Cercando nel labirinto degli specchi

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Sunday, 16 June 2013

scotch ambrato


H la guarda.
Eccola lì, Berlin, che si rigira il bicchiere di scotch tra le mani, guardando rapita il fuoco. Poi ne beve un sorso, appoggiando appena le labbra... uno dei cubetti di ghiaccio le sfiora il labbro superiore, che subito dopo lei si lecca, sorridendo. Tea.
Berlin si sta quasi assopendo, ha gli occhi socchiusi ora... lo scotch a stomaco vuoto, il calore dolce che si spande nella stanza dal caminetto acceso... Possibile che si senta davvero così rilassata, ora? Così...
Al sicuro, mormora lei.
H si risveglia dal limbo tiepido in cui osservarla l'aveva sprofondato, e non riesce a trovare un commento adeguato. Non ha idea di cosa lei stia parlando.
Né di chi sia lei ora.
Tea, o Berlin? Vorrebbe vederle entrambe - ecco non osa ammettere a se stesso.
Qui, con voi, continua lei. Con te. Così... ora... mi sento al sicuro. E poi gli sorride. Ha lo sguardo leggermente velato, dev'essere lo scotch, ma il suo viso... ha un'aura così innocente che sembra purificare l'atmosfera. Berlin, pensa H. Inizia ad andare forte, a Indovina chi.
Grazie, conclude lei, dopo un po'. Fa girare ancora un po' i cubetti nel bicchiere, e poi lo svuota in un sorso.
H dovrebbe sgridarla, preoccupato, ma ha appena fatto lo stesso.
Vado a prendertene altro? si offre la ragazza, alzandosi di scatto. Una fiamma si solleva all'improvviso dietro di lei - sarà per lo spostamento d'aria che il suo movimento brusco ha prodotto. La luce d'oro e rosso cupo danza coi suoi riflessi sulle gambe nude della ragazza. La camicia bianca e nera che lui le ha prestato le copre a stento metà delle cosce. E sotto...
H non dovrebbe pensarci.
Sotto ha quegli slip neri di seta... Quelli coi bordi bianchi, e due bottoncini color perla in mezzo.
Il completino di Playboy... - quello che Rachel le ha regalato a Natale.
Rachel, dannazione, pensa H, distogliendo lo sguardo dal bordo della camicia della ragazza.
Ma lei se ne sta ancora lì, in piedi, ondeggiando di qua e di là come una bambina irrequieta, con le dita che spuntano appena dalle maniche.
No, non ti disturbare, risponde H, alzandosi a sua volta. Vado io.
Però non riesce ad andare.
Guarda quella strana, bellissima ragazza mostruosa, con cui ha già fatto l'amore una volta, mentre minacciava di uccidere il suo... compare... La volta in cui poi lei gli ha sparato, quando ormai avevano finito. Quella ragazza, che è l'unica a capire il suo segreto non più così segreto... l'unica che sa cosa voglia dire...
Due anime in lotta per lo stesso corpo, si lascia scappare.
Lei lo guarda sollevando un poco le sopracciglia. E poi ride. Tu e Wayne per Rachel?
H non osa avanzare. Perché sa cosa accadrebbe.
Perché adesso è stata Tea a parlare.
Ehi, scherzavo... come stai? chiede poi Berlin, appena ricomparsa, a caso. Sembra preoccupata, o meglio corrosa - consumata dal senso di colpa del non poterlo - né potersi - più curare.
Ora è H a sorridere.
Bene. Non ti preoccupare.
Le sorride paterno. Ma lei non si lascia spaventare.
La ragazza si china e posa il bicchiere sul marmo attorno al caminio. H sbircia, anche se non lo vorrebbe fare. Reggiseno a balconcino, coordinato agl slip. Berlin le aveva detto di avere una seconda scarsa, ma Rachel aveva fatto bene a ignorarla e prendere una terza.
Champagne, pensa H, stupidamente, mentre ricorda di non averle mai toccate.
Se ne resta lì imbambolato, mentre Tea dagli occhi di tigre lo abbraccia. La camicia resta impigliata nella fibbia della sua cintura. H sente gli slip di Playboy sfiorargli il cavallo.
Cazzo.
A questo punto gli riesce piuttosto difficile, pensare.
Grazie... di avermi salvata. Ringrazia Rachel, soprattutto, gli intima lei, quando si stacca.
Davvero, è stata un angelo con me. Fino ad adesso, aggiunge poi. Lo sguardo torbido di Tea si schiarisce a un tratto. Considerato quello che vi ho fatto... che ti ho fatto.
Una lacrima le solca la guancia, mentre guarda il petto di H. Sotto la giacca del completo, sotto la camicia ancora inverosimilmente inamidata, lì da qualche parte, tra le costole e lo sterno, c'è il segno in cui lei gli ha sparato. Ma ha fallito, e l'ha salvato.
Prima che H possa dirle qualcosa, la sua mano gli si posa sotto il nodo della cravatta. E scende, a cercare la cicatrice nascosta.
Scusa, mormora, e poi singhiozza.
H allarga le braccia, e la stringe a sé, avvolgendola tutta col suo profumo.
Berlin ne ricorda un altro, però. L'odore di sangue, carne bruciata e disinfettante, quella notte in cui lui sconvolto dal dolore l'aveva baciata e stretta a sé fino a farla quasi soffocare. Quando le aveva detto che la amava. Quando l'aveva scambiata per Rachel.
Scusa, ripete lui. Perché sa che lei sta pensando a quella notte.
Berlin alza il viso, a guardarlo.
H vede che non piange più, e le sorride.
Lei lo bacia. Sul collo, perché lui è troppo alto rispetto a lei. E perché non può averlo, è di un'altra. Quindi non ha proprio senso baciarlo. Lo bacia sul collo, è un secondo, e poi scivola via.
Lui la blocca, fermandola tra le sue braccia.
Berlin si sente morire di gioia, ma non può e si volta, per andarsene via... Ma lui la tiene stretta, e così resta abbracciato a lei, cingendole la vita da dietro.
Berlin trema un po', ma non se ne vuole andare.
H non le dice altro. La bacia sul collo, e basta, e lei si lascia baciare.
Il ghiaccio nello scotch ormai si è sciolto. Sarà un drink piuttosto annacquato, per chi prima o poi si ricorderà di berlo.

