Cercando nel labirinto degli specchi
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Tuesday, 29 January 2013
Siringa spezzata
Baciala.
No.
Baciala... fratello.
No, non... non voglio.
Non sarai...
Vergine.
Ancora vergine!
Sì.
(C-cosa... tu...?!
Nose-bleeding Munchies,
Peraltro sorpresa dell'affermazione di Doc.
Come direbbe Austin Powers,
un tantinello fuori tema)
Doc trattiene Munchies, schiacciandole i palmi sotto le sue mani, sulla scrivania.
Lei è seduta, gli dà le spalle, ed è costretta a fissare il foglio su cui Doc stava lavorando, vuoto.
Baciala, gli ingiunge Florian.
Lei non lo vede. Sente solo il sinistro gelo di Doc, che pare non possedere temperatura corporea positiva.
Florian vede lei. Perché è dentro Doc, nella sua testa, anche se Doc invece sente entrargli nella schiena la lama frastagliata che lui gli punta contro - per ora, appunto solo la punta.
Ma se Doc non lo compiacerà, Florian spingerà quel coccio di vetro fino in fondo nella sua carne - può scegliere se nella spina dorsale, verso cui è già bene avviato, o se in un'area a sua scelta del cervello.
Doc deve baciare Munchausen, se non vuole perdere ogni sensibilità - o restare paralizzato.
Munchies piange, perché sa che Doc vuole ucciderla. Il suo peccato è essersi intromessa nel suo sogno.
Florian attende, stringendo il vetro, impaziente. Qualche spunzone gli attraversa già la pelle. Ma finché Doc resterà imperturbabile, lui non sentirà male.
Ti prego, non farlo.
Munchies piange.
Ti chiedo perdono... io non avrei dovuto farlo.
Un lessico limitato, commenta Florian, beffardo. Quella ragazza non gli piace, è chiaro.
Doc non riesce a procedere.
La preghiera di Munchausen... coincide con la sua, nella clemenza che implora.
Munchies non sente altro che le mani di Doc sulle proprie. Non riesce a immaginare che cosa lui stia per usare su di lei, con cosa voglia farle male - e questo fa sì che il supplizio sia in atto ancor prima di cominciare.
Il cuore di Doc non sembra neppure battere - a Florian, fantasma spalmato su di lui a soffocarne ogni poro e ogni respiro, non sembra proprio vivere. Neanche ora che si trova sul punto di morire.
Doc non dice niente, attende di sentire ancora una volta l'ordine - sa che sarà così, che Florian lo ripeterà.
Ma lui vuole farlo impazzire, e lascia la condanna in sospeso.
Il silenzio si squarcia, quando una goccia cade sul grembo di Munchausen, addobbata da cameriera.
Munchies non sa - dev'essere stata una lacrima. Una delle tante, sua.
O di Doc, forse.
Doc, ti prego, non farmi male, vorrebbe chiedere Munchies.
Ma è la paura a incantarla, a toglierle la voce.
Lui, il suo eroe, la sente - la guarda tremare, ci riesce. Non gode del suo terrore, prova orrore di quel tutto - non vuole andare avanti, ma se si ferma, come...
Come potrebbe esser peggio?
Sta per voltarsi e andarsene, uccidere Florian di nuovo - tanto non ha da perdere, lui è già morto, e vuoto.
Florian però lo piega, lo schiaccia di nuovo al suo posto - con fili d'acciaio invisibili lo manovra e lo impicca, spingendo le sue labbra contro la ragazza. Lei si gira proprio allora, facendo per alzarsi,e prima che la fine abbia fine, Doc crolla in ginocchio, e le vomita addosso.
Lei gli accarezza i capelli di neve, scostandoglieli dal viso, e sorridendo sollevata lascia che Doc si svuoti.
Monday, 28 January 2013
Sublime
Il mio colore preferito? ...è... bianco e nero, a righe, disse allora Doc, aggiustandosi con fare imbarazzato gli occhiali sul naso.
Munchies arrossì e sorrise, non poté farne a meno - perché era proprio colore del completino che aveva proprio ora addosso.
Ma preferì evitare di dirlo al suo capo, dato che nel loro particolare caso valeva il detto: un'avance al giorno leva il Dottore di torno.
E poi Munchies dubitava fortemente che Doc avrebbe apprezzato l'idea, la vista, il suono, il sapore, il profumo e/o il tocco del suo corpo fasciato solo da un paio di boxer, e un push-up che aveva poco da sollevare.
Non era quello che Florian gli avrebbe sussurrato come un serpente all'orecchio, avvolgendosi al collo di Doc come un cappio di condannato.
Florian gli avrebbe ordinato di spogliarla e di farsela - da quando era uscito dallo specchio, non si beveva più le sue asessuali fandonie.
Doc avrebbe dovuto patire la giusta dose di Munchies, e dare corpo alle incredibile storie che quella ragazza sarebbe riuscita a suscitare.
Questo era per Doc il sapore acido, color giallo-verdognolo, della restituzione del proprio screpolato sé.
Non serve dire che avrebbe ardentemente voluto evaporare - saltare un passaggio di stato.
Sunday, 27 January 2013
Poesie d'amore morte
Ultimamente sono per gli innamoramenti cerebrali.
Quelle cotte che ti folgorano a livello artistico, come un bacio della musa, che si accendono come lampadine quando viene premuto il pulsante giusto. In inglese è un evento che suona molto meglio - switch on, e l'ispirazione risorge.
In teoria. Può capitare che quest'illuminazione punti il suo chiaro, netto raggio incolore e incalore su qualcuno che, come Munchies e come una zucca negli States a fine ottobre, è stato svuotato dalla Nausea, dalla nausea o da qualche trauma emotivo degno di rilievo. E allora, in questi casi, in cui l'apatia è solerte infermiera, e la noia severa istitutrice, questo genere di amore, che colpisce e non ferisce, affascina ma non scalda, questo ectoplasma dotto e inconsistente, bé, non suscita un bel niente.
