Cercando nel labirinto degli specchi

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Friday, 8 January 2016

Pagliaccio seduto senza testa

Ho visto una statuina di clown su Ebay, e l'ho un po' ritoccata
TWS

non ho più ritrovato l'immagine originaria, scusate! Sicuro è che aveva una foto in mano e la testa al suo solito posto

Monday, 24 August 2015

Defacing paper models

*uerlain te**cotta eint
TWS

(minimodelle da un catalogo Yamamay, cartellone pubblicitario di Guerlain - merci!)

Thursday, 5 February 2015

clownsploitation












#clownsploitation

TWS

(It's just a joke.
In order to cure my misocoulria.
I do not hate clowns - except the killing ones.)

(in a random order 
- and about some sources I took the material from I'm not certain, 
it's been a long time since I found them and assemled them: 
clown's head from Zippity Do Da clowns! found on pinterest.com, guillotine front view from dreamstime.com ; clown with pointy hat from circustoon.com, syringe vector from vectorstock.com ; clown on the saw from clipart-finder.com, saw from clker.com - I think - ; clown sitting on the ducking stool from clipartof.com, ducking stool from etc.usf.edu ; monocycle from gilby.com, saw from creativenerds.co.uk ; clown near the mine from olddesignshop.com, landmine from Google patent drawings - I think - ; drummer clown from plus.google.com/akanksha biruli, sea bomb from shutterstock.com;  clown carring a broken signal from gopix.co. target from clipartsfree.com; Pulcinella from vintage Maccheroni Pianigiani poster found on polyvore.com, pear of anguish from rawjustice.com - I think - ; clown with rings from 123rf.com, woman on the Judas' cradle from flickr.com 
- thank you very much!)

Sunday, 11 January 2015

We need not fear the clowns

The clown is not exactly human. With respect of our norms for the average human, the clown is either too fat or too tall, too thin or too short. His mouth is painted to appear exaggeratedly large and his eyes and head are often too small. He is a misproportioned human. Nor are his cognitive skills near the norm; generally he is too stupid. And his body can also take abuse that no actual person could. He can be hit on the head with a sledge hammer and suffer no more than a dizzy swoon where the rest of us would be hospedalized with a concussion. He takes falls with abandon and always pops up for another slam. It is as if his bones were made of rubber. Instead of breaking, they snap back into place. 
It's because the clown is marked as so ontologically different from us - expecially in terms of his imperviousness to bodily harm - that we have no fear for his life and limb. We can laugh at the way in which his body with his incongruities taunts our concept of the human, because the mayhem the clown engages is nonthreatening. We need not fear for the clown; nor, in the standard case, need we fear clowns. They are, for the most part, benign. Thus, though monstrous, clowns and the other denizens of slapstick incur no horror, since no genuine harm will result in or from their shenanigans.

from N. Carroll, What Mr. Creosote Knows about Laughter
in Monty Python and Philosophy, Open Court, Chicago 2006, pp. 31-32

Friday, 25 April 2014

My boo

Evil clown wants his balloon back

TWS
(children from www.shutterstock.com ; evil clown too - thx)

Friday, 14 February 2014

Love, It's in the air

Loving It
TWS

(heart balloons from www.tatoobild.com ; Pennywise taking a shower from www.grizzlybomb.com - thank yo...ugh)

Monday, 24 June 2013

red nose mudflap



Clowns ruin everything
(pin-up circense)


TWS

meep-meep!




(mudflap girl from www.autoblog.com, again - thanks!)


N.B. non odio la categoria dei clown in sé. Non ho nessun problema coi pagliacci... proprio con nessun pagliaccio, eccetto uno - l'unico al quale i miei coulrolavori sono riferiti.

Sunday, 23 June 2013

Cou!rophobia



Trauma





TWS








P.S.: DO NOT HARM CHILDREN.
If you wanna harm someone, harm yourself and die bleeding, please.






(former clown's coloring page from www.coloringme.com - merci!)


Sunday, 25 November 2012

Heartless party (no love party)