Friday, 24 May 2013

Sentimental seppuku


Allora, cos'è successo? le chiede Rachel, guardandola coi suoi grandi occhi verdi, colmi di comprensione.
Berlin abbassa i suoi, invece - piccoli e marroni, senza particolari attrattive.
Di fronte a Rachel si sente sempre piccola e brutta - figuriamoci dopo tre ore di camminata senza meta sotto la pioggia, arricchite dalla caduta in una pozzanghera, e l'aggressione di un predicatore di strada.
Sta per alzare le spalle, ma si trattiene. Rachel merita rispetto.
Ne vuoi parlare? chiede lei, dopo un po'.
Berlin rimane zitta, e quando finalmente trova il coraggio di rispondere, la voce le esce flebile e incrinata. Come grattare una lavagna con le unghie appena curate.
C'è... poco da dire, borbotta, e subito se ne pente. Che risposta scortese.
Rachel le sorride, e il suo sorriso è così rassicurante... Berlin capisce perché tutti gli uomini della città vogliano sposarla - è la versione sexy e grintosa della ragazza d'oro della porta accanto.
Un rigurgito di autocommiserazione risale la gola del gattino spelacchiato, mentre la macchina accosta lentamente, con garbo, proprio davanti al palazzo in cui Rachel abita. Con Dent, non manca di ricordare a Berlin il suo tarlo parlante.
Mentre salgono in ascensore, circondata da ogni parte da specchi impietosi, Berlin inizia a non sentire più niente. Finalmente.
Rachel la prende per mano, e senza parlare la conduce al suo fianco fino alla porta dell'appartamento.
Ti va una cioccolata, o qualcos'altro di caldo? le chiede, piano, mentre richiude la porta a doppia mandata. Ci sono più serrature lì che ad Arkham, non può evitare di notare Berlin.
Bé, comprensibile, dopo che un clown pazzo ha incendiato te e il tuo fidanzato.
La pioggia continua a cadere, ticchettando sulle gigantesche vetrate del salotto in cui Rachel la fa accomodare. Solo allora, dopo due minuti buoni da quando lei gliel'ha chiesto, Berlin si ricorda di accettare la cioccolata.
Bianca, vero? Se vuoi ti aggiungo gli Smarties, o la granella di nocciola.
E Berlin si sente il cuore liquefare. Maledetto Harvey Dent, pensa il tarlo nella sua testa. Esiste un uomo che sia più fortunato di te?
Grazie... ma non ti preoccupare... davvero... bianca e basta andrà be... balbetta, arrossendo di fronte a tante premure.
Non ci provare cara! esclama Rachel, interrompendola con un sorriso di sfida. Materna anche mentre ti prende in giro, pensa Berlin, che ormai si è arresa al gigantesco senso d'inferiorità nei suoi confronti. Non c'è gara.
Vada per Smarties E granella allora, conclude Rachel, allegra e determinata, scomparendo in cucina - una cucina grande come tutto l'appartamento dell'altra. La morte interiore di Berlin non l'ha ancora contagiata. Strano.
Oddio scusami!! si sente urlare dopo un po' dall'altra stanza. Prima che Berlin possa scuotersi dal suo depresso torpore,  Rachel è di nuovo davanti a lei, con una presina e la tazza di Batman in mano.
Scusami, sono davvero svampita! Come ho fatto a non pensarci? Vieni con me, tu ti devi assolutamente cambiare! e la afferra per un polso, trascinandosela dietro.
Ma no, dai... non ti preoccupare... mormora Berlin, che ormai non riesce più a dire altro.
Rachel la porta dentro uno sgabuzzino - una sala da stiro, stipata di pile di camice linde e inamidate.
Scusami, mi sa che qui... Rachel si guarda intorno, senza posare un attimo lo sguardo. Non ci sono... è che non ho avuto tempo di stirare anche le mie cose, sai, col processo dell'altro giorno Harvey doveva... Ah! Ecco, questa sì, ti potrebbe andare. Sfila una camicia dalla pila alle spalle di Berlin, che nell'atto è colpita al petto da Rachel - dal suo seno. E, per fortuna, non ha forza di sentirsi male per quanto le sue tette siano sode e grosse.
Gra... grazie, le dice, e finalmente sorride - quando il piacevole shock di quel contatto è svanito. Poi guarda la camicia.
Da uomo, ma... bianca e nera! Dovrebbe piacerti... no? chiede Rachel, sorridendo soddisfatta.
Berlin annuisce, senza staccare gli occhi dalla camicia, che è appena diventata incandescente, tra le sue mani.
Bellissima... mormora, tra sè e sè. Ed è di Dent.
Bé, ti lascio in pace cambiarti ora! Aspetta, vieni in bagno... vuoi farti una doccia? Asciugarti i capelli? continua a chiederle la ragazza perfetta. E con le mani di Rachel che le sfiorano i capelli, per sentire quanto sono umidi ancora, Berlin trova finalmente la forza di guardarla in faccia, e sorride.
Non ti preoccupare, qui andrà be...
Ritrovandosi in un lampo nel bagno. Marmo bianco, pareti bianche, con accessori, lavandino e decorazioni d'oro. Il cavaliere bianco colpisce ancora, pensa, senza riuscire a smettere di sorridere.
Si guarda allo specchio, ed è il suo viso ora a prendere fuoco. Capelli arruffati, occhi rossi dal pianto, senza trucco, e con una spettacolare camicia di Harvey Dent da indossare.
Si spoglia piano, osservando il bagno dal riflesso dello specchio, cercando di non pensare a lui. Nella vasca. O nella doccia. Sì, li hanno entrambi - per darsi una lavata veloci, e per potersi rilassare. E guardando la doccia, Berlin inizia a pensare a qualcos'altro... Stare sotto il getto e farsi...
Oh! Ciao! Scusami... Rachel non mi aveva detto che... Ciao.
Dent è appena apparso in quel riflesso, alla porta, dietro di lei. E imbarazzatissimo si è precipitato via.
Berlin dubita che sia successo davvero, e continua a spogliarsi, per potersi cambiare. Lancia un'occhiata al reggiseno che indossa, per controllare come le sta.
Nero, a balconcino, coi bordini bianchi e i bottoni - effetto colletto delle conigliette di Playboy. Sotto la camicia nera ad ampie righe bianche di Dent, che le arriva poco più in basso del pube, dovrebbe starle bene.
Tiene comunque la gonna, anche se ormai è un bel po' spiegazzata, e dopo essersi sciacquata il viso esce.
Vieni davanti al fuoco, le urla dolcemente Rachel. La sua voce viene dal salotto. La stanza con le enormi vetrate.
Berlin ubbidisce, e si lascia guidare. Rachel la aspetta davanti al caminetto, ancora spento, con la tazza di cioccolata fumante in mano. Ecco a te, cara, le dice porgendogliela, con la voce calda e rassicurante di una mamma.
Ti chiedo scusa, se ti abbandono così, ma mi hanno appena chiamato dall'ufficio... Stupidaggini burocratiche che a quanto pare non si risolvono, senza di me. E rotea gli occhi. Come se stesse cercando di provarle che anche lei è una ragazza pigra che preferirebbe rintarsi a casa tutto il giorno, piuttosto che lavorare. Non ci casco, Rachel, tu sei la donna perfetta, penserebbe disincantata Berlin, se non fosse così stordita dal profumo della cioccolata... e della camicia. Appena stirata, e...
Però è arrivato Harvey, si prenderà cura lui di te! A te va bene? Non permettergli di cucinare o ti avvelenerà, ma per il resto...
Berlin ormai l'ha capito - è solo un sogno. Annuisce, e la abbraccia forte (dopo aver posato la tazza, per non ustionarla). Grazie di tutto... Mi dispiace di averti disturbata. Mi rivesto e scendo con te, ok? Poi torno in taxi, non ti...
Non ti muovere. Harvey! strilla Rachel, per tutta risposta.
? fa lui, apparendo di nuovo, dal corridoio. Berlin tiene lo sguardo nella sua direzione, ma non osa guardarlo.
Tieni al caldo e al sicuro questa donzella, e non farla uscire, per nessun motivo, finché non sarà del tutto asciutta e riposata! Intesi?
Dent non tradisce emozione. Né fastidio - il fastidio che evidentemente deve provare ad avere Berlin lì, e doversene occupare.
Certo, Rachel.
Rachel sorride trionfante, dà un bacio sulla guancia a Berlin, e ingiungendole di accendere e regolare il fuoco come vuole, trotterella in corridoio, e scompare.
Buona serata Harvey, gli dice solo, guardandolo in faccia di sfuggita, troppo impegnata a digitare qualcosa al cellulare.
Anche a te... Non lavorare troppo, risponde lui, e resta incerto sulla porta tra corridoio e salotto, senza entrare.


Tuesday, 29 January 2013

Guarda cosa ci ha portato il matto


La solitudine in cui precipitò in quel momento quasi la uccise.
Ancora una volta, ma questa volta ancora di più, non c'era nulla da fare. 
Sospeso il pensiero, ricominciò a camminare. Non sapeva dove, non sapeva fino a quando.
Continuò semplicemente a mettere un piede davanti all'altro, un passo alla volta, senza mai guardarsi attorno, come su un lungo filo di ragnatela, invisibile. 
Il percorso era tracciato. Non era il percorso per lei, non era un viaggio che avrebbe dovuto fare, ma Berlin avanzò, perché non c'era nulla per cui dovesse rimanere indietro.
La pioggia cadeva fitta e rumorosa, investendo il traffico delle cinque, lo smog delle auto e i residui della neve che si decomponevano negli angoli. 
La pioggia cadeva fitta e pesante addosso a Berlin, che non se ne accorgeva, se no sarebbe stata felice.
Qualche clacson le urlò contro, qualcuno sgommò per evitarla, un barbone la colpì in fronte con una lattina di  birra calda, e poi corse a riprenderla. 
Berlin sentiva l'odore impastato e umido del sangue, dei tubi di scarico e dell'alluminio, e lasciava piovere davanti ai propri occhi una nebbiolina lieve, gentile, color amarena. A volte serrava le palpebre, con violenza, solo per tenere gli occhi chiusi per un po', e scoprire quali colori disperati e quali forme al neon si sarebbero affollate davanti a lei. Non piangeva.
Camminò per ore e ore, senza necessità, reazioni o scadenze, fino a quando non esaurì l'asfalto della periferia, e si ritrovò come una bolla d'ossigeno iniettata in una delle vene principali di Gotham City.
Non se ne rese neppure conto - non realizzò proprio nulla, fino a quando qualcosa non le si posò su una spalla, e strinse. Berlin lasciò che la cosa le facesse il suo qualcosa, senza capire se questo le stesse facendo del bene, o del male.
Alzò gli occhi dal selciato, e fu solo quando le sue pupille furono travolte dai raggi salvifici dell'insegna di uno strip-club, che vide Rachel, con una mano appoggiata sulla sua spalla e l'altra che stringeva un cellulare di ultima generazione, sorriderle, preoccupata.

Sunday, 13 January 2013

The kids are all right


Eccomi qui, nel letto.
Fuori la città si dibatte e si dimena, nel buio, nello smog. Nella puzza dei vicoli. Là fuori, c'è la vita vera.
Io resto sotto le coperte. Ma non dormo.
Immagino la madre che scende di nascosto le scale per sgraffignare un biscotto, magari con un po' di liquore; lo spacciatore che aspetta di tornare a casa, all'alba, con le tasche piene di grana; gli studenti in biblioteca, sprecando le ore a studiare...
E io sono qui, da sola, con le coperte fin sul naso.
Ho le dita intrecciate tra il petto e la pancia, come un morto che si pavoneggia nella bara.
Là fuori l'umanità si affanna, soffre e si agita invano. Passeggia senza ombrello dove più piove merda.
Per questo dovrei essere felice, di non dare a luce un nuovo umano.
Non ho mai voluto accrescere il numero degli affiliati a questa tenace setta di autolesionisti.
Dovrei essere felice, di avere il ventre libero.
Sento qualcosa in me contorcersi - dev'essere la fame.
Là fuori, come ogni anno, qualcuno spara e scappa. Qualcun altro si accascia a terra, e si accorge di morire.
Almeno non avrò figli, potrebbero soffrire.
Sotto le mie mani, sento il vuoto che si è scavato. Ormai mi abita il nulla.
Non sono incinta.
Ma questa notte, è strano, questo non mi rende serena.