Ultimamente, da quando l'età adulta è venuta a farmi visita per ricordarmi di andare a trovarla, sono per le attrazioni intellettuali.
Il guaio è quando teorizzi bene, ma razzoli male, e finisci per prenderti una cotta che non ha nulla di irreale.
Quando ti ispira un ragazzo, un ragazzo reale, e tu non riesci a fare altro che macerarti, e aspettare.
(materiale da shoujo manga che però ti fa sospirare, ma non creare, purtroppo)
Munchies non aveva mai detto, a nessuno, che in realtà non aveva mai inteso veramente suicidarsi.
Era solo andata troppo a fondo, per sbaglio.
Un errore, tutto qui - un vero, semplice errore.
Per questo, quando Doc disegnò la sua storia, Munchausen s'iniziò a chiedere se fosse arrivato il momento di dargli qualche spiegazione.
Il fatto era che Doc non le aveva mai chiesto nulla - gli era bastato sentir parlare di lei, per volerla avere.
Proprio come un estimatore cerca una farfalla rara - per inchiodarne le ali sotto una campana di vetro, e scrivere con la sua polvere magica poesie d'amore morte.
Specchio riflesso
Eccola lì. L'ombra. E tutti i fantasmi del buon vecchio Florian.
Dovrebbe smetterla, di chiamarlo così. Florian non è mai stato buono, né vecchio - almeno stando a quanto dicevano.
Ma Florian non aveva neppure quelle profonde occhiaie, i capelli così fini e così bianchi... o l'iride rossa come il fondo di un Bordeaux d'annata, attraversata da qualche raro, lento raggio infuocato.
Florian, secondo quanto ricordava Doc, era morto poco prima di compiere... non ricordava.
Però sapeva che era ancora un bambino.
E questo spiegava la curiosa maniera in cui le decorazioni che si era fatto quel giorno erano cresciute e cambiate negli anni. Come fili di una ragnatela, ma piacevolmente ruvidi, e stirati.
Doc non ricordava molto altro, di Flo - non ne aveva mai avuto bisogno, perché a rievocarlo gli bastava uno specchio.
Ogni volta che Doc Sans Aube passava davanti a una superficie riflettente, sbirciava se stesso che fingeva di non sbirciarlo a sua volta - ma ogni volta vedeva un paio di grandi occhi azzurro elettrico, come di vetro, e un sorriso che in realtà era solo... scolpito.
Scorgendo se stesso non aveva mai visto quegli occhi scorgerlo. Quegli occhi color rogo che ora bruciavano di gioia davanti a lui.
Doc aveva sempre coltivato un placido astio nei confronti degli specchi - li evitava, il più possibile.
Anche Münchhausen non li amava affatto, tanto da arrivare a coprirsi il volto con le sue piccole mani ben fatte quando era costretta ad avvicinarsi ad uno di quei perversi rivelatori di bruttezza.
Così, nel suo rifugio non c'erano specchi. Solo qualche vetrata, e il marmo bicolore in alcune stanze - materiali lucidi utili quando Munchies era impegnata, e lui voleva appurare di essere adeguatamente curato nel suo aspetto. Capitava di rado, ma capitava.
Solo qualche vetrata, dunque, e il marmo bicolore di alcune stanze - oltre alle pareti della bolla di sapone in cui Doc era stato confinato di recente.
E proprio sulla parete che lo separava da Munchies - perché non c'era altro utensile che Doc non potesse raggiungere, in quella sua piccola, confortevole prigione domestica - si stava ora seccando la firma del suo passato sommerso.
Doc credeva di averlo annegato, quella sera, in un mare di goccioline di vetro. Invece no.
Florian Sainte Aube non se n'era mai andato, e ora reggeva nelle sue mani di pianista la testa di Münchhausen, come Aubrey Beardsley aveva raffigurato Salomé.
E la cosa peggiore era che, in quell'oscurità affollata di terrore, Flo stava per costringere Doc a baciarla.
Il piccolo caro Florian era sempre stato turbato dal buio - perché su quel morbido schermo nero uniforme gli si proiettavano intorno tutti gli scheletri che teneva in formalina nell'anima.
Adesso toccava a Doc assistere a quello spettacolo penoso.
Tanti auguri a me... sussurrò Florian, leccando con appetito le labbra spaccate di Münchhausen.
E buon non compleanno.
Doc rimase trascorse la notte a guardare la scritta senza poterla cancellare, mentre Munchies giaceva dolente e addormentata dall'altra parte del vetro.
Nessuno gli avrebbe creduto, se Doc avesse ammesso di essere stato lui a devastarla. E non una proiezione.
Tuesday, 22 January 2013
Saturday, 19 January 2013
trasformare il danno nella dama
Con amore e terrore, Munchies raccoglieva la posta, aspettandosi ogni mattina di trovare, posata sopra la cassetta della posta, il nuovo numero della rivista.
Sapeva che in copertina ci sarebbe stato Doc. Cioè, un suo disegno.
Sapeva che questo era un grande onore, e che avrebbe catapultato Doc ancora più in alto, verso le somme vette dell'arte grafica contemporanea.
Sapeva che tra i disegni che sarebbero comparsi su quel numero della rivista c'era lei. Cioè, un disegno che la raffigurava.
Attraverso il quale Doc aveva espresso il malessere che lei gli aveva causato.
Avrebbe dovuto bluffare, e ritrattare tutto. O fare come se nulla...
No, aveva lanciato il sasso, e non poteva-voleva-doveva nascondere la mano.
Anche se quel sasso aveva preso in piena faccia il suo idolo, e gli aveva spaccato gli occhiali e il naso.
