Cercando nel labirinto degli specchi

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Wednesday, 13 October 2021

Thursday, 23 November 2017

L'autotortura come evasione da sé

Dobbiamo considerare ora un metodo strettamente fisiologico di evasione dall'io isolato. Il mezzo della punizione fisica. La violenza distruttiva, sintomo finale dell'"ebbrezza di massa"non è invariabilmente diretto all'esterno. La storia della religione è ricca di racconti spaventosi di autoflagellazioni, automutilazioni, autocastrazioni, anche autouccisioni collettive. Queste azioni sono conseguenza del "delirio di massa" e vengono compiute in uno stato di frenesia. Molto diversa è la punizione corporale intrapresa privatamente e a sangue freddo. Qui l'autotortura è iniziata da un atto della volontà personale; ma risulta (in alcuni casi perlomeno) in una temporanea trasformazione della personalità isolata in qualcosa di diverso. In se stesso questo qualcosa di diverso è la coscienza, così intensa da essere esclusiva, del dolore fisico. La persona che si tortura si identifica col dolore e, diventando meramente la consapevolezza del suo corpo dolorante, viene liberata da quel senso di colpevolezza passata e di frustrazione attuale, da quell'ansietà ossessionante circa il futuro, che costituisce tanta parte dell'io nevrotico. Vi è stata un'evasione dall'io, un passaggio discendente in uno stato di puro tormento fisiologico. Ma l'autotormentatore non ha bisogno necessariamente di rimanere in questa regione di coscienza interpersonale. Come colui che fa uso di "vana ripetizione" per andare oltre se stesso, egli può essere capace di usare questa temporanea alienazione dall'io come ponte, per così dire, verso l'alto nella vita dello spirito. 

A. Huxley 
I diavoli di Loudun

Mondadori, Milano 1980, p. 315

Wednesday, 18 June 2014

neck-tie party

Ormai si fa in vena tra gli angeli,
Lo vedi negli specchi coperti
- con gli occhi iniettati di lacrime,
I polsi solcati di pagine.

Wednesday, 23 April 2014

Friday, 31 January 2014

la vita è un'autopsia


I can't see for miles

TWS
(bisturi da www.dittasabatini.it ; la ragazza è la Redhead Bikini Pin-Up with spyglass di Gil Elvgren - gracias!)

Sunday, 19 January 2014

puntura impura

Abrasive cleaning devotion
TWS

(la vergine di ferro viene da www.extraordinaryintelligence.com ; il popò di pin-up è ispirato alle ammiccanti creazioni di Gil Elvgren - danke!)

Monday, 6 May 2013

donare uno scheletro a una farfalla


Nessuno pensa mai a quanto facile sia essere la vittima.

Ogni relazione è binaria, è squilibrata, composta da un polo che soffre, e da quello che lo fa soffrire. Non c'è equità in amore e in guerra - e se nella seconda si può sempre tentare la corsa agli armamenti, nel primo la speranza di una guerra fredda è utopica. In ogni rapporto si piange.
Ma tutti dimenticano che non è solo l'erastes, quello più preso, l'amante-e-non-l'amato, colui che spasima, a patire.
Essere amati è trattare male - perché l'unico gesto giusto da fare in amore sarebbe ricambiare. Un'eventualità che, se anche si verificasse, non cancellerebbe mai la disparità tra i due "sentire". C'è sempre chi ama di più, e soffre per questo. Perché come dimostra il sesso l'amante ricerca la fusione perfetta, desidera unirsi all'altro e risolvere ogni disparità naturale in un sudato, riposato androgino.
Ma se anche un tempo forse siamo stati pari, uniti e bilanciati in un solo ente così perfetto da spaventare gli dei, comunque poi Zeus ci ha tagliati a metà.

...è facile essere la vittima - facile, non divertente, per carità - perché in quel ruolo si è innocenti. Si è giustificati. Si è compatiti, coccolati, santificati e salvi.
Il carnefice invece, per quanto involontariamente possa peccare, comunque lo fa - sbaglia, ferisce, si attira l'odio e la colpa, e subisce l'obbligo di espiare.
Ma ferire chi ci ama è la crudeltà somma - è come cavare il cuore a un bambino che ci abbraccia e ci  dà un bacino sulla guancia, perché non aspettava altri che noi.

Alzi la mano chi perdonerebbe un infanticida a sangue freddo.

