Cercando nel labirinto degli specchi
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Monday, 28 April 2025
Friday, 11 April 2025
Saturday, 11 February 2023
Sunday, 23 May 2021
Thursday, 20 February 2020
Putrepassion
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| The fruit is spoiled, This net is red: So close we are I can smell your peel's dead Arance andate a male in una rete di plastica TWS |
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Friday, 6 July 2018
Morte piccola e morte vera
Ma anche, secondo un principio di reciprocità, sofferenza ricevuta, estasi finale in ci la piccola morte si confonde con la morte vera per strangolamento. Di qui la sconcertante escalation delle esperienze in cui Roland s'impegna insieme con Thérèse, e che associano la voluttà e la morte. Lasciamogli di nuovo la parola: "Questo tormento è più dolce che tu non pensi... non sentirai la morte che attraverso inesprimibili sensazioni di piacere. La compressione che questa corda opererà sulla massa dei tuoi nervi incendierà gli organi della voluttà; è un effetto certo....". Roland spinge l'imprudenza fino a farsi impiccare da Thérèse (che lo libera dal cappio in extremis) per verificare personalmente l'intreccio dell'ultimo spasimo e della suprema voluttà. Sade esplicita dunque sino al loro estremo limiti i legami che uniscono Eros e Thanatos, i giuoichi della pulsione erotica e della pulsione di morte.
M. Vovelle, La morte e l'Occidente. Dal 1300 ai giorni nostri,
Biblioteca Storica Laterza, Bari 2000, p. 248
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Friday, 29 June 2018
Briar Rose and Snow White
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| Bacio da fiaba TWS |
N.B.
Entrambe le principesse sono tratte da coloring pages ritraenti la scena in cui giacciono morte/addormentate;
da ciò i tag.
Aurora viene da hellokids.com ; Biancaneve da colorinpages7.com - thx
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Monday, 6 June 2016
Se il tuo break è... la fotografia post mortem
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| #corpse-immortalizing TWS |
(la foto iniziale, "Se il tuo break è... fotografare cibo", viene da http://ink361.com/app/users/ig-1122274534/mariaiardino/photos - danke)
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Tuesday, 24 February 2015
La coulrofobia nell'arte (Salomé bacia la testa di un clown decapitato)
A. Beardsley ft. TWS: The Beheaded Clown Climax (clown's wig and red nose + The Climax, from Beardsley's illustration for Wilde's Salome, 1894) |
Thursday, 12 December 2013
Friday, 22 November 2013
Fata bacata
Tuesday, 23 July 2013
Mantide amorosa
...E mentre scopa ti mangia il cuore
- ma com'è bello farci all'amore!
Le ossa scricchiolano, la voce è rotta
- ma te lo meriti, sei una falsa bigotta.
Gli arti si spezzano, il dolore cresce,
Lacrime e vino Cupido mesce.
Gli occhi scoppiano, le arterie si aprono
Sotto il suo tenero tocco di trapano.
La stringi forte, ti lasci andare
- pensi "berrò, per non dimenticare".
L'amore è saggio, l'amore è paziente
- l'amore ride e ti fa a pezzi per niente.
Staccati e ascolta, non tutto è perduto:
Non sai dei morti che han di lei goduto?
Se nell'amplesso non vuoi trapassare,
Dritta all'Inferno dovresti andare!
Saturday, 13 July 2013
due cuori e una siringa
Wednesday, 10 July 2013
resti freddi
Saturday, 6 July 2013
Il bacio della buonamorte
Wednesday, 29 May 2013
Partnership non umana
A volte scopiamo.
A volte viene da me, e dentro di me. Il tempo passa piano, in quelle volte.
In quelle volte - capitano di rado... troppo di rado - mi bacia sulla bocca, poi mi spoglia, quel che basta per entrare... ed entra. In quelle volte, io non devo fare niente. Lui si muove. Io sto lì con le gambe aperte, e sento il suo affare che si fa largo dentro di me.
Non mi guarda in faccia, quando capitano quelle volte. Sento il suo fiato sul collo, e tutto ciò vedo è il cuscino. Poi, qualche decina di minuti di colpi di reni, ed è fatta. Quando finisce mi lascia un fazzoletto di seta per pulirmi - ma lui sparisce.
Mi scopa per tre quarti d'ora, e quand'ha finito rotola via da me, e uccide il primo che passa.
Lo pagano molto, per uccidere il primo che passa.
