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| c'è qualcosa di colloso in quell'edera TWS |
Cercando nel labirinto degli specchi
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Friday, 30 January 2026
Monday, 4 October 2021
Monday, 27 September 2021
Monday, 13 September 2021
Monday, 25 January 2021
Tuesday, 31 December 2019
Sunday, 7 April 2019
Arachne's Anatomy
Friday, 24 March 2017
Saturday, 7 January 2017
Thursday, 27 November 2014
Tuesday, 21 October 2014
Thursday, 19 December 2013
Wednesday, 17 July 2013
Monday, 4 February 2013
Pene di morte per gli scrittori condannati
Capolavori e loro conseguenze:
1. decapitazione mediante un paio di forbici d'argento,
per coloro i quali hanno con la propria arte mutilato
il sacro candore della carta ingiallita
da anni e anni di verginità ;
2. annegamento in un bicchiere d'inchiostro,
il cui colore sarà rigorosamente derivato dal genere
di delitto prediletto dal reo,
per coloro i quali si sono ubriacati senza coscienza
del sangue della Musa ;
3. impiccagione mediante les fils rouges
della rilegatura delle armi del delitto del colpevole,
per i burattini
cui l'Ispirazione fa ballare il Can-Can nel fuoco;
4. fucilazione a mezzo di proiettili
tratti dalle pagine degli strumenti di tortura del colpevole,
per coloro i quali sputarono sentenze
umettando l'ovvietà con bava di ragni
allevati nella ragnatela della loro retorica,
e non seppero mai
aggiungere al detto un nuovo detto;
Amen.
[5. l'impalamento via tagliacarte
intagliato nelle ossa del passato
verrà aggiunto in futuro,
contro coloro i quali avranno l'onore di ideare
nuovi sublimi
crimini di genio]
TWS
[disclaimer: I'm fucking kidding. I'M ABSOLUTELY AGAINST TORTURE, ABUSE AND CAPITAL PUNISHMENT.
that's only rock'n'roll, or literary stuff.
take it or leave it.]
Tuesday, 29 January 2013
Lettere d'amore morto
Il cielo era viola come l'inchiostro delle lettere d'amore, quando l'ho visto per la prima volta.
L'ho visto attraverso le persiane aperte a metà della mia stanzetta d'ospedale.
Dovevano essere circa le cinque, e nell'aria volteggiava il profumo ubriaco del disinfettante.
Avevo male alle braccia, e ricordo che non riuscivo a muovere bene le mani. Perché avevo una flebo - anche se non saprei dire dove.
Le lenzuola erano così bianche, sotto la luce elettrica e impersonale di quel luogo... ricordo di aver pensato che dovevano essere pulitissime.
Era tutto pulito, lì. Per questo l'odore del disinfettante era così forte.
Così forte che avevano iniziato a lacrimarmi gli occhi. Per la potenza di quell'odore, o forse perché mi sembrava di essere appena nata.
E poiché ero appena nata, piangevo. Urlavo, anche, forse - però non mi sentivo.
Gemevo perché mi accorgevo delle mie lacrime, le sentivo calde e bagnate e veloci, che non facevano in tempo ad aggrumarmisi agli angoli degli occhi, facendomeli chiudere, che subito cadevano giù, e mi scivolavano lungo il naso e il mento e il collo... sentivo il muco che mi colava fino alle labbra, e il catarro vischioso che si muoveva a ragnatela, allungandosi qua e là da una costola all'altra dentro la mia cassa toracica... Tossivo, di tanto in tanto, e poi riprendevo immediatamente ad ululare.
Gemevo perché mi accorgevo delle mie lacrime, e accorgendomi delle mie lacrime scoprivo di essere viva, allora.
Il cielo era d'un vellutato violetto, era l'ora del tè - e i suoi occhi erano viola, o così parve a me.
Come ti chiami? mi chiese, oltre i suoi occhi che coi loro raggi uva mi scandagliavano l'anima.
Feci silenzio dentro di me, e attesi.
Munchaüsen, udii, e così ripetei.
Doc annuì comprensivo, e mi porse la mano, che strinsi.
Allora ero troppo giovane - ero appena nata! - per farci caso, e notare che le mani che si legarono erano una guantata di bianco, e l'altra scotchata per assicurare l'ago.
Come il cielo, anche Doc si faceva scuro e stregato, alla sera.
Guarda cosa ci ha portato il matto
La solitudine in cui precipitò in quel momento quasi la uccise.
Ancora una volta, ma questa volta ancora di più, non c'era nulla da fare.
Sospeso il pensiero, ricominciò a camminare. Non sapeva dove, non sapeva fino a quando.
Continuò semplicemente a mettere un piede davanti all'altro, un passo alla volta, senza mai guardarsi attorno, come su un lungo filo di ragnatela, invisibile.
Il percorso era tracciato. Non era il percorso per lei, non era un viaggio che avrebbe dovuto fare, ma Berlin avanzò, perché non c'era nulla per cui dovesse rimanere indietro.
