Cercando nel labirinto degli specchi

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Monday, 7 December 2020

Utopia's dead

So sad they canceled the US version of Utopia.
I will miss R.B./Arby/John the most.

Christopher Denham is amazing in that role.


Follow Mr. Rabbit

TWS



(I found the llama skeleton I've started from on Quizlet, but I think it could actually be from Exploring Nature, drawn by Shari Amsel; 
the straitjacket comes from PNGkey;
the rabbit skull is from Pinterest via Flickr, I guess; 
the human leg bones are from Pinterest again;
 the bat wings are from a so-called 1908 print from Etsy. 
Sorry for the uncertainty, if you have better, exact infos please write to me!
 - thanks)



 

Wednesday, 8 October 2014

Smiling strait-jackets

(girl from Youtube, padded cell ; former green smiley from clipartbest.com - gracias)

(man in asylum bed from thisismybipolarlife.wordpress.com ; drunk smiley face from all-free-download.com - thanks)

(padded cell with bed and straight-jacket person from forum.gamepark.cz ; smiley in love from depositphotos.com - danke)


(straight-jacket with a man inside from uncyclopedia.wikia.com ; blushing suprised smiley from clker.com - merci)

Sì, il terzo ha la testa girata di 180° rispetto al normale. 

TWS

Tuesday, 7 October 2014

Bedlam Baby

Bedlam baby / Bedlam lamb

TWS
(bed with straps found on Pinterest ; baby from www.consciousbabyblog.wordpress.com - graccie)

Friday, 24 January 2014

Strait-Joker

Dioniso in croce
TWS

(il pittoresco contesto dello stauròs viene da il De Cruce di Justus Lipsius ; la camicia di forza da  http://feitcanwrite.com/category/thought-of-the-day ; il viso di Joker è quello di Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro - merci!)

Sunday, 18 August 2013

Oh mio Dio, hanno ucciso Connie!



South Underground Priestess


TWS

(il mio avatar alla South Park, creato su www.gamesbox.com - gracias!)

Friday, 24 May 2013

Sentimental seppuku


Allora, cos'è successo? le chiede Rachel, guardandola coi suoi grandi occhi verdi, colmi di comprensione.
Berlin abbassa i suoi, invece - piccoli e marroni, senza particolari attrattive.
Di fronte a Rachel si sente sempre piccola e brutta - figuriamoci dopo tre ore di camminata senza meta sotto la pioggia, arricchite dalla caduta in una pozzanghera, e l'aggressione di un predicatore di strada.
Sta per alzare le spalle, ma si trattiene. Rachel merita rispetto.
Ne vuoi parlare? chiede lei, dopo un po'.
Berlin rimane zitta, e quando finalmente trova il coraggio di rispondere, la voce le esce flebile e incrinata. Come grattare una lavagna con le unghie appena curate.
C'è... poco da dire, borbotta, e subito se ne pente. Che risposta scortese.
Rachel le sorride, e il suo sorriso è così rassicurante... Berlin capisce perché tutti gli uomini della città vogliano sposarla - è la versione sexy e grintosa della ragazza d'oro della porta accanto.
Un rigurgito di autocommiserazione risale la gola del gattino spelacchiato, mentre la macchina accosta lentamente, con garbo, proprio davanti al palazzo in cui Rachel abita. Con Dent, non manca di ricordare a Berlin il suo tarlo parlante.
Mentre salgono in ascensore, circondata da ogni parte da specchi impietosi, Berlin inizia a non sentire più niente. Finalmente.
Rachel la prende per mano, e senza parlare la conduce al suo fianco fino alla porta dell'appartamento.
Ti va una cioccolata, o qualcos'altro di caldo? le chiede, piano, mentre richiude la porta a doppia mandata. Ci sono più serrature lì che ad Arkham, non può evitare di notare Berlin.
Bé, comprensibile, dopo che un clown pazzo ha incendiato te e il tuo fidanzato.
La pioggia continua a cadere, ticchettando sulle gigantesche vetrate del salotto in cui Rachel la fa accomodare. Solo allora, dopo due minuti buoni da quando lei gliel'ha chiesto, Berlin si ricorda di accettare la cioccolata.
Bianca, vero? Se vuoi ti aggiungo gli Smarties, o la granella di nocciola.
E Berlin si sente il cuore liquefare. Maledetto Harvey Dent, pensa il tarlo nella sua testa. Esiste un uomo che sia più fortunato di te?
Grazie... ma non ti preoccupare... davvero... bianca e basta andrà be... balbetta, arrossendo di fronte a tante premure.
Non ci provare cara! esclama Rachel, interrompendola con un sorriso di sfida. Materna anche mentre ti prende in giro, pensa Berlin, che ormai si è arresa al gigantesco senso d'inferiorità nei suoi confronti. Non c'è gara.
Vada per Smarties E granella allora, conclude Rachel, allegra e determinata, scomparendo in cucina - una cucina grande come tutto l'appartamento dell'altra. La morte interiore di Berlin non l'ha ancora contagiata. Strano.
Oddio scusami!! si sente urlare dopo un po' dall'altra stanza. Prima che Berlin possa scuotersi dal suo depresso torpore,  Rachel è di nuovo davanti a lei, con una presina e la tazza di Batman in mano.
Scusami, sono davvero svampita! Come ho fatto a non pensarci? Vieni con me, tu ti devi assolutamente cambiare! e la afferra per un polso, trascinandosela dietro.
Ma no, dai... non ti preoccupare... mormora Berlin, che ormai non riesce più a dire altro.
Rachel la porta dentro uno sgabuzzino - una sala da stiro, stipata di pile di camice linde e inamidate.
Scusami, mi sa che qui... Rachel si guarda intorno, senza posare un attimo lo sguardo. Non ci sono... è che non ho avuto tempo di stirare anche le mie cose, sai, col processo dell'altro giorno Harvey doveva... Ah! Ecco, questa sì, ti potrebbe andare. Sfila una camicia dalla pila alle spalle di Berlin, che nell'atto è colpita al petto da Rachel - dal suo seno. E, per fortuna, non ha forza di sentirsi male per quanto le sue tette siano sode e grosse.
Gra... grazie, le dice, e finalmente sorride - quando il piacevole shock di quel contatto è svanito. Poi guarda la camicia.
Da uomo, ma... bianca e nera! Dovrebbe piacerti... no? chiede Rachel, sorridendo soddisfatta.
Berlin annuisce, senza staccare gli occhi dalla camicia, che è appena diventata incandescente, tra le sue mani.
Bellissima... mormora, tra sè e sè. Ed è di Dent.
Bé, ti lascio in pace cambiarti ora! Aspetta, vieni in bagno... vuoi farti una doccia? Asciugarti i capelli? continua a chiederle la ragazza perfetta. E con le mani di Rachel che le sfiorano i capelli, per sentire quanto sono umidi ancora, Berlin trova finalmente la forza di guardarla in faccia, e sorride.
Non ti preoccupare, qui andrà be...
Ritrovandosi in un lampo nel bagno. Marmo bianco, pareti bianche, con accessori, lavandino e decorazioni d'oro. Il cavaliere bianco colpisce ancora, pensa, senza riuscire a smettere di sorridere.
Si guarda allo specchio, ed è il suo viso ora a prendere fuoco. Capelli arruffati, occhi rossi dal pianto, senza trucco, e con una spettacolare camicia di Harvey Dent da indossare.
Si spoglia piano, osservando il bagno dal riflesso dello specchio, cercando di non pensare a lui. Nella vasca. O nella doccia. Sì, li hanno entrambi - per darsi una lavata veloci, e per potersi rilassare. E guardando la doccia, Berlin inizia a pensare a qualcos'altro... Stare sotto il getto e farsi...
Oh! Ciao! Scusami... Rachel non mi aveva detto che... Ciao.
Dent è appena apparso in quel riflesso, alla porta, dietro di lei. E imbarazzatissimo si è precipitato via.
Berlin dubita che sia successo davvero, e continua a spogliarsi, per potersi cambiare. Lancia un'occhiata al reggiseno che indossa, per controllare come le sta.
Nero, a balconcino, coi bordini bianchi e i bottoni - effetto colletto delle conigliette di Playboy. Sotto la camicia nera ad ampie righe bianche di Dent, che le arriva poco più in basso del pube, dovrebbe starle bene.
Tiene comunque la gonna, anche se ormai è un bel po' spiegazzata, e dopo essersi sciacquata il viso esce.
Vieni davanti al fuoco, le urla dolcemente Rachel. La sua voce viene dal salotto. La stanza con le enormi vetrate.
Berlin ubbidisce, e si lascia guidare. Rachel la aspetta davanti al caminetto, ancora spento, con la tazza di cioccolata fumante in mano. Ecco a te, cara, le dice porgendogliela, con la voce calda e rassicurante di una mamma.
Ti chiedo scusa, se ti abbandono così, ma mi hanno appena chiamato dall'ufficio... Stupidaggini burocratiche che a quanto pare non si risolvono, senza di me. E rotea gli occhi. Come se stesse cercando di provarle che anche lei è una ragazza pigra che preferirebbe rintarsi a casa tutto il giorno, piuttosto che lavorare. Non ci casco, Rachel, tu sei la donna perfetta, penserebbe disincantata Berlin, se non fosse così stordita dal profumo della cioccolata... e della camicia. Appena stirata, e...
Però è arrivato Harvey, si prenderà cura lui di te! A te va bene? Non permettergli di cucinare o ti avvelenerà, ma per il resto...
Berlin ormai l'ha capito - è solo un sogno. Annuisce, e la abbraccia forte (dopo aver posato la tazza, per non ustionarla). Grazie di tutto... Mi dispiace di averti disturbata. Mi rivesto e scendo con te, ok? Poi torno in taxi, non ti...
Non ti muovere. Harvey! strilla Rachel, per tutta risposta.
? fa lui, apparendo di nuovo, dal corridoio. Berlin tiene lo sguardo nella sua direzione, ma non osa guardarlo.
Tieni al caldo e al sicuro questa donzella, e non farla uscire, per nessun motivo, finché non sarà del tutto asciutta e riposata! Intesi?
Dent non tradisce emozione. Né fastidio - il fastidio che evidentemente deve provare ad avere Berlin lì, e doversene occupare.
Certo, Rachel.
Rachel sorride trionfante, dà un bacio sulla guancia a Berlin, e ingiungendole di accendere e regolare il fuoco come vuole, trotterella in corridoio, e scompare.
Buona serata Harvey, gli dice solo, guardandolo in faccia di sfuggita, troppo impegnata a digitare qualcosa al cellulare.
Anche a te... Non lavorare troppo, risponde lui, e resta incerto sulla porta tra corridoio e salotto, senza entrare.