Ogni volta, quando ha finito, rotola fuori da me, si stende su un fianco, si accende una sigaretta, e fumando si alza. Si affaccia alla finestra, e guarda. Poi un colpo esplode, un altro, e l'odore di fumo si propaga ovunque.
Io mi rivesto, e intanto la gente per strada urla Oh mio Dio!, e chissà che altro. Non vi dico quante volte questo genere di esclamazioni mi ha fatta sentire grassa, o poco piacente.
Intanto lui continua a fumare - anzi, è la sigaretta che fuma. Lui se ne sta alla finestra, ancora in mutande, e col suo bel viso da sacerdote re contempla la scena che infuria per strada, e sorride. E anche se in quei momenti ha appena finito, con me, quel sorriso non fa che farmi tornare la voglia di essere presa da lui.
Il che è fuori questione, perché ormai l'angelo della morte ha fatto il suo volo, e non tornerà fino a quando non glielo dirà il suo dio.
A volte mi sbatte.
Ma capita solo quando il suo dovere chiama.
Non mi guarda negli occhi, non mi bacia la bocca, non sorride e non parla. Neanche mi tocca. Entra e basta, e io sanguino, ogni volta. Per giorni - a lui piace. A lui piace, se piango, durante. Gli piace schiacciarmi contro il muro, farmi soffocare nel cuscino, gli piace bendarmi e scopare. Non parla, non mi accarezza, non mi ama. Mi prende e basta. Quando il suo dovere chiama.
Io lo accetto, perché lo amo - mi lascio usare, mentre lui chissà cosa trama.
Credo proprio che la nostra non sia una partnership granché umana.
Mi concedo solo di guardare il suo sorriso, quando lui non guarda - e lasciarmi andare. Si sanguina meglio, e più in fredda, se non ci si fa impressionare.
Ho ancora la cicatrice a croce della nostra prima volta.
È bella, e ogni notte mi fa sognare.
Monday, 6 May 2013
donare uno scheletro a una farfalla
Nessuno pensa mai a quanto facile sia essere la vittima.
Ogni relazione è binaria, è squilibrata, composta da un polo che soffre, e da quello che lo fa soffrire. Non c'è equità in amore e in guerra - e se nella seconda si può sempre tentare la corsa agli armamenti, nel primo la speranza di una guerra fredda è utopica. In ogni rapporto si piange.
Ma tutti dimenticano che non è solo l'erastes, quello più preso, l'amante-e-non-l'amato, colui che spasima, a patire.
Essere amati è trattare male - perché l'unico gesto giusto da fare in amore sarebbe ricambiare. Un'eventualità che, se anche si verificasse, non cancellerebbe mai la disparità tra i due "sentire". C'è sempre chi ama di più, e soffre per questo. Perché come dimostra il sesso l'amante ricerca la fusione perfetta, desidera unirsi all'altro e risolvere ogni disparità naturale in un sudato, riposato androgino.
Ma se anche un tempo forse siamo stati pari, uniti e bilanciati in un solo ente così perfetto da spaventare gli dei, comunque poi Zeus ci ha tagliati a metà.
...è facile essere la vittima - facile, non divertente, per carità - perché in quel ruolo si è innocenti. Si è giustificati. Si è compatiti, coccolati, santificati e salvi.
Il carnefice invece, per quanto involontariamente possa peccare, comunque lo fa - sbaglia, ferisce, si attira l'odio e la colpa, e subisce l'obbligo di espiare.
Ma ferire chi ci ama è la crudeltà somma - è come cavare il cuore a un bambino che ci abbraccia e ci dà un bacino sulla guancia, perché non aspettava altri che noi.
Alzi la mano chi perdonerebbe un infanticida a sangue freddo.
Innamorarsi è mettere un machete in mano ad un robot epilettico impostato alla massima velocità, appoggiandosi alla gola la punta della lama.
Amare e non essere ricambiati è appoggiare la punta della lama che il robot tiene in mano in corrispondenza dello proprio stomaco, e spingercisi contro girirandola in tutte le direzioni, avanti e indietro, secondo le varie velocità della macchina.
Essere amati e non ricambiare è essere il robot, avere il machete in mano, ed attivarsi proprio nel bel mezzo di una crisi, macellando il povero innocente che si ha davanti, senza conoscere le istruzioni per potersi fermare.
L'amore è dolore, meglio il cioccolato.
Tuesday, 30 October 2012
Heart full of holes
La vidi appena entrai.