Quel cuore, avvolto nella carta insanguinata. Quella lettera. Un invito.
La luce al neon che viene e che va, volti che scompaiono in un battito di ciglia.
Lei continua a camminare, stringendo tra le mani la lettera scarlatta. Intorno la gente balla, appare e svanisce.
La musica continua, sempre la stessa. Le casse sparano vibrazioni che la attraversano. Tutto il suo corpo vibra. Tutti quei corpi sudati che si accalcano nel buio. Qualche flash rischiara l'oscurità, ma è solo un momento. Poi tutto ripiomba nel caos. Nessuno sembra notare gli altri, ognuno balla per sé.
Pillole bianche che piovono dal cielo. Apre la mano, e nel palmo gliene cade una, sulla pelle macchiata dal sangue. Sente l'odore del ferro, quando riapre il pugno, e guarda la pillola. Un largo sorriso che la sua stretta ha tinto di rosso. La musica s'interrompe. Il cuore ricomincia a batterle.
Sta scendendo negli inferi.
Una gatta in latex le piroetta davanti, poi un altro lampo, e scompare.
Le pillole ricominciano a grandinarle addosso. Sono come Smarties, di un unico e solo colore.
La chitarra riprende a suonare.
Il mondo è ipnotizzato.
Ora lei sente solo quei suoni, la musica e il tonfo assordante del proprio cuore.
Delle note di piano, ogni tanto. Ma che cazzo...
E poi di nuovo la chitarra.
Un suono così acido, distorto e vorticoso...
Il vestito inizia a farle caldo, troppo caldo. I brividi le danno una strana energia.
Vorrebbe strapparsi gli abiti di dosso, e farlo.
Stringe la lettera lorda di sangue, e anche quella sola stretta le dà piacere.
Il cuore è ancora a casa, a marcire.
Si morde il labbro, e continua a cercare.
Una scala. Di metallo, a chiocciola, a precipizio da quel piano verso un abisso.
Ragazzi che scopano tra loro, tutti attorno.
Lei scende.
Si sente cadere, è come cadere, si afferra alla ringhiera e continua a scivolare.
La musica vive per lei che non ha più voglia di pensare.
Nessuno la ferma.
Nessuno la vuole toccare.
L'ultimo gradino - dopo non potrà più risalire.
Alza gli occhi verso il piano che ha appena attraversato. Oltre quel pavimento di vetro, vede tutti quegli sconosciuti baciarsi, strusciarsi, bagnarsi e ballare.
Lassù, tutta quella carne calda, quel fetore di sudore.
Laggiù, invece, non c'è niente. Solo il buio della notte, il freddo.
Quella canzone sembra non finire mai.
Un attimo e il cuore sospende il suo battito.
I suoi piedi toccano il suolo - è fuori, lontana dalla festa.
Qualche pasticca cade sui gradini alle sue spalle, tintinnano sul metallo fresco.
Una caramella verde acido le rotola vicino, fermandolesi davanti.
Quel sorriso, sul verde risplende. 
Il suo cuore le scoppia.
Respira a fondo, e l'aria ghiacciata e pungente le trapassa i polmoni come una nuvola di spilli.
Stringe le cosce, per un secondo senza fiato.
Piacere.
Quella ricerca la sta riempiendo fino all'orlo di... piacere.
Ancora un passo, e se non troverà ciò che cerca... esploderà.
Si schiaccia la lettera spiegazzata e sporca sul seno, e i suoi occhi si chiudono.
Un battito.
Li riapre e vede di fronte a lei quel sorriso.
Un respiro - un sospiro, non geme ma le manca poco... Il sorriso è scomparso, restano solo i mattoni umidi delle pareti in cui la festa è imprigionata.
Cala il silenzio, là sopra di lei.
Altre note di piano, una malinconia delicata di pace... Sta per abbandonare ciò che cerca. E poi la chitarra riprende. Ora sente anche la batteria. Non può più aspettare.
Corre, corre fino a schiantarsi contro quel muro. Si getta la pillola che le ha mandato il cielo alle spalle, e con i pugni batte ovunque, colpisce tutti i mattoni, per cercare una porta. Il buio la avvolge ma lei non ha bisogno di vedere. Striscia lunghi i muri, un'ombra che si confonde in tutto quel nero... colpisce sempre più forte, finché non sbatte contro la porta, e la sua disperazione può calare. Un altro pugno, una spallata, e cade in quella tana dove non si sarebbe mai dovuta trovare.
E cade, cade, continua a cadere, cammina o scivola o finisce per inciampare... forse è un corridoio, forse un'altra scala... lei va avanti, il suo vestito si impiglia e si strappa... come una principessa tra i rami della foresta oscura. Qualcosa le graffia qualcosa, lei vede rosso, ma non si ferma... poi le gambe le cedono, ancora, e precipitando urta e apre l'ultima porta... atterra, in ginocchio, su un terreno di schegge e di polvere. Le luci si accendono, o è una lampadina sola... un fulmine, un tremito elettrico, e in quella scarica lei ritrova il suo amore.
Inginocchiata e sbucciata, col vestitino lacero che tremola nel respiro di una corrente fredda che non si può spiegare... tiene ancora salda la lettera, che non si può più macchiare.
Mi dispiace che ti sia stato fatto del male, dice il biglietto, che lei non riesce a lasciare.