Innamorarsi è mettere un machete in mano ad un robot epilettico impostato alla massima velocità, appoggiandosi alla gola la punta della lama.
Amare e non essere ricambiati è appoggiare la punta della lama che il robot tiene in mano in corrispondenza dello proprio stomaco, e spingercisi contro girirandola in tutte le direzioni, avanti e indietro, secondo le varie velocità della macchina.
Essere amati e non ricambiare è essere il robot, avere il machete in mano, ed attivarsi proprio nel bel mezzo di una crisi, macellando il povero innocente che si ha davanti, senza conoscere le istruzioni per potersi fermare.

L'amore è dolore, meglio il cioccolato.

Saturday, 20 April 2013

Inferno, XIII


Inferno,
 XIII


Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti; 
non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né si folti
quelle fiere selvagge che 'n odio hanno 
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de la Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

E 'l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se' nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l'orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vedrai 
cose che torrien fede al mio sermone».

Io sentia d'ogne parte trarre guai
e non vedea persona che 'l facesse;
per ch'io tutto smarrito m'arrestai.

Cred' ïo ch'ei credette ch'io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi, 
da gente che per noi si nascondesse.

Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d'una d'este piante,
li pensier c'hai si faran tutti monchi».

Allora porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se fossimo state anime di serpi».

Come d'un stizzo verde ch'arso sia
da l'un de' capi, che da l'altro geme
e cigola per vento che fa via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond'io lasciai la cima
cadere, e stetti come l'uom che teme.

 «S'elli avesse potuto creder prima»,
rispuose 'l savio mio, «anima lesa,
ciò c'ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece
d'alcun' ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».

E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi, 
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch' ïo un poco a ragionar m'inveschi.

Io sono colui che tenni ambo le chiavi 
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn' uomo tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.

La meretrice che mai da l'ospizio
di Cesare non torse li occhi putti, 
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,
che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.

L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,
disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond'ïo a lui: «Domandal tu ancora 
di quel che credi ch'a me satisfaccia;
ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».

Perciò ricominciò: «Se l'om ti faccia
liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor di piaccia

di dirne come l'anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s'alcuna mai di tai membri si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l'anima feroce
dal corpo ond' ella stessa s'è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta selvestra:
l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l'altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch'alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta 
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch'altro ne volesse dire,
quando noi fummo d'un romor sorpresi,

similemente a colui che venire
sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
ch'ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d'un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch'uscisser di catena.

In quel che s'appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea 
per le rotture sanguinenti in vano.

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
che t'è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando 'l maestro fu sovr' esso fermo,
disse: «Chi fosti, che per tante punte 
soffi col sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I' fui de la città che nel Batista 
mutò 'l primo padrone; ond' ei per questo

sempre con l'arte sua la farà trista;
e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que' cittadin che poi la rifondarno
sovra 'l cener che d'Attila rimase,
avrebbero fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».



Dante Alighieri, Divina Commedia


Saturday, 16 March 2013

Senza nome


Il problema della follia è che non è univoca, è equivocabile... e così, mentre voi siete disgregati, e non riuscite più a alzarvi, qualcun altro penserà che state solo prolungando un po' troppo il pisolino.
(ecco un altro brandello che se ne va... ormai strappo pezzi di pelle così, senza neppure pensarci... le unghie scavano, fino a quando i lembi non si sollevano spontaneamente, e scorrendoci il dito sopra sembra proprio che siano loro a chiedere di essere staccati... come se la crosta non desiderasse altro di lasciare il buchino che l'ha formata... così... frammenti di me e di piastrine che cadono giù sul parquet, nell'attesa invisibile di farsi polvere)
Ogni volta, la causa apparente sembra diversa... oggi è perché sta arrivando la primavera, ieri era perché c'era un impegno mondano, due settimane fa... chi se lo ricorda.... questo sta annebbiando tutti i miei ricordi... ormai mi accade qualcosa, e appena è finito si assorbe nella materia informe del passato, in cui io non saprei più ritrovarlo. Cosa ho fatto martedì scorso? Cosa ho detto, a quello sconosciuto? A che punto è il mio rapporto con quella persona? Io non ne ho idea. Non riesco a sentirlo. Ciò che sento è solo un senso di colpa interminabile, che vibra costantemente e mi manda nel panico, e ha l'ansia come abito da lavoro, e la depressione come vestito di festa. 
La cosa peggiore è che ormai non mi crede più nessuno. Ho già gridato troppo al lupo, e ora che lui mi sta sbranando, tutti ci passano davanti senza accorgersene, e alla peggio si scocciano quando uno schizzo di sangue e bava lorda loro le scarpe.
(non scrivo più, non studio, non sogno o non cerco un lavoro. Sono a bocca piena nelle sabbie mobili di me stessa, e tutto ciò che mi riesce è turbarmi, e non respirare.
Ora ho finito e le croste sono quasi tutte brufoli, o cicatrici - la loro forma intermedia, l'unica trovata con cui riesco a sublimare... perfino quella mi sono riuscita a precludere)