Sarebbe stato un mostro, come il suo tremendo padre.
Non l'ha detto nessuno, ma qualcuno in me l'ha pensato. Penso i potenziali pensieri che gli altri potrebbero pensare. Che spreco di energia, e quanto rimuginare.
Ma è quello che avrebbe voluto dire Harvey, quando mi ha salvato.
Mi ha vista piangere, e per qualcun altro. Da fuori l'avrei definito un errore madornale, ma adesso... che mi importa?
Già, che cosa mi importa?
Ormai non riesco più a volere.

Alfred bussa, gli faccio cenno di entrare.
Signorina, sta bene? Perdoni l'invadenza, ma ho visto che non ha ancora spento la luce, ed è notte inoltrata...
Non lasciano chiusa la porta - bè, lo posso capire. Ho abbastanza cicatrici per farli dubitare.
Ma non voglio uccidermi. Perché lo dovrei fare?
Alfred, sono stupida?
Lo chiedo tanto per parlare. Anche perché lo so, che non mi può criticare.
Distesa in questo letto, non sentirò mai la verità. Potrebbe farmi male.
Lui alza il sopracciglio, ma non mi si avvicina. Gli faccio segno di entrare, ma lui mantiene la distanza.
Troppo cavalleresco, troppo.
Signorina, la conosco da troppo poco tempo, per poterla giudicare... e ad ogni modo, non lo oserei mai fare.
Molto diplomatico, osservo, con un sorriso.
Lui china un attimo il capo, per ringraziare.
Però te lo assicuro, lo sono. Sarebbero state oggi quattro settimane... per la medicina non era che un...
Era ciò che lei sentiva, mi interrompe Alfred. La smetta di torturarsi. Sta già soffrendo abbastanza, non ha bisogno anche di pensare che ciò che prova sia un'illusione.
Non scoppio a piangere, ma sento finalmente calore. Non mi aspettavo quelle parole. Mi fanno bene.
Mi asciugo gli occhi e faccio per alzarmi, ma Alfred mi si precipita vicino.
Ehi, finalmente, gli dico, ridacchiando. Il suo sguardo preoccupato si addolcisce un po', ora rilassato. Fai troppo il prezioso, amico, aggiungo, e lui scuote la testa, schermendosi.
Grazie.
Lui non mi prende la mano, né mi dà una pacca o un abbraccio - non lo farebbe mai, non si addice al suo ruolo!, mi guarda sorridendo, come un padre la cui apprensione trova finalmente un po' di sollievo.
Non mi deve ringraziare. Deve solo riposare, e per un attimo almeno concedersi una tregua. Non c'è nulla che si possa dire, per poterla rasserenare... posso solo dire che credo che lei abbia sopportato una delle prove più amare che una donna possa vivere, e che il solo vederla sorridere è già un vero miracolo. Non deve chiedere altro, a se stessa, signorina.
Mi slancio in avanti e lo abbraccio, e che diavolo... è l'unico gesto che riesca a compiere, ora.
Perché ha ragione, non c'è nulla che possa essere detto.
Io stessa non so cosa pensare, o provare, o dirmi in merito.
Ma lui, che neanche mi conosce, che non mi deve niente, e che si è ritrovato a dovermi accudire senza un aumento, neanche una clausola a proposito nel contratto, lui, che ho importunato per mia compiacenza alle quattro di notte, si è trovato nel discorso più duro in cui potessi invischiarlo, e mi ha affrontato - è stato gentile, dolce, e non ha avuto paura di sfidare le banalità per potermi consolare.
Io al suo posto sarei scappata singhiozzando, per non tornare mai più in questa stanza.
Lo abbraccio anche se lui rimane interdetto e non sa cosa fare, e impiastricciandogli la giacca di moccolo gli mormoro Grazie, di nuovo.

Non so chi e cosa sarebbe diventato, ma non sarebbe stato un mostro, come il padre.
Perché un bambino è innocente, è puro, è un angelo, e in nessun caso potrà mai essere un mostro.
E neanche il padre lo è - e il fatto che io lo continui a pensare, è parte dell'affollato club dei miei problemi.
Ma Alfred ha ragione, e pensare o meno a questo non lo farà tornare.
Per cui io non ci penso, non per questa notte, almeno - faccio un respiro profondo, ed espirando mi lascio andare.
Il cuscino è spesso e soffice, come sprofondare in una pallina di gelato appena fatta.
Mi giro su un fianco, e poi mi stendo sulla pancia - Alfred mi sistema le coperte, e poi di nuovo si allontana.
Potresti restare ancora un po', Alfred, per favore? gli chiedo a occhi chiusi, con la voce impastata.
Forse sarebbe il caso, non si addice al suo ruolo, ma Alfred non obietta, e si siede alla scrivania, a leggere un vecchio giornale.
Ci scambiamo la buonanotte, e alla fine mi riesco ad addormentare.

Thursday, 27 December 2012

Take two

Che cazzo ci fai qui? urla una voce dall'inferno, dietro di me.
Mi volto, con gli occhi ancora incrostati di lacrime, e vedo il volto di un uomo a metà tra le ombre e la luce. Le ombre dei vivi, e la luce in fondo al tunnel, però.
La carne del viso gli è bruciata, è come corrosa, spolpata fino all'osso in certi punti, e il dolore dev'essere tale da far sembrare la morte per tortura un'oasi di pace. Metà faccia è andata, e l'altra metà... è quella di Harvey Dent.
Lui mi si avvicina, camminando piano perché tanto ha una pistola, e carica, ci scommetterei.
Rimango appiattita contro il bordo del tavolo operatorio, con la disperata consapevolezza che c'è J crocifisso dietro di me.
Tu sei... inizia Dent, o ciò che rimane di lui, arrancando verso di me. Ha una certa eleganza nel muoversi, ancora, nonostante le ustioni e la sofferenza che gli portano. 
...la sua... ragazza?! chiede, ma suona più come un'accusa, che una curiosità.
Magari, qualcun altro avrebbe pensato. Io stessa, forse, in un altro frangente.
Ma sento la violenza nelle sue parole, e so che ha bisogno di metterla interamente in pratica.
Un No! mi esce di bocca, spontaneo. Carico di sorpresa e di mal celato rimpianto.
Ho sempre saputo che J semplicemente non può amare.
Dent è a un passo da me, e si ferma. Mi guarda negli occhi, e vedo che mi crede. Forse.
Allora lascia... ansima, con la voce rotta dalla rabbia e dal dolore.
...che io finisca ciò che dev...
No! urlo di nuovo io, interrompendolo. Allargo le braccia per nascondergli J, e bloccarlo.
Mossa inutile, perché lui ha l'odio e la pistola, ma lo colpisce.
Mi guarda di nuovo in faccia, e stavolta con sincera sorpresa.
Perché? Allora stai mentendo, sibila, avvicinando pericolosamente il suo viso al mio.
Si sente ancora l'odore di bruciato.
Come fai... a difendere un mostro? chiede poi, tremando di rabbia.
Nei suoi occhi azzurri vibra tutto il dolore del mondo. Era il cavaliere bianco... e J l'ha fatto dannare.
Io... non so mentire, sussurro. Mi è addosso, tanto che la cenere del suo completo bruciacchiato inizia a farmi lacrimare gli occhi. E tu... tento il tutto per tutto, l'ovvia banalità. Tu sei l'eroe di Gotham. Lui uccide. Vuoi cominciare a uccidere anche tu?
Dent mi afferra il polso, con la mano libera, e lo stringe fino a farmi male. Potrebbe gettarmi via, in un attimo, e finire ciò che con J ha iniziato.
Ho gli occhi carichi di lacrime. Ho paura - che riesca a uccidere il Joker.
Poi una luce diversa attraversa gli occhi di Dent, in un bagliore fioco.
Una lacrima mi scivola giù lungo la guancia - le altre le riesco a fermare.
Sono... orribile, vero?
Sembra quasi... fragile.
Nella sua voce riconosco qualcosa. Quel disprezzo che io... nutro verso me stessa.
Non lo dice per farsi compatire.
Lo dice perché l'ha sempre pensato.
Allora guardo, veramente, per la prima volta, il suo viso.
I suoi occhi sono lucidi per il dolore che gli sta attanagliando la carne. Ma quello che per cui sta soffrendo, quello per cui vuole uccidere... è il male che gli corrode il cuore.
Rachel, realizzo, di colpo. Dev'essere successo qualcosa a...
E poi capisco. J ha fatto morire Rachel.
Non riesci neppure a guardarmi e parlare, riprende Dent, e mi fa risvegliare.
Lo guardo in viso e mi sento spezzare l'anima a metà.
Non riesco neppure a parlare, è vero.
Riesco solo a guardarlo negli occhi, dimenticandomi perfino di respirare.
Cerco di rispondere, ma la mia voce è flebile. Non riesco a pensare.
Perché lui, Harvey Dent... è perfetto.
Alzo piano la mano, quella che mi ha lasciato libera, e lentamente la poso sul suo viso, tremando. Il pollice poggia sulla sua guancia intatta, e le altre dita... sfiorano appena l'altra parte, per non ferirlo.
Lui rimane fermo, ma la sua stretta intorno al mio polso un po' si allenta.
Continua a guardarmi, come se potessi fargli del male.
Sei... pazzesco, sussurro sconvolta. Ma anche lui lo sa, che la mia non è affatto paura.
Opposta a quelle ferite profonde, la parte del suo viso che è ancora quella di prima... risalta, dannatamente bella. E l'altra... beh, è ciò che il mondo gli ha fatto soffrire.
Perfet... sto per aggiungere, ma potrei indurlo a farmi male. Sono tanto ipocrita da aver paura che potrebbe sfregiarmi, per vendicarsi.
Io sono già come è lui - solo che lo sono dentro, e non lo si riesce sempre a notare.
La sua stretta è più leggera, ora, sì, però mi sembra scottare.
Sento il suo corpo che mi s'impone contro - il corpo di un uomo del genere...
Non voglio ma il viso mi si accende.
E lui mi vede arrossire. Ma si riscuote, e per un attimo il nostro incantesimo è vano.
O menti, o davvero... hai il gusto dell'orrore... d'altronde, visto chi vuoi proteggere... questo qui...
Allora mi lancio contro di lui, e riesco a far cadere la pistola. La sento piombare sul pavimento, mentre Dent riprende il controllo, e mi torna a bloccare.
Mi gira col viso rivolto a J, verso il tavolo operatorio, e con le mani mi tiene ferme le braccia.
Sento ancora su di me tutto il calore del suo corpo.
So che anche lui ricorda il modo in cui l'ho guardato.
Non c'era il terrore che lui si aspettava, nei miei occhi.
Mi abbandono a lui, e spero solo che non ammazzi J.


