, quindi, non un solo bacio alle sue creature: concentrarsi totalmente sul complesso fissandolo dritto in faccia, essere un mostro rinchiuso in un monastero, venire a patti con il fatto di essere esclusi. Questa è un'altra strada, un altro mezzo di redenzione, o percorso di grazia, se preferite.

C. G. Jung, VIII conferenza della sessione primaverile 1934 dei Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche,  
Bollati Boringhieri editore, Torino 2011, p.153-54

Wednesday, 19 February 2014