Cercando nel labirinto degli specchi

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Tuesday, 30 April 2019

Harley Quinn Anatomy

Harley Quinn's skeleton
Scheletro di Harley Quinn
 Dedicato a mr C0C0nu#3R 


TWS

(HQ hat from Harley Quinn: A Modern Harlequina on www.metmuseum.org ; mallet from Popcultcha ; skeleton from plate XXXIII of Cheselden's Osteographia - danke!)

Wednesday, 29 May 2013

Thursday, 2 May 2013

Cherry puddin'


                                                               High Underground Harley









Cosplay morning!

TWS

(thx Marcelletti)



[Harley Quinn's official outfit from Batman: Arkham City
by Secret Wishes]


Thursday, 25 April 2013

Eight hundred heights


Ovvero, la divisa della sacerdotessa presuntuosa. 
Cose che mi rende felice indossare:


1. I travestimenti da Harley Quinn, da maid, e da Biancaneve. Innocenza distruttiva, amore puro e insano, chibi beauty gone wrong.
Anche perché adoro >

2. I corsetti. Forse non ho il fisico, ma a me comunque piacciono.

3. Le croci. Orecchini, ciondoli, t-shirt (> croce a Τ... ihih... No. Intendevo le decorazioni stampate sulla t-shirt .-.), tatuaggio... La ragazza delle croci.
Anche la Cross Punisher di Nicholas D. Wolfwood potrebbe piacermi. Ma si tratterebbe di un accessorio da usare, non da indossare. Proprio come >

4. Gli accendini. Le candele. I fiammiferi. Tutti accesi, rigorosamente. Se no inizio a fibrillare, e mi si asciugano le fauci.

5. I boxer, le magliette e i reggiseni con stampe grafiche cartoonose e dai colori acidi. Molto "kidult" e molto cool. Magari qui non dovrei dirlo. Ma nessuno scoprirà mai cosa dico.

6. Qualsiasi cosa con stampa a righe. Meglio se >

7. In bianco e nero.
Magliette alla Pugsley Addams, per esempio. Calzetti optical, pigiami da carcerato.
Gli orecchini ad ammanita muscaria. Il mio braccialetto navy. Il tartan punk o un po' emo.
Bianche (ma non solo), le ampie camicie da uomo, e le calze. Neri, gli stivali da soldato o pirata, e i giubbotti.
Rose nere in campo bianco.
Ma questa era particolarmente scontata, perché vivo la mia vita à pile ou face (cit.), si sa.

8. Le borchie? Concettualmente.
Si vedrà.

9. I guanti, bianchi in pizzo, bianchi à la gentleman, oppure di pelle, viola.

10. Le catene - sugli stivali, al collo, al polso, magari come un bracciale a forma di manette.
D'argento, meglio. Brillano, e sono più fredde.

E dato che due punti qui sopra non ne fanno uno, le cime sono giusto otto - gli spunzoni di un letto di spilli.

 Di ciò, a chi importava?
Ma a moi, naturalmente.