Il bar era strapieno, eppure lei spiccava comunque, nonostante il trench e i capelli legati in uno chignon basso, tipico look della brava ragazza che non vuole essere importunata.
Mi avvicinai titubante, senza sapere esattamente cosa stessi provando, e notai che mi notò quando il mio riflesso apparve sulla lucida superficie del suo bicchiere vuoto. Un bicchiere da Martini - era una di classe, lei.
Ciao! esclamò, voltandosi in fretta nella mia direzione, e rivolgendomi un timido sorriso, che voleva essere caloroso e accogliente, ma si rivelava soprattutto come imbarazzato.
Cazzo, pensai io. Yo, dissi invece, totalmente a random. Era bellissima.
Sul genere Claudia Schiffer - Quistis di Final Fantasy VIII, il tipo di bionda bellezza sofisticata che può incarnare perfettamente lo stereotipo della professoressa sexy (prof universitaria, naturalmente). Il genere di donna fatta per i tailleur e lo Chanel n.5... con in più in dotazione un grosso paio di tette, un fisico da sballo e degli occhi verdi che più verdi non si può. Una 10/10, poche storie.
La canzone che echeggiava flebilmente in sottofondo dal vecchio juke box scassato, Jolene, risultava ironicamente, tragicamente azzeccata.
10... mormorai, persa nella contemplazione di tanto splendore.
Ehm... cosa? chiese lei, aggrottando le sopracciglia sottili, che disegnavano perfettamente l'ala di una gabbiano.
Dieci, ripetei a voce più alta, nel casino di quel bar fumoso, bicchierini, aggiunsi, salvandomi in corner.
Sul bancone davanti a lei c'erano giusto giusto dieci bicchieri da shot, precisamente disposti uno accanto all'altro, a formare il corpo di un lungo bruco di vetro.
La guardai negli occhi, curiosa. Li ha svuotati tutti lei? mi chiesi, con ammirazione.
La donna che mi aveva fatto nera pochi giorni prima, per motivi sconosciuti, iniziava a starmi quasi simpatica.
Una fitta mi riportò alla realtà, ricordandomi che non saremmo mai state amiche, probabilmente. Lei mi aveva attaccato con cognizione di causa. Era una psicologa. Aveva decifrato la mia anima - non che ciò che l'aveva turbata fosse stato particolarmente difficile da leggere tra le righe dei miei contorti a parte, voglio dire, c'era arrivato pure il mio autonominatosi tutore, e senza che proferissi verbo. Sia a lui che a lei, la dottoressa picchiatrice, era bastato guardarmi negli occhi mentre uscivo da quella deliziosa stanza imbottita.
Oh, già, fece lei, arrossendo un po'. Mea culpa. A mia parziale giustificazione posso direi che erano ottimi, davvero ben preparati.
Dai cristalli di zucchero sparsi per il bancone davanti a lei, e soprattutto per il fondo verde che ancora s'intravedeva nei bicchierini, gli shot dovevano essere stati a base di assenzio. Assenzio puro, visto il locale - il barista, un orco sui sessant'anni grosso e peloso, non sembrava particolarmente incline a sbizzarrirsi in drink fantasiosi.
Alzò la borsa (non feci in tempo a osservarla per poter ipotizzarne la costosissima firma) per lasciarmi il posto sullo sgabello accanto al suo, e io accolsi il suggerimento. Così mi piazzai lì, nel covo nel nemico, accanto alla donna che aveva lasciato chiaramente intendere che sarebbe stata lieta di donarmi personalmente un'isterectomia gratuita senza anestesia, appena pochi giorni prima. Avevo ancora qualche livido sul costato - dove non avrei mai pensato che ci si potesse procurare lividi, ah, beata innocenza.
Bevi sempre così forte? chiesi, scherzando, o forse per una piccola vendetta.
Solo da quando ho scoperto la tua esistenza, rispose lei, evidentemente senza riflettere, in un sibilo velenoso.
Lei aveva in comune con lui molti più tratti di quanti ne avessi io, così pareva.
Desolante - anche se in fondo mi aspettavo di uscire sconfitta, dal confronto con una puledra purosangue come quella (devo smettere di frequentare i carcerati, pensai come promemoria).
Poi la dottoressa dall'angelica bellezza arrossì, di nuovo, e abbassò gli occhi. Scusa, sussurrò, e sembrava sinceramente dispiaciuta.
Non sapevo come rispondere, quindi lasciai correre, e mi preparai alla resa. La mia, resa.