Quando Doodle drunk arrivò, Munchies si sentì come ad Halloween.
Come si sentono le zucche, ad Halloween.
Nel suo stile abbacinante, così perfetto in ogni tratto da fare lacrimare gli occhi - per il candore immacolato dei suoi vuoti, e per la purezza spietata delle sue linee - e così delicato in ogni singola goccia d'inchiostro... da fermare il cuore, Doc l'aveva svuotata, aveva fatto della sua interiorità una zuppa, e di ciò che restava di lei la maschera di una candela che sostituiva ora il suo cuore strappato.
In copertina c'era un angelo coi polsi e le caviglie legate, incatenato a una cancellata Liberty, alle porte del nulla. Ai suoi piedi c'era un gatto tigrato, che sembrava attenderla e insieme piangerla, come un'offerta il suo sacrificio.
Munchies lasciò la rivista sulla scrivania di Doc, insieme alle pubblicità dei supermarket e alle varie bollette da pagare, e cercò di addormentarsi subito, per non ricordare.
Erano le tre del pomeriggio.
Ti ringrazio, ma io non lo posso capire - le aveva risposto così, tranquillamente. Il suo sorriso era sceso in un'espressione quasi triste, mentre la rifiutava. Munchies non aveva potuto reagire, perché si era fatta di sale.
Non riusciva a capire.
Lei non gli aveva chiesto nulla, gli aveva solo confessato ciò che provava.
Aveva scaricato il peso della croce su Doc, e lui a malincuore non l'aveva scansata.
Poi, quel giorno di confessione, Munchausen si era dedicata alla pulizia del bagno, e Doc aveva passato tutta la notte a disegnare.
Come al solito.
Il gatto era bianco a strisce turchesi, l'unico tocco di colore del disegno.
Fu un numero di Doodle che riscosse un certo successo.
Monday, 14 January 2013
artificial-self -halo-polishing
Munchies era una bambolina gotica, che come divisa aveva un corsetto di pizzo bianco e nero, lunghi calzettoni bianchi, ballerine in vernice lucida nera, e una gonna a balze in stile tartan optical.
Nessun colore, a parte il rosso delle sue guance, che prendevano fuoco di tanto in tanto, quando Doc si girava nella sua direzione e la sorprendeva a guardarlo.
Dopo settimane e settimane al suo servizio, Munchausen non aveva ancora capito se il suo capo si fosse accorto o no, delle effetto che le faceva.
Doc aveva le basette, lunghe ma non troppo, gli occhiali con la montatura leggera, in metallo, portava sempre i guanti, pantaloni con la piega, una cravatta - o papillon -, una giacca con le code, e la sua faccia era attraversata da una lunga cicatrice, che si era fatto il giorno in cui era morto Florian.
I suoi capelli erano soffici e bianchi, e non si sapeva perché.
Sono nato così, aveva detto una volta Doc, e a lei era bastato.
Quando le si presentò, in ospedale, Doc aveva ventisei anni.
Quel giorno, quando si era guardato nei frammenti dello specchio che aveva appena spaccato, nel vetro aveva rivisto il bambino che non era.
Quel volto così angelico, quegli occhi che non piangevano, quelle labbra tanto sottili...
Perché non sorridi mai?! chiedevano i suoi parenti, scuotendo il capo delusi. Quella sua calma glaciale, velata di dolce mestizia, li esasperava tutti - ma non lo volevano lasciare stare.
Così lui prese una scheggia, proprio in mezzo ai resti dello specchio, e spezzando la sua immagine scomposta, traccio sul viso di Florian un bel ghigno di pace.
Suo padre ebbe un infarto, sua madre invece svenne, quando infine lo trovarono, tornati dal teatro, mentre lui riposava placido tra le lenzuola macchiate, confinatosi in soffitta.
La mano sinistra era un campo arato, la sua faccia una maschera, ma anche quando lo picchiarono Doc non si pentì, per niente.
I segni ai lati della bocca, che la chirurgia non era riuscita del tutto a celare, ricordavano che quella sera Florian era sparito, era stato sacrificato.
Da quella sera era sorto Doc, e se ne era andato.
I suoi l'avevano lasciato vivere in un attico, nella periferia della città, con un tutore, ben più coraggioso di loro.
Doc ce l'aveva fatta. Era diventato libero, e poteva finalmente recludersi.
Studiò finché doveva, poi congedò il suo precettore. Compiuti i ventun'anni, salutò anche il suo tutore. Senza che venisse informato delle vicende familiari, un giorno ricevette una ingente parte di eredità dal padre.
Coi suoi parenti era rimasto in quieti rapporti epistolari, aveva chiarito tutto tanto tempo prima, quando ancora Munchies non lo conosceva. Nessun rancore, è solo che a differenza di voi non posso essere considerato umano.
Appena la sua mano era guarita, aveva ricominciato a disegnare. Per colpa di un amico che non aveva mai rinunciato ad immischiarsi e andare a trovarlo, in poco tempo il suo stile elegante e lacerantemente incantevole l'avevano reso un autore di culto irrinunciabile.
Così bello che fa male, si diceva, del suo lavoro.
Quindi la sua vita andava come lui l'aveva pensata, e poteva essere se stesso, che tanto nessuno lo vedeva.
A parte Munchies, che però lo idolatrava.
Andava tutto bene, dalla sera in cui aveva ammazzato chi lo torturava.
Era nato così. Fine.
La vita scorreva con il latte e con la china, nell'attico d'avorio Sans Aube.
Però anche allora, Doc non sorrideva mai.
Aubade
Lo chiamava Doc senza che lui sapesse perché.