Chissà che non ti possa curare.
E l'indirizzo di quell'inferno.
Ma lei è lì, al suo cospetto, a offrirgli ancora, in tributo, il suo cuore spezzato.
La luce torna ancora, solo per poterglielo mostrare.
Senza trucco.
Lui, solo.
Lei non lo può più lasciare.
Si rialza, barcolla verso di lui. Le gambe, le braccia, tutto le fa male.
Gli cade addosso. Un silenzio.
Non riesce a smettere di guardarlo. Non riesce a pensare.
Là dove un tempo c'era il suo cuore... ora si sente solo bruciare.
Lui le scosta i capelli dal viso, sposta le ciocche che le ricadono sul petto. Le allenta il corsetto. Solo un po'. Per guardare.
I buchi degli aghi le hanno lasciato il loro segno.
La firma di qualcuno che l'aveva voluta fermare.
Le sue dita. La sfiorano. Toccano piano quei segni, uno per uno, li contano.
Lei trema. Di più, vorrebbe... di più.
Le sue mani non hanno i guanti.
Lei si sente scoppiare.
Mi dispiace...
La sua voce la uccide.
Non basta, non fa che alimentare... il bisogno pauroso che ormai lei sente di lui.
Lo guarda, e basta. Non parla, ogni cosa che vorrebbe dirgli... le muore in gola. Come dovrebbe morire tutto il resto.
Gli stringe la mano che conta le sue cicatrici, con le dita incrostate del succo del cuore che lui le ha mandato.
Almeno ora... sussurra lui, la tensione che sprigiona la sua voce ora più lieve del solito.
Non si sente più la musica... ma lei si sente comunque ancora vibrare.
So... qual'è il punto... perfetto.
La sua mano ricambia la stretta.
Lei sente la propria anima implodere, e uscirle a fiotti dalle orecchie.
Lo guarda, e basta. Negli occhi.
Schiude le labbra, per dire qualcosa. Lo sguardo di lui si sposta sulla sua bocca, in sospeso.
Lassù, alla festa, la chitarra riattacca, ancora.
Lei si alza, solleva la testa.
Lui le stringe più forte la mano - le loro dita sono ancora intrecciate sul suo reggiseno scoperto.
Poi le loro labbra si scontrano, di colpo, e ricomincia il bacio di tanto... troppo tempo prima.
Eri... vergine, vero? le chiede.
Lei abbassa gli occhi, e annuisce. Scusa, non dovevo..
Già. A me... non piace, lo sai?
Lei annuisce ancora.
Un atto ridicolo... che fa impazzire gli esseri umani. osserva, alzando le spalle.
Però... con te... le sue dita scorrono scorrono sotto la sua gonna, sfiorando il bordo delle mutadine. Perversamente... mi piace, conclude, abbassandogliele, all'improvviso.
Lei alza di nuovo lo sguardo, sorridendo, con aria di sfida.
Forse perché... io non sono un essere umano.
Lui ghigna. No, non lo sei. e la bacia di nuovo.
Nel buio lei riesce a intravedere solo il suo viso, ma non le serve altro.
Non sa dove siano, non sa su cosa siano appoggiati...
Ma non ci pensa, mentre lui la alza e fa scambio con lei di posto, facendola sedere... al bordo di quel trono... Le alza le braccia sopra la testa, e poi le apre il corsetto, senza smettere di guardarla e sorridere... lei osserva la luce inquietante nei suoi occhi, nell'imprevedibile crudeltà del suo ghigno... e da quella luce si sente riscaldare, è un calore insopportabile, si sente squagliare... si lascia spogliare e resta nuda sotto di lui, lo lascia fare... gli lascerebbe fare qualsiasi cosa... Lui le abbassa gli slip e la continua a guardare... Lei sorride... ha il suo stesso... bagliore spietato... c'è qualcosa in lei... che lo...
Lei sussulta, quando si sente leccare. Il tocco ruvido e bagnato della sua lingua sul collo... la assaggia e la assapora come se stesse davvero per divorarla... Dovrebbe essere spaventata, però... Non muove le braccia da come lui gliele ha disposte, come se l'avesse ammanettata... Lascia che le sue mani le scendano tra le gambe, le aprano le cosce... Un altro brivido, e il bruciante calore... della felicità.
Lei non riesce a fermarsi, e afferra di scatto i braccioli che li circondano. Quel trono dovrbbe essere... una poltrona, forse.
La sua bocca... la... sua... bocca... riesce solo a pensare. 
Succede. Davvero. Di nuovo. è tutto ciò che le può risuonare nel cervello ora.
Dovrebbero parlare, tipo? E di cosa?
Tra loro qualsiasi cosa, o legame umano... non può esserci.
Nessuno dei due saprebbe dire come, eppure... in questo momento sono insieme, e altro non si potrebbe dire.
Sì... lo voglio...
Si sente impazzire, ma ormai che ci può fare?
Il suo cervello scoppia, il suo corpo anche...
Geme senza bloccarsi, e si lascia crollare.
Passa un tempo indefinito, scorre forse via l'intera notte... e quando la luce ritorna, li trova sotto i neon della sedia elettrica.
Buon san Valentino, piccola, le bisbiglia lui all'orecchio, appena hanno finito.
La lettera è ai piedi della sedia, accartocciata. Ci fiocca sopra la cenere di una sigaretta.
A lei scappa una risata, esausta.
Pesce d'aprile anche a te, J.


