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Cercando nel labirinto degli specchi
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Saturday, 2 May 2026
Monday, 7 July 2025
it's been emo
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sangue
Monday, 7 April 2025
Monday, 5 September 2022
Tuesday, 21 December 2021
Il cimitero dei farmaci
Tuesday, 7 December 2021
Friday, 14 May 2021
Wednesday, 12 May 2021
Wednesday, 17 March 2021
Tuesday, 5 March 2019
Friday, 31 August 2018
Flogging cross
Da quest'immagine...
... a questo ciondolo:
Fustigation cross
TWS
(Tiusty's print from Wikimedia Commons - arigato; thanks to Nicole from the lovely charm:https://www.etsy.com/it/shop/TheMoonlightMyth - thanks)
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tortura,
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Thursday, 23 November 2017
L'autotortura come evasione da sé
Dobbiamo considerare ora un metodo strettamente fisiologico di evasione dall'io isolato. Il mezzo della punizione fisica. La violenza distruttiva, sintomo finale dell'"ebbrezza di massa"non è invariabilmente diretto all'esterno. La storia della religione è ricca di racconti spaventosi di autoflagellazioni, automutilazioni, autocastrazioni, anche autouccisioni collettive. Queste azioni sono conseguenza del "delirio di massa" e vengono compiute in uno stato di frenesia. Molto diversa è la punizione corporale intrapresa privatamente e a sangue freddo. Qui l'autotortura è iniziata da un atto della volontà personale; ma risulta (in alcuni casi perlomeno) in una temporanea trasformazione della personalità isolata in qualcosa di diverso. In se stesso questo qualcosa di diverso è la coscienza, così intensa da essere esclusiva, del dolore fisico. La persona che si tortura si identifica col dolore e, diventando meramente la consapevolezza del suo corpo dolorante, viene liberata da quel senso di colpevolezza passata e di frustrazione attuale, da quell'ansietà ossessionante circa il futuro, che costituisce tanta parte dell'io nevrotico. Vi è stata un'evasione dall'io, un passaggio discendente in uno stato di puro tormento fisiologico. Ma l'autotormentatore non ha bisogno necessariamente di rimanere in questa regione di coscienza interpersonale. Come colui che fa uso di "vana ripetizione" per andare oltre se stesso, egli può essere capace di usare questa temporanea alienazione dall'io come ponte, per così dire, verso l'alto nella vita dello spirito.
A. Huxley
I diavoli di Loudun
Mondadori, Milano 1980, p. 315
Tuesday, 8 September 2015
Friday, 28 August 2015
Saturday, 18 July 2015
Riding the Wooden Horse
The military, it seems, were impressively inventive when it came to devising punishments for their men. Though imposed for relatively minor offences, such as drinking or rioting, the wooden horse was nonetheless extremely painful and, on occasions, fatal.
A board with a narrow, or even sharpened, edge was mounted on four legs to which a rudely-fashioned head ad tail were attached. The soldier being punished was set astride the 'horse' with his hands tied behind his back and heavy weights tied to each foot.
Garret Segersen, a Dutch soldier in the American army, was made to ride the wooden horse for three days with 50 lb on each foot, for the crime of stealing chickens.
Connecticut horse thief James Brown was sentenced to 15 lashes and an hour riding the wooden horse for each week of his eight-week jail sentence.
The wooden horse was eventually abandoned in the English army because of the permanent injury it caused to the user.
I. Thompson, The A to Z of Punishment and Torture,
Book Guild Publishing, Brighton 2008
pp. 163; pp. 165-166
Friday, 19 July 2013
Look like a zombie, weep like a martyr
La combinazione letale tra una soglia del dolore ridicola
+
la tendenza a imbottirsi di pillole
Ad ogni occasione
=
ecco cosa ha prodotto me
+
la tendenza a imbottirsi di pillole
Ad ogni occasione
=
ecco cosa ha prodotto me
=
un vivo-mezzo-morto,
che suda gocce di latte
spargendole in un buco nero.
La letteratura è inflazionata:
Adesso è tempo di vivere.
Com'è anacronistico, essere invece di dire!
Felice con un ago,
La dea ricuce le anime.
Muori come un angelo, e vivi come uno zombie:
Poetica nonsense
poi non così poetica.
✁
Saturday, 4 May 2013
La ragazza delle croci
Non ti salverà, questa volta, il segno
In cui dovresti vincere,
In cui avere fede.
Impressa nella carne
Tu hai una croce gotica
Che più che ad innalzarti
Aiuta a farti cadere.
I tuoi occhi viola sanguinano
E la tua anima lacrima
Mentre tra i mille specchi
Qualcuno abusa di te.
Violata dentro e fuori,
Nel tuo pizzo violetto,
Violenti ciò in cui credi
Lasciandoti stuprare.
Tra le giostre e i fantasmi
Di una notte di Carnevale
Allenti i tuoi principi
E lasci il male entrare.
Saturday, 20 April 2013
Inferno, XIII
Inferno,
XIII
Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco.
Non han sì aspri sterpi né si folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de la Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
E 'l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se' nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre
che tu verrai ne l'orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vedrai
cose che torrien fede al mio sermone».
Io sentia d'ogne parte trarre guai
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
Cred' ïo ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.
Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi».
Allora porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se fossimo state anime di serpi».
Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de' capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che fa via,
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond'io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.
«S'elli avesse potuto creder prima»,
rispuose 'l savio mio, «anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece
d'alcun' ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».
E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi,
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch' ïo un poco a ragionar m'inveschi.
Io sono colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogn' uomo tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
infiammò contra me li animi tutti;
e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,
che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede».
Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,
disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
Ond'ïo a lui: «Domandal tu ancora
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».
Perciò ricominciò: «Se l'om ti faccia
liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor di piaccia
di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membri si spiega».
Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.
Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond' ella stessa s'è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.
Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
Surge in vermena e in pianta selvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.
Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.
Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».
Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,
similemente a colui che venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.
Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte
le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d'un cespuglio fece un groppo.
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.
In quel che s'appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.
«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
che t'è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».
Quando 'l maestro fu sovr' esso fermo,
disse: «Chi fosti, che per tante punte
soffi col sangue doloroso sermo?».
Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,
raccoglietele al piè del tristo cesto.
I' fui de la città che nel Batista
mutò 'l primo padrone; ond' ei per questo
sempre con l'arte sua la farà trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebbero fatto lavorare indarno.
Io fei gibetto a me de le mie case».
Dante Alighieri, Divina Commedia
Saturday, 1 September 2012
Le nozze di Marte ed Ecate (dolore e altri rimedi)
L'uscio sull'abisso
- è stato darti l'anima,
Stracciarla e poi offrirtela
In cambio di un bel niente
- tamponare colle briciole i tagli
Del tuo io bucherellato
(col sangue, sì è probabile,
Ti è defluito il cuore).
Sei nobile, tu dici
Ma sol per il tuo casato
:
Il nostro matrimonio,
Un dramma che mai avverrà.
- è stato darti l'anima,
Stracciarla e poi offrirtela
In cambio di un bel niente
- tamponare colle briciole i tagli
Del tuo io bucherellato
(col sangue, sì è probabile,
Ti è defluito il cuore).
Sei nobile, tu dici
Ma sol per il tuo casato
:
Il nostro matrimonio,
Un dramma che mai avverrà.
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