Se l'era sempre immaginato vestito di bianco, con addosso un camice lindo e inamidato, gli occhiali dalle lenti lustre e abbaglianti, che riflettevano il mondo come uno scudo che parava i suoi occhi... e perché no, siringhe e cerotti, a profusione. Questo perché Munchies tendeva a farsi deliberatamente del male, e perché per lei non c'era soddisfazione più grande di quella che provava dopo un prelievo, a immaginare di sentire il foro aperto dall'ago richiudersi, coccolandosi così.
Ma anche perché Doc era la persona più saggia che conosceva - l'unica saggia e una delle poche che conoscesse, in effetti. Non che avessero fatto chissà quali dibattiti sui massimi sistemi: semplicemente le bastava lanciargli un'occhiata furtiva, per leggere sul suo viso bello e triste che lui possedeva la Verità.
All'inizio si era rivolta a lui come Signore, quand'era sovrappensiero addirittura come Padrone (per poi evaporare nell'imbarazzo legato alle possibili implicazioni sadomasochistiche che il termine avrebbe potuto suscitare), poi col tempo aveva iniziato a chiamarlo Doc, e lui non le aveva vietato di continuare.
Pareva quasi che gli facesse piacere. Forse gli ricordava un film, o gli studi che i suoi avrebbero voluto, ma lui si era rifiutato di fare.
Münchausen non avrebbe mai iniziato a indagare sul personale, se Doc non avesse iniziato a offrirle il suo famoso the corretto, o the corrotto, un bel giorno.
Era il compleanno del vecchio Florian Sainte Aube, e Doc voleva festeggiarlo, un po' per scherzo e un po' per pietà.
Così chiese a Munchies se se la sentiva di avventurarsi fuori, e lei per accontentarlo disse di sì, e si armò per la guerra.
Con un nastro blu notte annodato al collo, e stretta nel pugno la lista della spesa scritta da Doc in persona, Münchausen scese solenne le scale verso il mondo reale, dopo che il suo padrone l'aveva ringraziata con grande cerimonia.
Munchies temeva gli spazi aperti - più che altro, gli spazi popolati - appena un pochino meno del suo principale, ma
Ciò che Doc desidera davvero, Doc avrà. Oggi almeno, devo fare del mio meglio, e avverare ogni suo desiderio.
Questo si ripeteva la nostra eroina, sfrecciando rasente i muri della grande città, alla ricerca di pasticcini e gelato.
Doc ama i bigné, quelli bianchi però, si ammoniva la ragazza, proteggendo la lista che Doc, proprio lui e nessun altro, aveva stilato di sua mano, che aveva nascosto nella tasca interna del cappotto ben abbottonato, come una santa reliquia.
Per celebrare il defunto Florian, e la nascita di Doc Sans Aube, questo e altro Münchausen avrebbe fatto.
E nel pensarlo non poté evitare di avvampare, per quanto comunque non l'avrebbe mai osato sperare.
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Saturday, 12 January 2013
Soggetti emotivamente problematici
Florian... è un nome piuttosto pretenzioso, per questo secolo, no?
La domanda di Munchies rimase sospesa nell'aria, e Doc non la notò che dopo un po'.
Oh... sì, decisamente! rispose, quando puntò la sua attenzione su di lei. Ma ai miei non importava... era parecchio... inattuali, aggiunse, e il suo sguardo si perse nel vuoto.
Difficile che stesse pensando a loro.
Munchies riprese a lavare i piatti, mentre Doc continuava a fumare, e aspettò qualche minuto, prima di porgli l'interrogativo successivo.
Sapeva che quello sarebbe stato come un colpo alla roulette russa. Non sapeva se fosse quello il turno del proiettile.
Perché sei rimasto chiuso là dentro? Cosa avevi fatto? gli chiese, alla fine.
Sotto le bolle di detersivo, strinse forte i bordi del piatto che stava strofinando.
L'acqua iniziava a raffreddarsi, era tiepida ora.
Doc stava per dare un altro tiro di sigaretta, ma si fermò, con la mano a qualche centimetro dalla bocca. Guardò Munchies senza cambiare espressione, con gli occhi cerchiati, sul volto color cerone.
Bé, ho fatto a pezzi un bambino, disse semplicemente, e aspirò un po' di fumo.
Munchies guardò la bronza tornare ad accendersi di nuovo infernale calore.
Poi Doc scoppiò a ridere.
Wow, quella sì che è una faccia sconvolta...! commentò, allegro come Munchausen non lo vedeva da giorni. Poi agitò veloce la mano, come a dissipare il fumo, e la precedente affermazione.
Naaa, ho solo dato fuoco a un ospedale abbandonato. Per vedere che effetto faceva... se avrebbe sciolto qualcosa.
Munchies vide il sorriso appassire a tempo di record sul suo viso. Doc adesso era sconfortato, come al solito.
Lei sapeva che si riferiva al proprio cuore.
Oh. E perché ti hanno rinchiuso a casa? Si è finito per fare male a qualcuno?
Quando era successo Munchies era stata quasi contenta, perché prima aveva temuto che avrebbero portato via Doc. Prima o poi sarebbe dovuto accadere - l'internamento, una fine quasi inevitabile.
Quasi.
Doc alzò le spalle. Come fosse o non fosse andata quella storia, non è che tanto gli importasse.
Hanno detto che nelle mie condizioni era la soluzione migliore. L'unico compromesso...
...che non l'avrebbe innescato di nuovo.
Munchausen sentì il dolore che avrebbe dovuto percepire lui, se fosse stato banale.
Normale, preferivano dire i dottori.
Munchies sentì il cuore espandersi, gonfiarsi fino a scoppiare. Doc era così... grande.
Per lei era come un dio, uno spirito del gelo.
Avrebbe tanto voluto essere altrettanto forte.
Morto dentro, preferivano dire gli altri.
Era davvero un bene, che nessuno - a parte lei - potesse avvicinarsi a Doc, da anni.
