Cercando nel labirinto degli specchi
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Wednesday, 20 June 2018
Tuesday, 19 June 2018
Saturday, 16 June 2018
Tuesday, 8 April 2014
neversnowed
Lontano, lontano, lontano da sé, lontano da tutti, lontano da tutto, prende anch'egli le sue decisioni. Gli altri a cui non può uniformarsi, uomini dal godimento facile, dall'indicibile insignificanza, sprovvisti d'importanza, sprovvisti di logica, egli si terrà in disparte da tale fiera del cattivo gusto; non parteciperà alla loro vana agitazione che non può e non vuole più seguire. Assume un'aria sprezzante, manierata, di chi la sa lunga. Lui è lontano da quel mondo, lontano, solo. Anche di ciò che accade in lui stesso, egli non può integrarsi nulla, tutto ciò che accade in lui è "adibito ad altro" e in rovina. Egli non si assume ciò che racconta. Un disegno atroce (assai poco atroce per lui, essendo un lieve, troppo lieve sostegno per continuare a vivere) egli in seguito lo guarda con aria distratta, incredula, come se non lo riguardasse. Parlerà senza scaldarsi dell'odio contro i suoi persecutori. Egli segnala soltanto. Osserva, distaccato.
[...]
Un sorriso ironico o triste conclude il racconto del suo dramma che gli hanno fatto esporre, ch'essi non comprenderanno mai. Distanza.
H. Michaux, Allucinogeni e conoscenza, Rizzoli, Milano 1968, pp. 159-161
Tuesday, 28 January 2014
Hospedalize me, darling
Sapeva di zucchero e di disinfettante,
Coi punti sutura su tutto il corpo sparsi.
Di vetro luccicante lasciò gli altri a ubriacarsi;
Sparì una bella notte, e non baciommi più
- il bel dottore pazzo,
Dagli occhi grandi e blu.
Friday, 8 February 2013
Piacere e piaghe
Curioso, disse fra sé e sé il dottore, come tu rifiuti agli altri di entrare nel tuo corpo... mentre concedi a chiunque il pieno accesso alla tua coscienza.
Lei staccò gli occhi dal angosciato tragitto delle gocce sul vetro, e si voltò verso di lui.
L'ago entrò e il dottore lo spinse fino in fondo, facendolo quasi scomparire dentro di lei.
La ragazza si morse il labbro, trattenendo un sospiro.
E chi dice che lo permetto a chiunque? chiese, con una voce morbida, che grattava un po', come una puntina su un vecchio disco.
Il dottore premette lo stantuffo della siringa.
L'hai permesso a me, le fece notare, senza una particolare inflessione nel tono.
Lei ebbe un fremito, e il liquido d'oro cristallino le si riversò dentro, per sciogliere i grumi della sua psiche non filtrata.
E chi dice che lei è "chiunque"? ribatté, cercando di incrociare il suo sguardo.
Il siero fluì in lei fino all'ultima goccia.
Lui le sfilò delicatamente l'ago dal braccio, quasi senza che lei se ne accorgesse - lo sentì solo nell'attimo in cui la punta dell'ago abbandonò la sua pelle, e si morse il labbro di nuovo. Ogni volta era un triste addio.
Il dottore non rispondeva. Ma lei riuscì comunque a intravedere l'azzurro iridescente, elettrico dei suoi occhi, poco prima che lui si raddrizzasse sulla sedia, e gli occhiali tornassero a oscurargli completamente lo sguardo.
Tutte le volte che succedeva, lei si sentiva scarnificare. Restava nuda davanti a lui, spogliata fino allo spirito, e totalmente chiara, per lui. Sapeva che il dottore riusciva a leggerla, in ogni sua parte.
Il siero stava per fare effetto, lei lo sapeva - e sapere che le mancavano ancora pochi minuti di razionalità costretta dal Super Ego la mandava su di giri, sempre. Aveva una scarica di adrenalina solo a pensare alla frazione di secondo in cui la sua coscienza si sarebbe interrotta, spenta come dietro il comando di un interruttore neutrale.