Wednesday, 24 October 2012

Your drug is my love

Berlin sta lì, immobile davanti al computer, spento.
Lei non se ne accorge neppure, che è spento. Lei sta lì, sospesa, con la testa leggera, che galleggia in un mare di cazzate. Non pensa. I pensieri la guidano, lei rimane inerme, inerte, a farsi palleggiare da un flash all'altro. Sente il processo del pensiero, sente le sinapsi che fanno il loro sporco lavoro che qualcuno dovrà pur fare - ma per il resto, non sente niente. Bella, questa pace, pensa il suo fegato, che finalmente ha smesso di rodersi. Sìììììì, mormorano in estasi tutte le cellule del suo confuso organismo evanescente, e Berlin scompare, puff!, in una nuvola d'amore.

Però, chissà cos'è stato! pensa tranquilla, senza battere ciglio, mentre l'effetto dell'illuminazione svanisce. Azzarda qualche ipotesi, la butta là, tanto per fare: 0 mentale? crollo psicotico? frantumazione dell'io?
Situazioni tutte molto intriganti, a loro modo.
Poi vede i libri, quella foresta di testi che si ammucchiano intorno a lei, che sbarrano la libera espressione della sua libertà post-adolescenziale. ESAMI! la routine riprende a lampeggiare nel suo cervello, il Grillo Parlante si rimette a macchinare a pieno regime: TESI! ESAMI! LAVORO, trova un LAVORO! $! $! $!
Berlin sente di nuovo bruciare il Super Ego, sente le fitte allo stomaco, e la frustrazione imperlarle gli occhi. Le palpebre le pesano, la pressione è un macigno che le opprime il cuore.
Un cuore che fino a poco prima non sapeva di avere.
Tutta colpa di... - naa, stavolta non le riesce proprio, di fare la cinica Nemica dell'Amore, quella disillusa che di Cupido apprezza solo la mira da cecchino. E l'evidente sadismo, perché come si può passare i giorni a far innamorare esseri umani di altri esseri umani a loro perfettamente incompatibili, se non si nutre un perverso stuzzicante gusto per il patire altrui? Berlin avrebbe sempre voluto imparare a giocare con gli esseri umani, ma la manipolazione non era un dono che le era stato concesso. Però è dannatamente brava ad assorbire i sentimenti di chi le sta vicino (solo quelli negativi però, si badi) e lasciarsi logare da essi. Introiezione, ecco il superpotere che rende Berlin candidata ideale alla segreteria dei Vendicatori.
Certo che passo la vita a lamentarmi, pensa, e la mano le scorre automaticamente, senza sforzo, sulla schiena - tasta ogni millimetro della sua pelle, controlla cicatrici ormai fatte, e brufoli in arrivo, evita i nei, scansa le vertebre che sporgono quando Berlin sbaglia postura, e poi... eccolo qui. Le unghie iniziano a scavare, percorrono la crosta nei suoi contorni, attente a non sbagliare mossa, s'insinuano nel punto giusto, dove il bordo, secco e frastagliato, così invitante, è già (appena appena) sollevato, un po'... increspato, diciamo... e senza caos e senza rumore staccano il piccolo lembo di pelle morta, vanificano il lavoro delle piastrine, e regalano a Berlin un sollievo che più di quanti si pensa capirebbero.
Se Berlin vedesse chiunque altro fare un lavoro del genere, sverrebbe, o verrebbe colta da nausea certa. Ma Berlin è egocentrica, guarda solo il proprio ombelico, è introspettiva, individualista, snob, egoista - no, egoista no, ma nessuno riesce a capirlo.
Bè, il corpo di Berlin è decorato di innumerevoli segni di quella masochistica valvola di sfogo, l'unica che funzioni - almeno così crede lei, che ha provato senza successo a fumare, a bere, a fare sport, a dare la caccia ad altri esseri umani - questo no, sto scherzando.
Ed è per questo che Berlin, che pure anela disperatamente all'Ammmore, non riesce onestamente a dar il giusto credito al sesso. Perché sa quanto superficiale sia l'umano, sa che è la perfezione (esteriore?) ciò che conta, e quindi sa di non disporre dell'attrezzatura adatta per quel genere di acrobazie.
Ma forse non è un male, perché questa nevrosi la induce a isolarsi, a stare lontano dall'Altro, e studiare - STUDIARE! urla appunto il Grillo Parlante, e con un conato di vomito stroncato giusto in tempo Berlin allunga la mano verso uno dei libri che deve ancora sintetizzare per l'esame.
Quale esame? le piacerebbe chiedersi, ma è perfettamente conscia dei propri doveri accademici. Vorrebbe essere una studentessa di Sto C***o e passare l'anno accademico tra mercoledì universitari e venerdì riabilitativi, ma... ecco, Berlin cara, ciò significherebbe avere una vita s-o-c-i-a-l-e... non fare quella faccia, è proprio della natura umana aggreg...
STUDIA!
Ah, quel senso del dovere che solo Kant poteva inocularti così bene...
Berlin apre il libro, accende una luce più forte, per scoraggiare il bisogno di sonno che la melancolia le suscita tutto il giorno, e inizia a leggere, distratta... e quella distrazione la delude... era tra le prime della classe, al liceo, cacchiolina! Socchiude gli occhi, fa un respiro profondo, raddrizza la colonna vertebrale e riprende a leggere.
E la mano s'insinua di nuovo sotto la maglia, elude la vana barriera della canottiera, che Berlin aveva tentato per dissuadersi da quel vizio deturpante, e stavolta tenta una preda più ghiotta: sì, proprio lì sotto la garza, quel brutto graffio che la coinquilina che l'aveva aiuta a incerottarsi non riusciva proprio a capire come Berlin se la fosse procurata...
Già solo il tocco la fa sentire meglio, più rilassata... una volta conclusa l'operazione starà al top... ma è solo un momento, un picco di piacere in un'eternità grigia... poi servirà graffiarsi di nuovo, e di nuovo, e di nuovo... era questo che provavano gli altri nel sesso? Il dubbio le attraversa la mente, ma ricordare certi attimi di felicità non autolesionistica la farebbe stare ancora peggio, meglio non pensarci. Ormai sono divisi, qualcuno li ha divisi e per il Bene Supremo vuole tenerli divisi ancora, per sempre.
Prima di poter sentire il bisogno di piangere, Berlin cerca di svuotarsi la mente - e così ricomincia il suo sfregiante passatempo.
Non riuscirà mai a smettere... giusto?