Tuesday, 25 December 2012

Let it snow


Accoltellare l'uomo di cui è innamorata... ben fatta! Contorta, in ogni caso, la ragazza.
Staccandosi un brandello di pelle secca dal labbro, lei continuò a guardare nel vuoto, mentre piccole nuvolette di respiro caldo apparivano e scomparivano davanti a lei.
Ma perché... lui?
Lei continuò il suo silenzio.
Gordon cominciava a dubitare che lo stesse ascoltando.
Perché, può scegliere? chiese invece lei, dopo un po'. Senza voltarsi a guardarlo.
Lui rimase zitto. Era giusto così.
Rimasero sul terrazzo, a guardare Gotham dall'alto.
Bé, un mostro... del genere... avrebbe detto qualcuno.
Gotham sotto la neve - sotto cui Berlin stava piangendo, da sola.
Alfred si affacciò alla porta, per chiedere loro se gradissero un bicchiere di punch, per scaldarsi.
Qualcuno, nella sala dietro di loro, cantava.
Buon Natale, Jim, mormorò Rachel, dopo che l'ultima nuvoletta della serata si fu dissolta nell'aria gelata.
Buon Natale... rispose Jim Gordon, sorridendo.
La festa era finita. Tutti loro erano vivi.

Andate in pace.

Saturday, 22 December 2012

No vodka no tears


Sai, Rachel, tra loro due c'è un... qualcosa... a cui non potrai mai arrivare, tu, bellissima. Perché loro hanno in comune... hanno molto.... in comune... Più che qualcosa, potremmo dire... qualcuno... Più che tra loro due dovrei dire... tra loro... quattro... Perché... tu non lo sai, ma... Bé, il nostro Dent è chiaramente... schizofrenico... le fanno bene, le medicine, al giorno d'oggi, veero? Piccoli miracoli... in pillole... e lei invece... bé avrai notato che anche lei... a volte... cambia... personalità, no? Che buffo, pensaci, lui... deve prendere qualcosa... per non essere... qualcun altro, mentre lei... deve evitare di prendere una certa... cosa... per non diventare qualcun altro! Magia, vero? C'è proprio della magia, nell'aria di Gotham... la magia che c'è tra loro, non trovi tutto questo... terribilmente... romanticoooo?

A quel punto l'altra scoppia a ridere - Berlin, se così si può dire.
Rachel è rimasta zitta, si limita a guardare J con gli occhi sgranati, in trepidante scetticismo.
Aaah... davvero, J? Sei serio? chiede l'altra, appena riesce a smettere di ridere. Vedi davvero della... magia, qui da qualche parte?
Lui fa per rispondere, ma lei riprende a parlare, indifferente.
L'unica magia potrebbe essere quel gas velenoso... sì, ha proprio un effetto... soprannaturale. Lui ama lei, che ama quello là - indica Wayne - che ormai non la ricambierà più. E quanto a me - pausa drammatica - bé, non mi ama nessuno. L'ultima volta che c'è stata magia, per me, è stato quando mi hai corroso l'utero.
Il suo sorriso crudele si spegne all'improvviso, e gli occhi le si riempiono di lacrime. Senza che nessuno abbia il tempo di prevederlo, la ragazza si avventa contro J, e gli pianta il coltello in pancia. Lui la guarda contento, e cade a terra, di schiena, sotto la spinta di lei.
Berlin lo lascia lì a sanguinare, lui non si rialza.
Slega i suoi compagni di ricatto, e piagnucolando corre via, lasciando J nelle mani della giustizia.
Quando esce sbatte contro Dent, che sta arrivando dalla direzione opposta. Riesce solo a frignare un Lei sta bene, prima di ricominciare la sua fuga dalla festa.

Solo quando è finalmente al sicuro, nel vicolo buio in cui sfocia l'uscita di servizio, riesce a respirare di nuovo.
J la aspetta fuori, appoggiato al muro col nodo della cravatta sciolto, il coltello tra le mani, e una macchia che si allarga piano piano sul panciotto.
Allora è l'alcol, che ti fa trasformare, piccola?
Lei si asciuga gli occhi col dorso della mano, e guardando gli scarafaggi che danzano sull'asfalto annuisce.
Ottima scelta, dolcezza, commenta lui, lanciandole il coltello.
Berlin lo prende al volo, imbrattandosi di rosso le mani.
Vorrebbe scusarsi. Non dovrebbe scusarsi.
Ti porto a casa, si ritrova a dire, e come guidata da lunghi fili invisibili si avvicina a lui, e insieme si trascinano verso una qualche lontana topaia inospitale.