Afferrò il braccio del dottore, come faceva ogni volta - ma questa volta riuscì ad attirarlo a sé, e lo baciò, sulle labbra. Lui non si oppose, e con il ticchettio dell'orologio da scacchi che le tuonava nelle orecchie e si sostituiva al suo battito cardiaco, la ragazza gli salì in grembo.
Lei non voleva trattenersi, e lui non la combatteva - lei ne aveva bisogno, era chiaro a tutti e due.
Gli abbassò la lampo, si scostò le mutandine, e il resto accadde da sé.
Il dottore tenne gli occhiali, per tutto il tempo.
Adoro le sveltine, pensò la ragazza, lasciandosi cadere sul lettino, con la gonna ancora alzata.
Fu il suo ultimo pensiero, e quello che seguì fu percezione pura.
Presto vide il volto del dottore ricoprirsi di pustole, che si espandevano avide, pronte a scoppiare. Come un grappolo di bolle purulente, le escrescenze si facevano grandi e rosse, per poi squarciarsi in un'esplosione umida, che lasciava al loro posto il cratere della piaga - tante bocche che urlavano l'orrore del loro ospite.
Anche le mani, il collo, gli avambracci, ogni minima porzione di pelle libera veniva presto invasa dalle pustole, sotto gli occhi della ragazza, che ammirava come uno spettacolo il suo incubo peggiore - proprio perché non poteva capitare a lei.
Le piaghe ricoprivano l'intero corpo del dottore, che con gli occhi cerulei che lacrimavano sangue e pus giallastro la studiava impassibile, scribacchiando appunti illeggibili sul suo bloc-notes, sorridendole col solito cortese distacco.
odore bianco
Estrae lentamente l'ago, posa la siringa sul vassoio d'argento, e mi preme sul braccio un batuffolo di cotone, imbevuto d'alcol. Dolce.
Stai meglio? mi chiede, alzando gli occhi mortalmente azzurri su di me.
Mi sento il viso bianco e bollente, come neve fritta. Però l'iniezione ha iniziato a fare effetto, e... Sto bene, sì.
Sì, grazie, mormoro, mentre la testa continua a girarmi.
Non sento più nessun'altra parte del corpo, a parte la testa.
Mi aggrappo a lui, sentendomi scivolare - ma il mio corpo è immobile e pesante, non sta andando proprio da nessuna parte.
Adesso vorrei farti stare meglio io, sussurro, e la frase mi esce equivocamente male.
Ma era proprio ciò che intendevo.
L'odore di bucato del suo camice... da qualche parte c'è una siringa vuota, che scintilla...
Le sue pupille, come fori di proiettile in mezzo al ghiaccio, si dilatano a dismisura. Sembrano risucchiarmi.
Se avessi ancora le braccia - se le sentissi ancora -, mi aggrapperei al lettino, per non cadere dentro quel terrore.
No... non ti preoccupare, risponde lui. Prima è brusco, poi si addolcisce. Non vuole essere scortese, urtare i miei sentimenti.
Oh... okay, sento la mia voce echeggiare. Fatico anche solo a pensare di dirlo. Le parole, dette udite o pensate, adesso mi schiacciano.
Sta' tranquilla, mi dice lui, poggiandomi la mano sulla fronte. Fresca...
Lascio che mi abbassi le palpebre - io non riesco a fare neppure questo -, e mi abbandono alla pace.
Non muoio, non dormo, sento solo profumo di Granny Smith, e la freschezza della pelle su cui ricado.
Tuesday, 29 January 2013
Lettere d'amore morto
Il cielo era viola come l'inchiostro delle lettere d'amore, quando l'ho visto per la prima volta.
L'ho visto attraverso le persiane aperte a metà della mia stanzetta d'ospedale.
Dovevano essere circa le cinque, e nell'aria volteggiava il profumo ubriaco del disinfettante.