La pioggia cadeva fitta e rumorosa, investendo il traffico delle cinque, lo smog delle auto e i residui della neve che si decomponevano negli angoli.
La pioggia cadeva fitta e pesante addosso a Berlin, che non se ne accorgeva, se no sarebbe stata felice.
Qualche clacson le urlò contro, qualcuno sgommò per evitarla, un barbone la colpì in fronte con una lattina di birra calda, e poi corse a riprenderla.
Berlin sentiva l'odore impastato e umido del sangue, dei tubi di scarico e dell'alluminio, e lasciava piovere davanti ai propri occhi una nebbiolina lieve, gentile, color amarena. A volte serrava le palpebre, con violenza, solo per tenere gli occhi chiusi per un po', e scoprire quali colori disperati e quali forme al neon si sarebbero affollate davanti a lei. Non piangeva.
Camminò per ore e ore, senza necessità, reazioni o scadenze, fino a quando non esaurì l'asfalto della periferia, e si ritrovò come una bolla d'ossigeno iniettata in una delle vene principali di Gotham City.
Non se ne rese neppure conto - non realizzò proprio nulla, fino a quando qualcosa non le si posò su una spalla, e strinse. Berlin lasciò che la cosa le facesse il suo qualcosa, senza capire se questo le stesse facendo del bene, o del male.
Alzò gli occhi dal selciato, e fu solo quando le sue pupille furono travolte dai raggi salvifici dell'insegna di uno strip-club, che vide Rachel, con una mano appoggiata sulla sua spalla e l'altra che stringeva un cellulare di ultima generazione, sorriderle, preoccupata.
Sunday, 27 January 2013
Specchio riflesso
Eccola lì. L'ombra. E tutti i fantasmi del buon vecchio Florian.
Dovrebbe smetterla, di chiamarlo così. Florian non è mai stato buono, né vecchio - almeno stando a quanto dicevano.
Ma Florian non aveva neppure quelle profonde occhiaie, i capelli così fini e così bianchi... o l'iride rossa come il fondo di un Bordeaux d'annata, attraversata da qualche raro, lento raggio infuocato.
Florian, secondo quanto ricordava Doc, era morto poco prima di compiere... non ricordava.
Però sapeva che era ancora un bambino.
E questo spiegava la curiosa maniera in cui le decorazioni che si era fatto quel giorno erano cresciute e cambiate negli anni. Come fili di una ragnatela, ma piacevolmente ruvidi, e stirati.
Doc non ricordava molto altro, di Flo - non ne aveva mai avuto bisogno, perché a rievocarlo gli bastava uno specchio.
Ogni volta che Doc Sans Aube passava davanti a una superficie riflettente, sbirciava se stesso che fingeva di non sbirciarlo a sua volta - ma ogni volta vedeva un paio di grandi occhi azzurro elettrico, come di vetro, e un sorriso che in realtà era solo... scolpito.
Scorgendo se stesso non aveva mai visto quegli occhi scorgerlo. Quegli occhi color rogo che ora bruciavano di gioia davanti a lui.
Doc aveva sempre coltivato un placido astio nei confronti degli specchi - li evitava, il più possibile.
Anche Münchhausen non li amava affatto, tanto da arrivare a coprirsi il volto con le sue piccole mani ben fatte quando era costretta ad avvicinarsi ad uno di quei perversi rivelatori di bruttezza.
Così, nel suo rifugio non c'erano specchi. Solo qualche vetrata, e il marmo bicolore in alcune stanze - materiali lucidi utili quando Munchies era impegnata, e lui voleva appurare di essere adeguatamente curato nel suo aspetto. Capitava di rado, ma capitava.
Solo qualche vetrata, dunque, e il marmo bicolore di alcune stanze - oltre alle pareti della bolla di sapone in cui Doc era stato confinato di recente.
E proprio sulla parete che lo separava da Munchies - perché non c'era altro utensile che Doc non potesse raggiungere, in quella sua piccola, confortevole prigione domestica - si stava ora seccando la firma del suo passato sommerso.
Doc credeva di averlo annegato, quella sera, in un mare di goccioline di vetro. Invece no.
Florian Sainte Aube non se n'era mai andato, e ora reggeva nelle sue mani di pianista la testa di Münchhausen, come Aubrey Beardsley aveva raffigurato Salomé.
E la cosa peggiore era che, in quell'oscurità affollata di terrore, Flo stava per costringere Doc a baciarla.
Il piccolo caro Florian era sempre stato turbato dal buio - perché su quel morbido schermo nero uniforme gli si proiettavano intorno tutti gli scheletri che teneva in formalina nell'anima.
Adesso toccava a Doc assistere a quello spettacolo penoso.
Tanti auguri a me... sussurrò Florian, leccando con appetito le labbra spaccate di Münchhausen.
E buon non compleanno.
Doc rimase trascorse la notte a guardare la scritta senza poterla cancellare, mentre Munchies giaceva dolente e addormentata dall'altra parte del vetro.