Hai bruciato qualcosa anche il giorno in cui i tuoi ti hanno lasciato da solo a trincerarti?
Doc strisciò il fiammifero sulla superficie ruvida della scatolina - che su un lato raffigurava un fiocco di neve, notò Munchies, sbirciandolo.
No, quel giorno ho davvero... fatto a pezzi un giocattolo.
Munchies riflettè rapida. Doveva esser preoccupata?
Visto come si sentiva, Doc poteva aver chiamato...
Ma non ha sofferto nessuno, non devi preoccuparti. Era un ninnolo fatto sbagliato. Nemmeno io ho pianto.
..."giocattolo" se stesso. Che i suoi avevano assemblato per puro divertimento.
Doc si sfilò il guanto destro, e lo appoggiò sul tavolo.
Fu allora che Munchausen vide la ragnatela di segni sul suo palmo.
Sopra le linee della vita, dell'amore e della fortuna, Doc aveva un reticolo intricato di punti e suture.
Come se avesse stretto forte nella mano le schegge lunghe e appuntite di un grande vetro rotto.
Ho solo distrutto uno specchio, spiegò, tranquillo. Come se questo bastasse. Come se quella storia da sola la rassicurasse.
Munchies restò bloccata, a guardare quel groviglio di linee spezzate.
Doc non si era mai tolto quel guanto, quand'era in presenza di lei.
Le aveva raccontato qualcosa... della sua vita vera. Quella era la prima volta.
Non ci poteva credere. Era così emozionata da non poter pensare.
Doc l'aveva scelta perché si erano fatti lo stesso male?
Lui non disse altro, e fumò fino a esaurire il tabacco.
Poi tornò in isolamento, dietro quel muro di cristallo, prima che Munchies potesse riscuotersi e salutarlo.
Thursday, 10 January 2013
Fuck-off day
Se davvero devi continuare ad essere così crudele, allora è meglio che tu non venga. Meglio che tu rimanga da qualche parte, per conto tuo.
Sua madre, o suo padre, gli avevano detto così.
Poi l'avevano salutato con un frettoloso buffetto sulla guancia, ed erano usciti, per non tornare mai più - non da lui: non l'avrebbero mai più trovato.
Non come l'avevano conosciuto fino a quel momento.
Doc allora era ancora un bambino, e aveva capito di essere un mostro, disumano.
Quella sera, quando all'Opera davano il Der fliegende Holländer, Florian morì, e Doc apparve.
Quando la porta gli sbattè davanti, e una lingua di vento gelido gli leccò il viso, quel bambino crudele girò le chiavi in tutte le serrature, chiuse gli scuri, e andò a dormire.
Da quella sera non avrebbe più visto la luce.
Si barricò nell'ombra, e divenne sempre più bianco, fino a quando i dottori non smisero di tormentarlo.
Non uscì di casa, se non quando vi fu costretto; non parlò, se non quando qualcosa gli venne chiesto; non rise e non pianse, rimase freddo sulla soglia, a guardare di tanto in tanto dallo spioncino, quando non aveva alcunché da fare, il mondo reale che si affannava inutilmente a vorticare.
Divenne Doc al 100% quando per leggere ebbe bisogno degli occhiali, e fu da quel momento che si nascose davvero, celando i suoi occhi, perforanti, bellissimi, del colore dell'algido cielo - e altrettanto distanti e distaccati dagli altri - dietro a lenti altrettanto dure e taglienti, come diamanti.
Quando i suoi genitori lo lasciarono a casa ad aspettare, mentre loro andavano a teatro, in un bagno di folla a farsi ammirare, Doc capì che non c'era speranza, per nulla. Non soffrì: ne prese atto, e accolse quel fatto come un qualsiasi altro dato.
Sprangò la porta, chiuse le finestre e le tende, fece a pezzi uno specchio e si addormentò di sopra, in veranda. Quello specchio ormai distrutto non l'aveva mai veramente riflesso.
Mentre Doc inceneriva il compianto Florian, si poteva sentire il suo cuore creparsi e scricchiolare. Le bambole di porcellana lo guardavano mute dagli scaffali, come sempre belle e serenamente imperturbabili.
Solo quando sentì al telegiornale di una strana povera ragazza, che si era tagliata poco prima le vene nella farmacia di un supermercato, Doc decise di uscire. Prese solo i suoi soldi, e il cappotto, e in un tour degli ospedali trovò Munchies, addormentata con un po' di piastrine in meno nel Pronto Soccorso del Ghetto - così gli snob del suo palazzo chiamavano il quartiere del manicomio vecchio.
Munchies conobbe Doc quando riprese conoscenza, e Doc riprese vita quando conobbe Münchhausen - d'altronde non è cosa comune, incontrare una dama che si era salvata dall'annegare in una pozza tirandosi per i capelli.
La pozza, a quando dicono, era calda e rossastra.
Dal giorno in cui i suoi gli chiesero una tregua, Doc accettò di rinchiudersi, e lasciar loro un po' di pace.
Gettò via le ortiche, i documenti falsi e le armi di cioccolato, e concesse alla vita degli altri del tempo senza di lui. Quel giorno in cui scomparve divenne l'eternità intera, e Doc non riuscì più a voler tornare fuori.
Non era il mondo in sé, lo splendido Creato - era chi lo inquinava, chi lo abitava, a turbarlo.
Doc non voleva avvicinarsi, né essere avvicinato, dall'animale sociale che aveva rifiutato.
Dal giorno di vacanza, alla vacanza perpetua.
Tutte le volte che gli accadde di uscire, Doc si stordì, sempre.
Sunday, 6 January 2013
Nel vetro bianco
Pescò una M'n'M blu, invece che verde, e rimase folgorata.
La guardò per un po', sbattendo le ciglia.