Wednesday, 21 November 2012

Laugh to pieces

Quindi è vero... che l'amore non esiste? chiese lei, col viso storpiato dalla speranza.
Lui scosse la testa, sorridendo pietosamente, come se lei gli avesse chiesto per l'ennesima volta un'ovvietà.
La luna era quasi giunta al bordo della nuvola... stava per riapparire.
Mia cara... ma certo che l'amore... NON esiste! Come potrebbe essermi possibile, in un mondo... in cui l'amore esistesse... fare... tutto questo?!
La luna si liberò dal velo, lo squarciò all'improvviso, illuminando tutta la radura di bianco.
Berlin perse il respiro, rimase a fiato mozzo.
Davanti a loro, sotto di loro, intorno a loro, c'erano solo bambini. Morti. Sfregiati come J si era sfregiato una volta.
Alcuni di loro avevano ancora il cordone ombelicale, altri erano riversi in piccole pozze verdastre, di rigurgito. Erano nudi, eccetto qualcuno che aveva ancora il polso il cartellino dell'ospedale.
Berlin cadde in ginocchio, la pancia attraversata da una fitta che non riusciva a fermare. Come se il suo utero stesse per scoppiare.
No!
Tutta la radura era ricoperta di neonati e feti e ciuffi d'erba che spuntavano dalla neve in poltiglia.
Ovunque lei guardasse, si sentiva sempre più morire.
Rimase ammutolita dallo shock fino a quando il dolore non fu troppo, e la fece strillare.
Il suo grido non echeggiò in quella discarica di vita, perché le rimase, strozzato, a metà gola.
Non aveva bisogno di abbassare gli occhi per saperlo. Lo sentiva dal male, e lo sentiva dall'odore - il suo corpo stava perdendo sangue.
Afferrò con violenza il polso di J, che stava contemplando rapito quello spettacolo, e lo strattonò, accecata dal dolore che le stava bucando la pancia.
Ti prego... riuscì solo a rantolare. Dobbiamo...
Un altro grido le morì in bocca, soffocato dai denti che affondavano nel labbro per trattenere quel male.
J si chinò su di lei, per essere alla sua altezza, e le prese con dolcezza il viso tra le mani.
Per la prima volta Berlin riusciva a sentire il suo fetore di morte.
Sssh... le soffiò piano in faccia. Sssh... no... non dobbiamo... perché tu e questo bambino... siete troppo belli... troppo perfetti e puliti... per questo mondo cariato!
Parlò sorridendo, con fitte lacrime che gli sporcavano gli occhi. E intanto le teneva la mano nella sua.
Allora lei capì.
Per loro due non c'era speranza.
Si piegò su se stessa, stringendosi il ventre con le mani, cercando disperatamente di salvare quel bambino... di trattenerlo con lei, di salvarlo dal finire in quella atroce radura.
Sapeva che era inutile. Non sapeva spiegarsi come.
Urlò con tutta la forza che aveva, come una belva ferita che non può che essere finita dai cacciatori.
Urlò e pianse fino a sentirsi mancare, cercando di alzarsi, ricadendo ogni volta, sporcandosi le gambe di fango, neve e suo sangue.

Poi la luce dei fari li investì, qualcuno colpì J alle spalle. Lui cadde, lei fu afferrata e sollevata, piano.
Continuò a tenersi la pancia, per proteggerla, mentre sentiva che tutta la vita che aveva stava gocciolando fuori da lei, con quel sangue. Pianse fino a quando non vide Due facce, che la teneva in braccio come una bambina sperduta.
Fece per parlare. Ma noi... Tu, perché... riuscì a dire, poi smise di tentare, perché non aveva senso. Cosa lo aveva? Dentro di lei... moriva...
Si aggrappò alla giacca di Dent, singhiozzando. In qualsiasi momento fossero arrivati, sarebbe stato comunque... troppo tardi.
Lo so... ma una metà... è tua, no? le disse dolcemente lui. Poi la fece stendere sul sedile... di una qualche macchina, forse, Berlin ormai non aveva più voglia di capire. Erano sedili in pelle, però, questo le era chiaro.
Berlin sentì un mugolio di dolore di J, a qualche metro da loro. Ma non riuscì a guardare.
Restò con gli occhi che le bruciavano, rannicchiata su un fianco con le mani salde sopra l'ombelico, a tapparlo perché nulla potesse volarsene via, fino a quando non svenne, o si addormentò, senza provare più niente.

Quando si svegliò, avrebbe scommesso di essere nella solita clinica, nella solita stanza, nel solito letto cui ormai avevano dato il suo nome.
Ma poi sbatté meglio le palpebre, e vide che non era dove pensava.
Una bella camera in stile impero, con ampie vetrate e tende attraversate dalla calda luce del giorno, oltre a cui si intravedeva una terrazza, e più in là ancora il ricco verde di un giardino sterminato.
Era un posto così bello che si sentì quasi in dovere di essere felice.
Una sveglia alla vecchia maniera segnava le tre del pomeriggio.
Aveva dormito per oltre...
Tre giorni, disse Dent, entrando affiancato dal suo vecchio amico in borghese.
Lei si tirò su, facendo leva su un braccio, ma il suo amico le fece cenno di restare giù, per riposare.
Li guardò sorridendo - era un sorriso vuoto, da morfina, ma i due non si aspettavano di meglio, era chiaro.
Nessuno dei due le chiese come stava.
Era chiaro.
A un certo punto l'amico se ne andò, per chiamare un medico, o portarle qualcosa da mangiare...
Lei rimase sola con Dent, il cui viso ormai riportava solo qualche leggero cenno dell'incendio cui era scampato. Aveva ripreso su tutta la faccia la sua rude bellezza, molto maschia, da superuomo. Miracoli della medicina moderna. Buon per Rachel, pensò lei, e la cosa la fece scoppiare a ridere.
Dent la guardò sorpreso, vagamente sollevato, un po' a disagio.
Nessuno aveva idea di come trattare con una ragazza disturbata che aveva appena perso il figlio concepito nel braccio della morte con il Clown Sovrano del Crimine.
Ciao, sexy, lo salutò allora lei, inclinando la testa di lato per studiarlo meglio, ammiccante.
Tea? disse lui, stupefatto.
Lei annuì, sorridendo come se non avesse avuto più nulla da perdere.
Ops. In effetti era così.
Che c'è, non ti aspettavi di vedermi? chiese, mettendo su un broncio da finta offesa.
Lui la guardò ancora più perplesso.
E Berlin?
Curiosità prevedibile.
Lei non rispose. Si limitò a alzare gli occhi oltre le spalle di Dent, per ammirare i gigli bianchi che qualcuno doveva averle portato, resi quasi eterei dalla luce chiara che galleggiava nella stanza.