Friday, 17 May 2013

High (mis)Understood Priestess

A tutte le unità!
- questa è molto meno che un'esercitazione: -

Blogger indie cioè sconosciuta guida rivolta di bambole di porcellana rotte contro i clown che non piacciono a nessuno:
Scrivere è inutile, queste le sue ultime parole degne di nota, mentre inveendo contro il seme volante degli alberi libera nel bel mezzo di un campo gli spaventapasseri, per rubarne le croci. 
Croci trifogliate, croci trilobate, croci e trilobiti, croci trifolate!
Croci ovunque, nel suo mondo: dai polsi al collo, una crociata che si cruccia incrociando le fiamme con chiunque sia abbastanza distratto da assecondarla. Tenete gli occhi aperti, giovani telepati, la prosa lirica automatica è tornata ed è più strisciante che mai! 
L'allarmante soggetto in questione, posticciamente affetto da un grave e palese caso di disturbo fittizio a base di schizotimia, OCD e dermotillomania (attenzione, non è detto che sia la propria, la pelle che strapperà via), è facilmente riconoscibile per l'abbigliamento da gothic lolita boho-grunge accidiosa, gli indumenti maschili, e la fosca presenza mentale volatile. 
Colleziona cicatrici e bustine di zucchero ben ordinate, si rinfresca con lunghe lame di luccicante acciaio, e proferisce verbo per stordire i passanti e dar aria alla sua altra personalità, da settimane ormai tenuta in ostaggio dentro il suo cuore umido e angusto - è armata e affatto pericolosa, tenete gli occhi aperti, ma occhio che non ci rovesci cera sopra! 
Per smascherarla, mettete in disordine gli oggetti disposti sulla tavola, appoggiate la birra sul tavolo senza sottobicchiere, cantate musica pop italiana, o, per andare a colpo sicuro (ma solo nelle situazioni più disperate), lasciate in bella vista stuzzicadenti, fogli di carta e fiammiferi. La belva si scatenerà, e voi, se non vi farete distrarre dagli ipnotici riti con cui il soggetto ricompone a suo modo la realtà, potrete agevolmente sedarla.
Per disarmarla basta del giallo fosforescente-neon, delle manette belle (e) strette, e un pugno di macarons verdi. Il trionfo del kitsch kawaii kidult - uh oh, troppe k.  
Kokori!

N.B. la sua ossessione per il BIANCO
è seconda solo a quella per la purezza,
l'innocenza, la neve e Biancaneve.
Non per niente se ne va in giro blaterando da giorni di quanto le donerebbe la camicia di forza di Arkham.

Placare, non mescolare.
Attenzione. 
Prodotto fortemente instabile. Tenere lontano dalla vista dei bambini, e dalle fonti di luce e calore. 

Uomo avvisato, mezzo incendiato.

Sunday, 27 January 2013

Specchio riflesso


Eccola lì. L'ombra. E tutti i fantasmi del buon vecchio Florian.

