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| Cupido nella raccolta della carta TWS |
Cercando nel labirinto degli specchi
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Wednesday, 23 July 2025
Eros is a Plastic Bag
Saturday, 19 July 2025
coming of age
La fanciulletta
Lui strangolò
- colpevole era,
Lei ammazzò
Thursday, 10 April 2025
Monday, 31 March 2025
Wednesday, 3 July 2019
Friday, 20 July 2018
L'impiccato appeso per il piede
Della pittura d'infamia in quanto tale svaniva anche il ricordo, ma tuttavia qualche segno sarebbe rimasto ad indicare, in modi imprevedibili, quanto avesse saputo radicarsi nell'immaginario collettivo. Per valutare la forza di questo radicamento basta prendere in mano un mazzo di tarocchi. Fra le carte figurate, i "trionfi", a partire dai più antichi mazzi quattrocenteschi rimasteci, troviamo infatti la figura dell'impiccato a testa in giù, appeso per un piede alla traversa della forca. Nei cosiddetti "Tarocchi di Carlo VI", prodotti verosimilmente in ambiente ferrarese verso il 1470-1480, l'uomo tiene nelle mani un sacchetto di monete, mentre nei trionfi dei Visconti figura con le mani legate dietro alla schiena. Sono le due varianti iconografiche che rimarranno sempre (fino ad oggi) e la carta sarà indicata di volta in volta come "lo impichato", o "il penduto", o "l'appeso", o "l'appiccato", ma anche il "traditore" o il "Juda".
Quando si cerca di spiegare l'origine della figura spesso scatta il richiamo a questa o a quella esecuzione penale, o alla pratica ricorrente dell'impiccagione a testa in giù. In realtà alla base di quel particolare trionfo si deve riconoscere senza esitazione il modulo che dal pieno Trecento divenne costante per i dipinti ad infamia: appunto l'impiccato appeso per il piede. La stessa duplicità nei filoni iconografico e di didascalia del trionfo ci richiama i reati che più a lungo e con maggiore insistenza vennero puniti in immagine: il tradimento, appunto (e anche "Giuda" rientra in questa categoria), e la frode finanziaria, specialmente la bancarotta fraudolenta (a cui bene si attagliano i sacchetti di monete stretti nelle mani del "penduto"). Non la pena, dunque, ma la sua raffigurazione è la matrice di quella carta da gioco. Il modello era facile trovarlo proprio in quell'Italia dalla quale le carte da gioco (giunte dall'Oriente si erano diffuse in Europa a partire dagli ultimi decenni del Trecento. E non andrà dimenticato che in pieno Quattrocento i tarocchi nacquero nelle stesse aree dell'Italia centrosettentrionale interessate dalla pittura infamante. Che quel particolare tipo di pittura politico-propagandistico-sanzionatoria uscita nel Duecento dal palazzo, fosse poi tornato sotto forma di "trionfo" nella corte del principe (ma anche sul banco di taverna e dovunque i tarocchi giravano) così come si era definita sui muri delle pubbliche piazze, è soltanto un piccolo segnale del peso che questo sistema d'immagini era riuscito ad avere.
G. Ortalli, La pittura infamante. Secoli XIII-XVI,
Viella, Roma 2015,
pp. 160-161
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Friday, 6 July 2018
Morte piccola e morte vera
Ma anche, secondo un principio di reciprocità, sofferenza ricevuta, estasi finale in ci la piccola morte si confonde con la morte vera per strangolamento. Di qui la sconcertante escalation delle esperienze in cui Roland s'impegna insieme con Thérèse, e che associano la voluttà e la morte. Lasciamogli di nuovo la parola: "Questo tormento è più dolce che tu non pensi... non sentirai la morte che attraverso inesprimibili sensazioni di piacere. La compressione che questa corda opererà sulla massa dei tuoi nervi incendierà gli organi della voluttà; è un effetto certo....". Roland spinge l'imprudenza fino a farsi impiccare da Thérèse (che lo libera dal cappio in extremis) per verificare personalmente l'intreccio dell'ultimo spasimo e della suprema voluttà. Sade esplicita dunque sino al loro estremo limiti i legami che uniscono Eros e Thanatos, i giuoichi della pulsione erotica e della pulsione di morte.
M. Vovelle, La morte e l'Occidente. Dal 1300 ai giorni nostri,
Biblioteca Storica Laterza, Bari 2000, p. 248
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Thursday, 21 June 2018
Lezione di impiccagione
In completo accordo con il gusto dello Studiolo per il pre-Rinascimento, il dottor Lecter cominciò da Pier della Vigna, logoteta del Regno di Sicilia, la cui avarizia gli aveva guadagnato un posto nell'inferno dantesco. Per la prima mezz'ora, il dottore affascinò i presenti con gli intrighi medievali dietro la fine di Pier della Vigna.