X . x, 
TWS



Thursday, 20 December 2012

Nemesi


E nell'assoluta mancanza di senso del tutto, qualcosa mi si getta addosso, stendendomi sul pavimento.
Faccio appena a pensare alle migliaia di germi, ai miliardi di germi che popolano quella superficie che sembra linoleum - come se io sapessi cos'è il linoleum -, che la cosa che mi ha colpito inizia a prendermi a calci. Poderose stilettate, letteralmente. Sembrano proprio costose e chic le scarpe francesi con tacco 12 che mi accarezzano dolcemente il fianco, mentre cerco senza fiato di rialzarmi.
Arriva un momento in cui una ragazza non sa più cosa sia il dolore - e quel momento per me è arrivato poco fa, quando il mio sacro vaso è stato invaso, e il mio pudore è volato via con Cupido. Tra le gambe sento ancora le fitte che immagino diano gli spadoni medioevali quando affondano nella carne, o i tronchi per l'impalamento, ma è un dolce piacere. M'immagino il sangue che macchia delicatamente le mie mutandine, e tra l'esaltazione e lo svenimento rotolo sul fianco libero e mi tiro su, appoggiandomi al muro.
Mi sistemo un po', per essere presentabile quando incasserò il prossimo assalto, e finalmente vedo la belva che mi ha colpito. Ha tutto l'aspetto di una dottoressa, con grandi occhiali tondi sul volto dai tratti raffinati, reso più austero e meno avvicinabile dai capelli raccolti e un camice bianco inamidato, adesso un po' spiegazzato dall'assalto.
Puttana, urlano i suoi grandi occhi verdi, e l'odio lampeggia, amplificato dalle grandi lenti.
Uh-oh, inizio a capire chi potrebbe essere. Giochiamo a Indovina chi - "è psicolabile, e si è infiltrata qui ad Arkham sotto mentite spoglie?" - troppe domande, dovrò saltare un turno.
Puttana! urla lei, e solo allora mi accorgo che da tutte le... ehm, camere con vista del corridoio si affacciano volti che poco concilierebbero il sonno, e che paiono inneggiare alle imprese della sottoscritta.
Che cazz... inizio, ma la dottoressa, all'apparenza tanto bionda quanto instancabile, mi si scaglia di nuovo addosso.
L'indolenzimento alle gambe reclama di colpo la mia attenzione, e mi sento d'un tratto inaspettatamente carica.
Il mio sguardo è attirato da una bellezza tutta curve dai capelli di fiamma, nella vetrata dritta davanti a me.
Colpisco distrattamente la mia assalitrice con un calcio rotante, ma non riesco a staccare gli occhi di dosso a quella visione. La dottoressa torna all'attacco, mi afferra un braccio, conficcandoci le unghie, lunghe, perfette, e smaltate di rosso e di nero, e con la mano libera mi strattona i capelli, ridacchiando tra sé dei miei nodi e delle mie doppie punte. Mi sento mortificata - normalmente non m'importerebbe, anzi, le darei allegramente ragione, ma oggi... oggi devo essere perfetta! Un altro calcio, nello stomaco, e poi via di zampate, senza pensare e senza pietà, ovunque capiti, tranne in piena faccia e sul seno - quelle sono zone sacre. Continuo finché non riesco a liberarmi, e quando finalmente riacquisto l'uso di entrambe le braccia mi getto addosso al nemico, o meglio alla nemica, schiacciandola contro il muro. Riesco a girarla e scaraventarla di faccia contro una vetrata, poi lei mi sfugge e i ruoli s'invertono - mi sbatte al muro.
Un'occhiata sarcastica, e non si trattiene: Mah, contento lui... mah, dev'essere proprio esaurito! Accontentarsi così, di una come te...
Ma non la lascio finire, e strappandole una penna dal taschino gliela punto contro.
Non ti muovere, devo giusto aggiustare... quei bei baffoni che stamattina hai dimenticato di spuntare!
Non è la mia battuta migliore, ma è macchinosa abbastanza da lasciarla senza parole, mentre le avvicino a tutta velocità la punta della penna alla faccia. La respinge con un rapido colpo di mano, ma a quel punto ne approffitto per lanciarmisi addosso a lei fino a farla cadere, come ho imparato nei buoni vecchi allenamenti ad educazione fisica.
Per una portentosa botta di fortuna le finisco sopra, schiacciandola col mio peso più o meno piuma, sufficiente a crearmi numerosi complessi, ma anche a tenerla a terra senza darle possibilità di recupero.
3, 2, 1, knock ou...
Siamo finite proprio davanti alla cella della rossa. La quale mi guarda con un sopracciglio elegantemente alzato, giocando con una rosa rossa come il fuoco dell'inferno, che pare sbocciarle tra le dita proprio ora, lì, sotto i miei occhi.
J...Jessica Rabbit? mormoro, bloccando contro il pavimento che prima supponevo sudicio i polsi della dottoressa. Sono seduta su di lei, con le ginocchia piegate contro la sua vita, e sotto di me si mostra in tutto il suo prosperoso splendore il fisico della mia nemica. Ha il seno così grosso che nella lotta il camice le si è aperto, mostrando uno scorcio della succinta camicetta che ha sotto - ma la mia attenzione è stranamente altrove.
Quella posizione. Il mio corpo ricorda, d'altronde è appena successo - avvampo e tutto sembra prendermi fuoco. Un calore bellissimo che mi offusca la mente - e un bruciore senza interruzioni all'inguine, con qualche crampo anche agli addominali e alle cosce. 
Ragazzi, sono vecchia.
La rossa dalla bocca di rosa mi fa l'occhiolino, e per poco non svengo - ma la debolezza non è dovuta a lei, per quanto eccitante possa essere. Anche questo è strano, lo so. Ma io non ci penso, e mi volto verso la cella da cui dovrei essere appena uscita, se il combattimento non ci ha fatto piombare in un altro piano, o dimensione.
Lo intravedo mentre sorride, e alza il pollice, in segno di approvazione - poi qualcuno mi afferra per il braccio e mi tira su, facendomi alzare dalla rivale sconfitta. Il mio vecchio amico - mi lancia un'occhiata amichevole e preoccupata insieme, per sapere se sto bene. Io mi affretto ad alzare il pollice in su, come a dirgli oh yeah. Lui ride scuotendo la testa, senza capire (spero) il motivo della mia incurante euforia, e mi scorta lungo il corridoio, verso il mondo purtroppo reale.
Lo seguo, e così ci lasciamo quel piano, il mio preferito ad Arkham, alle spalle.
L'ho visto - è stato solo un attimo, ma mi è bastato. Sembrava contento, o almeno fiero di me.
Questo mi basta - questo, e che non abbia orrore ad avermi sverginata.