Avevo male alle braccia, e ricordo che non riuscivo a muovere bene le mani. Perché avevo una flebo - anche se non saprei dire dove.
Le lenzuola erano così bianche, sotto la luce elettrica e impersonale di quel luogo... ricordo di aver pensato che dovevano essere pulitissime.
Era tutto pulito, lì. Per questo l'odore del disinfettante era così forte.
Così forte che avevano iniziato a lacrimarmi gli occhi. Per la potenza di quell'odore, o forse perché mi sembrava di essere appena nata.
E poiché ero appena nata, piangevo. Urlavo, anche, forse - però non mi sentivo.
Gemevo perché mi accorgevo delle mie lacrime, le sentivo calde e bagnate e veloci, che non facevano in tempo ad aggrumarmisi agli angoli degli occhi, facendomeli chiudere, che subito cadevano giù, e mi scivolavano lungo il naso e il mento e il collo... sentivo il muco che mi colava fino alle labbra, e il catarro vischioso che si muoveva a ragnatela, allungandosi qua e là da una costola all'altra dentro la mia cassa toracica... Tossivo, di tanto in tanto, e poi riprendevo immediatamente ad ululare.
Gemevo perché mi accorgevo delle mie lacrime, e accorgendomi delle mie lacrime scoprivo di essere viva, allora.
Il cielo era d'un vellutato violetto, era l'ora del tè - e i suoi occhi erano viola, o così parve a me.
Come ti chiami? mi chiese, oltre i suoi occhi che coi loro raggi uva mi scandagliavano l'anima.
Feci silenzio dentro di me, e attesi.
Munchaüsen, udii, e così ripetei.
Doc annuì comprensivo, e mi porse la mano, che strinsi.
Allora ero troppo giovane - ero appena nata! - per farci caso, e notare che le mani che si legarono erano una guantata di bianco, e l'altra scotchata per assicurare l'ago.
Come il cielo, anche Doc si faceva scuro e stregato, alla sera.
Siringa spezzata
Baciala.
No.
Baciala... fratello.
No, non... non voglio.
Non sarai...
Vergine.
Ancora vergine!
Sì.
(C-cosa... tu...?!
Nose-bleeding Munchies,
Peraltro sorpresa dell'affermazione di Doc.
Come direbbe Austin Powers,
un tantinello fuori tema)
Doc trattiene Munchies, schiacciandole i palmi sotto le sue mani, sulla scrivania.
Lei è seduta, gli dà le spalle, ed è costretta a fissare il foglio su cui Doc stava lavorando, vuoto.
Baciala, gli ingiunge Florian.
Lei non lo vede. Sente solo il sinistro gelo di Doc, che pare non possedere temperatura corporea positiva.
Florian vede lei. Perché è dentro Doc, nella sua testa, anche se Doc invece sente entrargli nella schiena la lama frastagliata che lui gli punta contro - per ora, appunto solo la punta.
Ma se Doc non lo compiacerà, Florian spingerà quel coccio di vetro fino in fondo nella sua carne - può scegliere se nella spina dorsale, verso cui è già bene avviato, o se in un'area a sua scelta del cervello.
Doc deve baciare Munchausen, se non vuole perdere ogni sensibilità - o restare paralizzato.
Munchies piange, perché sa che Doc vuole ucciderla. Il suo peccato è essersi intromessa nel suo sogno.
Florian attende, stringendo il vetro, impaziente. Qualche spunzone gli attraversa già la pelle. Ma finché Doc resterà imperturbabile, lui non sentirà male.
Ti prego, non farlo.
Munchies piange.
Ti chiedo perdono... io non avrei dovuto farlo.
Un lessico limitato, commenta Florian, beffardo. Quella ragazza non gli piace, è chiaro.
Doc non riesce a procedere.
La preghiera di Munchausen... coincide con la sua, nella clemenza che implora.
Munchies non sente altro che le mani di Doc sulle proprie. Non riesce a immaginare che cosa lui stia per usare su di lei, con cosa voglia farle male - e questo fa sì che il supplizio sia in atto ancor prima di cominciare.
