Cercando nel labirinto degli specchi

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Wednesday, 22 April 2026

To Mock a Killing Cross


I'm not the one who's mocking  here.

He smiles, never crossed, always so heavenly.

 

Jerry the Toon Mouse as Caiaphas in Inferno XXIII by Dante illustrated byDoré

Sleep Well in Hell

Jerry the Cartoon Mouse in a Prone Sepolture in Malebolge

Jerry il topo, "crocifisso" a terra tra gli ipocriti 
(Inferno, VIII cerchio - Malebolge - VI bolgia)


TWS
a partire da Dante Alighieri (e dai Vangeli canonici), Gustave Doré, Hanna-Barbera
con l'aiuto del talento manuale di alcuni e l'apporto digitale di altri 
(artificiali o meno, tutti ben più intelligenti di me)


Please don't hurt animals, images and/or rotten souls.

Tuesday, 3 March 2026

dannati in vita

hot take on Malebolge, VI ditch:

the sixth bolgia in Dante's Inferno is empty now

hypocrites


TWS
after Gustave Dorè after Dante Alighieri
with a lovely help from her artificial friends 


 Hell is empty

Because hell is other people

And people are out there,

Alive and sinning.


Thursday, 21 June 2018

Lezione di impiccagione

In completo accordo con il gusto dello Studiolo per il pre-Rinascimento, il dottor Lecter cominciò da Pier della Vigna, logoteta del Regno di Sicilia, la cui avarizia gli aveva guadagnato un posto nell'inferno dantesco. Per la prima mezz'ora, il dottore affascinò i presenti con gli intrighi medievali dietro la fine di Pier della Vigna.
"Della Vigna cadde in disgrazia e fu accecato per aver tradito la fiducia dell'imperatore a causa della propria avidità" proseguì poi il dottor Lecter, avvicinandosi al punto principale. "Dante lo trovò nel settimo girone dell'inferno, riservato ai suicidi. Come Giuda Iscariota, anche Della Vigna morì impiccato.
"Giuda, Pier dell Vigna e Achitofèl, l'ambizioso consigliere di Assalonne, vengono collegati da Dante per l'avidità che vi riconobbe e per la loro conseguente morte per impiccagione.
"Nelle menti antiche e medievali, avidità e impiccagione sono associate. San Girolamo scrive che lo stesso patronimico di Giuda, Iscariota, significa "denaro" o "prezzo", mentre Origene sostiene che Iscariota deriva dall'ebraico "per soffocamento" e che il nome completo sta per "Giuda il Soffocato"."
[...]
Il dottor Lecter riprese il tono da conferenziere. "Avidità e impiccagione, dunque, collegate fin dall'antichità. La loro rappresentazione compare più volte nell'arte."
[...]
"Questa è la prima raffigurazione conosciuta della Crocifissione, intarsiata su una scatola d'avorio in Gallia all'incirca nel Quattrocento dopo Cristo. Include la morte per impiccagione di Giuda, con il viso rivolto verso il ramo che lo sorregge. E qui, su un reliquiario di Milano del quarto secolo, e ora in un dittico in avorio del nono secolo, Giuda impiccato, che ancora guarda in alto."
[...]
"In questo pannello del portale del Duomo di Benevento, vediamo Giuda impiccato, con le budella che gli fuoriescono, così come san Luca, il medico, ce l'ha descritto negli Atti degli Apostoli. Qui, invece, pende assediato dalle Arpie, e sopra di lui, nel cielo, si vede la faccia di Caino nella Luna. Ed eccolo dipinto dal vostro Giotto, di nuovo con le budella che pendono.
"E, infine, su un'edizione dell'Inferno del quindicesimo secolo, è il corpo di Pier della Vigna a pendere da un albero sanguinante. Non tornerò sull'ovvio parallelo con Giuda Iscariota.
"Dante Alighieri non aveva bisogno di illustrazioni per essere capito. È il suo stesso genio a far parlare Pier della Vigna, ormai all'inferno, con suoni rochi e sibilanti, come se ancora avesse il cappio al collo. Ascoltatelo, mentre racconta di come trascina il proprio corpo morto, insieme agli altri dannati, per andare a impiccarlo a un albero:
Surge in vermena ed in pianta silvestra:
l'Arpìe, pascendo poi delle sue foglie,
fanno dolore, ed al dolor fenestra."
La faccia normalmente pallida del dottor Lecter si arrossa, mentre lui ricrea per lo Studiolo le parole strozzate e gorgoglianti di Pier della Vigna in agonia. [...]
"Come l'altre verrem per nostre spoglie, 
ma non però ch'alcuna sen rivesta;
ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.
Qui le trascineremo, e per la mesta 
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun dell'ombra sua molesta.
"È così che Dante ricorda, attraverso il suono delle parole, la morte di Giuda nella morte di Pier della Vigna, inflitte entrambe per lo stesso crimine di avidità e tradimento.
"Achitofèl, Giuda, lo stesso vostro Pier della Vigna. Avidità, impiccagione, autodistruzione, con l'avidità che provoca tanto l'autodistruzione quanto l'impiccagione. E che cosa dice l'anonimo suicida fiorentino alla fine del canto?
Io fei giubbetto a me delle mie case.
"E io... e io trasformai la mia casa nella mia forca.
"Alla prossima occasione, forse vi interesserà discutere del figlio di Dante, Pietro. Incredibilmente, fu l'unico dei primi commentatori del tredicesimo canto a stabilire un parallelo fra Pier della Vigna e Giuda. Credo anche che sarebbe altrettanto interessante riprendere la questione dell'antropofagia in Dante. Il conte Ugolino che divora la nuca del vescovo, Satana a tre facce che mangia Giuda, Bruto e Cassio, tutti traditori come Pier della Vigna.
"Grazie per la vostra attenzione."
Gli studiosi applaudirono soddisfatti, nel loro modo controllato e sommesso, e il dottor Lecter lasciò le luci basse, mentre li salutava ognuno per nome, reggendo i libri, in modo da non essere costretto a stringere loro la mano.

Thomas Harris, Hannibal,
Mondadori, Milano 1999, pp. 188-191

TWS

Saturday, 20 April 2013

Inferno, XIII


Inferno,
 XIII


Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti; 
non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né si folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno 
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de la Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

E 'l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se' nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l'orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vedrai 
cose che torrien fede al mio sermone».

Io sentia d'ogne parte trarre guai
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito m'arrestai.

Cred' ïo ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi, 
da gente che per noi si nascondesse.

Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi».

Allora porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se fossimo state anime di serpi».

Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de' capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che fa via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond'io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.

 «S'elli avesse potuto creder prima»,
rispuose 'l savio mio, «anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece
d'alcun' ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».

E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi, 
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch' ïo un poco a ragionar m'inveschi.

Io sono colui che tenni ambo le chiavi 
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn' uomo tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.

La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti, 
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,
che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.

L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,
disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond'ïo a lui: «Domandal tu ancora 
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».

Perciò ricominciò: «Se l'om ti faccia
liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor di piaccia

di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membri si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond' ella stessa s'è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta selvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta 
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,

similemente a colui che venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d'un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.

In quel che s'appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea 
per le rotture sanguinenti in vano.

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
che t'è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando 'l maestro fu sovr' esso fermo,
disse: «Chi fosti, che per tante punte 
soffi col sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I' fui de la città che nel Batista 
mutò 'l primo padrone; ond' ei per questo

sempre con l'arte sua la farà trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebbero fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».



Dante Alighieri, Divina Commedia