Il cioccolatino, col suo duro cuore di arachide, non ricambiò l'occhiata.
Munchies strozzò un urlo in gola, e schizzò fuori, via verso la stanza dei giochi.
Doc era seduto per terra, e dava le spalle alla porta.
Quando Munchies entrò, stringendo tra le dita l'M'n'M che cominciava a stingerle addosso, lui non si mosse, la lasciò fare.
Lei avrebbe potuto pensare di andarsene, per poi tornare solo una volta preparato il the, ma non lo fece. Non indietreggiò, non si ritrasse.
Corse verso il vetro, fermandosi solo quando un suo riflesso la colpì negli occhi.
Doveva esserne fiera. Aveva pulito quella barriera dannatamente bene.
Batté sul vetro, nel modo che a quanto pare dà un tremendo fastidio ai pesci d'acquario, con la mano libera dal sacro dolcetto.
L'azzurro le aveva ormai impiastricciato sia l'anulare sia il medio, tra cui Munchies ghermiva il cioccolatino.
Doc si voltò, finalmente, e salutandola con la mano si alzò, lasciando Münchhausen a boccheggiare.
Perché quel giorno Doc non indossava gli occhiali.
Aveva un'elegante camicia di forza bianca immacolata, al cui collo Munchies pensò di vedere un grande candido fiocco, ampi pantaloni intonati, e niente scarpe, solo tubolari della stessa sfumatura che contiene tutti i colori.
Niente occhiali. Forse lenti a contatto.
Non possiamo lasciargli alcuna fonte da cui ricavare armi.
Il suo sguardo era nudo, dritto negli occhi di Münchhausen, ed era debilitante.
Come cadere tra le crepe di un lago ghiacciato, davanti a un angelo, senza nulla addosso.
Munchies spezzò l'M'n'M tra le mani, e nemmeno se ne accorse.
Finché non si guardò i palmi, e vide su ciascuno una metà celeste, dai bordi irregolari, ma tracciati di netto. Come due stimmate color cielo, o come se avesse avuto in ciascuna mano un occhio asportato dal viso svelato di Doc.
Non la mangi? le chiese lui, dolcemente.
Lei annuì, perché l'aveva detto Doc!, ma prima di accostare una delle due parti alle labbra, porse a lui la sua gemella.
Doc si avvicinò ancora di più al vetro, tanto che il suo respiro ora ne appannava la superficie, quando usciva dalla sua bocca in morbide nuvolette - faceva un freddo infernale, in quella stanza dei giochi.
Adesso la sua bocca era a un soffio dalla barriera - e quindi a due soffi da lei.
Munchies si appoggiò tra le labbra la metà che teneva nella mano destra, e con la sinistra, con l'indice e l'anulare colorati di blu, tracciò sul vetro un sorriso felice.
Proprio all'altezza della bocca di Doc. Della sua cicatrice.
Indugiò un attimo al centro del disegno, dove il sorriso ferito di Doc effettivamente era, e poi concluse l'opera, esaurendo tutto il colore che l'M'n'm le aveva dato.
La metà che spettava a Doc era sparita, in quel gesto.
Munchies guardò Doc, e vide che assaporava allegramente qualcosa.
I tuoi capelli devono essere proprio soffici, mormorò lei, catturata, fissando la sua testa senza battere ciglio. Come piume di un anatroccolo.
Doc si sfiorò perplesso la nuca, come un bambino un po' in imbarazzo, e assentì. Sì, beh, non sono male...
Sono fantastici, continuò Munchies, ancora in trance. Bianchi come la neve... perfetti con i tuoi occhi, e con la tua carnagione di porcellana.
Doc arrossì, e i suoi occhi si velarono di una amara tenerezza.
Doc era sempre così, malinconico - come se avesse avuto una ferita nell'anima, che di tanto in tanto si riapriva, e lo faceva star male.
Sei felice, qui, vero? chiese Münchhausen.
Come temeva.
Doc appoggiò le dita della sinistra sul sorriso, al centro, dove, dall'altra parte, la bocca di Munchies effettivamente era.
Sorrisero entrambi, senza implicature.
Sai, io... probabilmente non vorrò uscire mai di qui. Di certo non migliorerò - non è questione di speranza, perché non è... "guarire", ciò che voglio. Sto meglio ora, di quando ero più "sano". E non voglio tornare a ciò che ero, non voglio fare ciò che dovevo fare prima. Non voglio uscire, e avere contatti con altri. Gli altri... non li riesco neppure a guardare. Una volta, quando dovevo stare là... fuori... dovevo starci in mezzo, soffocare nella loro stessa melma, e stavo male. Così male, che per sentirmi bene avrei dovuto fare loro del male. Non tornerei a quei giorni, mai, e non vorrei poterli rivivere, neanche in altro modo. Io sono così, e sto lontano dagli altri. Non posso stare con loro - non è questione di volontà, io... semplicemente, non ci penso. Non riuscirei a immaginarlo, nemmeno sforzandomi. Adesso che posso... stare senza di loro, sto bene. Adesso sto da solo... e con te. Se ci fosse una cura per la malattia della mia...anima, un modo per ricucire il danno e tinteggiare sopra la mia colpa... io non la vorrei. Probabilmente, non farebbe neppure effetto, su di me. Perché io sono troppo marcio, e corrotto, perché qualcosa possa anche solo provare a salvarmi. Perciò io sto con me, e basta. Sono l'unico che può restare... vivo... nella stessa stanza, con me. Non riuscirei mai neanche a... desiderarlo, di essere con qualcun altro. Ecco, la tua... a quanto è risultato, è l'unica esistenza che non devo neppure costringermi a "tollerare" al mio fianco. L'unica che accade insieme a me, che si intreccia alla mia, e non mi fa male.
Poi tornò in silenzio, a guardarla tremare.