Dovrebbe smetterla, di chiamarlo così. Florian non è mai stato buono, né vecchio - almeno stando a quanto dicevano. 
Ma Florian non aveva neppure quelle profonde occhiaie, i capelli così fini e così bianchi... o l'iride rossa come il fondo di un Bordeaux d'annata, attraversata da qualche raro, lento raggio infuocato. 
Florian, secondo quanto ricordava Doc, era morto poco prima di compiere... non ricordava. 
Però sapeva che era ancora un bambino. 
E questo spiegava la curiosa maniera in cui le decorazioni che si era fatto quel giorno erano cresciute e cambiate negli anni. Come fili di una ragnatela, ma piacevolmente ruvidi, e stirati.
Doc non ricordava molto altro, di Flo - non ne aveva mai avuto bisogno, perché a rievocarlo gli bastava uno specchio. 
Ogni volta che Doc Sans Aube passava davanti a una superficie riflettente, sbirciava se stesso che fingeva di non sbirciarlo a sua volta - ma ogni volta vedeva un paio di grandi occhi azzurro elettrico, come di vetro, e un sorriso che in realtà era solo... scolpito. 
Scorgendo se stesso non aveva mai visto quegli occhi scorgerlo. Quegli occhi color rogo che ora bruciavano di gioia davanti a lui.

Doc aveva sempre coltivato un placido astio nei confronti degli specchi - li evitava, il più possibile.

Anche Münchhausen non li amava affatto, tanto da arrivare a coprirsi il volto con le sue piccole mani ben fatte quando era costretta ad avvicinarsi ad uno di quei perversi rivelatori di bruttezza.
Così, nel suo rifugio non c'erano specchi. Solo qualche vetrata, e il marmo bicolore in alcune stanze - materiali lucidi utili quando Munchies era impegnata, e lui voleva appurare di essere adeguatamente curato nel suo aspetto. Capitava di rado, ma capitava.
Solo qualche vetrata, dunque, e il marmo bicolore di alcune stanze - oltre alle pareti della bolla di sapone in cui Doc era stato confinato di recente.
E proprio sulla parete che lo separava da Munchies - perché non c'era altro utensile che Doc non potesse raggiungere, in quella sua piccola, confortevole prigione domestica - si stava ora seccando la firma del suo passato sommerso. 
Doc credeva di averlo annegato, quella sera, in un mare di goccioline di vetro. Invece no.
Florian Sainte Aube non se n'era mai andato, e ora reggeva nelle sue mani di pianista la testa di Münchhausen, come Aubrey Beardsley aveva raffigurato Salomé.
E la cosa peggiore era che, in quell'oscurità affollata di terrore, Flo stava per costringere Doc a baciarla.

Il piccolo caro Florian era sempre stato turbato dal buio - perché su quel morbido schermo nero uniforme gli si proiettavano intorno tutti gli scheletri che teneva in formalina nell'anima.

Adesso toccava a Doc assistere a quello spettacolo penoso.

Tanti auguri a me... sussurrò Florian, leccando con appetito le labbra spaccate di Münchhausen.

E buon non compleanno.

Doc rimase trascorse la notte a guardare la scritta senza poterla cancellare, mentre Munchies giaceva dolente e addormentata dall'altra parte del vetro.

Nessuno gli avrebbe creduto, se Doc avesse ammesso di essere stato lui a devastarla. E non una proiezione.

Tuesday, 8 January 2013

Felix domesticus


Nix si appoggiò al bordo del tavolo, soddisfatta della missione compiuta.
Il roastbeef stava finalmente cucinandosi in forno, e aveva un aspetto magnifico. Tutta la famiglia sarebbe stata contenta.
Stava per accendere un fiammifero, giusto per il gusto di guardarlo bruciare fino allo stremo, per poi spegnerlo a mezzo millimetro dalla punta delle sue dita, quando il suo fratellone entrò in cucina.
Bé, Felix non era letteralmente il suo fratellone, ma dopo tutto quel tempo lei si sentiva parte del caotico clan in cui era non nata, ma cresciuta.
Ehi, NewYorkNixNivis, comme en ça va? Pensavo fossi scappata di nuovo dalla finestra.
Lei rise, tirandogli un dritto in piena spalla.
Ma dai, credi che in due anni non sia riuscita a inventarmi una psicosi nuova, e più interessante? Hai davvero una bassa stima di me, fratellone.
Due anni, da quanto Felix era andato a vivere nei dintorni di Sunset Boulevard. Si era proprio seduto sulla bocca dell'Inferno, come aveva commentato Nix quando aveva saputo della sua imminente partenza.
Non avrebbe potuto cadere più distante di così dalla verità - ma Felix sperava che non sarebbe mai giunto il momento di smentirla.
La abbracciò, e lei si lasciò catturare, schiacciandosi contro la camicia bianca a sbuffo, leggermente aperta sul petto, del fratello.
Ho sentito che hai cercato di ucciderti, testa di Uncino, miagolò Nix, quando l'abbraccio fu terminato.
Felix avrebbe voluto lasciarsi andare a un gestaccio di esasperazione, ma si limitò a sospirare.
Ho sentito che la dai via come se ne avessi troppa, ribatté, ma la sua sorellina sapeva scegliere tatticamente quando rivelarsi vulnerabile, e quando no.
Felix vide i suoi grandi occhi tra il verde e il castano (melma di palude, secondo la fiera definizione della loro proprietaria), e sentì la tentazione di darsela a gambe. Ecco, in quel momento la vulnerabilità era decisamente off.
Se anche fosse vero - e so che stai bluffando, perché di me dicono in giro esattamente in contrario -, beh, non sono cazzi tuoi, no? E comunque...
Felix le lanciò un'occhiata lasciva, scherzando. Come no?! Zuccherino, sai che avrei sempre anelato... a prendere il primo fiocco, e le accarezzò il collo con l'aria di un vecchio galante marpione.
Lei stette al gioco, e con un onesto rossore da verginella sulle guance si sventolò il viso - che pareva scottare davvero - con la mano. Già, in mancanza del tipico ventaglio da gattamorta.
Allora, mio caro... non devi perdere la speranza. Sai che mi preservo da sempre per te... fratellone.
La conclusione stonò parecchio, ed entrambi rimasero interdetti, in imbarazzo.
Nix stava per distrarsi - i fiammiferi, nascosti nell'ultimo ripiano della dispensa, la stavano chiamando a gran voce, lo sentiva. Ma quel cazzone doveva subire una bella lavata di capo, da lei almeno! Se no ci avrebbe riprovato, prima o poi, poco ma sicuro.
Nix conosceva Felix. Sapeva che dove lei riusciva a fare un po' di luce coi fiammiferi norvegesi, lui invece ricorreva all'alcol, di solito, o alle sigarette. Di solito.
Il problema risorgeva quando le Gauloises finivano, e i tabacchini si prendevano tutti il week-end libero.
Così, Nix riprese a fulminare il suo fratellone con lo sguardo, fino a quando lui non cedette.
Già, cocktail di pillole, qualche mese fa. Michael mi ha trovato in tempo, e fatto vomitare tutto. Una doccia e sono tornato come nuovo. Non c'è un vero perché, aggiunse, anticipandola. Nulla di più pesante di dover spiegare cosa ti porta a farti uno shottino con l'intero flacone dei tuoi barbiturici preferiti.
Nix non gli tirò una sberla, come invece Felix si sarebbe aspettato. Mani inspiegabilmente forti, per essere così piccole.
Non gli tirò una sberla, bensì lo afferrò per il nodo - già in via di disfacimento - della cravatta. Lo tirò con la sua solita sovrumana forza esplosiva, costringendolo ad abbassarsi fino a finire con la faccia dritta davanti alla sua.
A questo punto, Felix si sarebbe aspettato un generoso sputo, un bolo nato dal fatale incontro tra saliva e catarro da non-fumatrice, dritto negli occhi - o un bacio appassionato, che però era fuori discussione, visto che si trattava della sua sorellina.
Ciò che non si aspettava, era di sentire il profumo di rhum e vaniglia di Nix alterargli la coscienza, mentre la guardava nei suoi grandi occhi di melma e si accorgeva che la piccoletta era cresciuta, davvero.
C'è un vero perché per non farlo, però. Almeno uno, penso. E sarebbe un peccato sprecarlo, gli sibilò, guardandolo negli occhi con una luce intensa che lui non aveva mai visto.
Come le fiamme che crepitano piano nel bosco, poco prima di raderlo del tutto al suolo.
Sei posseduta? le avrebbe chiesto, fino a qualche mese prima. Ora però non ne aveva proprio voglia.
Che avesse davvero... perso la sua innocenza? Felix avrebbe preferito non pensarlo, ma ormai l'aveva fatto.
Qualcuno chiamò Nix dal salotto, e lui rimase lì imbambolato, con la stretta della cravatta che gli bruciava sul collo, a guardarla saltellare via, chiedendosi che cazzo fosse successo alla piccola Neve.
Ah già, bentornato! gli cinguettò lei, trotterellando via.