Il cuore di Doc non sembra neppure battere - a Florian, fantasma spalmato su di lui a soffocarne ogni poro e ogni respiro, non sembra proprio vivere. Neanche ora che si trova sul punto di morire.
Doc non dice niente, attende di sentire ancora una volta l'ordine - sa che sarà così, che Florian lo ripeterà.
Ma lui vuole farlo impazzire, e lascia la condanna in sospeso.
Il silenzio si squarcia, quando una goccia cade sul grembo di Munchausen, addobbata da cameriera.
Munchies non sa - dev'essere stata una lacrima. Una delle tante, sua.
O di Doc, forse.
Doc, ti prego, non farmi male, vorrebbe chiedere Munchies.
Ma è la paura a incantarla, a toglierle la voce.
Lui, il suo eroe, la sente - la guarda tremare, ci riesce. Non gode del suo terrore, prova orrore di quel tutto - non vuole andare avanti, ma se si ferma, come...
Come potrebbe esser peggio?
Sta per voltarsi e andarsene, uccidere Florian di nuovo - tanto non ha da perdere, lui è già morto, e vuoto.
Florian però lo piega, lo schiaccia di nuovo al suo posto - con fili d'acciaio invisibili lo manovra e lo impicca, spingendo le sue labbra contro la ragazza. Lei si gira proprio allora, facendo per alzarsi,e prima che la fine abbia fine, Doc crolla in ginocchio, e le vomita addosso.
Lei gli accarezza i capelli di neve, scostandoglieli dal viso, e sorridendo sollevata lascia che Doc si svuoti.
Monday, 28 January 2013
Sublime
Il mio colore preferito? ...è... bianco e nero, a righe, disse allora Doc, aggiustandosi con fare imbarazzato gli occhiali sul naso.
Munchies arrossì e sorrise, non poté farne a meno - perché era proprio colore del completino che aveva proprio ora addosso.
Ma preferì evitare di dirlo al suo capo, dato che nel loro particolare caso valeva il detto: un'avance al giorno leva il Dottore di torno.
E poi Munchies dubitava fortemente che Doc avrebbe apprezzato l'idea, la vista, il suono, il sapore, il profumo e/o il tocco del suo corpo fasciato solo da un paio di boxer, e un push-up che aveva poco da sollevare.
Non era quello che Florian gli avrebbe sussurrato come un serpente all'orecchio, avvolgendosi al collo di Doc come un cappio di condannato.
Florian gli avrebbe ordinato di spogliarla e di farsela - da quando era uscito dallo specchio, non si beveva più le sue asessuali fandonie.
Doc avrebbe dovuto patire la giusta dose di Munchies, e dare corpo alle incredibile storie che quella ragazza sarebbe riuscita a suscitare.
Questo era per Doc il sapore acido, color giallo-verdognolo, della restituzione del proprio screpolato sé.
Non serve dire che avrebbe ardentemente voluto evaporare - saltare un passaggio di stato.
Sunday, 27 January 2013
Poesie d'amore morte
Ultimamente sono per gli innamoramenti cerebrali.
Quelle cotte che ti folgorano a livello artistico, come un bacio della musa, che si accendono come lampadine quando viene premuto il pulsante giusto. In inglese è un evento che suona molto meglio - switch on, e l'ispirazione risorge.
In teoria. Può capitare che quest'illuminazione punti il suo chiaro, netto raggio incolore e incalore su qualcuno che, come Munchies e come una zucca negli States a fine ottobre, è stato svuotato dalla Nausea, dalla nausea o da qualche trauma emotivo degno di rilievo. E allora, in questi casi, in cui l'apatia è solerte infermiera, e la noia severa istitutrice, questo genere di amore, che colpisce e non ferisce, affascina ma non scalda, questo ectoplasma dotto e inconsistente, bé, non suscita un bel niente.