Fu come un bacio, e lasciò Munchies senza parole.
Friday, 28 December 2012
Requiem in blu
Mi piacciono le forbici, sussurra.
Immerso fino alla vita in un mare di ghiaccio, guarda davanti a sé, con gli occhi offuscati e socchiusi.
Tu ti avvicini, e affondi la mano tra i cubetti. Sembrano di vetro, ma sono dannatamente freddi.
Mi piacciono le forbici, ripete lui, poi tace.
Sprofondato nella vasca, col ghiaccio che lo avvolge, rimane perfettamente immobile.
Non sembra neanche respirare.
Tutto il suo corpo è pietrificato - non sbatte neppure le palpebre.
Tu ti avvicini, e in ginocchio ti adagi accanto a lui.
Non osi entrare, là dentro non c'è spazio per te.
Lui sospira un attimo, ma non per poi morire.
Mi piacciono le loro lame... e il modo fluido in cui... tagliano... sussurra lui, e i suoi occhi si accendono di blu. Un blu mirtillo gelato che s'irradia davanti a lui come l'aurora boreale.
Il tutto in una pace che non ha luce, o calore.
Ti sporgi verso di lui, arrivi vicino abbastanza - per vedere che nel suo petto c'è un bello squarcio profondo.
Sulla sua pelle chiara, come carta di riso esangue, sono stati tracciati perfetti contorni cuoriformi. E proprio dal suo torace, tra la spalla e lo sterno, è stato asportato il cuore, a uno cui ormai non serve.
Adieu.
Wazzup, doc?
Ti svegli dopo una notte insonne, tra le lenzuola troppo stropicciate, e zuppe di sudore.
Devi bruciare quel letto, a questo punto è solo un focolaio di contagio.
Non hai chiuso occhio, se non per qualche minuto - una manciata di secondi ogni tanto, nel corso di una lunga notte inconclusa.
Il buio è ancora lì dentro. Anche se fuori, oltre il vetro spesso delle finestre antiproiettili, il sole splende con le sue abbaglianti lame di luce.
Non vuoi uscire. Non puoi più uscire.
Il bianco ti incenerirebbe, lo senti.
Scosti con disgusto le coperte, liberandotene. Resti in mutande nella penombra della camera.
Il materasso ora è troppo molle, lo stesso materasso che per tutta la notte è stato duro e freddo come la tua lapide.
Ti guardi in giro, svogliatamente, perché devi farlo - dovresti cercare i tuoi occhiali, ma in fondo trovarli per te non cambierebbe niente.
Hai i boxer a smoking, che classe. Quel bianco e nero da pinguino risalta e esalta il tuo corpo quasi diafano. Fa impressione, quanto sei pallido - potresti tranquillamente essere morto da un po', e lo sai.
Porti le mani alla cicatrice, pensieroso.
Sì, è davvero strano, che uno come te sia ancora vivo.
Lasci le dita ai bordi del vecchio taglio, come Pollon quando sorride.
Sembra talco ma non è - serve a darti l'allegria, canticchi tra te e te. Eggià.
Ti concedi un sorriso stirato, e guardi lo specchietto ricoperto di polvere sul tuo comodino. E dire che una volta avevi la decedenza di fare certe cose in bagno, Doc.
Adesso neppure lo zucchero a velo ti fa venire la voglia di alzarti.
Dev'essere per questo che sei diventato così magro.
Questo, oppure le tue continue iniezioni.
Credi di essere l'incarnazione perfetta dei Pesci, vero Doc?
Poi dai un'occhiata alla porta, e quella ti appare come una minacciosa grata fatta di spesse sbarre. Come in una prigione, o in un tombino. O in qualche bizzarra catacomba.
Ripensi a quello che ci troveresti dietro, alla Corte dei miracoli che attorno ti sei attirato.
A quella ragazza, che vive e muore per te.
- ed ecco che arriva il primo conato.
Tutto quell'amore... il suo amore... ti riempie il cuore di nausea.
Non potrai mai tornare a uscire da qui.
Sepolto vivo nel blue.
Tuesday, 18 December 2012
Doc
Doc aveva un segreto, o forse un'intera miniera di segreti.
Una camera delle torture e dei segreti, una cripta, un... Ma non smarriamoci - Doc fa quest'effetto.
Doc aveva un segreto, un bellissimo, oscuro, profondo segreto, nascosto dietro le lenti dei suoi occhiali, tatticamente progressive e graduate, da qualche parte nel mezzo di quella foschia azzurra urticante che erano le sue iridi. Un segreto che riposava dietro il suo sorriso smarrito - lungo le profonde cicatrici che gli solcavano il viso.
La prima volta che lo vide, mentre le teneva la mano in ospedale, facendo attenzione a non toccarle il polso fasciato, Munchies rimase a bocca aperta - il tacito stupore durò poco, ovviamente.
Joker! esclamò, come se avesse appena preso parte a un miracolo.
Lui, che c'era ormai abituato, aveva abbassato lo sguardo, aspettando che Munchies si riprendesse.
E guardandolo dall'alto del suo letto d'ospedale da 100 denari a notte, Munchhausen aveva notato che il volto del misterioso visitatore era stato davvero sfigurato - come se un simpaticone armato di machete avesse voluto trasformare quel quattrocchi nella mitica Rana dalla Bocca Larga.
Figo, pensò, mentre l'estasi della morfina che le circolava in corpo, per uno scherzo delle infermiere, iniziava lentamente a scemare.
Monday, 17 December 2012
Münchhausen
Come una tigre bianca!
Munchies parlò all'improvviso, scuotendo il silenzio della sala come un sassolino gettato nel pozzo.
Doc sbatté le ciglia, una volta, riscuotendosi da quello che sembrava un sonno ad occhi aperti. Aveva riposato per un po' dentro di sé, o stava semplicemente pensando?