Non ordinai nulla, sperando che le numerose consumazioni già pagate (speravo anche questo) dalla mia amica bastassero a giustificare anche il mio posto a sedere, per evitare di avere motivo di trattenermi più a lungo di quanto bastava per infliggermi il più grande autogol della vita, e scappare a casa a piangere fino ad addormentarmi.
Senti...
Non c'eravamo neanche presentate, ma presentivo fortemente che nessuna delle due ci tenesse particolarmente a farlo.
Presi un respiro profondo e sputai il rospo.
Il rospo che una minuscola... non così minuscola, dolente parte di me aveva sin da principio sperato che potesse diventare per lei principe.
Non hai motivo di farti... questo... di fare così per me. Cioè, per... lui. Hai capito no? Io non... sono solo una... cosa? cosa diavolo ero? ammiratrice... ecco. "wannabe-groupie", ammettiamolo. No, non era il momento di ammetterlo, né quel momento ci sarebbe mai stato... era il momento di sopprimere tutto, di ficcarlo in una tomba e dargli fuoco, fino a cancellarne ogni tracca. Forse i maiali...? Non abbiamo una storia. Non so cos'abbiate voi, ma io non sono nulla per lui, solo una curiosa.
Come chi si affolla sulla scena del crimine per vedere le sagome tracciate col gesso! commentò lei, genuinamente divertita da quella che da parte mia era stata un'amara presa di consapevolezza. Che, non so perché, mi aveva appena incrinato il cuore, riempiendolo di crepe.
O allo zoo... feci io, distratta dal dolore che sentivo in un qualche punto della cassa toracica.
Bé, tagliai corto, ecco. Tutto qui. Comprendi? Io vado, buonase-
Lei mi afferrò per la manica, trattenendomi vicino a lei.
Sei davvero carina, disse guardandomi dritta negli occhi, ipnotica. Era cambiato qualcosa in lei.
E molto dolce.
Il suo tono si era fatto materno, intenerito, ma il suo sguardo aveva qualcosa...
Mi risedetti, perché, come nella nostra rissa passata, anche allora dalla sua stretta non riuscivo proprio a liberarmi. Era anche più forte di me, non solo più bella e più formosa. Lei aveva... tutto.
Stavo per ringraziarla, quando lei mi stampò un bacio sulla bocca.
Un lungo bacio appassionato, ma elegante, senza affondare di lingua o staccarmi il labbro a morsi. Indugiò per quelli che parvero minuti sulle mie labbra, in una calda, avvolgente pressione, sfiorandomi il petto, la mia seconda scarsa, col suo seno enorme. Sapeva di miele, o di vaniglia, o di entrambi, non riuscivo a capire - a volte sentivo una nota lieve d'anice, l'assenzio che doveva aver bevuto prima.
Si fermò un attimo, separandosi da me lentamente, appena, sporgendosi ancora in avanti, per sussurrarmi qualcosa all'orecchio - mentre tutti i miei sensi erano concentrati sul contatto del suo corpo contro il mio -, in una maniera provocante che nulla aveva a che fare con l'aria virginale e sofisticata sfoggiata prima.
Capisco perfettamente, che tu l'abbia colpito così... Sei un soggetto interessante, Berlin... Wayne.
Aggiunse il cognome che non era mio con disprezzo, una punta di derisione nel suo tono da Jessica Rabbit.
E mi baciò di nuovo, mordendomi, sul collo, mentre infilava la sua mano, quella che non mi stringeva una coscia, tra i bottoni della camicetta.
Non capii a cosa si riferisse, per quanto facile fosse. Non capivo nulla.
Non sentivo più il mondo attorno a noi, che era come se si fosse fermato attonito - e forse era davvero così, vista la predilezione dei camionisti della città per gli show lesbo. Quando le sue dita, avvolte da lunghi guanti viola, dello stesso suo viola, arrivarono sotto il mio reggiseno, quando il suo tocco si fece più forte... allora realizzai cosa mi stava succedendo.
Ah! riuscii solo a gridare, un grido leggero, smorzato dallo stordimento.
Qualche gocciolina minuscola mi schizzò sulla camicia, ma, nera com'era, nessuno se ne accorse.
...Davvero interessante... principessina. Per un secondo, la stanza, troppo calda, troppo fosca, troppo affollata, mi vorticò attorno.
Poi crollai, tra le braccia di colei che mi aveva trafitto il cuore.
Mi ero punta col fuso, maledizione.