Ultimamente, da quando l'età adulta è venuta a farmi visita per ricordarmi di andare a trovarla, sono per le attrazioni intellettuali.
Il guaio è quando teorizzi bene, ma razzoli male, e finisci per prenderti una cotta che non ha nulla di irreale.
Quando ti ispira un ragazzo, un ragazzo reale, e tu non riesci a fare altro che macerarti, e aspettare.
(materiale da shoujo manga che però ti fa sospirare, ma non creare, purtroppo)
Munchies non aveva mai detto, a nessuno, che in realtà non aveva mai inteso veramente suicidarsi.
Era solo andata troppo a fondo, per sbaglio.
Un errore, tutto qui - un vero, semplice errore.
Per questo, quando Doc disegnò la sua storia, Munchausen s'iniziò a chiedere se fosse arrivato il momento di dargli qualche spiegazione.
Il fatto era che Doc non le aveva mai chiesto nulla - gli era bastato sentir parlare di lei, per volerla avere.
Proprio come un estimatore cerca una farfalla rara - per inchiodarne le ali sotto una campana di vetro, e scrivere con la sua polvere magica poesie d'amore morte.
Cicatrici ornamentali
Forse aveva pianto tutto il suo sangue, quando Doc l'aveva pugnalato.
Forse quel rosso si era spento, aveva perso ogni calore.
Forse quando Doc aveva disegnato su di lui, il nero dell'inchiostro ci si era mescolato, e poi era sparito per sempre.
Perché gli occhi di Doc erano ancora follemente azzurri. Anche se Florian era ricomparso.
Forse, a differenza del rosso dei suoi occhi, lui non era mai svanito.
Cambiato.
Alterato.
Forse Doc era sempre rimasto Florian, nonostante tutti i suoi tentativi per annegarlo.
In fondo tra i due l'unica differenza era quel rosso. E le cicatrici, già - che però il cerone poteva coprire.
In fondo il bambino che era quella sera non era mai cambiato. Era solo invecchiato.
Ma il suo cuore era rimasto sempre vuoto, e secco, come il gheriglio marcio di una noce.
Dentro di lui c'erano sempre state solo emozioni morte, rattrappite.
E quest'aridità non si era placata, mai.
Doc aveva cambiato nome... no, a dire il vero.
Doc aveva solo scelto di non lasciarsi soffocare - la sera in cui aveva ucciso lo specchio, era stata solo l'alba di una vita nella solitudine più rarefatta.
Quando Doc aveva truccato il volto scontento di Florian, in realtà l'aveva solo smascherato.
Aveva grattato via con le schegge la sottile pellicola falsa, per riportarsi in superficie, alla luce tanto odiata - aveva stretto forte nella mano la verità.
Florian aveva scelto la sua pazzia, le aveva sorriso come avrebbe sempre voluto fare - e l'aveva chiamata Doc.
Specchio riflesso
Eccola lì. L'ombra. E tutti i fantasmi del buon vecchio Florian.
Dovrebbe smetterla, di chiamarlo così. Florian non è mai stato buono, né vecchio - almeno stando a quanto dicevano.
Ma Florian non aveva neppure quelle profonde occhiaie, i capelli così fini e così bianchi... o l'iride rossa come il fondo di un Bordeaux d'annata, attraversata da qualche raro, lento raggio infuocato.
Florian, secondo quanto ricordava Doc, era morto poco prima di compiere... non ricordava.
Però sapeva che era ancora un bambino.
E questo spiegava la curiosa maniera in cui le decorazioni che si era fatto quel giorno erano cresciute e cambiate negli anni. Come fili di una ragnatela, ma piacevolmente ruvidi, e stirati.
Doc non ricordava molto altro, di Flo - non ne aveva mai avuto bisogno, perché a rievocarlo gli bastava uno specchio.
Ogni volta che Doc Sans Aube passava davanti a una superficie riflettente, sbirciava se stesso che fingeva di non sbirciarlo a sua volta - ma ogni volta vedeva un paio di grandi occhi azzurro elettrico, come di vetro, e un sorriso che in realtà era solo... scolpito.
