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Cercando nel labirinto degli specchi
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Sunday, 20 July 2025
Sunday, 25 May 2025
Embers from a Burnout
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Monday, 16 September 2019
Thursday, 21 June 2018
Lezione di impiccagione
In completo accordo con il gusto dello Studiolo per il pre-Rinascimento, il dottor Lecter cominciò da Pier della Vigna, logoteta del Regno di Sicilia, la cui avarizia gli aveva guadagnato un posto nell'inferno dantesco. Per la prima mezz'ora, il dottore affascinò i presenti con gli intrighi medievali dietro la fine di Pier della Vigna.
"Della Vigna cadde in disgrazia e fu accecato per aver tradito la fiducia dell'imperatore a causa della propria avidità" proseguì poi il dottor Lecter, avvicinandosi al punto principale. "Dante lo trovò nel settimo girone dell'inferno, riservato ai suicidi. Come Giuda Iscariota, anche Della Vigna morì impiccato.
"Giuda, Pier dell Vigna e Achitofèl, l'ambizioso consigliere di Assalonne, vengono collegati da Dante per l'avidità che vi riconobbe e per la loro conseguente morte per impiccagione.
"Nelle menti antiche e medievali, avidità e impiccagione sono associate. San Girolamo scrive che lo stesso patronimico di Giuda, Iscariota, significa "denaro" o "prezzo", mentre Origene sostiene che Iscariota deriva dall'ebraico "per soffocamento" e che il nome completo sta per "Giuda il Soffocato"."
[...]
Il dottor Lecter riprese il tono da conferenziere. "Avidità e impiccagione, dunque, collegate fin dall'antichità. La loro rappresentazione compare più volte nell'arte."
[...]
"Questa è la prima raffigurazione conosciuta della Crocifissione, intarsiata su una scatola d'avorio in Gallia all'incirca nel Quattrocento dopo Cristo. Include la morte per impiccagione di Giuda, con il viso rivolto verso il ramo che lo sorregge. E qui, su un reliquiario di Milano del quarto secolo, e ora in un dittico in avorio del nono secolo, Giuda impiccato, che ancora guarda in alto."
[...]
"In questo pannello del portale del Duomo di Benevento, vediamo Giuda impiccato, con le budella che gli fuoriescono, così come san Luca, il medico, ce l'ha descritto negli Atti degli Apostoli. Qui, invece, pende assediato dalle Arpie, e sopra di lui, nel cielo, si vede la faccia di Caino nella Luna. Ed eccolo dipinto dal vostro Giotto, di nuovo con le budella che pendono.
"E, infine, su un'edizione dell'Inferno del quindicesimo secolo, è il corpo di Pier della Vigna a pendere da un albero sanguinante. Non tornerò sull'ovvio parallelo con Giuda Iscariota.
"Dante Alighieri non aveva bisogno di illustrazioni per essere capito. È il suo stesso genio a far parlare Pier della Vigna, ormai all'inferno, con suoni rochi e sibilanti, come se ancora avesse il cappio al collo. Ascoltatelo, mentre racconta di come trascina il proprio corpo morto, insieme agli altri dannati, per andare a impiccarlo a un albero:
Surge in vermena ed in pianta silvestra:
l'Arpìe, pascendo poi delle sue foglie,
fanno dolore, ed al dolor fenestra."
La faccia normalmente pallida del dottor Lecter si arrossa, mentre lui ricrea per lo Studiolo le parole strozzate e gorgoglianti di Pier della Vigna in agonia. [...]
"Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta;
ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.
Qui le trascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun dell'ombra sua molesta.
"È così che Dante ricorda, attraverso il suono delle parole, la morte di Giuda nella morte di Pier della Vigna, inflitte entrambe per lo stesso crimine di avidità e tradimento.
"Achitofèl, Giuda, lo stesso vostro Pier della Vigna. Avidità, impiccagione, autodistruzione, con l'avidità che provoca tanto l'autodistruzione quanto l'impiccagione. E che cosa dice l'anonimo suicida fiorentino alla fine del canto?