Friday, 21 December 2012

Fragole rivelatrici, fragole allucinogene


Lei allora rise, giocando con la fragola, che aveva immerso a metà nella coppia di champagne.
H la guardò interrogativo, perché non aveva detto proprio nulla, comico o meno.
Sai, disse lei dopo un po', lo sguardo rapito dalla fragola, che teneva ora sollevata davanti a sé, lasciando che le gocce le scendessero lente lungo le dita. Per un attimo, poco fa... mi è sembrato che tu fossi due... due persone diverse... in una... contemporaneamente, insomma... fece un piccolo sospiro, come soffocando una risata amara. Se fosse davvero così... saresti l'uomo perfetto, no? concluse poi, lanciandogli un'occhiata triste e ammiccante.
H restò interdetto, mentre quel due gli rimbombava dentro, all'altezza del petto, curiosamente insistente.
Lei poi aveva assunto quell'aria, così... diversa, così adulta e intrigante e sofferta, nel dirlo...
B prese la fragola tra le labbra, e nel morso un rivolo rosso di succo le scivolò dalla bocca, fino al mento. Arrossì e ostendando nonchalance si pulì con un rapido tocco dell'indice, macchiando così di fragola il suo lungo guanto bianco.
Ed eccola cambiare ancora. Prima così aspramente affascinante, e adesso... così timida e dolce.
H ricordava ancora quell'immagine... quell'istantanea di lui che la prendeva da dietro, sul tappetto persiano davanti al fuoco, mentre il bourbon bagnava la pelle di lei, così buona... Come l'aveva girata, dopo averla baciata sulle labbra senza riuscire a trattenersi, sotto i suoi occhi grigi e ipnotici, che avevano in quel momento una luce così... diversa, così provocante e sensuale... come l'aveva girata dopo averle aperto la camicia, la sua camicia, che lei indossava per un così assurdo... caso..., e averla vista come per la prima volta... un angelo oscuro, ecco l'unica cosa che era riuscito a pensare, quando sotto le sue mani quel bizzarro completino in tartan bianco e nero si era praticamente dissolto, e il corpo di lei era rimasto indifeso e nudo contro il suo... Ma le aveva lasciato addosso quella camicia... L'aveva girata, dopo un lunghissimo bacio, durante il quale aveva creduto di sentire il cuore di lei nel suo petto, accanto al suo, o forse al posto del suo... e poi l'aveva presa, l'aveva scopata senza fermarsi un attimo, senza lasciarle o lasciarsi neppure il tempo di respirare... E quando lei all'improvviso si era abbandonata a un gemito che sapeva di passione e di dolore, allora lui era finalmente venuto... lei aveva tremato per un po', per poi crollare con lui, senza parlare, ed erano rimasti là davanti al fuoco, devastati, lasciando che uno strano sollievo li cullasse entrambi.
Ah, bé, credo di sì. Sarebbe un'incarnazione molto zen, non trovi? rispose lui, appena si riprese. Non era esistita Rachel, per lui, in quella tempestosa notte. Poi sorrise, per darle la conferma che scherzava. Si stava prendendo in giro, non pensava certo di poter essere... perfetto. Complesso. Completo.
Lei prese tra le dita un'altra fragola, dopo aver studiato con cura l'intero vassoio, e stavolta la intinse nella panna, che poco prima si era fatta portare. Dopo di che le diede un bel morso. Doveva essere proprio una fragola dal gusto spettacolare, perché il viso di lei si illuminò.
Lo Yin... deglutì. Scusa. E lo Yang. Fusi in un unico essere vivente. mormorò, estasiata.
Non è in tutti così? le chiese lui, che a dire il vero non amava troppo il materiale new age e la filosofia orientale. Lui era un uomo d'azione, per lui contavano...
Berlin lo guardò sorpresa. Davvero? fece, in un tono sinceramente sconvolto. Come se l'avesse tanto desiderato.
...i fatti.
Uh, pensavo che l'idea fosse... che in ciascuno di noi ci sono sia il bene che il male, il principio "caldo" e quello freddo... il bianco e nero, dissero insieme, insomma, continuò lui, leggermente spiazzato. Ma che diavolo gli stava succedendo, quella sera?
Già, il problema però... è che di solito uno dei due è dominante, intervenne Berlin, accostandosi la coppa alla bocca, e guardandolo di sottecchi. Aveva una sicurezza di sé, una specie di baldanza... così diversa dal tenero candore che aveva mostrato fino a poco prima, quando aveva divorato la fragola... ma non fingeva, non era una posa... era come se fosse a un tratto una scolaretta, a un tratto una donna... sofisticata e innocente, adorabile e... H mandò giù un gran sorso di vino. Ma che cazzo aveva quella sera? ...scopabile.  
Invece vedi, il mio problema... è che in me quei due estremi sono in equilibrio... un equilibrio che però... è dannatamente precario...
Aveva iniziato a parlare con l'inflessione di quel pazzo bastardo, ma H non ci fece caso, non stavolta. E poi mancavano gli accessi di risa isteriche, e le urla spaventose.
Vorrei sapere se c'è sul serio anche qualcun altro, come me... che passa da un momento all'altro, spesso senza un vero motivo... da una faccia all'altra...
H trasalì.
Di questa strana medaglia.
Berlin concluse, con gli occhi carichi di speranza. Doveva starci male davvero, ad essere così instabile.
Poi alzò le spalle e sorrise con falsa spensieratezza. Bé, sono lunatica, o borderline, o bipolare, o melodrammatica, ma che ci vuoi fare? Saranno gli ormoni, e buttò giù metà del contenuto del suo calice.
Sapeva...? E cosa avrebbe potuto sapere? Certo, quando si erano... incontrati, la prima volta, lui era stato da poco ridotto a Due facce, ma poi... l'avevano curato... era guarito, era tornato come prima... Però lei... a quanto sembrava, anche lei in fine dei conti non era mai cambiata... Che potesse sapere... semplicemente, come ci si sentiva? Che potesse capire lui, davvero?
H rimase a fissarla confuso, mentre il commissario Gordon gli compariva al fianco, decantando a gran voce le lodi del rinnovato procuratore, e trascinandosi dietro una folla di ricche signore adoranti, da cui sembrava non voler altro che scappare.
Berlin lo salutò con un cenno della mano, come una brava bambina, e allegramente cinguettò: Signore, ecco il signor Dent, è tutto vostro! e sgusciò via nella calca delle matrone, che subito circondarono H.
Scusami, sono proprio una dannata egocentrica... E scusa anche il discorso astruso, sarà stata la luce! gli sussurrò, passandogli accanto, per poi allontanarsi alla ricerca di nuove fragole, presto raggiunta dal maggiordomo.
H non fece in tempo a contemplare i propri dubbi, presto travolto dalla generosa curiosità delle benefattrici di Gotham.
Vide solo Rachel chiacchierare con Wayne, in compagnia del commissario appena sfuggito alle sue sostenitrici.
Berlin era sparita, si era rifugiata in terrazza, e con il calice semivuoto ammirava le stelle, che per una volta luccicavano in tutto il loro biancore nel cielo scuro della notte.



Thursday, 20 December 2012

Nemesi


E nell'assoluta mancanza di senso del tutto, qualcosa mi si getta addosso, stendendomi sul pavimento.
Faccio appena a pensare alle migliaia di germi, ai miliardi di germi che popolano quella superficie che sembra linoleum - come se io sapessi cos'è il linoleum -, che la cosa che mi ha colpito inizia a prendermi a calci. Poderose stilettate, letteralmente. Sembrano proprio costose e chic le scarpe francesi con tacco 12 che mi accarezzano dolcemente il fianco, mentre cerco senza fiato di rialzarmi.
Arriva un momento in cui una ragazza non sa più cosa sia il dolore - e quel momento per me è arrivato poco fa, quando il mio sacro vaso è stato invaso, e il mio pudore è volato via con Cupido. Tra le gambe sento ancora le fitte che immagino diano gli spadoni medioevali quando affondano nella carne, o i tronchi per l'impalamento, ma è un dolce piacere. M'immagino il sangue che macchia delicatamente le mie mutandine, e tra l'esaltazione e lo svenimento rotolo sul fianco libero e mi tiro su, appoggiandomi al muro.
Mi sistemo un po', per essere presentabile quando incasserò il prossimo assalto, e finalmente vedo la belva che mi ha colpito. Ha tutto l'aspetto di una dottoressa, con grandi occhiali tondi sul volto dai tratti raffinati, reso più austero e meno avvicinabile dai capelli raccolti e un camice bianco inamidato, adesso un po' spiegazzato dall'assalto.
Puttana, urlano i suoi grandi occhi verdi, e l'odio lampeggia, amplificato dalle grandi lenti.
Uh-oh, inizio a capire chi potrebbe essere. Giochiamo a Indovina chi - "è psicolabile, e si è infiltrata qui ad Arkham sotto mentite spoglie?" - troppe domande, dovrò saltare un turno.
Puttana! urla lei, e solo allora mi accorgo che da tutte le... ehm, camere con vista del corridoio si affacciano volti che poco concilierebbero il sonno, e che paiono inneggiare alle imprese della sottoscritta.
Che cazz... inizio, ma la dottoressa, all'apparenza tanto bionda quanto instancabile, mi si scaglia di nuovo addosso.
L'indolenzimento alle gambe reclama di colpo la mia attenzione, e mi sento d'un tratto inaspettatamente carica.
Il mio sguardo è attirato da una bellezza tutta curve dai capelli di fiamma, nella vetrata dritta davanti a me.
Colpisco distrattamente la mia assalitrice con un calcio rotante, ma non riesco a staccare gli occhi di dosso a quella visione. La dottoressa torna all'attacco, mi afferra un braccio, conficcandoci le unghie, lunghe, perfette, e smaltate di rosso e di nero, e con la mano libera mi strattona i capelli, ridacchiando tra sé dei miei nodi e delle mie doppie punte. Mi sento mortificata - normalmente non m'importerebbe, anzi, le darei allegramente ragione, ma oggi... oggi devo essere perfetta! Un altro calcio, nello stomaco, e poi via di zampate, senza pensare e senza pietà, ovunque capiti, tranne in piena faccia e sul seno - quelle sono zone sacre. Continuo finché non riesco a liberarmi, e quando finalmente riacquisto l'uso di entrambe le braccia mi getto addosso al nemico, o meglio alla nemica, schiacciandola contro il muro. Riesco a girarla e scaraventarla di faccia contro una vetrata, poi lei mi sfugge e i ruoli s'invertono - mi sbatte al muro.
Un'occhiata sarcastica, e non si trattiene: Mah, contento lui... mah, dev'essere proprio esaurito! Accontentarsi così, di una come te...
Ma non la lascio finire, e strappandole una penna dal taschino gliela punto contro.
Non ti muovere, devo giusto aggiustare... quei bei baffoni che stamattina hai dimenticato di spuntare!
Non è la mia battuta migliore, ma è macchinosa abbastanza da lasciarla senza parole, mentre le avvicino a tutta velocità la punta della penna alla faccia. La respinge con un rapido colpo di mano, ma a quel punto ne approffitto per lanciarmisi addosso a lei fino a farla cadere, come ho imparato nei buoni vecchi allenamenti ad educazione fisica.
Per una portentosa botta di fortuna le finisco sopra, schiacciandola col mio peso più o meno piuma, sufficiente a crearmi numerosi complessi, ma anche a tenerla a terra senza darle possibilità di recupero.
3, 2, 1, knock ou...
Siamo finite proprio davanti alla cella della rossa. La quale mi guarda con un sopracciglio elegantemente alzato, giocando con una rosa rossa come il fuoco dell'inferno, che pare sbocciarle tra le dita proprio ora, lì, sotto i miei occhi.
J...Jessica Rabbit? mormoro, bloccando contro il pavimento che prima supponevo sudicio i polsi della dottoressa. Sono seduta su di lei, con le ginocchia piegate contro la sua vita, e sotto di me si mostra in tutto il suo prosperoso splendore il fisico della mia nemica. Ha il seno così grosso che nella lotta il camice le si è aperto, mostrando uno scorcio della succinta camicetta che ha sotto - ma la mia attenzione è stranamente altrove.
Quella posizione. Il mio corpo ricorda, d'altronde è appena successo - avvampo e tutto sembra prendermi fuoco. Un calore bellissimo che mi offusca la mente - e un bruciore senza interruzioni all'inguine, con qualche crampo anche agli addominali e alle cosce. 
Ragazzi, sono vecchia.
La rossa dalla bocca di rosa mi fa l'occhiolino, e per poco non svengo - ma la debolezza non è dovuta a lei, per quanto eccitante possa essere. Anche questo è strano, lo so. Ma io non ci penso, e mi volto verso la cella da cui dovrei essere appena uscita, se il combattimento non ci ha fatto piombare in un altro piano, o dimensione.
Lo intravedo mentre sorride, e alza il pollice, in segno di approvazione - poi qualcuno mi afferra per il braccio e mi tira su, facendomi alzare dalla rivale sconfitta. Il mio vecchio amico - mi lancia un'occhiata amichevole e preoccupata insieme, per sapere se sto bene. Io mi affretto ad alzare il pollice in su, come a dirgli oh yeah. Lui ride scuotendo la testa, senza capire (spero) il motivo della mia incurante euforia, e mi scorta lungo il corridoio, verso il mondo purtroppo reale.
Lo seguo, e così ci lasciamo quel piano, il mio preferito ad Arkham, alle spalle.
L'ho visto - è stato solo un attimo, ma mi è bastato. Sembrava contento, o almeno fiero di me.
Questo mi basta - questo, e che non abbia orrore ad avermi sverginata.

