Cercando nel labirinto degli specchi

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Thursday, 22 May 2014

Dimostrar la verità col sangue

Segni di sangue scrissero sulla via da essi percorsa, e la loro stoltezza insegnò che col sangue si dimostrebbe la verità.
Ma il sangue è il testimone peggiore della verità; il sangue avvelena anche la dottrina più pura e la trasforma in delirio e in odio dei cuori.

E se uno va attraverso il fuoco a pro della sua dottrina – che mai prova ciò! Cosa maggiore è che la dottrina propria venga dal rogo di se stessi.

F. Nietzsche, 
L'Anticristo, 53, 
in F. Nietzsche, Opere, Adelphi, Milano 1986, p. 241

Sunday, 18 May 2014

nelle viscere di ogni anima

Posso azzardarmi ad accennare ancora a un ultimo tratto della mia natura, che mi procura non poche difficoltà nei miei rapporti con gli uomini? Il mio istinto di pulizia è di una sensibilità veramente inquietante, così io percepisco fisiologicamente, fiuto la prossimità o - che dico? - il fondo più intimo, le "viscere" di ogni anima... Appunto questa sensibilità fa che io abbia delle antenne psicologiche con le quali tasto tutti i segreti e li prendo in mano: già quasi al primo contatto mi accorgo di tutta la sporcizia nascosta nel fondo di certe nature, forse prodotta dal sangue cattivo, ma imbiancata dalla educazione. Se le mie osservazioni sono esatte, queste nature intollerabili per la mia pulizia sentono anch'esse la mia ripugnanza verso di loro: e questo non migliora certo il loro odore... Una estrema integrità con me stesso è il presupposto della mia esistenza, io muoio se mi trovo in situazioni contaminate, - così è sempre stata mia abitudine nuotare, bagnarmi, sguazzare continuamente nell'acqua o in qualche altro elemento perfettamente trasparente e luminoso. Perciò il commercio con gli uomini è per me una non piccola prova di pazienza; la mia umanità non consiste nel partecipare ai sentimenti degli uomini, ma nella capacità di sopportare questa partecipazione... La mia umanità è una continua vittoria su me stesso. - Ma ho bisogno di solitudine, voglio dire di guarigione, di tornare a me stesso, di respirare il soffio di un'aria libera leggera mossa... 

F. Nietzsche, 
da Ecce Homo, 8, in Opere di Friedrich Nietzsche, vol. VI, tomo III, Adelphi, Milano 1986, pp. 283-284

Tuesday, 13 May 2014

respingere l'angelo e calciare la musa

Ogni uomo, ogni artista, rievocherà Nietzsche; ogni scala che sale nella torre della propria perfezione è il prezzo della lotta che sostiene con un duende, non con un angelo, come si è detto, né con la sua musa. È necessario operare tale fondamentale distinzione per la radice dell'opera.

L'angelo guida e regala come san Raffaele, difende ed evita come san Michele, e previene come san Gabriele.

L'angelo abbaglia, ma vola al di sopra dell'uomo, gli sta sopra, dirama la sua grazia, e l'uomo, senza sforzo alcuno, realizza la propria opera, la propria simpatia o la propria danza. L'angelo della via di Damasco e l'altro che entrò per le fessure di un balconcino di Assisi, o quello che segue i passi di Enrico Susson, ordina e non v'è modo di opporsi alla sua luce, perché agita le ali di acciaio nell'ambiente del predestinato.

La musa dètta e, in alcune occasioni soffia. Può abbastanza poco, perché è già lontana e tanto stanca (l'ho vista due volte) che dovetti metterle mezzo cuore di marmo. I poeti di musa odono voci e non sanno dove, ma sono della musa che li nutre e, talvolta, se li beve. Come per Apollinaire, gran poeta distrutto dall'orribile musa con cui lo dipinse il divino angelico Rousseau.
La musa sveglia l'intelligenza, reca paesaggio di colonne e falso sapere di lauro, e sovente l'intelligenza è nemica della poesia, poiché imita troppo, poiché eleva il poeta su un trono di spighe acute e gli fa dimentciare che all'improvviso se lo possono mangiare le formiche o gli può cadere sul capo una grossa aragosta di arsenico, contro la quale nulla possono le muse che stanno nei monocoli o nel rosa di tiepida lacca del salotto.

Angelo e musa vengono da fuori; l'angelo dà luce e la musa dà forme (da loro apprese Esiodo). Pane di oro o piega di tuniche, il poeta riceve regole nel suo boschetto di alloro. Di contro, il duende bisogna svegliarlo nelle più recondite stanze del sangue.

E respingere l'angelo e tirare un calcio alla musa, e perdere la paura della fragranza di violette che esala la poesia del Settecento e del gran telescopio nei cui cristalli s'addormenta la musa malata di limiti.

[...]

Quando la musa vede giungere la morte chiude la porta o innalza un plinto o si porta in giro un'urna e scrive un epitaffio con mano di cera, ma subito torna a stracciare il suo lauro con un silenzio che vacilla tra due brezze. Sotto l'arco troncato dell'ode, ella unisce con senso funebre i medesimi fiori che dipinsero gli italiani del Quattrocento e chiama l'impavido gallo di Lucrezio affinché spaventi ombre impreviste.