Sunday, 6 January 2013

Nel vetro bianco


Pescò una M'n'M blu, invece che verde, e rimase folgorata.
La guardò per un po', sbattendo le ciglia.
Il cioccolatino, col suo duro cuore di arachide, non ricambiò l'occhiata.
Munchies strozzò un urlo in gola, e schizzò fuori, via verso la stanza dei giochi.
Doc era seduto per terra, e dava le spalle alla porta.
Quando Munchies entrò, stringendo tra le dita l'M'n'M che cominciava a stingerle addosso, lui non si mosse, la lasciò fare.
Lei avrebbe potuto pensare di andarsene, per poi tornare solo una volta preparato il the, ma non lo fece. Non indietreggiò, non si ritrasse.
Corse verso il vetro, fermandosi solo quando un suo riflesso la colpì negli occhi.
Doveva esserne fiera. Aveva pulito quella barriera dannatamente bene.
Batté sul vetro, nel modo che a quanto pare dà un tremendo fastidio ai pesci d'acquario, con la mano libera dal sacro dolcetto.
L'azzurro le aveva ormai impiastricciato sia l'anulare sia il medio, tra cui Munchies ghermiva il cioccolatino.
Doc si voltò, finalmente, e salutandola con la mano si alzò, lasciando Münchhausen a boccheggiare.
Perché quel giorno Doc non indossava gli occhiali.
Aveva un'elegante camicia di forza bianca immacolata, al cui collo Munchies pensò di vedere un grande candido fiocco, ampi pantaloni intonati, e niente scarpe, solo tubolari della stessa sfumatura che contiene tutti i colori.
Niente occhiali. Forse lenti a contatto.
Non possiamo lasciargli alcuna fonte da cui ricavare armi.
Il suo sguardo era nudo, dritto negli occhi di Münchhausen, ed era debilitante.
Come cadere tra le crepe di un lago ghiacciato, davanti a un angelo, senza nulla addosso.
Munchies spezzò l'M'n'M tra le mani, e nemmeno se ne accorse.
Finché non si guardò i palmi, e vide su ciascuno una metà celeste, dai bordi irregolari, ma tracciati di netto. Come due stimmate color cielo, o come se avesse avuto in ciascuna mano un occhio asportato dal viso svelato di Doc.
Non la mangi? le chiese lui, dolcemente.
Lei annuì, perché l'aveva detto Doc!, ma prima di accostare una delle due parti alle labbra, porse a lui la sua gemella.
Doc si avvicinò ancora di più al vetro, tanto che il suo respiro ora ne appannava la superficie, quando usciva dalla sua bocca in morbide nuvolette - faceva un freddo infernale, in quella stanza dei giochi.
Adesso la sua bocca era a un soffio dalla barriera - e quindi a due soffi da lei.
Munchies si appoggiò tra le labbra la metà che teneva nella mano destra, e con la sinistra, con l'indice e l'anulare colorati di blu, tracciò sul vetro un sorriso felice.
Proprio all'altezza della bocca di Doc. Della sua cicatrice.
Indugiò un attimo al centro del disegno, dove il sorriso ferito di Doc effettivamente era, e poi concluse l'opera, esaurendo tutto il colore che l'M'n'm le aveva dato.
La metà che spettava a Doc era sparita, in quel gesto.
Munchies guardò Doc, e vide che assaporava allegramente qualcosa.
I tuoi capelli devono essere proprio soffici, mormorò lei, catturata, fissando la sua testa senza battere ciglio. Come piume di un anatroccolo.
Doc si sfiorò perplesso la nuca, come un bambino un po' in imbarazzo, e assentì. Sì, beh, non sono male...
Sono fantastici, continuò Munchies, ancora in trance. Bianchi come la neve... perfetti con i tuoi occhi, e con la tua carnagione di porcellana.
Doc arrossì, e i suoi occhi si velarono di una amara tenerezza.
Doc era sempre così, malinconico - come se avesse avuto una ferita nell'anima, che di tanto in tanto si riapriva, e lo faceva star male.
Sei felice, qui, vero? chiese Münchhausen.
Come temeva.
Doc appoggiò le dita della sinistra sul sorriso, al centro, dove, dall'altra parte, la bocca di Munchies effettivamente era.
Sorrisero entrambi, senza implicature.
Sai, io... probabilmente non vorrò uscire mai di qui. Di certo non migliorerò - non è questione di speranza, perché non è... "guarire", ciò che voglio. Sto meglio ora, di quando ero più "sano". E non voglio tornare a ciò che ero, non voglio fare ciò che dovevo fare prima. Non voglio uscire, e avere contatti con altri. Gli altri... non li riesco neppure a guardare. Una volta, quando dovevo stare là... fuori... dovevo starci in mezzo, soffocare nella loro stessa melma, e stavo male. Così male, che per sentirmi bene avrei dovuto fare loro del male. Non tornerei a quei giorni, mai, e non vorrei poterli rivivere, neanche in altro modo. Io sono così, e sto lontano dagli altri. Non posso stare con loro - non è questione di volontà, io... semplicemente, non ci penso. Non riuscirei a immaginarlo, nemmeno sforzandomi. Adesso che posso... stare senza di loro, sto bene. Adesso sto da solo... e con te. Se ci fosse una cura per la malattia della mia...anima, un modo per ricucire il danno e tinteggiare sopra la mia colpa... io non la vorrei. Probabilmente, non farebbe neppure effetto, su di me. Perché io sono troppo marcio, e corrotto, perché qualcosa possa anche solo provare a salvarmi. Perciò io sto con me, e basta. Sono l'unico che può restare... vivo... nella stessa stanza, con me. Non riuscirei mai neanche a... desiderarlo, di essere con qualcun altro. Ecco, la tua... a quanto è risultato, è l'unica esistenza che non devo neppure costringermi a "tollerare" al mio fianco. L'unica che accade insieme a me, che si intreccia alla mia, e non mi fa male.
Poi tornò in silenzio, a guardarla tremare.
Fu come un bacio, e lasciò Munchies senza parole.