Wednesday, 12 December 2012

Love to death


Lei si getta su di me, ed è allora che i proiettili partono.
Schizzano contro di noi come una muta di cani rabbiosi. Due affondano dentro di lei, solo dentro di lei... il terzo ci trapassa entrambi, ed è allora che so che è finita.
La stringo a me, forte. Il dolore ha mandato in tilt ogni buon... ogni senso. La stringo forte e lei sembra non sentire altro che questo, alza gli occhi - e per una volta non sono tristi, per una volta lei sorride!
Ha sulle guance un leggero rossore, ma forse è solo il sangue che ci stiamo spandendo addosso.
Barcollo indietro, e lei barcolla con me - è nelle mie mani... tra le mie braccia, e non scappa via.
Come se quel proiettile, che ci ha attraversati entrambi, che mi è appena sbucato fuori, andando a cadere nel nulla dove tra poco cadremo noi... perforandoci la cassa toracica ci avesse inchiodati l'uno all'altra.
Le mie dita affondano nel suo cappotto, posso sentire quasi la sua spina dorsale, la sua carne bucata dai colpi, e bang! mentre una donna grida, mentre le sirene fanno il loro onorevole chiasso, la piccola ne incassa un altro. Qualche secondo e la botta arriva anche a me.
Lei mi cinge la vita con le braccia, mi guarda ancora un attimo, e ormai stiamo precipitando.
I suoi occhi si appannano, ed io non vedo più niente.
Cadiamo, voliamo giù, per attimi, ore, un'eternità.
Goccioliamo via la vita, e prima che i nostri corpi tocchino il suolo e si spiaccichino, siamo già morti. Insieme.
Qualcosa ci si avvita intorno, è un filo freddo e resistente... ma ormai è troppo tardi, pour moi, mon ami.
Lei è stata uccisa. Te l'avevo detto, che era la mia bambolina voodoo.



Tuesday, 4 December 2012

Orfe.


Si sarebbe chiamata Orfe.
Perché è stata all'Inferno, ma non ne è riuscita a uscire, mai, non del tutto - perché non è riuscita a tornare con l'oggetto del suo amore.
Perché è stata all'Inferno, l'ha percorso e ne è uscita - venendo sbranata dalla follia, sulla soglia.
Si sarebbe chiamata Orfe, perché dentro di sé aveva il sacro e l'insano.
Perché è sprofondata a causa di un amore sfortunato - perché ha scelto di scendere, e nell'abisso ha fallito.
La nostra bambina sarebbe stata Orfe.
Perché la mia Euridice, ovvero tu, per colpa del veleno mi ha avvelenato.
Le nostre pazzie insieme l'hanno distrutta, e ora la sua testa pensa per me.
Tutto il resto è morto.
Le tue menadi nel loro vino l'hanno sciolto.
Ho sentito il suo cuore, dentro di me, ma non avrebbe mai potuto continuare a battere - perché tu hai strappato via il tuo, e un bambino a metà non può sopravvivere. O forse è colpa mia, perché ti continuo ad amare.
Ti amo anche se hai ucciso il mio solo amore.
Proprio per questo meriterei io, di morire.
Eravamo pazzi, lo siamo stati insieme, e naturalmente abbiamo distrutto tutto.
Insieme.
Si sarebbe chiamata Orfe, ma noi non le abbiamo permesso di essere.
Una brutta giornata, lei ha avuto solo questo, ma non è impazzita - ancora meglio, dirai tu. Non è mai nata.


Spiked

Guardando i suoi avambracci, la solita vecchia fitta.
Non è mai riuscita a resistere, vedendo un uomo rimboccarsi le maniche della camicia e scoprire quei punti, le grosse vene ben in evidenza... Le vene...
Deve trattenersi, ora, ma è dura. Prima ricucirlo, poi fargli un'altra dose di anestetico, e poi... ugh... iniezione di anestetico... Stringe i pugni e cerca di distogliere lo sguardo, per un attimo, lasciando ago e filo incastrati a metà nel ventre di quell'altro.
Neppure il fatto di avere lì, davanti a sé, lui... di averlo vicino, disarmato e ferito, riesce a distoglierla da quella fastidiosa... pungente sensazione.
Devo donare, pensa. Non c'è altra cosa da fare.
Un respiro profondo, e poi si torna al lavoro.
Ecco.
L'ago entra in un punto e sbuca fuori dall'altra parte, avvicinando i due lembi di pelle. Qualche altro svirgolamento del genere, e ci siamo. La ferita è chiusa. Ci spande sopra del disinfettante - della vodka, non ha trovato di meglio, ed ispira nuovamente, a fondo. Copre quel capolavoro con una garza, in mancanza d'altro, e si allontana. Quindi, e solo ora, espira, per non infastidirlo con la nevrotica gestione del proprio fabbisogno d'ossigeno.
Lui si lascia rattoppare, placidamente sprofondato tra le travi di legno mezze marce.
Proprio un bel posto, la sua magione.
Ti mancano, vero? chiede poi. Una voce dall'oltretomba, che gratta sulle pareti scrostate.
Lei arrossisce, beccata in pieno. Gli stava fissando le braccia. Di nuovo.
A questo punto, perché mentire?
Eh già. E si concede un lungo sospiro.
Non ha bisogno di controllare, per sapere che le piccole cicatrici puntiformi che ha a metà braccio si stanno ormai cancellando, confondendosi con le pieghe della pelle, o i pori. Peccato.
Lui sorrise, un po' ubriaco, parecchio soddisfatto.
Lui lo sa. Per questo, in un passato ormai molto lontano le si era avvicinato - si era interessato al suo caso, l'aveva risparmiata. Perché aveva visto cosa lei avesse dentro. Sapeva che tutto quel punirsi, quel bisogno bruciante di masochistica espiazione non poteva essere ingiustificato - sapeva che se il senso di colpa che lei provava immotivamente era così grande, la colpa che avrebbe potuto commettere, una volta istruita... liberata... come si deve, sarebbe stata ancor più immane, grandiosa, realmente imperdonabile. 
Se un cuore ancora vergine riusciva comunque a sentirsi così macchiato, figurarsi come sarebbe diventato, di cosa avrebbe potuto essere capace... se corrotto.
E ora, in maniera del tutto insperata, proprio quando lui aveva incominciato ad ammorbidirsi, e aveva rinunciato a sporcarla, quel lato così perversamente oscuro cominciava a venire alla luce.
J si leccò i baffi - o meglio, gli sbaffi di rossetto che gli sporcavano le labbra.
Lei se ne accorse, ma era troppo ipnotizzata dall'assoluto candore delle sue braccia, per poterci pensare.
  