Tuesday, 20 November 2012

Smiling down

Appena ti ho vista... sai... cos'ho pensato? Tu... non sorridi mai.
Frustrante... nauseantemente dolce... povera piccola... bella bambina... L'unica a cui... non possa
Anche quando gli angoli della tua bocca si sollevano, quando le tue... labbra... si distorgono in un sorriso, tu... sei sempre triste! Anche quando ridi, anche quando fai una battuta, tu... tu non ridi mai, davvero! E ciò nonostante, io... non riesco... io con te... non sono... me... quello che voglio essere! Quello che ho deciso di essere, la maschera... che ho indossato un giorno disgraziato, e che poi... non ho più tolto... con te... va sempre... via... scivola via... e io... lo odio! Tu rovini la mia farsa, tu mandi all'aria il mio spettacolo... e io... non riesco mai... a farti ridere... come voglio io! Neppure il gas... non riesco a usarlo... neppure il gas riesce a stamparti in faccia l'espressione di leggiadra gioia... che tutti dovrebbero avere! Tu resti zitta, in disparte, non parli mai, e ogni tanto tu... piangi... sì, si vede sempre che piangi... che hai appena pianto... che stai... piangendo dentro... Dannazione, ragazza! Non ti uccido, non ti torturo, non ti diverto, non ti... affascino... non so che effetto ho, però... sembra che, tanto per cambiare... io ti faccia piangere! E il tuo pianto... non mi fa... divertire... non piangi come piace a me, con gli occhi da bambola giapponese spalancati, incrostati di lacrime e terrore... tu... sei sempre pallida... come se volessi sparire... perché?! perché te ne vuoi svanire via, nonostante... tu sei... il mio antidoto, dannazione, il mio fallimento più grande! Perché con te... non riesco a essere... ciò che voglio essere. Su di te non riesco a escogitare alcun... male. Sono solo dolcetti, per te, dannazione! Perché non posso farti uno scherzetto? Perché non posso intagliarti la zucca? Ho staccato la testa... a ragazze più belle... ho cucito il sorriso... a persone più interessanti... Ma tu... Ma tu... Riesci da sempre a disinnescarmi... Perché non ti ho... dato il drink della piccola morte? Perché nei tuoi occhi c'è sempre un velo... di lacrime... tu non dici nulla, ma si sente il tuo amore... a distanza... come il fetore di un esercito di morti... è così... fastidioso... questo insano calore... non ha senso, non ha... motivo... di continuare a bruciare... perché non si spegne? Non lo alimenta nessuno! Tutti cercano di spegnerlo... ti calpestano apposta! ...è per questo... che sei... così seria? E anche se sai che per questo dovresti essere condannata a morte... tu... continui... a essere triste... vicino... a me? Il sangue... non lava via... il tuo... amore... la morte... il delitto... non riescono proprio... a spegnere quell'osceno calore? Disgustoso... dannoso... inutile... accecante... sentimento... buono... Puah! Non vedi che ti sta piagando dentro? Non vedi che sarà quello che ti ucciderà?! Perché non lasci... perché non mi lasci lasciarmi... porre fine... alla tua sofferenza? 
...Ma che cazzo... ti hanno fatto... chi ti ha fatto cosa... per poterti rendere così... tragica?
Dimmelo!
Perché?
Che cosa dovrei farti io... per cancellare la tua faccia... e metterti addosso il dolore che vorrei io?

Sono incinta.

Lui tace.
Nella mia pancia, tic toc, tic toc, il tempo passa...
Taglierà lui il filo blu?
Un attimo, e lui mi travolge. Schiaccia il viso sul mio ventre. Lo divorerà?
Appoggia le mani sulla mia pancia, e resta colla faccia contro di me.
Lo sento tremare - è un rumore strano, sembra il pianto stonato di un gatto...
Poi quel verso si fa più forte, e capisco.
Ride.
Una risata squilibrata che non sembra si fermerà.

Ah...ah...ah! Tesoro... questo... è il più grande scherzo... che si potesse fare!

E io sorrido, perché in fondo è vero.
Sorrido, perché non sono ancora morta.


Colpito, e affondato! e rido, come se fosse uno scherzo, per davvero.

Monday, 19 November 2012

Pediophobia

Un attimo sono lì, con te - l'attimo dopo c'è lei, e io devo sparire.
Lei appare sulla soglia come un angelo oltre un cancello di fiamme - e le fiamme ci sono state, e si vede, l'hanno divorata come hanno fatto con te... e l'hanno risputata, rendendola ancora più bella.
Lei appare come un miracolo, io ero solo un miraggio... Appena la vedi io per te non ci sono mai stata.
La tua metà bruciata - la sua e la tua sono speculari, potreste fondervi e tornare un liscio androgino dalla pelle perfetta...
Ormai sono tra voi, ma nessuno mi vede.

Rachel!

Come una sola esclamazione riesce a ribaltare il mondo.
Una scossa di terremoto rimette tutto al suo posto.
Lei è viva, questo non ha senso, ma è viva. Tu sei vivo, questo non ha senso, ma sei vivo.
Io sono viva, ma questo non importa, e voi potrete vivere insieme, di nuovo.

Conosco qualcuno che sarà contento quanto me di questa riconciliazione contronatura, penso amaramente, ma sapere che qualcun altro soffrirà stranamente non mi aiuta.