Io fei giubbetto a me delle mie case.
"E io... e io trasformai la mia casa nella mia forca.
"Alla prossima occasione, forse vi interesserà discutere del figlio di Dante, Pietro. Incredibilmente, fu l'unico dei primi commentatori del tredicesimo canto a stabilire un parallelo fra Pier della Vigna e Giuda. Credo anche che sarebbe altrettanto interessante riprendere la questione dell'antropofagia in Dante. Il conte Ugolino che divora la nuca del vescovo, Satana a tre facce che mangia Giuda, Bruto e Cassio, tutti traditori come Pier della Vigna.
"Grazie per la vostra attenzione."
Gli studiosi applaudirono soddisfatti, nel loro modo controllato e sommesso, e il dottor Lecter lasciò le luci basse, mentre li salutava ognuno per nome, reggendo i libri, in modo da non essere costretto a stringere loro la mano.
Thomas Harris, Hannibal,
Mondadori, Milano 1999, pp. 188-191
TWS
Thursday, 23 November 2017
L'autotortura come evasione da sé
Dobbiamo considerare ora un metodo strettamente fisiologico di evasione dall'io isolato. Il mezzo della punizione fisica. La violenza distruttiva, sintomo finale dell'"ebbrezza di massa"non è invariabilmente diretto all'esterno. La storia della religione è ricca di racconti spaventosi di autoflagellazioni, automutilazioni, autocastrazioni, anche autouccisioni collettive. Queste azioni sono conseguenza del "delirio di massa" e vengono compiute in uno stato di frenesia. Molto diversa è la punizione corporale intrapresa privatamente e a sangue freddo. Qui l'autotortura è iniziata da un atto della volontà personale; ma risulta (in alcuni casi perlomeno) in una temporanea trasformazione della personalità isolata in qualcosa di diverso. In se stesso questo qualcosa di diverso è la coscienza, così intensa da essere esclusiva, del dolore fisico. La persona che si tortura si identifica col dolore e, diventando meramente la consapevolezza del suo corpo dolorante, viene liberata da quel senso di colpevolezza passata e di frustrazione attuale, da quell'ansietà ossessionante circa il futuro, che costituisce tanta parte dell'io nevrotico. Vi è stata un'evasione dall'io, un passaggio discendente in uno stato di puro tormento fisiologico. Ma l'autotormentatore non ha bisogno necessariamente di rimanere in questa regione di coscienza interpersonale. Come colui che fa uso di "vana ripetizione" per andare oltre se stesso, egli può essere capace di usare questa temporanea alienazione dall'io come ponte, per così dire, verso l'alto nella vita dello spirito.
A. Huxley
I diavoli di Loudun
Mondadori, Milano 1980, p. 315
Monday, 4 May 2015
Wednesday, 18 June 2014
neck-tie party
Ormai si fa in vena tra gli angeli,
Lo vedi negli specchi coperti
- con gli occhi iniettati di lacrime,
I polsi solcati di pagine.
Tuesday, 13 May 2014
Wednesday, 23 April 2014
Tuesday, 13 August 2013
Saturday, 13 July 2013
due cuori e una siringa
Sunday, 30 June 2013
Suicide lyric
Rose, farfalle e croci:
Sono da sola e sento le voci.
Croci, farfalle e rose:
Le voci mi consigliano svariate cose.
Rose, croci e farfalle:
Un soffio gelido mi volteggia alle spalle.
Mi dicono di andare al mare,
Così da potermi buttare...
E sugli scogli tentenno e non so
Perché nella mente nulla mi dice di no.
Potrei quasi farlo, potrei precipitare
- soprattutto se il diavolo me lo vietasse di fare.
Per la serie ninnananna di un pazzo,
Di rose blu me ne porteranno un mazzo.
Sulla lapide una croce fiorita avrò...
E come farfalla bianca io rinascerò.