Mio elisir... inizi senza di me?

Berlin si interruppe, e rimase immobile, senza osare voltarsi. Sentì quel tocco, forte e inspiegabilmente... come dire... viscido, calmo e inevitabile, come le spire di un serpente di palude.  
La gioia le increspò le labbra.
Era tornato, lui era tornato!
Poi fu come una nebbiolina di assenzio si fosse alzata nella stanza, e la sua coscienza venne di nuovo sospesa, il suo Es liberato dalla sua sterile gabbia - e Berlin sparì di nuovo, per lasciare il suo corpo a qualcuno che ne sapeva godere decisamente di più.

Saturday, 1 September 2012

Elgarla dei matti e degli autolesionisti

Voglio solo un altro buco nel braccio,
Una nuova cicatrice,
Che sia più bella di te
- una piccola, graziosa ferita
Da velare con un bendaggio stretto,
Da sentirmi sempre addosso,
Il segno
Che nonostante il pizzichio del dolore,
La vita continua,
Ogni giorno,
La stessa.

Bloccami i polsi,
Stringili forte colle corde
Le catene
La tua morsa,
Tappami la bocca e legami,
Non voglio parlare - i miei occhi
Ogni tanto brilleranno
Della tristezza che amare
Mi fa crescere e nascere dentro
- là dove
Sei tu,
Nell'antro buio che ha scavato dentro
Di me quel pugnale, la falce
Di Cupido sterminatore.

Ogni volta che respiro
Il cuore tuo tuona
Contro di me,
Batte senza di me,
Indifferente,
Lo sento,
E nel petto le fitte
Stellano i miei giorni
- Elgarla da Utinberg protettrice
Rea dei tonti e dei cuori infranti
- principessa deviata
Che stringe al seno la Morte
- ma teme troppo,
Per poter giacerci insieme.

...sciocca
Intensità da poeta
- che altro dona, se non
Generare lutti?
:
Una nuova speranza
Incompresa, una tacca
Sulle macerie dove un tempo aleggiava
Un'anima infestata, e ora
Rimangono solo pittoreschi rintocchi
D'ora sorda, e di noia.

[l'amore è inutile,
Fin qui siamo tutti d'accordo
- che bisogno c'è
Di continuare a denigrarlo?]