Cercando nel labirinto degli specchi

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Tuesday, 28 January 2020

Il cappio, il rogo, il diavolo

The Devil at the Witch Trials (from "Soul to keep" opening credits)
The Devil behind the burning stake, with somebody hanging from a tree in the background
in the Soul to keep opening titles

TWS

Tuesday, 14 August 2018

La sedia elettrica secondo Leo Ortolani

Sedia elettrica in "Ratman"
Svarzeneggher salvato in corner
 in Caccia al ragno! (1998)

(a sua volta in Leo Ortolani, Tutto Ratman 5, Panini Comics, Modena 2007, p. 31)

TWS

N.B.
Non incito in alcun modo alla violenza e/o alla crudeltà sugli animali, e tanto meno alla pena di morte. Quando trovo una scena fittizia contenente strumenti di tortura e/o di esecuzione capitale, li riporto sul blog; tutto qui.
Sono felice che Svarzeneggher non sia stato giustiziato.

Friday, 20 July 2018

L'impiccato appeso per il piede

Della pittura d'infamia in quanto tale svaniva anche il ricordo, ma tuttavia qualche segno sarebbe rimasto ad indicare, in modi imprevedibili, quanto avesse saputo radicarsi nell'immaginario collettivo. Per valutare la forza di questo radicamento basta prendere in mano un mazzo di tarocchi. Fra le carte figurate, i "trionfi", a partire dai più antichi mazzi quattrocenteschi rimasteci, troviamo infatti la figura dell'impiccato a testa in giù, appeso per un piede alla traversa della forca. Nei cosiddetti "Tarocchi di Carlo VI", prodotti verosimilmente in ambiente ferrarese verso il 1470-1480, l'uomo tiene nelle mani un sacchetto di monete, mentre nei trionfi dei Visconti figura con le mani legate dietro alla schiena. Sono le due varianti iconografiche che rimarranno sempre (fino ad oggi) e la carta sarà indicata di volta in volta come "lo impichato", o "il penduto", o "l'appeso", o "l'appiccato", ma anche il "traditore" o il "Juda".
Quando si cerca di spiegare l'origine della figura spesso scatta il richiamo a questa o a quella esecuzione penale, o alla pratica ricorrente dell'impiccagione a testa in giù. In realtà alla base di quel particolare trionfo si deve riconoscere senza esitazione il modulo che dal pieno Trecento divenne costante per i dipinti ad infamia: appunto l'impiccato appeso per il piede. La stessa duplicità nei filoni iconografico e di didascalia del trionfo ci richiama i reati che più a lungo e con maggiore insistenza vennero puniti in immagine: il tradimento, appunto (e anche "Giuda" rientra in questa categoria), e la frode finanziaria, specialmente la bancarotta fraudolenta (a cui bene si attagliano i sacchetti di monete stretti nelle mani del "penduto"). Non la pena, dunque, ma la sua raffigurazione è la matrice di quella carta da gioco. Il modello era facile trovarlo proprio in quell'Italia dalla quale le carte da gioco (giunte dall'Oriente si erano diffuse in Europa a partire dagli ultimi decenni del Trecento. E non andrà dimenticato che in pieno Quattrocento i tarocchi nacquero nelle stesse aree dell'Italia centrosettentrionale interessate dalla pittura infamante. Che quel particolare tipo di pittura politico-propagandistico-sanzionatoria uscita nel Duecento dal palazzo, fosse poi tornato sotto forma di "trionfo" nella corte del principe (ma anche sul banco di taverna e dovunque i tarocchi giravano) così come si era definita sui muri delle pubbliche piazze, è soltanto un piccolo segnale del peso che questo sistema d'immagini era riuscito ad avere.

G. Ortalli, La pittura infamante. Secoli XIII-XVI
Viella, Roma 2015,
 pp. 160-161

TWS

Sunday, 17 August 2014

La morte per i mille tagli

La pena capitale in Cina

I metodi di esecuzione sono lo strangolamento, la decapitazione e la terribile morte nota come "la tortura del coltello" o Ling-chy, spesso descritta come "la morte per i mille tagli", e a volte, in modo più stravagante, come "il taglio in diecimila pezzi". In Cina se ne parla anche come l'"esecuzione lenta" o "per affettamento" e in genere è riservata ai  casi di parricidio. Secondo i vari racconti dei viaggiatori, la tecnica adottata varia di zona in zona.
In alcuni casi, la morte può avvenire rapidamente, in altri può essere eccessivamente procrastinata, a seconda della fortuna della vittima o, come è più probabile, delle istruzioni segretamente date al boia. In un secchio, ricoperto con della stoffa o con altro materiale, si trovano un certo numero di coltelli. Ciascuno di essi porta il nome di una parte del corpo o di un arto. Il boia infila la mano sotto la stoffa, nel secchio, e ne tira fuori un coltello a caso. Poi procede a tagliare la parte del corpo o l'arto scritta sul coltello. È stato detto che i parenti del condannato corrompono il boia perché "trovi" il più velocemente possibile il coltello destinato a essere conficcato nel cuore.
C'è motivo di pensare che la tecnica appena descritta sia stata però ampiamente, se non del tutto, sostituita, con un metodo di esecuzione che non ammette l'interferenza del caso, in una delle più spaventose morti per tortura che si possano immaginare. Nessun secchio con i suoi molteplici coltelli contraddistinti da segni ne fa parte. Si adopera invece un unico strumento dalla lama affilata col quale si procede lentamente ad affettare, a tagliare, a fare a pezzi, ad amputare, passo dopo passo, secondo l'intera orrenda procedura prevista-
È questo il metodo descritto da Sir Henry Norman, che dice che il criminale viene fissato a una grossolana croce e che il boia "afferrando pezzi di carne morbida, come le cosce e i seni", li fa a fette. Poi vengono tagliate, una alla volta "le giunture e le escrescenze del corpo", a cui segue l'amputazione del naso, degli orecchi, delle dita dei piedi e delle mani. "Poi, pezzo a pezzo, si tagliano le membra, all'altezza dei polsi e delle caviglie, dei gomiti e dei ginocchi, delle spalle e delle anche. Alla fine, la vittima viene pugnalata al cuore e le viene tagliata la testa."

George Riley Scott, Storia della tortura
Oscar storia Mondadori, Milano 1999, pp. 127-128