Il bar era strapieno, eppure lei spiccava comunque, nonostante il trench e i capelli legati in uno chignon basso, tipico look della brava ragazza che non vuole essere importunata.
Mi avvicinai titubante, senza sapere esattamente cosa stessi provando, e notai che mi notò quando il mio riflesso apparve sulla lucida superficie del suo bicchiere vuoto. Un bicchiere da Martini - era una di classe, lei.
Ciao! esclamò, voltandosi in fretta nella mia direzione, e rivolgendomi un timido sorriso, che voleva essere caloroso e accogliente, ma si rivelava soprattutto come imbarazzato.
Cazzo, pensai io. Yo, dissi invece, totalmente a random. Era bellissima.
Sul genere Claudia Schiffer - Quistis di Final Fantasy VIII, il tipo di bionda bellezza sofisticata che può incarnare perfettamente lo stereotipo della professoressa sexy (prof universitaria, naturalmente). Il genere di donna fatta per i tailleur e lo Chanel n.5... con in più in dotazione un grosso paio di tette, un fisico da sballo e degli occhi verdi che più verdi non si può. Una 10/10, poche storie.
La canzone che echeggiava flebilmente in sottofondo dal vecchio juke box scassato, Jolene, risultava ironicamente, tragicamente azzeccata.
10... mormorai, persa nella contemplazione di tanto splendore.
Ehm... cosa? chiese lei, aggrottando le sopracciglia sottili, che disegnavano perfettamente l'ala di una gabbiano.
Dieci, ripetei a voce più alta, nel casino di quel bar fumoso, bicchierini, aggiunsi, salvandomi in corner.
Sul bancone davanti a lei c'erano giusto giusto dieci bicchieri da shot, precisamente disposti uno accanto all'altro, a formare il corpo di un lungo bruco di vetro.
La guardai negli occhi, curiosa. Li ha svuotati tutti lei? mi chiesi, con ammirazione.
La donna che mi aveva fatto nera pochi giorni prima, per motivi sconosciuti, iniziava a starmi quasi simpatica.
Una fitta mi riportò alla realtà, ricordandomi che non saremmo mai state amiche, probabilmente. Lei mi aveva attaccato con cognizione di causa. Era una psicologa. Aveva decifrato la mia anima - non che ciò che l'aveva turbata fosse stato particolarmente difficile da leggere tra le righe dei miei contorti a parte, voglio dire, c'era arrivato pure il mio autonominatosi tutore, e senza che proferissi verbo. Sia a lui che a lei, la dottoressa picchiatrice, era bastato guardarmi negli occhi mentre uscivo da quella deliziosa stanza imbottita.
Oh, già, fece lei, arrossendo un po'. Mea culpa. A mia parziale giustificazione posso direi che erano ottimi, davvero ben preparati.
Dai cristalli di zucchero sparsi per il bancone davanti a lei, e soprattutto per il fondo verde che ancora s'intravedeva nei bicchierini, gli shot dovevano essere stati a base di assenzio. Assenzio puro, visto il locale - il barista, un orco sui sessant'anni grosso e peloso, non sembrava particolarmente incline a sbizzarrirsi in drink fantasiosi.
Alzò la borsa (non feci in tempo a osservarla per poter ipotizzarne la costosissima firma) per lasciarmi il posto sullo sgabello accanto al suo, e io accolsi il suggerimento. Così mi piazzai lì, nel covo nel nemico, accanto alla donna che aveva lasciato chiaramente intendere che sarebbe stata lieta di donarmi personalmente un'isterectomia gratuita senza anestesia, appena pochi giorni prima. Avevo ancora qualche livido sul costato - dove non avrei mai pensato che ci si potesse procurare lividi, ah, beata innocenza.
Bevi sempre così forte? chiesi, scherzando, o forse per una piccola vendetta.
Solo da quando ho scoperto la tua esistenza, rispose lei, evidentemente senza riflettere, in un sibilo velenoso.
Lei aveva in comune con lui molti più tratti di quanti ne avessi io, così pareva.
Desolante - anche se in fondo mi aspettavo di uscire sconfitta, dal confronto con una puledra purosangue come quella (devo smettere di frequentare i carcerati, pensai come promemoria).
Poi la dottoressa dall'angelica bellezza arrossì, di nuovo, e abbassò gli occhi. Scusa, sussurrò, e sembrava sinceramente dispiaciuta.
Non sapevo come rispondere, quindi lasciai correre, e mi preparai alla resa. La mia, resa.