Wednesday, 21 November 2012

Amour fou

Harley la guarda dalla finestra.
La vede allontanarsi, mogia mogia, con la coda fra le gambe.
Che ridere.
Che vergogna, per il glorioso gentil sesso!
Quella ragazzina... non ha neanche cercato di combattere per il suo amore.
Harley fa un saltello, fuori di sé dalla soddisfazione.
Il suo puddin' è solo suo (anche se lui fa finta di non saperlo).
Non c'è spazio per i triangoli, nel loro folle amore infinito.
E ora che il suo trionfo è completo - anche se, peccato!, la ragazza non è stata abbastanza avvelenata... ma di sicuro ora sta peggio di quanto lei avesse mai progettato, col suo piccolo cuoricino spezzato dietro a quelle tettine minuscole... ma come si fa a pensare di poter piacere a un uomo del genere, quando si è messe così male! ...di sicuro ora sta scappando a casa a affogarsi in un barattolo di gelato... sembra proprio Bridget Jones! Bé, tette a parte. Ah, così così impara a sopravvivere quando gioca con Harley Quinn! -, Harley si concede un po' di delirio di magnificenza. Poi si toglierà quel corsetto soffocante, e farà un po' di beau spectacle burlesque per il suo uomo...
Adesso arrossisce, perché anche se ormai lo conosce da tanto, non ha mai smesso di desiderarlo, dal primo giorno in cui l'ha visto, dietro quel gelido, troppo spesso vetro, ad Arkham... ah! Chissà se anche lui se lo ricorda così intensamente, il loro primo incontro.
Sarà stato anche per lui... amore a prima vista?
Cuoricini e petali di ciliegio svolazzano tutt'intorno alla nostra eroina, quando, più che mai decisa, si slaccia con calma cerimoniosa il corsetto, pronta a voltarsi verso il suo amato in tutto il suo nudo splendore.
La strega cattiva è stata vinta, non è ora di festeggiare?
Scommetto che ora è strisciata in un taxi, senza avere i soldi per pagare, ma è così intenta a piangere da non averci pensato... pensa divertita, godendosi tutta la sua cattiveria. In fondo ha imparato dal migliore la sottile arte del prostrare il prossimo, giusto? E poi a casa si getterà in bagno, con una bottiglia piena, riempirà la vasca, si scolerà il vino da sola... e si masturberà nell'acqua calda pensando... Harley ride, ebbra della sua vendetta. ...pensando a ciò che io e lui... faremo per davvero!
Il solo pensiero di ciò che l'aspetta le fa girare la testa. Interrompe la svestizione, per riprendere un po' di fiato.
Povera ragazzina, ha un faccino carino, però, non credi? dice intanto, falsa misericordiosa, al suo amore, che l'aspetta e tace. Starà ammirando la scena, fingendo di non guardare, si dice lei, gongolando emozionata.
Non pensi... che starebbe bene, se glielo decorassi... a tua immagine e somiglianza? butta lì, come suggerimento e provocazione, non stando più nella pelle al pensiero di vedere la sua rivale elegantemente... sfregiata.
Mmh, risponde lui, pensieroso. Naaa, lei... è già deturpata abbastanza... dentro... non ha bisogno... di me, per quello!
La risposta di lui le dà la gioia finale. Lui trova quell'altra brutta!
Tic! L'ultimo gancetto è aperto.
Che inizi lo spettacolo.