Rachel, ma come...
Ma non t'importa, né lei ha fretta di spiegartelo - lei torna da te, ti si butta addosso (nei limiti che le ustioni concedono a entrambi), e la brutta vecchia realtà senza cuore attorno a voi sparisce.
Siete su una nuvola del Paradiso, il problema è che non siete morti.

Tu non sei Rachel! urla Tea, ma Berlin la soffoca.
Come può essere scampata a quell'esplosione?
Tutti, tutti pensavano che fosse morta.
Dev'essere un'altra, una gemella malvagia, o...
Come può essere così bella, se bruciata?
Dent la guarda folgorato.
L'universo si è fermato, perché dall'Ade potesse ritornare una dea.
L'amore asciuga le piaghe.

Berlin è shockata, Tea meglio non parlarne.
Berlin rimane con gli occhi sbarrati, vivisezionata dai sensi di colpa - cerca di parlare a Rachel, ma lei ora è un angelo, è di un mondo superiore. Lei si volta verso Berlin, e in uno scatto la abbraccia - la ragazza si sente come stretta tutta in una tagliola. Le braccia di Rachel le circondano le spalle, le si getta al collo - Berlin si sente decapitare.
Grazie, dice la morbida, dolcissima, soffice voce di Rachel.
Berlin la guarda, con terrore - ha fatto sesso col suo amore, e poi gli ha sparato, per cosa dovrebbe essere ringraziata?
L'hai salvato.
Berlin rimane boccheggiante, come un pesce in una pozza di fango senz'acqua. Continua a non capire.
Ma io ho... gli ho sparato, e prima... sputa fuori, non ne può più.
Rachel la guarda col suo sorriso da gatto. I suoi occhi verdi risplendono di gioia, è... radiosa, e quella gioia accende anche i profondi segni coperti dalle bende.
Lo so. Berlin, va bene. Va tutto bene. Grazie a te Harvey è... tornato.
Adesso è lui ad essere invisibile - Berlin non osa guardarlo, e per fortuna non riesce a sentire la sua presenza in alcun modo. Ha troppa paura della sua reazione...
Ma se potesse vederlo, vedrebbe uno spirito nuovo, un'anima beata, un salvato.
Forse è meglio così, considerando Tea. Che muore ancora una volta, mentre Berlin vorrebbe svanire.
Non dico niente. Né Berlin né Tea riescono a reagire.

Rachel è tornata, è al suo fianco, è perfetta - una bambola, più delicata e più forte di prima.
Dent ne avrà cura, e lei lo curerà - adesso le crepe con cui quello scoppio aveva frantumato la loro felicità di cristallo si sono dissolte, e la loro perfezione è più angosciante di prima.
Li vedo insieme, sembrano quasi finti - i loro occhi, come quelli dei fantocci, si muovono insieme, sembrano così vuoti... Il loro amore, tanto fragile prima, che ora non potrà più essere distrutto... Lo vedo muoversi ed espandersi, e vorrei fosse inanimato. Sembrano così pericolosi, tanto sono felici.

Cado dal mio piedistallo, e gli occhi mi rotolano via - e vedono così dei nuovi sogni di morte. La mia pelle è delicata - basta toccarla, e sull'anima compare un livido blu.
Mi basta una parola, e mi lascio incrinare.

Le sorrido, tremando, borbotto un grazie commosso, e rea confessa e perdonata me ne vado. Non so neanche come, ma mi ritrovo lontano. Nella mia stanza, forse, o in un bagno. Mi chino e vomito, svuotandomi del cuore.

Thursday, 15 November 2012

I hate clowns and clowns hate me

Mi era sembrato di morire di una morte bellissima, e invece sono qui. Buffo no?