Nessuno gli avrebbe creduto, se Doc avesse ammesso di essere stato lui a devastarla. E non una proiezione.
Saturday, 12 January 2013
Soggetti emotivamente problematici
Florian... è un nome piuttosto pretenzioso, per questo secolo, no?
La domanda di Munchies rimase sospesa nell'aria, e Doc non la notò che dopo un po'.
Oh... sì, decisamente! rispose, quando puntò la sua attenzione su di lei. Ma ai miei non importava... era parecchio... inattuali, aggiunse, e il suo sguardo si perse nel vuoto.
Difficile che stesse pensando a loro.
Munchies riprese a lavare i piatti, mentre Doc continuava a fumare, e aspettò qualche minuto, prima di porgli l'interrogativo successivo.
Sapeva che quello sarebbe stato come un colpo alla roulette russa. Non sapeva se fosse quello il turno del proiettile.
Perché sei rimasto chiuso là dentro? Cosa avevi fatto? gli chiese, alla fine.
Sotto le bolle di detersivo, strinse forte i bordi del piatto che stava strofinando.
L'acqua iniziava a raffreddarsi, era tiepida ora.
Doc stava per dare un altro tiro di sigaretta, ma si fermò, con la mano a qualche centimetro dalla bocca. Guardò Munchies senza cambiare espressione, con gli occhi cerchiati, sul volto color cerone.
Bé, ho fatto a pezzi un bambino, disse semplicemente, e aspirò un po' di fumo.
Munchies guardò la bronza tornare ad accendersi di nuovo infernale calore.
Poi Doc scoppiò a ridere.
Wow, quella sì che è una faccia sconvolta...! commentò, allegro come Munchausen non lo vedeva da giorni. Poi agitò veloce la mano, come a dissipare il fumo, e la precedente affermazione.
Naaa, ho solo dato fuoco a un ospedale abbandonato. Per vedere che effetto faceva... se avrebbe sciolto qualcosa.
Munchies vide il sorriso appassire a tempo di record sul suo viso. Doc adesso era sconfortato, come al solito.
Lei sapeva che si riferiva al proprio cuore.
Oh. E perché ti hanno rinchiuso a casa? Si è finito per fare male a qualcuno?
Quando era successo Munchies era stata quasi contenta, perché prima aveva temuto che avrebbero portato via Doc. Prima o poi sarebbe dovuto accadere - l'internamento, una fine quasi inevitabile.
Quasi.
Doc alzò le spalle. Come fosse o non fosse andata quella storia, non è che tanto gli importasse.
Hanno detto che nelle mie condizioni era la soluzione migliore. L'unico compromesso...
...che non l'avrebbe innescato di nuovo.
Munchausen sentì il dolore che avrebbe dovuto percepire lui, se fosse stato banale.
Normale, preferivano dire i dottori.
Munchies sentì il cuore espandersi, gonfiarsi fino a scoppiare. Doc era così... grande.
Per lei era come un dio, uno spirito del gelo.
Avrebbe tanto voluto essere altrettanto forte.
Morto dentro, preferivano dire gli altri.
Era davvero un bene, che nessuno - a parte lei - potesse avvicinarsi a Doc, da anni.
Hai bruciato qualcosa anche il giorno in cui i tuoi ti hanno lasciato da solo a trincerarti?
Doc strisciò il fiammifero sulla superficie ruvida della scatolina - che su un lato raffigurava un fiocco di neve, notò Munchies, sbirciandolo.
No, quel giorno ho davvero... fatto a pezzi un giocattolo.
Munchies riflettè rapida. Doveva esser preoccupata?
Visto come si sentiva, Doc poteva aver chiamato...
Ma non ha sofferto nessuno, non devi preoccuparti. Era un ninnolo fatto sbagliato. Nemmeno io ho pianto.
..."giocattolo" se stesso. Che i suoi avevano assemblato per puro divertimento.
Doc si sfilò il guanto destro, e lo appoggiò sul tavolo.
Fu allora che Munchausen vide la ragnatela di segni sul suo palmo.
Sopra le linee della vita, dell'amore e della fortuna, Doc aveva un reticolo intricato di punti e suture.
Come se avesse stretto forte nella mano le schegge lunghe e appuntite di un grande vetro rotto.
Ho solo distrutto uno specchio, spiegò, tranquillo. Come se questo bastasse. Come se quella storia da sola la rassicurasse.
Munchies restò bloccata, a guardare quel groviglio di linee spezzate.
Doc non si era mai tolto quel guanto, quand'era in presenza di lei.
Le aveva raccontato qualcosa... della sua vita vera. Quella era la prima volta.
Non ci poteva credere. Era così emozionata da non poter pensare.
Doc l'aveva scelta perché si erano fatti lo stesso male?
Lui non disse altro, e fumò fino a esaurire il tabacco.
Poi tornò in isolamento, dietro quel muro di cristallo, prima che Munchies potesse riscuotersi e salutarlo.
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