Scorgendo se stesso non aveva mai visto quegli occhi scorgerlo. Quegli occhi color rogo che ora bruciavano di gioia davanti a lui.
Doc aveva sempre coltivato un placido astio nei confronti degli specchi - li evitava, il più possibile.
Anche Münchhausen non li amava affatto, tanto da arrivare a coprirsi il volto con le sue piccole mani ben fatte quando era costretta ad avvicinarsi ad uno di quei perversi rivelatori di bruttezza.
Così, nel suo rifugio non c'erano specchi. Solo qualche vetrata, e il marmo bicolore in alcune stanze - materiali lucidi utili quando Munchies era impegnata, e lui voleva appurare di essere adeguatamente curato nel suo aspetto. Capitava di rado, ma capitava.
Solo qualche vetrata, dunque, e il marmo bicolore di alcune stanze - oltre alle pareti della bolla di sapone in cui Doc era stato confinato di recente.
E proprio sulla parete che lo separava da Munchies - perché non c'era altro utensile che Doc non potesse raggiungere, in quella sua piccola, confortevole prigione domestica - si stava ora seccando la firma del suo passato sommerso.
Doc credeva di averlo annegato, quella sera, in un mare di goccioline di vetro. Invece no.
Florian Sainte Aube non se n'era mai andato, e ora reggeva nelle sue mani di pianista la testa di Münchhausen, come Aubrey Beardsley aveva raffigurato Salomé.
E la cosa peggiore era che, in quell'oscurità affollata di terrore, Flo stava per costringere Doc a baciarla.
Il piccolo caro Florian era sempre stato turbato dal buio - perché su quel morbido schermo nero uniforme gli si proiettavano intorno tutti gli scheletri che teneva in formalina nell'anima.
Adesso toccava a Doc assistere a quello spettacolo penoso.
Tanti auguri a me... sussurrò Florian, leccando con appetito le labbra spaccate di Münchhausen.
E buon non compleanno.
Doc rimase trascorse la notte a guardare la scritta senza poterla cancellare, mentre Munchies giaceva dolente e addormentata dall'altra parte del vetro.
Nessuno gli avrebbe creduto, se Doc avesse ammesso di essere stato lui a devastarla. E non una proiezione.
Wednesday, 23 January 2013
DOC
D.O.C.
Disordine Ossessivo-Compulsivo.
Dolce Ombrosa Colpa.
D + 0 + C = 600.
Perché questo è ciò che amo di me.
Di lui, cioè.
Dottore in Dissociazione, Ossimoro, Croce.
Tuesday, 22 January 2013
Münchausen Iced Tea
Quindi, temo di essere innamorata di te.
Una bomba H dal nulla, brillata nel ghiaccio artico.
Doc appoggia con calma la tazzina sul piattino, si pulisce educatamente gli angoli della bocca col tovagliolo ricamato da una sua antica ava secoli prima, e alzando gli occhi dal bignè bianco a Munchies afferma gravemente: Oh.
I secondi passano interminabili, ed è ora Munchies a spostare lo sguardo su quel bignè, che probabilmente esploderà a breve sotto i raggi del loro imbarazzo.
Lei si trattiene faticosamente dallo scusarsi. Lui, sembra paralizzato dallo shock.
Temevo che sarebbe successo, Munchies ha il terrore che Doc dica, da un momento all'altro.
Ma lui si limita a abbassare lo sguardo, di nuovo, e il pasticcino si trova al centro dell'attenzione di tutti i partecipanti al Tea Party.
Cioè, loro due.
Ti ringrazio. Davvero... Non capisco perché.
Lei, freddata dalla suprema cortesia di Doc, non sa che dire.
Sapeva che era un sentimento ovvio e a senso unico, e non si aspettava certo di finire tra le sue braccia. Tuttavia, proprio a causa di questo sentimento naturale e senza speranza, non può ignorare il bruciore che sente dentro.