Ta-da-da-daaan!
Harley si volta, spiegando le braccia, a rivelare al meglio la sua lingerie di pizzo nero e borgogna.
Lui non commenta - l'ho lasciato senza fiato, pensa lei. Poi apre gli occhi.
Et voilà!
Lui è a un passo da lei, e la guarda leccandosi i baffi.
Ma prima che Harley possa abbandonarsi alla gloria - Dolcezza, quel completino! esclama lui, deliziato.
Ti dona... da morire... Il reggiseno, poi... sembra che ti sia... cucito addosso!
E con un ferro da cucito in una mano, e un uncinetto nell'altra, le salta addosso - ma non per ciò che lei pensava.

Saturday, 17 November 2012

Mandorle amare (HCN)

La ragazza si tira uno schiaffo, e realizza che le piace.
Se ne dà un altro, più forte, sull'altra guancia.
Ha porto l'altra guancia al Male, è questo che si deve fare, no?
Si colpisce ancora, e ancora, finché le guance non le scottano. La pelle tira, la mascella duole. Tanto meglio, si deve continuare.
Il ciaf! sonoro degli schiaffi si libera nella stanza deserta. Ci sono solo lei, e la colpa che deve espiare.
Poi, una mano che mira alla guancia scivola, le dita arrivano a sfiorare il collo.
La ragazza allora tenta un esperimento, espande la zona dedicata ai colpi, ma sul collo l'effetto è strano, non la soddisfa.
Una sberla ancora, per provare, ma l'epiglottide non la convince.
Allora scende ancora.
Picchiarsi il petto a mani nude però... meglio usare qualcosa di più leggero e più deciso, qualcosa di esterno, di indipendente da lei.
La cinghia della cintura.
La ragazza chiude gli occhi, e lascia di nuovo la mano fare, immaginando che sia qualcun altro a redimerla.
Il primo colpo è troppo superficiale, lento, la sfiora appena, fiaccamente.
Il secondo è già più sicuro, ma le urta la pancia. Non era quello l'obiettivo, non in quel momento. Riproviamo.
Nella sua mente compare un giullare, steso davanti a lei, su un fianco, come la Maya desnuda di Goya.
Ah! il cuoio della cintura inizia a fare effetto. Il calore delle sue carezze si spande su di lei, diffondendosi dal punto d'impatto a tutto il ventre.
Lei solleva la mano, senza guardarla, persa in quell'immagine così ambigua e attraente. Il giullare è una giullare - il suo seno morbido e abbondante si delinea sempre meglio, a mano a mano che lei focalizza la scena. La cinghia scatta ancora, una lingua di serpe che le lambisce un capezzolo.
Finalmente.
Il bruciore frizza, lei se lo gode tutto - perché finalmente soffre.
Riprova, ed è più fortunata. La punta della cintura ora la tocca in tutta la sua larghezza, e lei si sente mancare.
La giullare è nuda, in tutta la sua sensualità ammiccante e lussuriosa, e le fa l'occhiolino, guardandola mentre si umilia.
Ah! ha perso all'ultimo il controllo della cinghia, che l'ha presa sul collo, poco sopra la clavicola.
Sembrerà un succhiotto, le suggerisce una voce, e furiosa lei riprende a flagellarsi.
Si frusta ora, a occhi aperti, sulle gambe, sulle cosce, per quanto riesce anche sui fianchi, e gli occhi le bruciano adesso senza che riesca a fermarli.
Davanti a lei la giullare, umidamente nuda davanti a lei, tranne per la maschera, da Arlecchino, rossa e nera, e un'ampia cicatrice tra i seni - in coincidenza del cuore... davanti a lei, la giullare ride, e addosso le scorre vogliosa una mano. Guantata. Dalle dita lunghe, ossute, e calzate di pelle viola.
La ragazza all'improvviso singhiozza, e lasciando cadere la cintura si lancia sul letto, dove le sue forbici di fiducia la aspettano, scintillanti nel loro gelido acciaio.
Nell'oscurità che accarezza e si struscia contro quell'eccitante Jolly, si delinea lentamente, e senza farsi accorgere nel suo accadere, naturalmente, Joker.
La ragazza apre le forbici, le spalanca, come quella Jolly farà con le proprie gambe, tra poco.
La mano del Joker scende su di lei con estenuante calma, fino a posarsi sulla x, sulla cicatrice...
La giullare ride in un fremito voluttuoso, e lui le sorride, come lo Stregatto.
La ragazza ha un'altro singulto, e le forbici calano, la penetrano, aprendole gli occhi, una buona volta.