Thursday, 15 November 2012

I hate clowns and clowns hate me

Mi era sembrato di morire di una morte bellissima, e invece sono qui. Buffo no?

Quando si guardò attorno, Berlin vide che là non c'era nessuno.
Era sola.
Sola, sembrava, in tutto l'ospedale.
I corpi abbandonati attorno al letto... poteva essere tutta una sua allucinazione.
Berlin era impazzita, questo era poco ma sicuro.
Sprofondò di nuovo nel cuscino, cercando di non pensare alle flebo che aveva conficcate nelle vene delle mani, delicatamente coperte da piccoli pezzi di scotch che non facevano che tirarle la pelle, ricordandole senza posa che aveva qualcosa infilato dentro, che poteva staccarsi o strapparsi o affondare ancora meglio da un momento all'altro. Cercando di non pensare ai tubi che da lei si diramavano in giro per la stanza, verso un qualcosa di imprecisato alle sue spalle, che lei preferiva non scoprire. Cercando di non pensare alla pelle che le bruciava sotto le bende, sulla schiena e sulle braccia e sulla pancia e le gambe. Cercando di non pensare al clown che la guardava ammiccando dall'altra parte del vetro - o meglio, della barriera che il vetro avrebbe costituito se non fosse esploso in mille schegge, che ora decoravano il pavimento insieme ai cadaveri.
Poi vide che il buio attorno al clown non era mero buio, racchiudeva anche la sagoma buia del suo tenebroso vecchio amico. Che teneva sospeso il clown per il... bavero... di una... camicia di forza?
Berlin inclinò la testa da un lato, e spostò subito lo sguardo verso i propri piedi, dritti davanti a sé, nascosti sotto il lenzuolo. Tenendo gli occhi in quella direzione, non poteva vedere né gli infermieri stesi a terra, né la strana bellissima rosa carnivora che le sorrideva ambiguamente dal comodino, né il pagliaccio assassino che le sorrideva ambiguamente dal corridoio.
Era terrorizzata.
Ma così meritava di doversi sentire, perché si era torturata da sola, dopo aver posto fine al dolore senza fine di un brav'uomo trasformatosi in un terrorista, perché questo aveva cercato di vendicarsi dando la caccia all'uomo che lei... Boh. Già definirlo uomo aveva del surreale.
Adesso si trovava in un sogno romantico d'amore mai corrisposto scritto da Stephen King, disegnato da Frank Miller e diretto da Tim Burton, da un'idea di Jerry Robinson. Mmm.
Almeno c'era il suo vecchio amico a sorvegliarla. Che rise di cuore quando J le mandò un bacio.
Certo, era un bacio che profumava di condanna a morte, ma Berlin sapeva che il suo vecchio amico sapeva che lei, almeno fino a qualche strage prima, sarebbe morta pur di stendersi su un letto di chiodi con quel clown psicotico.
No, psicotico no. J era lucidamente, consciamente, fieramente sadico.
Berlin ricambiò salutando entrambi con un cenno della testa (aveva paura di muoversi di più, convinta che così facendo avrebbe convinto gli aghi a sprofondare dentro di lei), e aspettò. Che altro poteva fare?
Il suo vecchio amico scagliò J nella stanza, facendolo passare attraverso l'aria dove un tempo c'era stata la vetrata, e rimase là fuori ad aspettare.
Berlin guardò J negli occhi lucidi, freddi e cerchiati di nero, come profondi pozzi infestati di notte, e non pianse dalla paura, solo perché aveva terminato le lacrime giorni prima. Il suo vecchio amico la stava punendo, ne era sicura. Adesso J l'avrebbe seviziata, le avrebbe staccato a morsi un braccio e l'avrebbe uccisa lentamente, dopo averle chiesto un palloncino, e fuori pioveva - Berlin ne era sicura, fuori pioveva e c'era una versione di lei bambina che inseguiva una barchetta di carta verso un tombino, ne era sicura... Sarebbe morta due volte, almeno due volte!
Sentì qualcosa di umido spandersi sulla sua faccia. Per quanto ne sapeva, poteva trattarsi anche di lacrime di burro fuso. Non avrebbe spostato lo sguardo da J, neanche per un attimo. Neanche se il suo corpo avesse iniziato a bruciare.
Oddio. Berlin iniziò a sentirsi ardere, dappertutto - sentiva spilli surriscaldati che le attraversavano la pelle, che la scavavano e traforavano, sentiva...
Tesoro. Respira a fondo
J le aveva preso la mano. 
Il suo artiglio guantato di viola era delicatamente posato sulla sua manina bucata.
Ora Berlin non riusciva a staccare gli occhi dalle loro mani, che continuava a fissare, boccheggiando senza potersi fermare. Non respirava, sentiva che non poteva più respirare. 
Oddio oddio oddio.
La rosa sul suo comodino tossì, e le mostrò le sue ampie fauci dentate.
Berlin stava per urlare - voleva almeno provarci. Ma J le diede un bacio sulla bocca.
Berlin serrò gli occhi, pronta a sentirsi strappare la lingua in un morso. Era pronta. No, non lo era, stava tremand...
Pausa.
Pace.
Tutto si fece limpido, e il cuore di Berlin si sgonfiò, tornò alle sue dimensioni normali, e riprese il suo lento battito quotidiano. Pace. Una serenità che non aveva mai provato, da lucida.
Ora era lucida, però.
Guardò con occhi asciutti e puliti J, che non le era mai apparso così bello e perfetto ed eroico.
Buonasera, sognatrice, le disse lui, facendole l'occhiolino.
Ciao, rispose lei, con il tono rilassato e sicuro di una donna, una donna vera, pienamente padrona di sé.
Aprì le mani, che aveva tenuto strette con una forza dolorosa fino a quel momento. Da uno dei suoi pugni le cadde in grembo una moneta. La ignorò, persa nella contemplazione di J.
Voleva spiegazioni?
Solo allora sentì il profumo della rosa, per la prima volta. Era...
Veleno? Gli infermieri erano effettivamente a terra, con il volto rovinato da una smorfia di ilarità spaventosa - maschera di pagliacci con le labbra sporche di rossetto. O semplicemente più vasodilatate del solito. L'aria nella stanza non aveva niente di strano... a parte una strana, leggerissima foschia che iniziava ora a diradarsi.
Il suo vecchio amico continuava a studiare la scena dal corridoio, impassibile com'era il suo solito. Pazzesco, considerato che si trattava di un uomo in costume da supereroe con la maschera dalle orecchiette a punta.
Ti è... piaciuto... il fiore? chiese J, serio.
, rispose lei, ma non dovette concepire altro, perché la risata del suo amico riempì la scena.
Lei con stanco stupore, J con stupefacente fastidio - entrambi si voltarono a guardare il Cavaliere Oscuro che se la rideva a pochi metri da loro. Rideva di loro? Berlin se ne sarebbe di certo risentita, se non fosse stata sobria e allucinata.
Che... c'è?! chiese J con la voce vibrante d'odio.
L'altro si placò, ma continuò a ghignare nella loro direzione - un'espressione che Berlin non aveva mai avuto l'onore di vedergli addosso, tanto che da qualche tempo si era convinta che lui non fosse geneticamente capace di sorridere.
Le hai... regalato una rosa? chiese allora, tra il sorpreso e il beffardo.
J si raddrizzò, lasciando di scatto la mano di Berlin, e non riuscì a rispondere, perché subito la sua Nemesi riprese: Lei ti ha salvato... tu l'hai risparmiata... sei evaso e poi sei venuto a cercarla... rubando alla tua... collega... uno dei suoi esperimenti migliori, per eliminare chi vi separava... e le hai pure portato una rosa? Di persona? ricominciò a ridere. Berlin iniziava a credere che il gas che aveva steso gli infermieri e l'aveva fatta andare in para poco prima stesse avendo sul suo tenebroso amico un effetto ancora diverso.
Ah, i progressi della chimica!
Straodinariamente, il delirio del nemico aveva lasciato J senza parole.
Berlin, da cui si era allontanato di alcuni passi dopo averle lasciato la mano, riusciva a vedere che tremava. Come sotto tensione, con scosse che dalle spalle si erano estese alle braccia e alla testa. Piccole scosse, sempre più forti. Sembrava avesse i brividi, come se gli stesse salendo una febbre altissima.
Che... cazzo... ridi... pi-pistrello?! urlò. Aveva perso la sua usuale baldanza, la sua brillante risposta pronta.
Beh... mi sembra evidente che ti sei preso una cot... ghignò l'altro, sempre più soddisfatto.
Sembrava che i loro ruoli si fossero invertiti, che fosse lui adesso a prendersi gioco di J...
NO!
Berlin chiuse gli occhi. Per quanto stordito, il suo cervello rettile sentiva che i guai stavano appena per cominciare.
No! sibilò, recuperando un pochino di self-control, J. Io non...
A me sembra di sì, lo interruppe l'altro, con la serietà di chi possiede il Santo Vero e non ammette eresie o repliche.
J aprì la bocca, fece per dire qualcosa, ma non uscì parola. Cadde in ginocchio, tremando, rannicchiato accanto al letto di Berlin.
Il suo vecchio amico aveva vinto, decisamente, stavolta.
No... no... no... io no... non... io... continuava a ripetere J, ormai tra sé e sé, con gli occhi spalancati in un orrore indicibile.
L'altro lo guardava senza dir nulla, freddo. Berlin capì che non stava infierendo, stava solo aspettando... che lei lo salutasse, e poi... l'avrebbe portato via.
Berlin, che pensava che non avrebbe più sentito nulla, ora invece sentì come se qualcuno le strappasse un peso... qualcosa di vitale... da dentro (dal petto? dalla pancia?), e lo gettasse a spappolarsi contro il muro.
Si alzò senza pensare, strappandosi le flebo (trovata che poi avrebbe rimpianto), e scivolò giù dal letto per accucciarsi davanti a J, che continuava la sua nenia di negazione.
Lo so. Lo sa anche lui. fece una pausa, e aspettò. Vide gli occhi di J alzarsi cauti verso di lei.
Le ricordò un bambino spaventato, che aspetta in un angolo che qualcuno venga a prenderlo, e a finire di picchiarlo.
Non lo toccò. A lui non piaceva essere toccato. Neanche a lei, tranne quando la toccava... lui.
Sentì i segni che lui le aveva lasciato con quel coltello. Scottavano. Non pensava che quella sensazione sarebbe mai... tornata.
Scacciò quei pensieri.
Doveva andare avanti.
Lo sanno tutti. Tu non provi alcunché. Tu non senti quella roba che chiamiamo "sentimenti", è chiaro. Come potresti, se no, fare ciò che fai? A te piace l'odio, piace la violenza... Il male, sfidare la legge... ti diverte.
Divertente... mormorò J. Sembrava più calmo.
Ma non ti piace l'umanità, specie in questa città. Non ti piace lui...
J rise, tranquillo, annuendo.
E non ti piaccio io.
Berlin distolse un attimo lo sguardo.
Le persone... ti capisco, non ti piacciono. Per questo le uccidi e non ci pensi più, vero? altra pausa.
Sentiva l'attesa del suo amico, e gli effetti che il veleno aveva avuto sugli infermieri... bè, iniziavano a far sentire la loro puzza, là sotto. Berlin non vedeva l'ora di alzarsi e sfuggire a quel fetore. Ma stava bene, lì sul pavimento, con J.
Fa parte del tuo fascino. La rosa è meravigliosa, disse poi, per smorzare l'effetto della battuta che in realtà era un complimento, e questo là dentro lo sapevano tutti e tre. Ringrazia Ivy da parte mia. Grazie della visita, J., sussurrò, cercando di suonare calorosamente gentile, ma nulla di più. Soprattutto non "affettiva".
Si alzò, e tenendo i palmi delle mani verso l'alto, per non doversi concentrare sugli effetti delle flebo strappate, tornò a letto.
Wow, qualcuno avrebbe dovuto decisamente aprire una finestra, in quella stanza.
J non disse niente.
Guarisci presto, ragazzina, le disse il suo vecchio amico. Poi entrò, prese di nuovo J per il bavero, senza preoccuparsi di richiudergli la camicia di forza strappata sulla schiena, e trascinandolo con sé se ne andò, mentre a poco a poco gli infermieri storditi riprendevano conoscenza.