"Della Vigna cadde in disgrazia e fu accecato per aver tradito la fiducia dell'imperatore a causa della propria avidità" proseguì poi il dottor Lecter, avvicinandosi al punto principale. "Dante lo trovò nel settimo girone dell'inferno, riservato ai suicidi. Come Giuda Iscariota, anche Della Vigna morì impiccato.
"Giuda, Pier dell Vigna e Achitofèl, l'ambizioso consigliere di Assalonne, vengono collegati da Dante per l'avidità che vi riconobbe e per la loro conseguente morte per impiccagione.
"Nelle menti antiche e medievali, avidità e impiccagione sono associate. San Girolamo scrive che lo stesso patronimico di Giuda, Iscariota, significa "denaro" o "prezzo", mentre Origene sostiene che Iscariota deriva dall'ebraico "per soffocamento" e che il nome completo sta per "Giuda il Soffocato"."
[...]
Il dottor Lecter riprese il tono da conferenziere. "Avidità e impiccagione, dunque, collegate fin dall'antichità. La loro rappresentazione compare più volte nell'arte."
[...]
"Questa è la prima raffigurazione conosciuta della Crocifissione, intarsiata su una scatola d'avorio in Gallia all'incirca nel Quattrocento dopo Cristo. Include la morte per impiccagione di Giuda, con il viso rivolto verso il ramo che lo sorregge. E qui, su un reliquiario di Milano del quarto secolo, e ora in un dittico in avorio del nono secolo, Giuda impiccato, che ancora guarda in alto."
[...]
"In questo pannello del portale del Duomo di Benevento, vediamo Giuda impiccato, con le budella che gli fuoriescono, così come san Luca, il medico, ce l'ha descritto negli Atti degli Apostoli. Qui, invece, pende assediato dalle Arpie, e sopra di lui, nel cielo, si vede la faccia di Caino nella Luna. Ed eccolo dipinto dal vostro Giotto, di nuovo con le budella che pendono.
"E, infine, su un'edizione dell'Inferno del quindicesimo secolo, è il corpo di Pier della Vigna a pendere da un albero sanguinante. Non tornerò sull'ovvio parallelo con Giuda Iscariota.
"Dante Alighieri non aveva bisogno di illustrazioni per essere capito. È il suo stesso genio a far parlare Pier della Vigna, ormai all'inferno, con suoni rochi e sibilanti, come se ancora avesse il cappio al collo. Ascoltatelo, mentre racconta di come trascina il proprio corpo morto, insieme agli altri dannati, per andare a impiccarlo a un albero:
Surge in vermena ed in pianta silvestra:
l'Arpìe, pascendo poi delle sue foglie,
fanno dolore, ed al dolor fenestra."
La faccia normalmente pallida del dottor Lecter si arrossa, mentre lui ricrea per lo Studiolo le parole strozzate e gorgoglianti di Pier della Vigna in agonia. [...]
"Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta;
ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.
Qui le trascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun dell'ombra sua molesta.
"È così che Dante ricorda, attraverso il suono delle parole, la morte di Giuda nella morte di Pier della Vigna, inflitte entrambe per lo stesso crimine di avidità e tradimento.
"Achitofèl, Giuda, lo stesso vostro Pier della Vigna. Avidità, impiccagione, autodistruzione, con l'avidità che provoca tanto l'autodistruzione quanto l'impiccagione. E che cosa dice l'anonimo suicida fiorentino alla fine del canto?
Io fei giubbetto a me delle mie case.
"E io... e io trasformai la mia casa nella mia forca.
"Alla prossima occasione, forse vi interesserà discutere del figlio di Dante, Pietro. Incredibilmente, fu l'unico dei primi commentatori del tredicesimo canto a stabilire un parallelo fra Pier della Vigna e Giuda. Credo anche che sarebbe altrettanto interessante riprendere la questione dell'antropofagia in Dante. Il conte Ugolino che divora la nuca del vescovo, Satana a tre facce che mangia Giuda, Bruto e Cassio, tutti traditori come Pier della Vigna.
"Grazie per la vostra attenzione."
Gli studiosi applaudirono soddisfatti, nel loro modo controllato e sommesso, e il dottor Lecter lasciò le luci basse, mentre li salutava ognuno per nome, reggendo i libri, in modo da non essere costretto a stringere loro la mano.
Thomas Harris, Hannibal,
Mondadori, Milano 1999, pp. 188-191
TWS
Friday, 12 May 2017
Saturday, 11 July 2015
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