Thursday, 15 November 2012

Needle-freak

Non so come ho iniziato, ma ora ci sono immersa.
Una vasca di aghi, mi pungono dappertutto.
Dev'esserci il mio corpo, là in mezzo, da qualche parte, io non lo sento più.
Non so cosa ci sia, alla fine di quegli aghi... a un'estremità ci sono io, con gli occhi del tutto svuotati - ricordo di aver pianto, e molto, prima di finire in mezzo a quest'inferno.
Aspettate, non... non è questo l'inferno. L'inferno è stato prima!
L'inferno mi ha inghiottita, succhiata e risputata - ora non ho più l'anima, mi sento assai leggera!
Rido - almeno credo, non sento più me stessa. Forse la mia bocca è in un altro continente, oppure... è rimasta a terra, e io ormai sto volando. Non avere coscienza fa miracoli, non vi pare?
L'inferno è stato prima, adesso sono nel Limbo.
Mi guarderei attorno, ma non mi servirebbe - e poi non sono più molto sicura di avere ancora un corpo.
La mente c'è, okay, c'è ancora, o forse non c'è mai stata, ed io non potrei accorgermi, se l'avessi persa o meno.
C'è qualcosa che ho perso, sì, questo è proprio vero.
Quando ho premuto il grilletto, mi sono fatta saltare. Il cuore non era mio - non quello che il proiettile ha attraversato. La testa non era mia - non quella in cui vige la pazzia. Io cosa avevo? Coraggio?
No, no, io solo l'ho ammazzato.
Tutto il resto, è colpa di J.
...lo è, vero?

Una sensazione, eccola. Lunga, stretta, sottile, come una serie di punti - fusi insieme da un fresco tubicino di metallo. Sembra metallo, perché mi scorre dentro senza una piega. Senza calore, umano o artificiale. Poi mi pizzica la vena. Qualcuno mi sta versando dentro un di Coca Cola.

Sono in una cella, son sotto una campana di vetro antiproiettili.
Davanti a me c'è l'Ombra. Un orco? Il grande Satana?
Vedo che non sorride, sotto la maschera nera. Orecchie a punta. Armatura. Ora forse mi spegne.
Poi non vedo più niente, perché non voglio vedere.

Mi sveglio senza anima, in un letto di ospedale.
Gli infermieri, son sette - o meglio, sette erano. I loro corpi rivestono il pavimento - sulle piastrelle lucide, la loro smorfia stravolta riluce opalescente. Una cosa mi colpisce, una sola: le loro labbra sono di rosso arrossate - come se il loro principe li avesse risvegliati.
Le vetrate, la porta da cui sarei stata protetta - tutto in frantumi, un mosaico che brilla sotto di me.
Il mio letto è perfetto - le lenzuola, inamidate, profumano di buono. E sono di me macchiate.
Sudore, cerotti, plasma, antidoto a qualcosa... un attimo, sono viva! ripenso con terrore. 
Qualche attimo ancora, e tornerò a sentire. 
Invece no.
Sulle labbra... ho un dollaro d'argento.
Sulla pelle, più niente... sono mummificata. 
Mi svolgo col pensiero - i segni del flagello mi cingono ma non sono bastati a riscattarmi.
La mia vita per la sua... l'affare, direi, è saltato.

