Cercando nel labirinto degli specchi

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Tuesday, 9 March 2021

Craked

Model with creepy doll's mask
She's a doll

TWS

 (made with a little help from Snapchat's creepy dolls lens by Ronda and Yamamay's Spring - Summer 2007 catalogue - thx)

Wednesday, 23 April 2014

Ophélie


Dio li fa e poi li accoppa
(effetto Pigmalione - il disegno come incesto)
 


TWS
(chibi punk-goth-existentialist ghostly girl I've created with the ChibiMaker web app, then modified)

Saturday, 5 April 2014

Yuki no Furēku - chan


Chibi Snow

TWS
(Biancaneve versione kawaii, che ho realizzato con www.chibimaker.net - arigato!)

Thursday, 25 April 2013

Eight hundred heights


Ovvero, la divisa della sacerdotessa presuntuosa. 
Cose che mi rende felice indossare:


1. I travestimenti da Harley Quinn, da maid, e da Biancaneve. Innocenza distruttiva, amore puro e insano, chibi beauty gone wrong.
Anche perché adoro >

2. I corsetti. Forse non ho il fisico, ma a me comunque piacciono.

3. Le croci. Orecchini, ciondoli, t-shirt (> croce a Τ... ihih... No. Intendevo le decorazioni stampate sulla t-shirt .-.), tatuaggio... La ragazza delle croci.
Anche la Cross Punisher di Nicholas D. Wolfwood potrebbe piacermi. Ma si tratterebbe di un accessorio da usare, non da indossare. Proprio come >

4. Gli accendini. Le candele. I fiammiferi. Tutti accesi, rigorosamente. Se no inizio a fibrillare, e mi si asciugano le fauci.

5. I boxer, le magliette e i reggiseni con stampe grafiche cartoonose e dai colori acidi. Molto "kidult" e molto cool. Magari qui non dovrei dirlo. Ma nessuno scoprirà mai cosa dico.

6. Qualsiasi cosa con stampa a righe. Meglio se >

7. In bianco e nero.
Magliette alla Pugsley Addams, per esempio. Calzetti optical, pigiami da carcerato.
Gli orecchini ad ammanita muscaria. Il mio braccialetto navy. Il tartan punk o un po' emo.
Bianche (ma non solo), le ampie camicie da uomo, e le calze. Neri, gli stivali da soldato o pirata, e i giubbotti.
Rose nere in campo bianco.
Ma questa era particolarmente scontata, perché vivo la mia vita à pile ou face (cit.), si sa.

8. Le borchie? Concettualmente.
Si vedrà.

9. I guanti, bianchi in pizzo, bianchi à la gentleman, oppure di pelle, viola.

10. Le catene - sugli stivali, al collo, al polso, magari come un bracciale a forma di manette.
D'argento, meglio. Brillano, e sono più fredde.

E dato che due punti qui sopra non ne fanno uno, le cime sono giusto otto - gli spunzoni di un letto di spilli.

 Di ciò, a chi importava?
Ma a moi, naturalmente.

X . x, 
TWS



Sunday, 16 December 2012

Munchies

Quando si tagliò le vene, Münchhausen stava solo tentando di stare meglio, almeno per un po’.
Quindi aveva pensato di recidere i problemi sul nascere, e prendersi così qualche tempo di riposo.
Nessuno le credeva mai, quando Munchies confessava di sentirsi male.
Ecco perché la chiamavano Münchhausen - perché pensavano tutti che si inventasse il malessere, per rendersi più interessante, e farsi coccolare.
Munchies era una ragazza piccolina, una chibi beauty che ricordava una bambola di porcellana, a cui però mancava quella terrificante luce negli occhi. Era come se la sua anima si fosse spenta, e lei di tanto in tanto cercasse dentro di sé il pulsante giusto per riaccenderla.
Aveva gli occhi scuri, i capelli scuri, la pelle così pallida da apparire quasi verdognola, e il seno troppo piccolo, come spesso gli altri non mancavano di farle notare. Non stava bene, con gli altri, e questo era solo uno dei tanti motivi.
Ma fu proprio quando Münchhausen decise di dare un taglio netto alla sua melanconia, che suo malgrado sopravvisse, e trovò lavoro come maid al servizio dell’uomo che lei chiamò sempre e solo Doc.
Doc era e un attimo dopo non era ciò che era fino a poco prima, come lo Stregatto. Solo che non sorrideva mai, anche se sembrava che sorridesse sempre: aveva le labbra increspate da un sorriso triste e gentile, e ogni tanto, quando Munchies ne combinava una delle sue, rideva addirittura, ma era una risata delicata e sommessa, che sembrava venire in forma di eco dall’Al di là. Forse anche lui era defunto dentro, pensava qualche volta lei, ma poi questo le pareva incredibile, perché Doc per lei era il migliore tra gli uomini. Non poteva certo avere qualcosa in comune con lei, quello scarto di topolino di fogna che era Münchhausen.     
 Era anche bello, Doc, ma questo Munchies preferiva non ammetterlo, perché altrimenti lo sapeva, che sarebbe caduta nel solito vortice, e chissà dove sarebbe stata scaraventata stavolta.                                          
E così, ogni volta che il sorriso strano di Doc le faceva venire le vertigini o le riempiva di spilli gelati il cuore, Munchies si sistemava la crestina che troneggiava sulla sua massa di capelli mossi e dotati di vita propria e personalità ancora più particolare, e si rimetteva a pulire – perché lei riusciva sempre, ma in quei i casi con un’abilità in particolare, a trovare qualcosa che andasse lavato e ripulito per bene.
Doc era l’unico sulla faccia della Terra a non far sentire Munchies un castello di carte alle prime folate di un tornado.
E Munchies, per Doc… non ne abbiamo proprio il minimo indizio.
Münchhausen adorava il colore argento. E proprio d’argento erano le catene con cui Doc l’aveva legata. Questo legame rendeva un po’ complicato svolgere alcune delle sue mansioni quotidiane, ma lei non se ne preoccupava, perché così era felice lo stesso.                                                                              
Doc l’aveva presa sotto la sua grande ala di albatros, non perché lei fosse proprio lei, ma perché era stata l’unica che si fosse mai avvicinata a lui, senza paura, e senza interessi.                                                            
Münchhausen era per lui un curioso esperimento, bambolina a metà tra una Musa e una serva.