Come ammoniaca su un taglio fresco, suppone, per quanto non abbia mai avuto la ventura di provare.
Per procurarsi la sua dose di autolesionismo quotidiana, Munchausen solleva la testa, e studia l'espressione di Doc.
Anche lui ha rialzato gli occhi, non sorride, e nel suo tait bianco fa risaltare il blu della sua anima così nitidamente da fare male. Come una lama nel burro ammorbidito dal sole primaverile, quel ciano fosforescente scorre senza difficoltà nella carne del cuore di Munchies.
Non ho mai pensato di essere qualcosa che si potesse amare.
Lei neanche avendone la forza saprebbe cosa obiettare.
Aspetta, esausta, sulla sedia, chiedendosi se Doc le fornirà qualche altra delucidazione. Intanto sente la sua anima gocciolare giù da lei, spandendosi in una larga pozza rosso cupo sul pavimento.
È così: Doc è bianco e turchese, Munchies bianco e borgogna.
Io faccio, e ho sempre fatto... solo soffrire. Non c'è nulla in me che non sia un male, per gli altri. Lo so da quando ero piccolo... ed è per questo che mi sono smascherato e nascosto. Io... ti ringrazio. Non posso capirti, però, aggiunge, esitando, con un sorriso debole e triste che inizia presto a sfumare.
Sembra quasi che anche lui voglia scusarsi, pensa Munchies, e poi cancella e riavvolge il pensiero.
Doc non voleva ferirla, ma se è triste, lo è per sé stesso, e non per lei, lo sa.
Quello che negli esseri umani è il senso di colpa, per Doc è la malinconia di una ferita sognata durante l'infanzia.
Non mi capisco neanch'io, risponde lei, e ogni parola è come un parto di parecchi gemelli, morti.
Solo che per me sei straordinario. Sono stata egoista e ho scaricato il peso su di te, con questa confessione. Almeno per questo devo scusarmi, scusa.
L'ultima parola le striscia sulla lingua più tremula delle altre, e si screpola appena lei la pronuncia.
Adesso sarebbe arrivato il momento di scappare, ma Munchies non vuole, e non ce la fa.
Qualsiasi cosa faccia, non potrà mai perdere nulla, agli occhi di Doc.
Perché per lui lei è nulla.
Perfino Doc capisce che non è il caso di commentare.
Rimangono tutti e due a tavola, in silenzio, a guardare senza vedere l'ultimo pasticcino dedicato a Florian.
La cioccolata bianca al mirtillo si raffredda, intatta, tutta sola.
Saturday, 19 January 2013
trasformare il danno nella dama
Con amore e terrore, Munchies raccoglieva la posta, aspettandosi ogni mattina di trovare, posata sopra la cassetta della posta, il nuovo numero della rivista.
Sapeva che in copertina ci sarebbe stato Doc. Cioè, un suo disegno.
Sapeva che questo era un grande onore, e che avrebbe catapultato Doc ancora più in alto, verso le somme vette dell'arte grafica contemporanea.
Sapeva che tra i disegni che sarebbero comparsi su quel numero della rivista c'era lei. Cioè, un disegno che la raffigurava.
Attraverso il quale Doc aveva espresso il malessere che lei gli aveva causato.
Avrebbe dovuto bluffare, e ritrattare tutto. O fare come se nulla...
No, aveva lanciato il sasso, e non poteva-voleva-doveva nascondere la mano.
Anche se quel sasso aveva preso in piena faccia il suo idolo, e gli aveva spaccato gli occhiali e il naso.
Quando Doodle drunk arrivò, Munchies si sentì come ad Halloween.
Come si sentono le zucche, ad Halloween.
Nel suo stile abbacinante, così perfetto in ogni tratto da fare lacrimare gli occhi - per il candore immacolato dei suoi vuoti, e per la purezza spietata delle sue linee - e così delicato in ogni singola goccia d'inchiostro... da fermare il cuore, Doc l'aveva svuotata, aveva fatto della sua interiorità una zuppa, e di ciò che restava di lei la maschera di una candela che sostituiva ora il suo cuore strappato.