Friday, 2 November 2012

Mon cher monstre, adieu?

Legato al letto con la camicia di forza, bianco su bianco, con qualche benda sporca sul viso, bloccato sulle lenzuola spiegazzate, guarda con la gioia di un carnefice la porta, come sperando che vi entri al più presto qualcuno, per dare inizio alle danze.
Lei è davanti a lui, a un passo dal letto, ma è come se non ci fosse. Lui non la vede, il suo sguardo l'attraversa, fisso come un laser rovente alla porta.
Buonasera, mormora lei, a bassa voce, senza smettere di guardarlo un attimo.
Solo a quel punto, lui si risveglia dal suo incubo ad occhi aperti.
Buonasera, dolcezza. E senza batter ciglio si alza a sedere. La camicia di forza gli cade in grembo, slacciata, e le bende si srotolano scendendogli sul collo come serpi di carta.
Le sorride - lo stesso malefico sorriso che ha dall'inizio, da quando si è risvegliato in quella candida cella.
Lei non si scompone, qualcosa in lei è morto. Pochi attimi prima, qualcosa in lei è morto.
Non gli si avvicina.
Non ha più senso.
Restano a guardarsi, senza sentire il bisogno di parlare, in quella stanza dove il tempo non scorre. Per lui, almeno, non scorre - perché lui non cambierà, non può più farlo. Potrebbe solo morire, o continuare immutato.
Lui non prova niente - se non forse odio, e per una sola persona al mondo.
E non è Berlin la privilegiata.
Non ha bisogno di toccarle, Berlin sente comunque le cicatrici, le sente sempre, anche ora - sotto il pesante giubbotto di pelle, sotto la t-shirt, sotto il reggiseno, quei piccoli puntini, le stimmate di un sentimento da abortire. L'ennesimo. Si sente così vuota, da allora - e la disillusione che l'ha travolta poco fa non fa che rigirare l'ago nella piaga.