Non ordinai nulla, sperando che le numerose consumazioni già pagate (speravo anche questo) dalla mia amica bastassero a giustificare anche il mio posto a sedere, per evitare di avere motivo di trattenermi più a lungo di quanto bastava per infliggermi il più grande autogol della vita, e scappare a casa a piangere fino ad addormentarmi.
Senti...
Non c'eravamo neanche presentate, ma presentivo fortemente che nessuna delle due ci tenesse particolarmente a farlo.
Presi un respiro profondo e sputai il rospo.
Il rospo che una minuscola... non così minuscola, dolente parte di me aveva sin da principio sperato che potesse diventare per lei principe.
Non hai motivo di farti... questo... di fare così per me. Cioè, per... lui. Hai capito no? Io non... sono solo una... cosa? cosa diavolo ero? ammiratrice... ecco. "wannabe-groupie", ammettiamolo. No, non era il momento di ammetterlo, né quel momento ci sarebbe mai stato... era il momento di sopprimere tutto, di ficcarlo in una tomba e dargli fuoco, fino a cancellarne ogni tracca. Forse i maiali...? Non abbiamo una storia. Non so cos'abbiate voi, ma io non sono nulla per lui, solo una curiosa.
Come chi si affolla sulla scena del crimine per vedere le sagome tracciate col gesso! commentò lei, genuinamente divertita da quella che da parte mia era stata un'amara presa di consapevolezza. Che, non so perché, mi aveva appena incrinato il cuore, riempiendolo di crepe.
O allo zoo... feci io, distratta dal dolore che sentivo in un qualche punto della cassa toracica.
Bé, tagliai corto, ecco. Tutto qui. Comprendi? Io vado, buonase-
Lei mi afferrò per la manica, trattenendomi vicino a lei.
Sei davvero carina, disse guardandomi dritta negli occhi, ipnotica. Era cambiato qualcosa in lei.
E molto dolce.
Il suo tono si era fatto materno, intenerito, ma il suo sguardo aveva qualcosa...
Mi risedetti, perché, come nella nostra rissa passata, anche allora dalla sua stretta non riuscivo proprio a liberarmi. Era anche più forte di me, non solo più bella e più formosa. Lei aveva... tutto.
Stavo per ringraziarla, quando lei mi stampò un bacio sulla bocca.
Un lungo bacio appassionato, ma elegante, senza affondare di lingua o staccarmi il labbro a morsi. Indugiò per quelli che parvero minuti sulle mie labbra, in una calda, avvolgente pressione, sfiorandomi il petto, la mia seconda scarsa, col suo seno enorme. Sapeva di miele, o di vaniglia, o di entrambi, non riuscivo a capire - a volte sentivo una nota lieve d'anice, l'assenzio che doveva aver bevuto prima.
Si fermò un attimo, separandosi da me lentamente, appena, sporgendosi ancora in avanti, per sussurrarmi qualcosa all'orecchio - mentre tutti i miei sensi erano concentrati sul contatto del suo corpo contro il mio -, in una maniera provocante che nulla aveva a che fare con l'aria virginale e sofisticata sfoggiata prima.
Capisco perfettamente, che tu l'abbia colpito così... Sei un soggetto interessante, Berlin... Wayne.
Aggiunse il cognome che non era mio con disprezzo, una punta di derisione nel suo tono da Jessica Rabbit.
E mi baciò di nuovo, mordendomi, sul collo, mentre infilava la sua mano, quella che non mi stringeva una coscia, tra i bottoni della camicetta.
Non capii a cosa si riferisse, per quanto facile fosse. Non capivo nulla.
Non sentivo più il mondo attorno a noi, che era come se si fosse fermato attonito - e forse era davvero così, vista la predilezione dei camionisti della città per gli show lesbo. Quando le sue dita, avvolte da lunghi guanti viola, dello stesso suo viola, arrivarono sotto il mio reggiseno, quando il suo tocco si fece più forte... allora realizzai cosa mi stava succedendo.
Ah! riuscii solo a gridare, un grido leggero, smorzato dallo stordimento.
Qualche gocciolina minuscola mi schizzò sulla camicia, ma, nera com'era, nessuno se ne accorse.
...Davvero interessante... principessina. Per un secondo, la stanza, troppo calda, troppo fosca, troppo affollata, mi vorticò attorno.
Poi crollai, tra le braccia di colei che mi aveva trafitto il cuore.
Mi ero punta col fuso, maledizione.
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