Monday, 3 December 2012

Il suo principe ferito

Berlin entrò nella stanza, e si sentì morire.
Lo vide per com'era davvero. Un mortale. Un uomo. Che ora stava lì, sulla soglia dell'Ade, con metà viso coperto da candide garze sterili.
Ammucchiate su una sedia, in un angolo, quelle che ormai non erano che le ceneri dei suoi abiti.
Lui la vide, e una delle macchine si risvegliò. Il suo segnale acustico attirò i medici, e lei in un attimo fu circondata.
Non volevano lasciarla stare là. Lui doveva riposare.
Berlin non riusciva a parlare, solo a guardarlo, a guardare la totale disperazione nei suoi occhi. La voglia di morire.
Qualcuno l'afferrò per un braccio, le disse che se ne doveva andare, ma lei era come di pietra, congelata da ciò che vedeva. Continuarono a strattonarla, finché non accadde qualcosa, qualcosa che lei non notò... allora la lasciarono stare. La stanza si svuotò, e Berlin poté avanzare.
Camminava piano, come condotta al patibolo.
Senza un motivo valido, si sentiva responsabile.
Guardava il volto distrutto di Dent, e voleva essere punita.
Cercando di non piangere si inginocchiò al suo fianco, toccando il bordo del letto con la fronte china, stringendo un lenzuolo - perché non osava prendere la sua mano.
Vide la moneta sul vassoio, dall'altra parte del letto. Brillava indifferente, in quella luce asettica.
Sapeva che lui soffriva. Più di quanto il suo cuore potesse accettare - perché non voleva medicine. Una parte di lei avrebbe riso della stupidità di quella scelta: antidolorifici, avanti, sempre e comunque!
Ma la totalità di Berlin, in quel momento, era affranta. Caduta a pezzi, sulle macerie di se stessa.
Come era potuto succedere... tutto questo... ad Harvey?
Rachel... rantolò lui, afferrandole la mano. Berlin sentì i cavi di chissà quale apparecchiatura, e non riuscì a guardare.
Con gli occhi bassi rimase, e senza alzarli mai supplicò che gli dessero qualcosa. Qualcuno protestò, forse un'infermiera, o un dottore - ma lei continuò a chiedere, finché non gli misero una flebo.
Berlin non guardò, ma sentì come se quell'ago stesse attraversando la sua, di pelle.
La mano con cui stritolava il lenzuolo era ancora sotto quella di Dent.
R... sussurrò lui, e si fermò, nel nulla.
Berlin riuscì a sollevare lo sguardo, e sentì gli occhi di lui nei suoi. La stretta si fece più forte.
Quel vestito...
Berlin si sentì mancare.
Quell'abito gliel'aveva regalato...
Rachel. una pausa, e poi... Ti prego.
Harvey, ti prego. era quello che avrebbe voluto dire lei. Ma non ce la faceva, e continuò ad ascoltare, restando ben oltre quanto avrebbe potuto sopportare.
Posò la mano su quella di Dent, che a sua volta le stringeva l'altra.
Mi dispiace, disse, con gli occhi pieni di lacrime. Mi dispiace così... tanto.
Non avrebbe mai potuto avere altro da dire.
Anche gli occhi - l'occhio di lui, anzi... perché solo il destro lei poteva vedere. Il sinistro era sotto la garza, e si vedeva appena, circondato da qualche macchia rossastra. - anche l'occhio lui si inumidì. Dent fece per parlare, ma poi non disse niente. Per lei fu quasi un sollievo, finché...
...è finita, vero?
Berlin riabbassò lo sguardo, e deglutendo si fece male. Il groppo che aveva in gola, da quando era entrata in ospedale, era sempre più grande.
Poi tornò a guardarlo, perché glielo doveva.
E io... sono finito. Non tornerà mai più come prima.
Lei strinse la sua mano, forte, e con il terrore di fargli male.
No, ammise, e fu proprio come morire. Le sembrò di condannare un eroe a morte, e desiderò con tutto il cuore di essere lei a pagare, al suo posto.
Dent singhiozzò, per un attimo, e per lei fu decisamente troppo. Si alzò, per scappare - non ce la poteva fare. Ma lui la trattenne.
Si guardarono, di nuovo, entrambi sul punto di parlare... ma nessuno dei due ci riuscì, e il silenzio rimase.
Berlin si sforzava di reggere il suo sguardo, ma il cuore le faceva male, la gola le faceva male, avrebbe voluto esplodere... e liberare Dent.
Lui a un certo punto sorrise - un sorriso dolente, spezzato, ma che timido rimase, per qualche secondo, mentre il suo sguardo rimaneva fisso su di lei.
Davvero bello... il vestito.
Berlin socchiuse gli occhi, aspettando la pallottola. Era come una condannata...
Rachel.
Bang!
...all'esecuzione capitale.
La stretta di lui era così calda, e forte...
Berlin si fece forza, e asciugandosi le lacrime sorrise.
Grazie.
Lui la tirò verso di sé. Lei si lasciò tirare, e si ritrovò semistesa sul letto, appoggiata a lui.
Poteva sentire l'odore di disinfettante, e quello della carne bruciata.
Le girava la testa - anche perché il suo volto le era così vicino...
La macchina cominciò a suonare, di nuovo.
Sssht... gli mormorò allora, accarezzandogli la metà del viso libera dalle garze. Piano, delicatamente.
Lui chiuse gli occhi, abbandonandosi a lei, alle sue mani.
Sporse un poco la testa, quel che bastò per baciarla.
Berlin sentì il calore delle sue labbra, all'improvviso, sfiorarle la bocca, il contrasto tra la ruvidità delle bende e la morbidezza della pelle di Dent toccarla, e si ritrasse, shockata.
No. Questo... non avrebbe mai potuto farlo. No.
Ti prego... implorò lui, a bassa voce. Fu come se sue parole le carezzassero il seno... Berlin rabbrividì, ma non era paura, era... qualcosa come l'amore, pensò frastornata.
L'amore che Harvey Dent nutriva per Rachel Dawes.
La stretta della sua mano, il profumo della sua pelle, e lo sconvolgente odore di incendio e di antisettico... il suo eterno, incurabile dolore... Com'era facile prevedere, Berlin si lasciò baciare, ancora, mentre il mondo a ogni suo sfioro sembrava impallidire.
   Lei non era Rachel, lui non voleva lei... lui aveva perso ogni cosa... venendo privato di lei. Nessuno voleva lei. Ma questo non importava.
Le lacrime riaffiorarono, mentre Berlin si lasciva baciare... poi lui non sussurrò più Rachel, disse Amore mio, tacque, e in un lungo bacio, l'ultimo, richiuse gli occhi, si addormentò. La morfina ce l'aveva fatta.
Berlin lo fece ridisintendere, adagio, lasciando che la sua testa fasciata a metà affondasse nel cuscino, e ascoltando in trance il suo respiro si lasciò cadere sulla prima sedia libera, con gli occhi impiastricciati, e le labbra che le bruciavano. 
Il sole si era spostato, e la moneta non scintillava più. Da lì Berlin poteva comunque vedere che era uscita testa.


Saturday, 1 December 2012

DISCLAIMER!

The fragmented, chaotic, lunatic, serialized story I'm writing on this blog is a work of fan fiction using characters from the Batman/The Dark Knight world, which is trademarked by DC/ Warner Bros/Bob Kane/Bill Finger/Jerry Robinson/Paul Dini/Alan Moore/Brian Bolland/Ed Brubaker/Doug Mahnke/Christopher Nolan/
The Joker, Two Face, Harley Quinn, Batman, Alfred, James Gordon, Rachel Dawes, are characters created and owned by the geniuses listed above, and I do not claim any ownership over them or the world of Batman.

The story I tell here about them is my own invention, as also the character of Berlin/Tea (my OC), and it is not purported or believed to be part of Bob Kane's story canon. This story is for entertainment only and is not part of the official story line.


I am grateful to Bob Kane & CO. for their wonderful stories about Gotham, for without their books, comics and movies, my story would not exist.

Although I wish it was something more, my "fan-novel" (let's call it so) flows from the depths of my dark twisted mind, and I can't help but let it grow - and this compulsion is all due to the muse, but especially to those dazzling characters that unfortunately does not exist in the real world. Thanks to those who created them - honestly, sadly, deeply... I love you and I envy you guys.

p.s. not all the stuff I write on this blog is part of that "fan-novel" (does the name suck? I really can't tell). Some of my poetry/fiction compositions are all about something else. Guess what.




Read more:
How to Write a Disclaimer for Fan Fiction | eHow.com http://www.ehow.com/how_8532096_write-disclaimer-fan-fiction.html#ixzz2DnWGzEPk

Friday, 30 November 2012

Oscillare

Un'altra goccia cade nell'acqua, spezzando il sorriso che brilla nel suo riflesso.

Un'altra goccia cade nell'acqua, scivolando giù dalla sua anima senza speranza.

Un'altra goccia cade nell'acqua, calda del piacere che solo il suo corpo può provare.