Oppure una cioccolata albina con qualche goccia di curaçao, aggiunse poi Münchhausen meditabonda, arricchiando le labbra per sostenere una matita tra la bocca e il naso.
Doc la guardò perplesso ancora per un momento, e poi scoppiò a ridere, abbassando la tazza che prima teneva sospesa sul piattino.
S'immaginò che beveva una cioccolata azzurra, da quella stessa tazza, per poi ritrovarsi la testa tra le fauci di una tigre albina, al primo sorso.
Piuttosto inspiegabilmente, la vignetta che realizzò disegnando quella scena ebbe un grande successo, e Munchies vide comparire sulla lista della spesa generose quantità di cioccolata bianca e liquore al mandarino.
Sono innamorata del colore turchese.
Sono innamorata del colore turchese.
Perché é il colore dei suoi occhi.
Iridi senza contorno, da cui il turchese si spande tutt'intorno, iridescente, così brillante da bruciare alla vista.
Sembra acqua magmatica, ghiaccio fluorescente, quel gelo che arde tutto e che sa di anice e menta.
Turchese che risalta ancora di più sul bianco perfetto che lo circonda e esalta, sulla sua carnagione di neve bianca e Biancaneve... come una sorgente pura su un'altura incontaminata.
Troppa innocenza da potersi sopportare.
Uno sguardo così ti polverizza in piccoli cristalli, è come appoggiare le mani nude a una lastra di vetro sottozero. Ci resti incollato, e ti farà un po' male.
Quel colore che cambia continuamente, che non riesci a definire, perché sotto la luce continua a trasformarsi e sparire... una gelatina instabile, una radiazione che pietrifica, tanto è fredda e letale.
L'aura di un fantasma che illumina gli abissi.
Quel colore mi perseguita, mi striscia dietro senza farsi beccare, perché é una sfumatura che non riesco a catturare.
Dietro le lenti dei suoi occhiali, lucide e spesse, impenetrabili... quelle lenti fanno da scudo, e non si possono oltrepassare. Né da un senso, né dall'altro - non potrà mai uscire, la sua anima, e io... non potrò mai entrare, ma è una legge di natura.
Ci sono anche armature che dentro non hanno niente, tesori custoditi da guardie già ammazzate. Bisognerebbe solo cercare... un antidoto contro la ricerca.
Da quando ho visto quegli occhi, mi sto assiderando dentro. I brividi sono passati, adesso tocca al sogno.
Questo non è turchese.
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Sunday, 16 December 2012
Munchies
Quando si tagliò le vene, Münchhausen stava solo tentando di stare meglio, almeno per un po’.
Quindi aveva pensato di recidere i problemi sul nascere, e prendersi così qualche tempo di riposo.
Nessuno le credeva mai, quando Munchies confessava di sentirsi male.
Ecco perché la chiamavano Münchhausen - perché pensavano tutti che si inventasse il malessere, per rendersi più interessante, e farsi coccolare.
Munchies era una ragazza piccolina, una chibi beauty che ricordava una bambola di porcellana, a cui però mancava quella terrificante luce negli occhi. Era come se la sua anima si fosse spenta, e lei di tanto in tanto cercasse dentro di sé il pulsante giusto per riaccenderla.
Aveva gli occhi scuri, i capelli scuri, la pelle così pallida da apparire quasi verdognola, e il seno troppo piccolo, come spesso gli altri non mancavano di farle notare. Non stava bene, con gli altri, e questo era solo uno dei tanti motivi.
Ma fu proprio quando Münchhausen decise di dare un taglio netto alla sua melanconia, che suo malgrado sopravvisse, e trovò lavoro come maid al servizio dell’uomo che lei chiamò sempre e solo Doc.
Doc era e un attimo dopo non era ciò che era fino a poco prima, come lo Stregatto. Solo che non sorrideva mai, anche se sembrava che sorridesse sempre: aveva le labbra increspate da un sorriso triste e gentile, e ogni tanto, quando Munchies ne combinava una delle sue, rideva addirittura, ma era una risata delicata e sommessa, che sembrava venire in forma di eco dall’Al di là. Forse anche lui era defunto dentro, pensava qualche volta lei, ma poi questo le pareva incredibile, perché Doc per lei era il migliore tra gli uomini. Non poteva certo avere qualcosa in comune con lei, quello scarto di topolino di fogna che era Münchhausen.
Era anche bello, Doc, ma questo Munchies preferiva non ammetterlo, perché altrimenti lo sapeva, che sarebbe caduta nel solito vortice, e chissà dove sarebbe stata scaraventata stavolta.
E così, ogni volta che il sorriso strano di Doc le faceva venire le vertigini o le riempiva di spilli gelati il cuore, Munchies si sistemava la crestina che troneggiava sulla sua massa di capelli mossi e dotati di vita propria e personalità ancora più particolare, e si rimetteva a pulire – perché lei riusciva sempre, ma in quei i casi con un’abilità in particolare, a trovare qualcosa che andasse lavato e ripulito per bene.
Doc era l’unico sulla faccia della Terra a non far sentire Munchies un castello di carte alle prime folate di un tornado.
E Munchies, per Doc… non ne abbiamo proprio il minimo indizio.
Münchhausen adorava il colore argento. E proprio d’argento erano le catene con cui Doc l’aveva legata. Questo legame rendeva un po’ complicato svolgere alcune delle sue mansioni quotidiane, ma lei non se ne preoccupava, perché così era felice lo stesso.
Doc l’aveva presa sotto la sua grande ala di albatros, non perché lei fosse proprio lei, ma perché era stata l’unica che si fosse mai avvicinata a lui, senza paura, e senza interessi.
Münchhausen era per lui un curioso esperimento, bambolina a metà tra una Musa e una serva.
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