Accanto a me una rosa, ma beve acqua di porpora - da quegli stessi fiumi in cui sarò rinata. 

Forse, però, è per Harley... penso, e non parlo.

Harley è morta, fa qualcuno - nella mia testa, o oltre?

Ecco di chi, quel cuore!
E qualcosa è più chiaro.
La rosa prende a brillare - non chiedo per chi brilla. Non credo però comunque... che essa brilli per me.

Non ho espiato un cazzo
Con la mia punizione.

Wednesday, 31 October 2012

Poison Three

Quando riprese coscienza - ma fu solo per un attimo -, Berlin si trovò in un cumulo di neve.
I cristalli ruvidi e gelati le stavano urticando il viso e le mani, ogni traccia di pelle scoperta, ma quel gelo in fondo le faceva bene.
Stava bruciando dentro. E per una volta, non metaforicamente.
Riversa a faccia in giù sul marciapiede imbiancato, doveva avere qualcosa conficcato nel petto - degli spilli forse, lunghi e stretti, come spine. Le sentiva infilate a fondo nella sua pelle, ma aveva paura di muoversi, e muoverle - ma per fortura era troppo debole per rischiare di farlo.  
Avrebbe potuto rantolare, cercare di guardarsi attorno, chiedere aiuto...
Ma sapeva che sarebbe stato inutile.
Il suo cellulare - doveva esserle caduto dalla tasca quando l'avevano scaraventata là per terra - era a portata di mano, sprofondato nella neve, davanti a lei. Berlin non lo cercò neanche.
Rimase lì, come senza vita, ad aspettare.
Aspettare che i primi avvoltoi arrivassero, e l'alleggerissero del suo corpo. Con qualche organo in meno, almeno, la sua carcassa sarebbe sembrava più magra, nella bara.
Berlin non aveva speranze.
Sapeva che chiamare i soccorsi... non aveva senso. Chiamare le amiche... Non sarebbero venute. Chiamare altri... non c'erano altri da chiamare.
Chi l'aveva lasciata lì a morire, per il veleno o per il freddo... non era stato certo il primo, ad abbandonarla.
Ma Berlin non voleva morire tra le proprie lagne, e quindi chiuse gli occhi, e aspettò.
Dicevano che dopo il freddo sarebbe venuto il dolce sonno... Aspettava.
Voleva un bel sogno, con cui essere accolta dalla morte.
Non era pronta - non avrebbe voluto sparire. Al punto in cui era, però, ciò che lei voleva non faceva più alcuna differenza.
Le sue labbra, insanguinate dalle botte e dal freddo, si schiusero piano, in un sorriso senza dolore.
Presto avrebbe smesso... di desiderare di averlo. 

Ti amo? bisbigliò, e un po' di neve, sporca di smog, le crollò in faccia, a tapparle la bocca.
S... sì... continuò, girando stanca la testa.
Così il suo viso fu sepolto del tutto.
E lei rise, rise finché la neve glielo permise...
Poi fu troppo tardi, e fu strappata via da quel tiepido inferno.