Wednesday, 29 May 2013
Partnership non umana
A volte scopiamo.
A volte viene da me, e dentro di me. Il tempo passa piano, in quelle volte.
In quelle volte - capitano di rado... troppo di rado - mi bacia sulla bocca, poi mi spoglia, quel che basta per entrare... ed entra. In quelle volte, io non devo fare niente. Lui si muove. Io sto lì con le gambe aperte, e sento il suo affare che si fa largo dentro di me.
Non mi guarda in faccia, quando capitano quelle volte. Sento il suo fiato sul collo, e tutto ciò vedo è il cuscino. Poi, qualche decina di minuti di colpi di reni, ed è fatta. Quando finisce mi lascia un fazzoletto di seta per pulirmi - ma lui sparisce.
Mi scopa per tre quarti d'ora, e quand'ha finito rotola via da me, e uccide il primo che passa.
Lo pagano molto, per uccidere il primo che passa.
Ogni volta, quando ha finito, rotola fuori da me, si stende su un fianco, si accende una sigaretta, e fumando si alza. Si affaccia alla finestra, e guarda. Poi un colpo esplode, un altro, e l'odore di fumo si propaga ovunque.
Io mi rivesto, e intanto la gente per strada urla Oh mio Dio!, e chissà che altro. Non vi dico quante volte questo genere di esclamazioni mi ha fatta sentire grassa, o poco piacente.
Intanto lui continua a fumare - anzi, è la sigaretta che fuma. Lui se ne sta alla finestra, ancora in mutande, e col suo bel viso da sacerdote re contempla la scena che infuria per strada, e sorride. E anche se in quei momenti ha appena finito, con me, quel sorriso non fa che farmi tornare la voglia di essere presa da lui.
Il che è fuori questione, perché ormai l'angelo della morte ha fatto il suo volo, e non tornerà fino a quando non glielo dirà il suo dio.
A volte mi sbatte.
Ma capita solo quando il suo dovere chiama.
Non mi guarda negli occhi, non mi bacia la bocca, non sorride e non parla. Neanche mi tocca. Entra e basta, e io sanguino, ogni volta. Per giorni - a lui piace. A lui piace, se piango, durante. Gli piace schiacciarmi contro il muro, farmi soffocare nel cuscino, gli piace bendarmi e scopare. Non parla, non mi accarezza, non mi ama. Mi prende e basta. Quando il suo dovere chiama.
Io lo accetto, perché lo amo - mi lascio usare, mentre lui chissà cosa trama.
Credo proprio che la nostra non sia una partnership granché umana.
Mi concedo solo di guardare il suo sorriso, quando lui non guarda - e lasciarmi andare. Si sanguina meglio, e più in fredda, se non ci si fa impressionare.
Ho ancora la cicatrice a croce della nostra prima volta.
È bella, e ogni notte mi fa sognare.
Monday, 6 May 2013
donare uno scheletro a una farfalla
Nessuno pensa mai a quanto facile sia essere la vittima.
Ogni relazione è binaria, è squilibrata, composta da un polo che soffre, e da quello che lo fa soffrire. Non c'è equità in amore e in guerra - e se nella seconda si può sempre tentare la corsa agli armamenti, nel primo la speranza di una guerra fredda è utopica. In ogni rapporto si piange.
Ma tutti dimenticano che non è solo l'erastes, quello più preso, l'amante-e-non-l'amato, colui che spasima, a patire.
Essere amati è trattare male - perché l'unico gesto giusto da fare in amore sarebbe ricambiare. Un'eventualità che, se anche si verificasse, non cancellerebbe mai la disparità tra i due "sentire". C'è sempre chi ama di più, e soffre per questo. Perché come dimostra il sesso l'amante ricerca la fusione perfetta, desidera unirsi all'altro e risolvere ogni disparità naturale in un sudato, riposato androgino.