Pensava di saperlo già - che lui era un caso clinico. Perché l'aveva dimenticato?

Le cicatrici. Quel sorriso.
Sotto la luce al neon, vide il bianco assoluto della sua pelle. La camicia di forza che era scivolata via aveva lasciato il suo corpo esposto. Non era fragile, non era indifeso, non lo sarebbe mai stato - ma quella era la prima volta che lei lo vedeva... così, senza i suoi strani travestimenti e completi. Adesso aveva davanti a sè il suo petto, le spalle, le braccia nude... vedeva sul suo polso sinistro quel lungo taglio violaceo che entrambi condividevano, le sue mani prive di guanti, il suo fisico asciutto... Berlin era di nuovo avviluppata a lui, il suo spirito almeno - non poteva smettere di guardarlo. Ora lui, per la prima volta... le appariva come un essere umano.
E non era delusione, ciò che questa scoperta le suscitava.
Notare poi sul suo viso i lividi della lotta, i graffi, il labbro tumefatto e spaccato, e comunque sempre piegato in quel suo ghigno enigmatico... Berlin si sentì andare in pezzi, di nuovo - solo che ora se ne accorgeva nel momento stesso in cui ciò accadeva.
Lui si era liberato, eppure nessun infermiere o guardia era accorso.
Erano soli, e sembravano soli in tutto Arkham Asylum.
Perché piangi, piccola? le chiese lui, dopo un'eternità, durante quell'eternità che qualche buon dottore sembrava aver donato loro.
Era piccola davvero. Davanti a lui si sentiva un'illusa bambina, una bambola che lui poteva manovrare a piacere.
Nulla, disse lei asciugandosi le lacrime con la manica, e fece la bimba grande, mentì.
Mi lacrimano per la stanchezza.
Mi fai un po' di posto, così posso riposarmi? chiese poi, facendosi forza - fingendosi forte, sfrontata. Prima che lui potesse fare qualche battuta.
C-certo... rispose lui, colto di sorpresa.
Berlin si sedette accanto a lui, che vide qualcosa di strano nei suoi occhi. Era odio, o crudeltà - non riuscì a capirlo.
Perché lei lo baciò, aggrappandosi a lui, ai suoi polsi - perché la saggezza non potesse portargliela via.
Sentì il sapore ferroso delle sue labbra, il profumo della sua pelle intriso di cloro e disinfettante, la sua liscezza, inquietante e simile a quella di un bambino... tutto le dava alla testa, e ai confini dello svenimento lei continuò, fino a quando non lo sentì reagire, e ricambiare il bacio.
Questo quell'altra lo sa? 
Non perse tempo a chiederselo, ma fu così felice da sentirsi crollare, ancora, e si lasciò andare con la foga di chi combatte una battaglia sapendo che di quella battaglia morirà. Salì su di lui, senza spogliarsi, senza neppure togliersi il maglione - il suo corpo, lui non doveva più vederlo... Si strinse a lui, a occhi chiusi, senza osare guardarlo, e nascondendo il viso nell'incavo del suo collo si morse forte il labbro e non gridò, quando lui entrò dentro di lei, distruggendo la sua innocenza definitivamente.
Si morse il labbro e soffocò le lacrime, serrando le palpebre per trattenerle - lui non doveva accorgersene, oppure...
Nonostante e proprio per tutto quel male continuò, seguendo i suoi movimenti, lasciandosi prendere senza pietà, godendo di quel dolore sapendo cosa significava... Avrebbe pianto, e l'avrebbe fatto ancora, ma ora era con lui, erano insieme - null'altro importava.
Tu no, ma io sì... - ti amo, pensò disperata e felice, col cuore che scoppiava per l'uno e l'altro motivo - un dualismo in più, come avrebbe potuto farle male? Sorrise piangendo e lo abbracciò più forte, mentre lo sentiva venire - lo baciò dove l'aveva morso, quando era entrato, e si lasciò cadere contro di lui, invece che all'indietro sul materasso. Quello, lo sapeva, era il loro (unico e) ultimo abbraccio. Voleva goderselo, per poter ricordare com'era.
Incredibile a dirsi, considerato il soggetto, lui non disse nulla. Restò lì con lei, accoccolata sul suo grembo, a respirare.
Berlin gli fu grata che non avesse infierito - fu quasi dolce, nella sua misericordia, del tutto fuori dal suo personaggio.
Poi qualche passo, studiatamente lento, studiatamente risonante nel corridoio deserto, dissipò quella strana pace.
Buona guarigione, J. Grazie.
Si rialzò tranquilla, come nulla fosse, riuscendo miracolosamente a rimettersi in ordine con una certa eleganza, e senza mai guardarlo davvero. I suoi occhi incrociarono quelli di lui solo quando lei si riavvicinò al letto da cui era sgusciata con disinvoltura (come se trascorresse in simile maniera tutti i suoi tempi morti), e lo baciò a fior di labbra - per l'ultima volta, pensò, e si sentì un poco cadere -, ma fu solo un istante.
Sul volto di lui, solitamente cereo ai limiti della fosforescenza, c'era il rosso della fatica, e lo stupore di una confusione che non gli apparteneva - per quel poco che Berlin ne sapeva.
D'altronde Berlin non si sarebbe neanche mai aspettata che con lei lui facesse... quello...
"Grazie"... ripeté lui, perplesso e un po' a corto di fiato. ...perché?
Lei sorrise, e indietreggiando verso la porta col dubbio di non essersi sistemata bene la gonna, lo salutò con la mano.
Non cercare di capirmi... Impazziresti nel preciso istante in cui tentassi di farlo.
Gli lanciò un'ultima occhiata, senza però vederlo, e se ne andò, sognandolo sorridere.