Tuesday, 30 October 2012

Heart full of holes

La vidi appena entrai.
Il bar era strapieno, eppure lei spiccava comunque, nonostante il trench e i capelli legati in uno chignon basso, tipico look della brava ragazza che non vuole essere importunata.
Mi avvicinai titubante, senza sapere esattamente cosa stessi provando, e notai che mi notò quando il mio riflesso apparve sulla lucida superficie del suo bicchiere vuoto. Un bicchiere da Martini - era una di classe, lei.
Ciao! esclamò, voltandosi in fretta nella mia direzione, e rivolgendomi un timido sorriso, che voleva essere caloroso e accogliente, ma si rivelava soprattutto come imbarazzato.
Cazzo, pensai io. Yo, dissi invece, totalmente a random. Era bellissima.
Sul genere Claudia Schiffer - Quistis di Final Fantasy VIII, il tipo di bionda bellezza sofisticata che può incarnare perfettamente lo stereotipo della professoressa sexy (prof universitaria, naturalmente). Il genere di donna fatta per i tailleur e lo Chanel n.5... con in più in dotazione un grosso paio di tette, un fisico da sballo e degli occhi verdi che più verdi non si può. Una 10/10, poche storie.
La canzone che echeggiava flebilmente in sottofondo dal vecchio juke box scassato, Jolene, risultava ironicamente, tragicamente azzeccata.
10... mormorai, persa nella contemplazione di tanto splendore.
Ehm... cosa? chiese lei, aggrottando le sopracciglia sottili, che disegnavano perfettamente l'ala di una gabbiano.
Dieci, ripetei a voce più alta, nel casino di quel bar fumoso, bicchierini, aggiunsi, salvandomi in corner.
Sul bancone davanti a lei c'erano giusto giusto dieci bicchieri da shot, precisamente disposti uno accanto all'altro, a formare il corpo di un lungo bruco di vetro.
La guardai negli occhi, curiosa. Li ha svuotati tutti lei? mi chiesi, con ammirazione.
La donna che mi aveva fatto nera pochi giorni prima, per motivi sconosciuti, iniziava a starmi quasi simpatica.
Una fitta mi riportò alla realtà, ricordandomi che non saremmo mai state amiche, probabilmente. Lei mi aveva attaccato con cognizione di causa. Era una psicologa. Aveva decifrato la mia anima - non che ciò che l'aveva turbata fosse stato particolarmente difficile da leggere tra le righe dei miei contorti a parte, voglio dire, c'era arrivato pure il mio autonominatosi tutore, e senza che proferissi verbo. Sia a lui che a lei, la dottoressa picchiatrice, era bastato guardarmi negli occhi mentre uscivo da quella deliziosa stanza imbottita.
Oh, già, fece lei, arrossendo un po'. Mea culpa. A mia parziale giustificazione posso direi che erano ottimi, davvero ben preparati.
Dai cristalli di zucchero sparsi per il bancone davanti a lei, e soprattutto per il fondo verde che ancora s'intravedeva nei bicchierini, gli shot dovevano essere stati a base di assenzio. Assenzio puro, visto il locale - il barista, un orco sui sessant'anni grosso e peloso, non sembrava particolarmente incline a sbizzarrirsi in drink fantasiosi.
Alzò la borsa (non feci in tempo a osservarla per poter ipotizzarne la costosissima firma) per lasciarmi il posto sullo sgabello accanto al suo, e io accolsi il suggerimento. Così mi piazzai lì, nel covo nel nemico, accanto alla donna che aveva lasciato chiaramente intendere che sarebbe stata lieta di donarmi personalmente un'isterectomia gratuita senza anestesia, appena pochi giorni prima. Avevo ancora qualche livido sul costato - dove non avrei mai pensato che ci si potesse procurare lividi, ah, beata innocenza.
Bevi sempre così forte? chiesi, scherzando, o forse per una piccola vendetta.
Solo da quando ho scoperto la tua esistenza, rispose lei, evidentemente senza riflettere, in un sibilo velenoso.
Lei aveva in comune con lui molti più tratti di quanti ne avessi io, così pareva.
Desolante - anche se in fondo mi aspettavo di uscire sconfitta, dal confronto con una puledra purosangue come quella (devo smettere di frequentare i carcerati, pensai come promemoria).
Poi la dottoressa dall'angelica bellezza arrossì, di nuovo, e abbassò gli occhi. Scusa, sussurrò, e sembrava sinceramente dispiaciuta.