Ma se anche un tempo forse siamo stati pari, uniti e bilanciati in un solo ente così perfetto da spaventare gli dei, comunque poi Zeus ci ha tagliati a metà.
...è facile essere la vittima - facile, non divertente, per carità - perché in quel ruolo si è innocenti. Si è giustificati. Si è compatiti, coccolati, santificati e salvi.
Il carnefice invece, per quanto involontariamente possa peccare, comunque lo fa - sbaglia, ferisce, si attira l'odio e la colpa, e subisce l'obbligo di espiare.
Ma ferire chi ci ama è la crudeltà somma - è come cavare il cuore a un bambino che ci abbraccia e ci dà un bacino sulla guancia, perché non aspettava altri che noi.
Alzi la mano chi perdonerebbe un infanticida a sangue freddo.
Innamorarsi è mettere un machete in mano ad un robot epilettico impostato alla massima velocità, appoggiandosi alla gola la punta della lama.
Amare e non essere ricambiati è appoggiare la punta della lama che il robot tiene in mano in corrispondenza dello proprio stomaco, e spingercisi contro girirandola in tutte le direzioni, avanti e indietro, secondo le varie velocità della macchina.
Essere amati e non ricambiare è essere il robot, avere il machete in mano, ed attivarsi proprio nel bel mezzo di una crisi, macellando il povero innocente che si ha davanti, senza conoscere le istruzioni per potersi fermare.
L'amore è dolore, meglio il cioccolato.
Saturday, 4 May 2013
Halo of lies
(WARNING! RAPE & VIOLENCE & PERVERT'S STUFF.
attenzione. si parla chiaramente di stupro, in una chiesa, e la verginità violata non è quella canonica. non intendo offendere nessuno. il presente brano non è composto con finalità anticlericali, è semplicemente un frammento di violenza casuale in un mondo casualmente violento.
Rispetto ogni fede e ogni culto, e credo fermamente che l'unica espressione carnale dell'amore possibile sia quella tra persone consciamente consenzienti.
se non volete saperne, non leggete. se no, non prendetevela con me. come saprete, esiste la libertà di espressione e il principio dell'Art for Art's sake, e questo è il mio blog.)
Rispetto ogni fede e ogni culto, e credo fermamente che l'unica espressione carnale dell'amore possibile sia quella tra persone consciamente consenzienti.
se non volete saperne, non leggete. se no, non prendetevela con me. come saprete, esiste la libertà di espressione e il principio dell'Art for Art's sake, e questo è il mio blog.)
È un attimo, e appare dietro di me. Non faccio neanche tempo a realizzare che gli occhi verdi veleno in cui mi sto specchiando sono quelli di un fantasma, che lui già si è dissolto, e mi cattura, in ostaggio.
Per la sorpresa mi scappa un grido, ma è presto soffocato.
Andate, strillo a quegli altri, che ci guardano agguerriti. Tocca a me ora, ribadisco, con la voce fredda di chi non ammette repliche. Anche loro sanno che è vero, che non c'è altra soluzione. Quindi, alla fine, devono ubbidirmi.
E poi, non voglio che vedano cosa mi succederà.
Torniamo a noi, dice lui, quando le porte finalmente si chiudono.
Una frazione di secondo, di nuovo, e mi fa cadere. Finisco incaprettata tra le candele, sull'altare. E capisco.
Guardo quelle persone davanti a noi, sedute sulle panchine - alcuni inginocchiati, altri riversi sulle Bibbie impilate, e mi sento sollevata che siano tutte morte. L'odore di incenso mi penetra nelle narici, mischiandosi al fetore del sangue e dei cadaveri. Un raggio della luce dell'alba trafigge rovente un angelo della vetrata, a cui la nostra scossa non ha distrutto del tutto la testa. Il riverbero celeste si spande sul pavimento di marmo, su cui è colato l'ultimo riflesso di qualcuna delle vittime.
Lui si schiarisce la voce, si scrocchia le dita, mi immobilizza, e mi apre.