Passano i giorni, e le garze si fanno sempre più chiare.
Il sole splende, forse, là fuori.
Sono giorni che non può più uscire.
Si chiede se una volta guarito si dovrà ritirare... in un qualche centro di igiene mentale.
Passano i giorni, ma da un po' a ricominciato a dormire. Non è più merito degli oppiacei però - da quando quella ragazza è tornata, sente dentro di sé una strana pace... come se lei gli avesse guarito qualcosa, dentro.
Non ha neanche più voglia di scappare, e cercare l'uomo che gli ha distrutto la vita. E la faccia.
Adesso... non si chiede più niente, resta lì a letto, a riposare. I medici sono felici, gli amici sono felici, e la sua pelle comincia a cicatrizzare. La vita è bella, quando riesci a riconoscerla.

Le ragazze si spogliano l'un l'altra, guardandosi negli occhi, piano.
Una inclina la testa a destra, l'altra a sinistra... e quando gli abiti cadono, entrambe raddrizzano il capo, e si baciano.
Lui è sul letto, dove loro l'hanno spinto, e svestito.
La ragazza a destra, con il completino bianco, gli si stende al fianco, e comincia ad accarezzarlo.
La ragazza a sinistra, con il completino nero, gli si accovaccia tra le gambe, e comincia ad abbassargli i boxer.
Riesce a vederne solo gli occhi, e la lingerie, che risplendono nel buio della stanza... I loro occhi restano fissi su di lui, a ogni mossa... e sono verdi, incredibilmente verdi, come shottini di assenzio radioattivo.
La Bianca gli sfiora dolcemente il petto, strisciandogli lentamente i polpastrelli sulla pelle, e risalendo lungo il collo lo bacia a fior di labbra. Lui fa per ricambiare, vuole toccarla a sua volta... ma lei gli blocca la mano, stringendola nella sua, e, dopo un dolcissimo sorriso che lo squaglia dentro, ricomincia a baciarlo.
Anche la Nera gli prende una mano, l'altra... e la guida su di sé, se la posa sul seno, chinandosi su di lui per leccargli il collo, poi il petto... e quando il bacio della Bianca si fa più intenso... quello della Nera scende, e lui sussulta, definitivamente... eccitato.
Le ragazze piegano entrambe la testa di nuovo di lato, la Nera a destra, e la Bianca a sinistra. Il loro sorriso si accende nel buio, e si allarga... come due metà di una stessa splendida luna.
Harvey... mormorano, entrambe, all'unisono. Harvey... Harvey... sussurrano vogliose.
I loro visi si avvicinano al suo, mentre continuano a invocare il suo nome - sente i loro corpi premersi contro il suo, vede le loro labbra farsi sempre più vicine - fino a quando non lo baciano, entrambe, insieme... E lui scorge in ciascuna di loro la sua unica e sola, Rachel.

Si sveglia di scatto, in un bagno di sudore, nella stanza asettica che è ormai sua, all'ospedale.
Recupera il fiato, mentre la tachicardia passa - e allora vede Berlin e Tea, accoccolate in un unico corpo, nell'altro lato del suo stesso letto.
Oddio! Che succede? Stai male? scatta su lei, stropicciandosi gli occhi con una mano che spunta a malapena dalla manica di una camicia troppo grande per lei. Di flanella, a scacchi, bianca e nera.
Berlin.
Lui espira, e rimettendosi disteso scuote la testa. Un... incubo, non ti preoccupare.
Lei rimane seduta sul bordo del letto, guardandolo di sbieco, assonnata.
Bella camicia, le dice allora, per provarle con un cambio d'argomento che va tutto bene sul serio.
Lei sorride, fiera, e gira il busto per fargliela ammirare ancora meglio - sporgendo un po' il seno, quel che basta, non può non notare lui.
Tea.
Mi dona, vero?
Oh, eccome. risponde lui, chiedendosi se lei pensa che stia scherzando o meno.
Lei allora batte le mani, felice, in un applauso leggero. Dirò a Alfie che ha scelto bene allora! esclama, con la gioia di una bambina premiata.
Berlin di nuovo.
Anche la tua non è male, aggiunge poi, abbassando gli occhi sul suo torace, torbidamente.
Tea.
E infine, prima che lui possa rispondere qualcosa... Scusami, sai, dev'essere la stanchezza a parlare. Però la tua camicia mi piace molto davvero, borbotta lei, arrossendo, giocando nervosamente con uno dei propri bottoni, magari chiuso male.
Dent annuisce, con un sorriso che sembra sincero e stanco, e sposta lo sguardo verso la porta.
Sconvolgente.


Don't stop draggin' me down


E gli cado addosso, alle spalle, facendolo colare a picco con me.
Finiamo in ginocchio nella pozza, con l'acqua sporca e tiepida fino a metà coscia.
Vorrei sfilargli quell'assurdo completo viola, che gli sta così assurdamente bene, slacciargli il papillon storto, gettargli via i guanti e stringere davvero le sue mani, per una volta... Ma lui rimane nell'acqua, con la testa bassa, il capo chinato verso il suo riflesso inquinato. Vorrei stringerlo, e lo stringo, lo faccio.
Lui non si muove, e resta a sghignazzare assorto.
Appoggio la fronte sulla sua schiena, e chiudo gli occhi, divisi tra loro dalla sua colonna vertebrale. Li chiudo, aspettando, per ascoltare il battito del suo cuore.
Sento solo le sue risate sguaiate, nel silenzio morto di quella radura spianata nel nulla.
La periferia della città degli sciocchi. Dove anche l'innocenza si rassegna, e si lascia morire.
Lui ride così forte, così appassionatamente, che tutto il suo corpo ne è scosso.
Ondeggio su e giù con lui, aspettando, con tutta me stessa, che smetta.
Ma lui continua, come non ci fosse più altro da fare - continua come se con lui non ci fosse più nessuno. Come se non avesse altro di cui preoccuparsi.
Ride e si guarda, a occhi sgranati, nella pozzanghera, lasciando che il sudore gli gocci di tanto in tanto dalla fronte cerea, disturbando un ritratto che subito si ricompone come prima.
Ed è così. Non cambierà - ha raggiunto quella forma, quell'essere tanto tempo fa... e non potrà più cambiare, perché non può, e perché non vuole. È diventato così... il giorno in cui non ha più avuto nulla da perdere.
Chi, da libero, vorrebbe tornare a sentirsi vulnerabile?
Allora sospiro, ma invece di un sospiro il mio respiro si spezza, diventa un risucchio - un singhiozzo.
Scoppio in lacrime, e più tento di smettere, più forte i singhiozzi mi tagliano la gola.
Fa male. Brucia. E il cuore sembra piegarmisi dentro.
Ma lui non mi sente.
Finché non scivolo in avanti, e per errore lo abbraccio.
Sente le mie mani sul suo petto, che si incrociano e sul suo sterno s'intrecciano...
Allora mi chiede, shockato mi chiede:
Perché piangi?
C'è nella sua voce una tensione che mi fulmina. Non è solo sorpresa, è inquietudine, e orrore.
Perché piangi, sempre? mi chiede, e ogni parola trema.
Ho paura anch'io.
Però non mi riesce di cessare. La mia lagna... è iniziata, e mi sta scoperchiando la tomba.
Nessuno può distruggere ciò che realmente prova.
Trattengo il respiro, cercando di risanvire.
Ma le lacrime stillano impietose, e si spandono addosso a lui, sulla sua giacca lurida.
Non mi riesco a staccare.
Se non me ne posso andare... finirò trascinata a fondo, in quell'abisso contaminato.
Perché...
Si volta e i suoi occhi sono sbarrati dalla repulsione.
...piangi...
Gli sfugge una risata, isterica.
...TESORO?
Si alza, barcollando, colandomi addosso fango e detriti di quell'acqua torbida.
Io non rispondo, e lui mi afferra per il bavero, agitato dai brividi.
Le sue mani mi danno la scossa.
Riesco solo a guardarlo in faccia, senza reagire. Con le lacrime che iniziano a rinsecchirmisi, agli angoli degli occhi. I suoi sono lucidi e pesti, ma non smettono di brillare, folgorati. Il suo sguardo è come una scarica elettrica, continua.
Sento che dovrei deglutire, ma non oso.
Il suo dolore... che prima mi aveva spremuto il cuore... che mi aveva fatto desiderare così fortemente di poterlo curare... adesso è svanito, o è sordo, come al solito.
Adesso lui... vuole solo fare del male.
Lui attende ancora la mia risposta. Sa che sono troppo spaventata per parlar...
...e.
Mi cade addosso, lui, stavolta. Ricadiamo nell'acqua, ma ora io finisco nel fango, e lui contro di me, sul mio grembo. Mi affonda la testa tra la pieghe della camicia fradicia, fino a raggiungermi la pancia, attraverso il tessuto. E lì si lascia.
Piccola... mormora, con la voce rotta di chi non ride più.
Io gli accarezzo piano i capelli, senza dire niente, e non sento più la stretta bagnata dell'acqua di scarico.
Restiamo così per una notte, per chissà quanto- so che con lui potrei restare così per sempre.
Lo so benissimo, che non si riferisce a me.