In copertina c'era un angelo coi polsi e le caviglie legate, incatenato a una cancellata Liberty, alle porte del nulla. Ai suoi piedi c'era un gatto tigrato, che sembrava attenderla e insieme piangerla, come un'offerta il suo sacrificio.
Munchies lasciò la rivista sulla scrivania di Doc, insieme alle pubblicità dei supermarket e alle varie bollette da pagare, e cercò di addormentarsi subito, per non ricordare.
Erano le tre del pomeriggio.
Ti ringrazio, ma io non lo posso capire - le aveva risposto così, tranquillamente. Il suo sorriso era sceso in un'espressione quasi triste, mentre la rifiutava. Munchies non aveva potuto reagire, perché si era fatta di sale.
Non riusciva a capire.
Lei non gli aveva chiesto nulla, gli aveva solo confessato ciò che provava.
Aveva scaricato il peso della croce su Doc, e lui a malincuore non l'aveva scansata.
Poi, quel giorno di confessione, Munchausen si era dedicata alla pulizia del bagno, e Doc aveva passato tutta la notte a disegnare.
Come al solito.
Il gatto era bianco a strisce turchesi, l'unico tocco di colore del disegno.
Fu un numero di Doodle che riscosse un certo successo.
Friday, 18 January 2013
Wanna know how you got these scars
Me le sono meritate, dice Doc, sereno.
Il problema è che nessuno si sarebbe permesso di farmele, perciò... ho dovuto punirmi da solo.
Raccoglie un pezzo di stoffa dalla scrivania, e lo passa sulle lenti degli occhiali.
Ma sono un po' come un trofeo, aggiunge, dopo averci pensato un po'.
I suoi occhi si puntano di nuovo sull'obiettivo.
Nello schermo, appare un sorriso di Doc, in bianco e nero.
Solo le sue iridi sembrano restare a colori. Come un laser attraverso la macchina fotografica.
Perché dimostra che io ho fatto ciò che tutti gli altri sognavano, ma non osavano fare.
Click!
Non serve flash. Il viso di Doc irradia già abbastanza luce.
Vo...volevano farti male... ferirti?
Un bianco diafanizzante, che prima inverte i colori, e poi ne dà il negativo diasarmato.
Doc ride. Un unico, singolo ah!, scocca nell'aria e subito si dissolve nel silenzio, come una scintilla.
L'hanno anche detto... Desideravano che io non fossi mai nato.
L'obiettivo si sfoca. Nei suoi occhi, come una nebbia che sale leggera sul mare.
Wednesday, 16 January 2013
Tuesday, 15 January 2013
Glass-berry juice (stuck in the mirror with you)
Tra le schegge rifiorisce un'ombra, si ingrossa e prende forma sotto i lievi raggi della luna.
Un giglio color avorio dai petali striati di sangue, un incubo di cristallo...
Punta i suoi occhi vacui, cerchiati di nero, e mi saluta.
Tu sei... mormoro, ma la voce mi si spegne in gola.
Io so e lui lo sa, che io so chi lui è.
Mi avvicino e mi chino su di lui, che è incastrato tra i vetri, in briciole tra le briciole di un vecchio specchio d'Art Nouveau.
Tu sei... ripeto, ed esito.
Il buon vecchio Florian, completa lui, e ricade tra i cocci che schizzano nell'aria.
Uno volta più in alto degli altri, e mi accarezza la mano.
Quando smetto di osservare il vecchio Florian scomparso, sento che la sua voce si tronca, in un momento.
Sei bella, ha detto, senza emozione, l'attimo prima di spegnersi.
Apro la mano e vedo nel mio palmo una goccia rossa.
La lecco, per disinfettare - ma non è sangue, è fragola... sciroppo per la tosse.
Forse ora dovrei smettere di berlo.
Forse ora dovrei smettere di berlo.
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