Il dolore che mi dà è inequivocabile, e gli piace. Non ha sbagliato. L'ha fatto. Mi ha del tutto violato.
Vedo - o meglio, non vedo, e davanti agli occhi serrati tutto si fa rosso cupo. Sto per svenire, ma lui, per tenermi sveglia, mi bacia. Le sue labbra umide mi sbavano sul collo, e la cosa peggiore è il sollievo che mi dà il frescore della sua saliva.
Allora? chiede. Ma non so cosa chieda.
Finalmente... ti ho trovato qualcosa di vergine, sibila, e mi lecca. La sua lingua mi passa lungo le vertebre del collo. Rabbrividisco, e non riesco a perdere i sensi.
Vuole che io rimanga cosciente.
Per mortificarmi meglio.
Si fa strada dentro di me, sempre più forte. Stringo il bordo della tovaglia finemente ricamata che fino a poco fa velava l'altare e ora si spiegazza sotto la stretta convulsa delle mie dita, come un bambino spaventato farebbe con la sua copertina. Lui non parla, e gode nell'umiliarmi.
Ricordo un vecchio bacio, per cui ora non c'è più spazio - quello sulla neve, appena prima che lui crollasse. Adesso c'è solo odio, per questo mi sta stuprando.
La cosa peggiore - quella peggiore davvero - è che lo sta facendo per insegnarmi la sua lezione. La sua preziosa lezione di male e morte. Come io gli avevo chiesto.
Sento la stretta della sua mano bruciarmi sul polso, sulla croce tatuata. Con l'altra mano non mi palpa, non mi accarezza - mi spinge la schiena verso il basso, premendo tra le scapole, schiacciandomi a faccia in giù sull'altare. Nella pelle mi si è conficcato qualcosa, sembrano tante piccole perle, legate assieme, e...
È un rosario.
Il crocifisso luccica davanti a me, ma presto lui se ne accorge, e mi dà un'energica spinta, che mi appanna ancora la vista, e mi porta tutto il corpo in avanti. Le mie labbra travolgono il ciondolo, e l'uomo si piega su di me, senza lasciare la presa. Le sue dita si aggrovigliano ai miei capelli - così farà più male. Poi mi alza piano la testa, e continuando a scorrere dentro di me strattona le ciocche che è riuscito ad afferrare, e mi sbatte il viso contro l'altare, di nuovo. La mia faccia investe il crocifisso di ferro, di cui ora sento in bocca il sapore. Credo di essermi tagliata il labbro, come minimo, ma è l'ultima cosa di cui mi debba preoccupare.
Una lacrima, arenatasi all'angolo dell'occhio quando prima mi ha aperta, si getta finalmente lungo la mia guancia, e cade sulla tovaglia d'altare.
Lui se ne accorge e ride, deliziato, lasciandomi i capelli per scivolare con la mano lungo il collo - sento le sue unghie premere, ma non graffiare... Poi scende lungo la clavicola, e si adagia tra i miei seni. Gioca con i grani del rosario, mentre col palmo resta immobile all'altezza del mio cuore. Le spinte rallentano, riducono la loro intensità, e il mio corpo smette piano piano di tremare. È ancora dentro di me, ma comincia a farmi meno male.
Respiro di nuovo, piano, per non farmi sentire.
Respiro di nuovo, piano, per non farmi sentire.
Poi però dà un nuovo colpo di bacino, a sorpresa, così forte da farmi gridare, e stringendomi il seno con entrambe le mani mi sbatte ancora e ancora e ancora - la faccia mi si schiaccia ripetutamente contro il crocifisso di ferro, e i bracci della croce mi pungono le labbra, il naso, le guance, ovunque lui voglia farmi atterrare.
Non ce la faccio più e grido, continuo a gridare, odiando lui e i miei compari al sicuro e tutti quei morti che sono corsa lì a salvare, e le mie urla e le sue risa rimbombano per tutte le navate, echeggiano fino a fuori, là, oltre le vetrate rotte, dove stanno gli altri, a cui ho stupidamente detto di non entrare.