Monday, 22 October 2012

Bacio orribile

Cazzo, non amo nessuno, pensò.
La luce bianca dello schermo le si rifletteva sul viso, dandole una tintarella spettrale.
Gli occhi grigi restavano immobili, freddi, fissi sul monitor, a contemplare la voragine che aveva dentro - il cratere di un'implosione.
Un tempo le piacevano le bionde, ricordava. Le bionde dal volto ovale, da angelo in esilio, incorniciato da morbidi boccoli inanellati, le labbra disegnate e morbide, come quelle di un gatto - uno Stregatto dal sorriso enigmatico... il seno morbido altrettanto, accennato sotto quegli ampi maglioni irlandesi... Sospirò. Belle da mozzare il fiato, di quella bellezza davanti a cui non puoi fare altro che arrenderti, alzare le mani e restare in rispettoso silenzio. Una bellezza dolce e irraggiungibile, quasi inconsapevole di sè, che le ispirava un calore da squagliarle il cuore. 
Ora, quelle profonde cotte che il cuore glielo tagliavano come lame di luce il burro, in un chirurgico colpo solo, che si impadronivano di lei in meno di un battito, e la lasciavano boccheggiante e a testa spenta, erano altrettanto rapide nel loro svanire. Come stelle filanti in un cielo estivo, non le lasciavano che il ricordo di un desiderio.
Non ho più nulla, non spero più. Eppure continuo a volere - superfluo aggiungere che non scriveva più. Proprio non ci riusciva. Quando ci provava, si accorgeva - ogni volta come se fosse la prima - che stava solo tentando di muovere una parte di lei che, amputata di netto, ormai non c'era più. Certo, a volte quella ferita spandeva un po' di liquido sul foglio, ma era semplicemente un fiotto putrido che le ricordava che l'unica era arredendersi. Come una volta non poteva che cedere alla devastante passione che si propagava in lei come un'infezione, ora avrebbe dovuto issare bandiera bianca alla sua mediocrità.
Era un sepolcro vuoto, quel tempio che una volta era avamposto di Dioniso.

C'era ancora un fantasma, ad infestare quel cimitero in rovina, sì.
Era perfetto, sì: pazzo, guidato nel suo imprevedibile agire mortale dallo squilibrio di una mente scissa tra il sadismo e il caos, sul filo di un rasoio che non esitava mai ad usare, con gli occhi accesi da una luce malvagia, cerchiati del nero di un pozzo senza fondo, e lunghi canini acuminati, e labbra sporche di sangue (finto forse, o chissà), e cicatrici... Sì, era perfetto, con la sua orrenda risata secca e gelida, la voce che era un sussurro e un grido dall'inferno, bianco come il morto che non ha mai visto la luce, caldo e tenero come le lame con cui giocava, da solo... Perfetto, e ora non le suscitava più niente. Perché era lontano, era come come se non ci fosse più.
Neppure quel bacio, quell'orribile bacio, quel primo che lui le aveva dato cucendole gli occhi, nemmeno quel bacio orribile l'avrebbe fatta rivivere, adesso.
Il suo cuore era morto, e quel clown vi abitava da tempo, nutrendosi a tratti della sua anima vuota.

Non era un clown, ma altri lo chiamavano così... per lei era solo il vecchio Joker delle carte.
Non aveva mai immaginato, prima di svegliarsi dall'incubo del mondo reale, che l'avrebbe incontrato, nel mondo reale.

Berlin - come il disco? no, come la città, vecchia storia - non riusciva più ad amare, e stranamente questo la faceva morire più del solito. 
Inchiodata al computer, alla ricerca di una spina che riaccendesse il suo spirito, non sapeva che fare, si lasciava rosicchiare dalla noia.
Pensava a lui, pensava a come l'avrebbe potuto evocare, ma niente risuonava dentro di lei, neanche allora.
Quei chiodi che lanciava nel pozzo, ecco... sprofondavano, senza creare cerchi, nell'acqua.
Pensava a quel bacio, a quello che era seguito, pensava a quell'amore che mai c'era stato, non sentiva lacrime, e più non sanguinava... sul polso lo squarcio si era proprio ben rimarginato. 

Ricordò quand'era stata tra le sue braccia, per un attimo, e lui curandola le aveva sorriso davvero... L'ago che spuntava qua e là trapuntandola, non l'aveva sentito affatto, perché c'era lui, e lui la stava salvando.
Guarda, gli aveva mormorato, appena lui si era avvicinato abbastanza. Lei si stava dissanguando, in quell'angolo buio, e lui era corso da lei, e l'aveva stretta forte. Era quasi sicura che il suo sangue l'avesse sporcato, sì. Lui le aveva sorriso, ed entrambi avevano le lacrime agli occhi - lei non sapeva perché, ma entrambi dovevano aver pianto... Un bacio, lei sviene, e quando rinviene è ancora tra le braccia di lui, ma sta meglio - è viva, ora sa davvero di essere viva... E lui è lì, e ora ci sono i poliziotti, ovunque, decine di agenti intorno a loro, ma loro sono vivi, vivi insieme - è l'unico modo...

Berlin ora piange, ma piange dentro di sè, consumandosi. Come una candela che ha raggiungo il fondo, e fa evaporare la sua stessa cera. Forse, fisicamente insensato.

Ricorda quel bacio, e ciò che si erano detti, prima che loro glielo strappassero...
Come te, aveva rantolato lei, sentendo che in quell'attimo era veramente felice. E gli aveva sfiorato il polso, sorridendo.
Come te, aveva sussurrato lui, posando il proprio polso su quello di lei, appena fasciato.
E le aveva sorriso, ancora, davvero.

Berlin abbassò gli occhi in fiamme sul braccio, che le ricadeva in grembo, come staccato dal suo corpo.
Ricordando che quella notte lui aveva usato un pezzo della propria camicia, per fermare il sangue che da lei si spandeva sul pavimento.
Arrossì. Era stata pratica, quella notte, a scegliere di ferirsi proprio nell'infermeria della clinica.
Altrimenti, a quel punto, sarebbe stata certamente morta, davvero.

Quel taglio che dal polso scorreva fino a metà avambraccio... per loro era come una fede nuziale, pensavano rabbrividendo i servitori della legge, guardando il fiore malsano sbocciato davanti a loro.

Berlin aveva pianto, per giorni, dopo l'alba in cui aveva riavuto la vita, e perso il cuore - per sempre?

La giustizia aveva portato via colui che l'aveva salvata dalla morte che aveva tentato per salvarlo.
La polizia aveva spezzato quella contorta catena di filo spinato arrugginito e ortiche che li punge e legava?
Di sicuro, il suo nemico l'aveva sbattuto in una cella. Da cui lui, per quanto grande, stordito da qualcosa che potendo scegliere mai gli sarebbe piaciuto usare (così innocuo, troppo dolce!), non poteva scappare. Una cella che era una bolla asettica nel nulla, senza colore e senza colore, con le pareti imbottite, e una splendida vista sulla propria solitaria prigionia. Neanche sbarre, pareti impenetrabili. E come giacca da camera, la camicia di forza.

Ah, Arkham.
Ecco dove avrebbe voluto sin da giovinetta passare la luna di fiele.
- Ehm, miele, giusto.
Già, col principe... azzurro... giusto. -

E da quel ricordo, fiorisce qualcosa.
Berlin risorge, ricomincia a sentire qualcosa.
Dal ricordo di quel bacio rifiorisce finalmente il suo dolore.

Lui c'è, c'era ancora. Era dentro di lei, che riprese a sentirlo, ora. 

Lei là, persa nella sua bolla dorata, e lui là, tra le braccia della morte.

In quel nido di neve, l'unico colore è porpora - dei petali della rosa, che lei gli ha mandato.
Con l'augurio di guarire presto.
Un augurio per entrambi, per cui la cura è comune.