Non sapevo come rispondere, quindi lasciai correre, e mi preparai alla resa. La mia, resa.
Non ordinai nulla, sperando che le numerose consumazioni già pagate (speravo anche questo) dalla mia amica bastassero a giustificare anche il mio posto a sedere, per evitare di avere motivo di trattenermi più a lungo di quanto bastava per infliggermi il più grande autogol della vita, e scappare a casa a piangere fino ad addormentarmi.
Senti...
Non c'eravamo neanche presentate, ma presentivo fortemente che nessuna delle due ci tenesse particolarmente a farlo.
Presi un respiro profondo e sputai il rospo.
Il rospo che una minuscola... non così minuscola, dolente parte di me aveva sin da principio sperato che potesse diventare per lei principe.
Non hai motivo di farti... questo... di fare così per me. Cioè, per... lui. Hai capito no? Io non... sono solo una... cosa? cosa diavolo ero? ammiratrice... ecco. "wannabe-groupie", ammettiamolo. No, non era il momento di ammetterlo, né quel momento ci sarebbe mai stato... era il momento di sopprimere tutto, di ficcarlo in una tomba e dargli fuoco, fino a cancellarne ogni tracca. Forse i maiali...? Non abbiamo una storia. Non so cos'abbiate voi, ma io non sono nulla per lui, solo una curiosa.
Come chi si affolla sulla scena del crimine per vedere le sagome tracciate col gesso! commentò lei, genuinamente divertita da quella che da parte mia era stata un'amara presa di consapevolezza. Che, non so perché, mi aveva appena incrinato il cuore, riempiendolo di crepe.
O allo zoo... feci io, distratta dal dolore che sentivo in un qualche punto della cassa toracica.
, tagliai corto, ecco. Tutto qui. Comprendi? Io vado, buonase-
Lei mi afferrò per la manica, trattenendomi vicino a lei.
Sei davvero carina, disse guardandomi dritta negli occhi, ipnotica. Era cambiato qualcosa in lei.
E molto dolce.
Il suo tono si era fatto materno, intenerito, ma il suo sguardo aveva qualcosa...
Mi risedetti, perché, come nella nostra rissa passata, anche allora dalla sua stretta non riuscivo proprio a liberarmi. Era anche più forte di me, non solo più bella e più formosa. Lei aveva... tutto.
Stavo per ringraziarla, quando lei mi stampò un bacio sulla bocca.
Un lungo bacio appassionato, ma elegante, senza affondare di lingua o staccarmi il labbro a morsi. Indugiò per quelli che parvero minuti sulle mie labbra, in una calda, avvolgente pressione, sfiorandomi il petto, la mia seconda scarsa, col suo seno enorme. Sapeva di miele, o di vaniglia, o di entrambi, non riuscivo a capire - a volte sentivo una nota lieve d'anice, l'assenzio che doveva aver bevuto prima.
Si fermò un attimo, separandosi da me lentamente, appena, sporgendosi ancora in avanti, per sussurrarmi qualcosa all'orecchio - mentre tutti i miei sensi erano concentrati sul contatto del suo corpo contro il mio -, in una maniera provocante che nulla aveva a che fare con l'aria virginale e sofisticata sfoggiata prima.
Capisco perfettamente, che tu l'abbia colpito così... Sei un soggetto interessante, Berlin... Wayne.
Aggiunse il cognome che non era mio con disprezzo, una punta di derisione nel suo tono da Jessica Rabbit.
E mi baciò di nuovo, mordendomi, sul collo, mentre infilava la sua mano, quella che non mi stringeva una coscia, tra i bottoni della camicetta.
Non capii a cosa si riferisse, per quanto facile fosse. Non capivo nulla.
Non sentivo più il mondo attorno a noi, che era come se si fosse fermato attonito - e forse era davvero così, vista la predilezione dei camionisti della città per gli show lesbo. Quando le sue dita, avvolte da lunghi guanti viola, dello stesso suo viola, arrivarono sotto il mio reggiseno, quando il suo tocco si fece più forte... allora realizzai cosa mi stava succedendo.
Ah! riuscii solo a gridare, un grido leggero, smorzato dallo stordimento.
Qualche gocciolina minuscola mi schizzò sulla camicia, ma, nera com'era, nessuno se ne accorse.
...Davvero interessante... principessina. Per un secondo, la stanza, troppo calda, troppo fosca, troppo affollata, mi vorticò attorno.
Poi crollai, tra le braccia di colei che mi aveva trafitto il cuore.
Mi ero punta col fuso, maledizione.