Il bastardo continua a montarmi e a ridere e a affondarmi le unghie nella pelle del seno, nelle cosce, fino a quando la sua risata non si interrompe un attimo, e l'orrore congela il mio pianto.
Si scrolla fino all'ultima goccia, poi, finalmente, esce. Mi schiaffeggia la coscia, soddisfatto.
E mi chiede:
Allora, piccola? Dov'era il tuo Dio, fino ad adesso?
Saturday, 20 April 2013
Inferno, XIII
Inferno,
XIII
Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco.
Non han sì aspri sterpi né si folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de la Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
E 'l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se' nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre
che tu verrai ne l'orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vedrai
cose che torrien fede al mio sermone».
Io sentia d'ogne parte trarre guai
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
Cred' ïo ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.
Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi».
Allora porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se fossimo state anime di serpi».
Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de' capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che fa via,
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond'io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.
«S'elli avesse potuto creder prima»,
rispuose 'l savio mio, «anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece
d'alcun' ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».
E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi,
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch' ïo un poco a ragionar m'inveschi.
Io sono colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogn' uomo tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
infiammò contra me li animi tutti;
e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,
che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede».
Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,
disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
Ond'ïo a lui: «Domandal tu ancora
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».
Perciò ricominciò: «Se l'om ti faccia
liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor di piaccia
di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membri si spiega».
Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.
Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond' ella stessa s'è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.
Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.
Surge in vermena e in pianta selvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.
Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.
Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».
Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,
similemente a colui che venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.
Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte
le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d'un cespuglio fece un groppo.
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.
In quel che s'appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.
Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.
«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
che t'è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».
Quando 'l maestro fu sovr' esso fermo,
disse: «Chi fosti, che per tante punte
soffi col sangue doloroso sermo?».
Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,
raccoglietele al piè del tristo cesto.
I' fui de la città che nel Batista
mutò 'l primo padrone; ond' ei per questo
sempre con l'arte sua la farà trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,
que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebbero fatto lavorare indarno.
Io fei gibetto a me de le mie case».
Dante Alighieri, Divina Commedia
Tuesday, 9 April 2013
Friday, 28 December 2012
Wazzup, doc?
Ti svegli dopo una notte insonne, tra le lenzuola troppo stropicciate, e zuppe di sudore.
Devi bruciare quel letto, a questo punto è solo un focolaio di contagio.
Non hai chiuso occhio, se non per qualche minuto - una manciata di secondi ogni tanto, nel corso di una lunga notte inconclusa.
Il buio è ancora lì dentro. Anche se fuori, oltre il vetro spesso delle finestre antiproiettili, il sole splende con le sue abbaglianti lame di luce.
Non vuoi uscire. Non puoi più uscire.
Il bianco ti incenerirebbe, lo senti.
Scosti con disgusto le coperte, liberandotene. Resti in mutande nella penombra della camera.
Il materasso ora è troppo molle, lo stesso materasso che per tutta la notte è stato duro e freddo come la tua lapide.
Ti guardi in giro, svogliatamente, perché devi farlo - dovresti cercare i tuoi occhiali, ma in fondo trovarli per te non cambierebbe niente.
Hai i boxer a smoking, che classe. Quel bianco e nero da pinguino risalta e esalta il tuo corpo quasi diafano. Fa impressione, quanto sei pallido - potresti tranquillamente essere morto da un po', e lo sai.
Porti le mani alla cicatrice, pensieroso.
Sì, è davvero strano, che uno come te sia ancora vivo.
Lasci le dita ai bordi del vecchio taglio, come Pollon quando sorride.
Sembra talco ma non è - serve a darti l'allegria, canticchi tra te e te. Eggià.
Ti concedi un sorriso stirato, e guardi lo specchietto ricoperto di polvere sul tuo comodino. E dire che una volta avevi la decedenza di fare certe cose in bagno, Doc.