Quando si guardò attorno, Berlin vide che là non c'era nessuno.
Era sola.
Sola, sembrava, in tutto l'ospedale.
I corpi abbandonati attorno al letto... poteva essere tutta una sua allucinazione.
Berlin era impazzita, questo era poco ma sicuro.
Sprofondò di nuovo nel cuscino, cercando di non pensare alle flebo che aveva conficcate nelle vene delle mani, delicatamente coperte da piccoli pezzi di scotch che non facevano che tirarle la pelle, ricordandole senza posa che aveva qualcosa infilato dentro, che poteva staccarsi o strapparsi o affondare ancora meglio da un momento all'altro. Cercando di non pensare ai tubi che da lei si diramavano in giro per la stanza, verso un qualcosa di imprecisato alle sue spalle, che lei preferiva non scoprire. Cercando di non pensare alla pelle che le bruciava sotto le bende, sulla schiena e sulle braccia e sulla pancia e le gambe. Cercando di non pensare al clown che la guardava ammiccando dall'altra parte del vetro - o meglio, della barriera che il vetro avrebbe costituito se non fosse esploso in mille schegge, che ora decoravano il pavimento insieme ai cadaveri.
Poi vide che il buio attorno al clown non era mero buio, racchiudeva anche la sagoma buia del suo tenebroso vecchio amico. Che teneva sospeso il clown per il... bavero... di una... camicia di forza?
Berlin inclinò la testa da un lato, e spostò subito lo sguardo verso i propri piedi, dritti davanti a sé, nascosti sotto il lenzuolo. Tenendo gli occhi in quella direzione, non poteva vedere né gli infermieri stesi a terra, né la strana bellissima rosa carnivora che le sorrideva ambiguamente dal comodino, né il pagliaccio assassino che le sorrideva ambiguamente dal corridoio.
Era terrorizzata.
Ma così meritava di doversi sentire, perché si era torturata da sola, dopo aver posto fine al dolore senza fine di un brav'uomo trasformatosi in un terrorista, perché questo aveva cercato di vendicarsi dando la caccia all'uomo che lei... Boh. Già definirlo uomo aveva del surreale.
Adesso si trovava in un sogno romantico d'amore mai corrisposto scritto da Stephen King, disegnato da Frank Miller e diretto da Tim Burton, da un'idea di Jerry Robinson. Mmm.
Almeno c'era il suo vecchio amico a sorvegliarla. Che rise di cuore quando J le mandò un bacio.
Certo, era un bacio che profumava di condanna a morte, ma Berlin sapeva che il suo vecchio amico sapeva che lei, almeno fino a qualche strage prima, sarebbe morta pur di stendersi su un letto di chiodi con quel clown psicotico.
No, psicotico no. J era lucidamente, consciamente, fieramente sadico.
Berlin ricambiò salutando entrambi con un cenno della testa (aveva paura di muoversi di più, convinta che così facendo avrebbe convinto gli aghi a sprofondare dentro di lei), e aspettò. Che altro poteva fare?
Il suo vecchio amico scagliò J nella stanza, facendolo passare attraverso l'aria dove un tempo c'era stata la vetrata, e rimase là fuori ad aspettare.
Berlin guardò J negli occhi lucidi, freddi e cerchiati di nero, come profondi pozzi infestati di notte, e non pianse dalla paura, solo perché aveva terminato le lacrime giorni prima. Il suo vecchio amico la stava punendo, ne era sicura. Adesso J l'avrebbe seviziata, le avrebbe staccato a morsi un braccio e l'avrebbe uccisa lentamente, dopo averle chiesto un palloncino, e fuori pioveva - Berlin ne era sicura, fuori pioveva e c'era una versione di lei bambina che inseguiva una barchetta di carta verso un tombino, ne era sicura... Sarebbe morta due volte, almeno due volte!
Sentì qualcosa di umido spandersi sulla sua faccia. Per quanto ne sapeva, poteva trattarsi anche di lacrime di burro fuso. Non avrebbe spostato lo sguardo da J, neanche per un attimo. Neanche se il suo corpo avesse iniziato a bruciare.
Oddio. Berlin iniziò a sentirsi ardere, dappertutto - sentiva spilli surriscaldati che le attraversavano la pelle, che la scavavano e traforavano, sentiva...
Tesoro. Respira a fondo
J le aveva preso la mano. 
Il suo artiglio guantato di viola era delicatamente posato sulla sua manina bucata.
Ora Berlin non riusciva a staccare gli occhi dalle loro mani, che continuava a fissare, boccheggiando senza potersi fermare. Non respirava, sentiva che non poteva più respirare. 
Oddio oddio oddio.
La rosa sul suo comodino tossì, e le mostrò le sue ampie fauci dentate.
Berlin stava per urlare - voleva almeno provarci. Ma J le diede un bacio sulla bocca.
Berlin serrò gli occhi, pronta a sentirsi strappare la lingua in un morso. Era pronta. No, non lo era, stava tremand...
Pausa.
Pace.
Tutto si fece limpido, e il cuore di Berlin si sgonfiò, tornò alle sue dimensioni normali, e riprese il suo lento battito quotidiano. Pace. Una serenità che non aveva mai provato, da lucida.
Ora era lucida, però.
Guardò con occhi asciutti e puliti J, che non le era mai apparso così bello e perfetto ed eroico.
Buonasera, sognatrice, le disse lui, facendole l'occhiolino.
Ciao, rispose lei, con il tono rilassato e sicuro di una donna, una donna vera, pienamente padrona di sé.
Aprì le mani, che aveva tenuto strette con una forza dolorosa fino a quel momento. Da uno dei suoi pugni le cadde in grembo una moneta. La ignorò, persa nella contemplazione di J.
Voleva spiegazioni?
Solo allora sentì il profumo della rosa, per la prima volta. Era...
Veleno? Gli infermieri erano effettivamente a terra, con il volto rovinato da una smorfia di ilarità spaventosa - maschera di pagliacci con le labbra sporche di rossetto. O semplicemente più vasodilatate del solito. L'aria nella stanza non aveva niente di strano... a parte una strana, leggerissima foschia che iniziava ora a diradarsi.