Quando vede giungere la morte, l'angelo vola in cerchi lenti e tesse con lacrime di ghiaccio e narciso l'elegia che abbiamo visto tremare nelle mani di Keats, e in quelle di Villasandino, e in quelle di Herrera, e in quelle di Bécquer e in quelle di Juan Ramón Jiménez. Ma che terrore ha l'angelo quando sente un ragno, per piccolo che sia, sul suo tenero piede rosato!

Invece, il duende non giunge se non coglie la possibilità di morte, se non sa che deve far la ronda alla sua casa, se non è certo che deve cullare quei rami che tutti portiamo e che non hanno, che non avranno consolazione.

Con un'idea, con un suono o un gesto, il duende si compiace dei bordi del pozzo in aperta lotta con il creatore. Angelo e musa scappano con violino o ritmo, e il duende ferisce, e nella guarigione di questa ferita che mai rimargina risiede l'insolito, l'inventato dell'opera umana.


Federico García Lorca
da Il duende. Teoria e giuoco, Semar, Roma 1996, pp. 3-39
cit. in  Il dio dell'ebbrezza, a cura di E. Zolla, Einaudi, Torino 1998, pp. 123-129

Monday, 10 March 2014

E l'errore verrà alla luce

Riuscire a stabilire una relazione personale con una persona in preda all'inflazione è impossibile. Chiunque abbia un'inflazione è un nevrotico, ed è assolutamente impossibile intrattenere un rapporto con un nevrotico, perché non si sa mai con chi si ha a che fare. Un nevrotico è sempre un sì e un no. Uno pensa di poter presumere del tutto tranquillamente una certa cosa e poi si scopre qualcos'altro; così, com'è ovvio, a lungo andare tutte le relazioni risultano turbate da questo stato di cose. Per un po' è certamente possibile riuscire a ingannare se stessi, a vivere sotto il velo di un'illusione, mantenendo una relazione unicamente con il versante positivo del nevrotico, ma prima o poi ci si dovrà confrontare con il versante negativo, e a quel punto l'errore verrà alla luce.

C. G. Jung, quarta conferenza della sessione autunnale dei Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche,
Bollati Boringhieri editore, Torino 2011, p. 219

Essere un mostro in un monastero

Nell'Inno alla gioia di Schiller incontriamo quest'idea di una compensazione della misera e piccina condizione dell'uomo per mezzo della grandiosità di quello stato totalmente inconscio che è l'entusiasmo dionisiaco. Durante l'intossicazione il dio fa ingresso nel mýstēs. Questi diviene egli stesso un dio, diviene la grande corrente della natura, il suo stesso flusso, e non esiste più alcuna preoccupazione individuale. È un modo per affrontare gli affanni quando diventano troppo pesanti. È la maniera tipica dell'isteria, per usare un'espressione assai misurata in relazione a tale fenomeno, ed è anche quella dell'alcolista che ricerca nell'intossicazione la perdita di consapevolezza. Cerca di sfuggire ai propri problemi dissolvendosi nell'immensità dell'universo, poiché l'individuo isterico tenta di salvarsi dal proprio complesso. L'altra via, quella psicastenica o introversa, conduce a rinchiudersi da qualche parte con il proprio complesso, a evitare le altre persone, a evitare l'intossicazione per fissare il proprio complesso dritto in faccia e non fare nient'altro. Questa potrebbe essere la modalità apollinea. Naturalmente con il termine "apollineo" non s'intende tutto questo, trattandosi piuttosto di una modalità da assumere nel senso della discriminazione, del discriminare te stesso in quanto contrassegnato da un complesso, cosa che ti distingue da tutti gli altri essere. Nessun grande abbraccio con l'universo, quindi, non un solo bacio alle sue creature: concentrarsi totalmente sul complesso fissandolo dritto in faccia, essere un mostro rinchiuso in un monastero, venire a patti con il fatto di essere esclusi. Questa è un'altra strada, un altro mezzo di redenzione, o percorso di grazia, se preferite.

C. G. Jung, VIII conferenza della sessione primaverile 1934 dei Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche,  
Bollati Boringhieri editore, Torino 2011, p.153-54

Neurotic master of balanced puppets

Quando proiettiamo un problema sulle persone con cui siamo in rapporto o sui nostri amici, per esempio, facciamo proprio questo: per riuscire a risolvere il nostro problema, li aiutiamo ad annientarsi reciprocamente, a far sì che si arrechino vicendevolmente danni di ogni genere. L'uno rappresenta un lato del nostro carattere e l'altro un lato diverso, e cerchiamo di far sì che s'incontrino amichevolmente o di farli lottare l'uno contro l'altro. Ciò spiega gli intrighi che circondano sempre le persone nevrotiche; sono immerse in un tessuto di intrighi. Subiscono ovviamente una quantità tremenda di proiezioni malevole, ma sono sempre loro a causarle o addirittura a istigarle. Gli altri sembrano interpretare il ruolo di attore nel loro teatro personale: l'uno ride e l'altro piange, e poi raccontano questa o quella storia per mettere queste persone l'una contro l'altra - ed ecco che hanno ottenuto lo spettacolo che desideravano.
Alla lunga ne pagavano le conseguenze, certo, ma anche gli altri, se sono così sciocchi da cadere nella loro trappola.

C. G. Jung, VII conferenza della sessione primaverile 1934 dei Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche
Bollati Boringhieri editore, Torino 2011, p.128