Adesso neppure lo zucchero a velo ti fa venire la voglia di alzarti.
Dev'essere per questo che sei diventato così magro.
Questo, oppure le tue continue iniezioni.
Credi di essere l'incarnazione perfetta dei Pesci, vero Doc?
Poi dai un'occhiata alla porta, e quella ti appare come una minacciosa grata fatta di spesse sbarre. Come in una prigione, o in un tombino. O in qualche bizzarra catacomba.
Ripensi a quello che ci troveresti dietro, alla Corte dei miracoli che attorno ti sei attirato.
A quella ragazza, che vive e muore per te.
- ed ecco che arriva il primo conato.
Tutto quell'amore... il suo amore... ti riempie il cuore di nausea.
Non potrai mai tornare a uscire da qui.
Sepolto vivo nel blue.
Saturday, 1 September 2012
Elgarla dei matti e degli autolesionisti
Voglio solo un altro buco nel braccio,
Una nuova cicatrice,
Che sia più bella di te
- una piccola, graziosa ferita
Da velare con un bendaggio stretto,
Da sentirmi sempre addosso,
Il segno
Che nonostante il pizzichio del dolore,
La vita continua,
Ogni giorno,
La stessa.
Bloccami i polsi,
Stringili forte colle corde
Le catene
La tua morsa,
Tappami la bocca e legami,
Non voglio parlare - i miei occhi
Ogni tanto brilleranno
Della tristezza che amare
Mi fa crescere e nascere dentro
- là dove
Sei tu,
Nell'antro buio che ha scavato dentro
Di me quel pugnale, la falce
Di Cupido sterminatore.
Ogni volta che respiro
Il cuore tuo tuona
Contro di me,
Batte senza di me,
Indifferente,
Lo sento,
E nel petto le fitte
Stellano i miei giorni
- Elgarla da Utinberg protettrice
Rea dei tonti e dei cuori infranti
- principessa deviata
Che stringe al seno la Morte
- ma teme troppo,
Per poter giacerci insieme.
...sciocca
Intensità da poeta
- che altro dona, se non
Generare lutti?
:
Una nuova speranza
Incompresa, una tacca
Sulle macerie dove un tempo aleggiava
Un'anima infestata, e ora
Rimangono solo pittoreschi rintocchi
D'ora sorda, e di noia.
[l'amore è inutile,
Fin qui siamo tutti d'accordo
- che bisogno c'è
Di continuare a denigrarlo?]
Una nuova cicatrice,
Che sia più bella di te
- una piccola, graziosa ferita
Da velare con un bendaggio stretto,
Da sentirmi sempre addosso,
Il segno
Che nonostante il pizzichio del dolore,
La vita continua,
Ogni giorno,
La stessa.
Bloccami i polsi,
Stringili forte colle corde
Le catene
La tua morsa,
Tappami la bocca e legami,
Non voglio parlare - i miei occhi
Ogni tanto brilleranno
Della tristezza che amare
Mi fa crescere e nascere dentro
- là dove
Sei tu,
Nell'antro buio che ha scavato dentro
Di me quel pugnale, la falce
Di Cupido sterminatore.
Ogni volta che respiro
Il cuore tuo tuona
Contro di me,
Batte senza di me,
Indifferente,
Lo sento,
E nel petto le fitte
Stellano i miei giorni
- Elgarla da Utinberg protettrice
Rea dei tonti e dei cuori infranti
- principessa deviata
Che stringe al seno la Morte
- ma teme troppo,
Per poter giacerci insieme.
...sciocca
Intensità da poeta
- che altro dona, se non
Generare lutti?
:
Una nuova speranza
Incompresa, una tacca
Sulle macerie dove un tempo aleggiava
Un'anima infestata, e ora
Rimangono solo pittoreschi rintocchi
D'ora sorda, e di noia.
[l'amore è inutile,
Fin qui siamo tutti d'accordo
- che bisogno c'è
Di continuare a denigrarlo?]
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