Il suo vecchio amico continuava a studiare la scena dal corridoio, impassibile com'era il suo solito. Pazzesco, considerato che si trattava di un uomo in costume da supereroe con la maschera dalle orecchiette a punta.
Ti è... piaciuto... il fiore? chiese J, serio.
, rispose lei, ma non dovette concepire altro, perché la risata del suo amico riempì la scena.
Lei con stanco stupore, J con stupefacente fastidio - entrambi si voltarono a guardare il Cavaliere Oscuro che se la rideva a pochi metri da loro. Rideva di loro? Berlin se ne sarebbe di certo risentita, se non fosse stata sobria e allucinata.
Che... c'è?! chiese J con la voce vibrante d'odio.
L'altro si placò, ma continuò a ghignare nella loro direzione - un'espressione che Berlin non aveva mai avuto l'onore di vedergli addosso, tanto che da qualche tempo si era convinta che lui non fosse geneticamente capace di sorridere.
Le hai... regalato una rosa? chiese allora, tra il sorpreso e il beffardo.
J si raddrizzò, lasciando di scatto la mano di Berlin, e non riuscì a rispondere, perché subito la sua Nemesi riprese: Lei ti ha salvato... tu l'hai risparmiata... sei evaso e poi sei venuto a cercarla... rubando alla tua... collega... uno dei suoi esperimenti migliori, per eliminare chi vi separava... e le hai pure portato una rosa? Di persona? ricominciò a ridere. Berlin iniziava a credere che il gas che aveva steso gli infermieri e l'aveva fatta andare in para poco prima stesse avendo sul suo tenebroso amico un effetto ancora diverso.
Ah, i progressi della chimica!
Straodinariamente, il delirio del nemico aveva lasciato J senza parole.
Berlin, da cui si era allontanato di alcuni passi dopo averle lasciato la mano, riusciva a vedere che tremava. Come sotto tensione, con scosse che dalle spalle si erano estese alle braccia e alla testa. Piccole scosse, sempre più forti. Sembrava avesse i brividi, come se gli stesse salendo una febbre altissima.
Che... cazzo... ridi... pi-pistrello?! urlò. Aveva perso la sua usuale baldanza, la sua brillante risposta pronta.
Beh... mi sembra evidente che ti sei preso una cot... ghignò l'altro, sempre più soddisfatto.
Sembrava che i loro ruoli si fossero invertiti, che fosse lui adesso a prendersi gioco di J...
NO!
Berlin chiuse gli occhi. Per quanto stordito, il suo cervello rettile sentiva che i guai stavano appena per cominciare.
No! sibilò, recuperando un pochino di self-control, J. Io non...
A me sembra di sì, lo interruppe l'altro, con la serietà di chi possiede il Santo Vero e non ammette eresie o repliche.
J aprì la bocca, fece per dire qualcosa, ma non uscì parola. Cadde in ginocchio, tremando, rannicchiato accanto al letto di Berlin.
Il suo vecchio amico aveva vinto, decisamente, stavolta.
No... no... no... io no... non... io... continuava a ripetere J, ormai tra sé e sé, con gli occhi spalancati in un orrore indicibile.
L'altro lo guardava senza dir nulla, freddo. Berlin capì che non stava infierendo, stava solo aspettando... che lei lo salutasse, e poi... l'avrebbe portato via.
Berlin, che pensava che non avrebbe più sentito nulla, ora invece sentì come se qualcuno le strappasse un peso... qualcosa di vitale... da dentro (dal petto? dalla pancia?), e lo gettasse a spappolarsi contro il muro.
Si alzò senza pensare, strappandosi le flebo (trovata che poi avrebbe rimpianto), e scivolò giù dal letto per accucciarsi davanti a J, che continuava la sua nenia di negazione.
Lo so. Lo sa anche lui. fece una pausa, e aspettò. Vide gli occhi di J alzarsi cauti verso di lei.
Le ricordò un bambino spaventato, che aspetta in un angolo che qualcuno venga a prenderlo, e a finire di picchiarlo.
Non lo toccò. A lui non piaceva essere toccato. Neanche a lei, tranne quando la toccava... lui.
Sentì i segni che lui le aveva lasciato con quel coltello. Scottavano. Non pensava che quella sensazione sarebbe mai... tornata.
Scacciò quei pensieri.
Doveva andare avanti.
Lo sanno tutti. Tu non provi alcunché. Tu non senti quella roba che chiamiamo "sentimenti", è chiaro. Come potresti, se no, fare ciò che fai? A te piace l'odio, piace la violenza... Il male, sfidare la legge... ti diverte.
Divertente... mormorò J. Sembrava più calmo.
Ma non ti piace l'umanità, specie in questa città. Non ti piace lui...
J rise, tranquillo, annuendo.
E non ti piaccio io.
Berlin distolse un attimo lo sguardo.
Le persone... ti capisco, non ti piacciono. Per questo le uccidi e non ci pensi più, vero? altra pausa.
Sentiva l'attesa del suo amico, e gli effetti che il veleno aveva avuto sugli infermieri... bè, iniziavano a far sentire la loro puzza, là sotto. Berlin non vedeva l'ora di alzarsi e sfuggire a quel fetore. Ma stava bene, lì sul pavimento, con J.
Fa parte del tuo fascino. La rosa è meravigliosa, disse poi, per smorzare l'effetto della battuta che in realtà era un complimento, e questo là dentro lo sapevano tutti e tre. Ringrazia Ivy da parte mia. Grazie della visita, J., sussurrò, cercando di suonare calorosamente gentile, ma nulla di più. Soprattutto non "affettiva".
Si alzò, e tenendo i palmi delle mani verso l'alto, per non doversi concentrare sugli effetti delle flebo strappate, tornò a letto.
Wow, qualcuno avrebbe dovuto decisamente aprire una finestra, in quella stanza.
J non disse niente.
Guarisci presto, ragazzina, le disse il suo vecchio amico. Poi entrò, prese di nuovo J per il bavero, senza preoccuparsi di richiudergli la camicia di forza strappata sulla schiena, e trascinandolo con sé se ne andò, mentre a poco a poco gli infermieri storditi riprendevano conoscenza.