Cercando nel labirinto degli specchi

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Tuesday, 7 May 2013

sorriso spettrale


Serendipity verde.
Ah, era così ovvio.



 





Bleeding lips and dark red smile

(Andy Warhol's Liz reverse / Heath Ledger's Joker)


TWS

Sunday, 10 February 2013

XoX


Oh, sì, diglielo... racconta alla tua bella ciò che hai confessato a me, poco fa, caro... 
La canna della pistola premette sulla sua gola.
Oppure la nostra pupa qui farà...
Sì, ti prego, fa Berlin, imperativa. Si volta e non si sa come, riesce a non farsi sparare. Gira di 180° e si ritrova faccia a faccia con J, la pistola contro il mento. La alza con due dita, e guarda J con implorante aria di sfida.
Sì, ti prego, ripete. Fammi saltare le cervella, o piazzami un po' di ferro in corpo, o usa la mia faccia per fare i botti di Capodanno. Come vuoi tu. Ma ti prego, uccidimi. 
Spinge la canna ancora più in alto, fino ad averla all'altezza delle labbra.
Voglio sanguinare sotto i tuoi occhi. Non voglio più piangere... fammi fuori, J. Sai che lo vuoi, ti farà piacere... per un attimo. 
Lui resta a fissarla, interdetto. Ogni tanto lancia un'occhiata agli altri due, per controllare che non scappino.
Bambolina, sei davvero... 
Berlin strizza gli occhi, pronta al colpo.
...una pervertita, piccola. Un po' fetish, ma pur sempre... insaziabile, borbotta lui, ridacchiando.
Allora lei lo colpisce in pancia, con una manata gli fa volare via la pistola, e inizia a picchiarlo senza lasciargli il tempo di accorgersene. Un pugno dopo l'altro, e poi, quando J è finalmente a terra, continua coi calci, affondando il piede di punta nella carne molle del ventre, lungo i fianchi, sulle gambe e le braccia, evitando solo l'inguine e le mani. Gli sputa in faccia e poi gli schiaccia il naso sotto la suola, mentre il tacco dello stivale si adagia sulle sue labbra con la grazia di un elefante steso dal sonnifero. Lo sente emettere un verso soffocato, e ricomincia a colpirlo al petto, senza fermarsi. Le costole scricchiolano al suo passaggio, o forse è solo una impressione sua.
Berlin, non... azzarda una voce, dietro di lei.
E questo non fa che peggiorare le cose. Con gli occhi bendati dall'odio e dall'amore Berlin si getta sopra di lui, e afferrandolo per il colletto della camicia intrisa di sangue avvicina a sé la sua faccia tumefatta. Gli occhi di lui sono troppo pesti perché riesca a vederla, ma Berlin sa che quel bastardo biancastro è ancora lì con lei, cosciente e dolorante.
Hai ucciso Orfe. 
(Orfe? rantola lui, e insieme a quel nome dalla sua bocca esce un fiotto di saliva purpurea)
Dovresti morire tu. Ma non sta a me decidere... per fortuna. Gli stringe le mani al collo, e preme forte, ma non abbastanza, contro il pomo d'Adamo. Se osi farmi innamorare di nuovo di te... ti uccido, brutto figlio di puttana.
Con le unghie affonda nella sua pelle tesa, e lasciandogli un lungo graffio tra la clavicola e la mandibola lo bacia in bocca, a lungo, fino a quando non respira più. Poi si rialza piano, con le labbra insanguinate e la bocca arrossata del suo trucco, e ridendo tracolla, chiudendo senza fiato gli occhi, lucidi per le lacrime appena seccate.


Wednesday, 6 February 2013

Sintassi istantanea


Sostantivo maschile preferito (attualmente): J.
Sostantivo femminile preferito (attualmente): Ofelia.
Sostantivo neutro preferito (attualmente): lama.
Verbo preferito (attualmente): spezzare.
Tempo grammaticale preferito (attualmente): presente indicativo.
Avverbio preferito (attualmente): dolcemente.
Congiunzione preferito (attualmente): tuttavia.
Gradazione cromatica preferita (attualmente): rosso borgogna come buon sangue rappreso.

Quindi,

Tuttavia J. spezza Ofelia con la lama, dolcemente.

Uhm.



Thursday, 27 December 2012

Take two

Che cazzo ci fai qui? urla una voce dall'inferno, dietro di me.
Mi volto, con gli occhi ancora incrostati di lacrime, e vedo il volto di un uomo a metà tra le ombre e la luce. Le ombre dei vivi, e la luce in fondo al tunnel, però.
La carne del viso gli è bruciata, è come corrosa, spolpata fino all'osso in certi punti, e il dolore dev'essere tale da far sembrare la morte per tortura un'oasi di pace. Metà faccia è andata, e l'altra metà... è quella di Harvey Dent.
Lui mi si avvicina, camminando piano perché tanto ha una pistola, e carica, ci scommetterei.
Rimango appiattita contro il bordo del tavolo operatorio, con la disperata consapevolezza che c'è J crocifisso dietro di me.
Tu sei... inizia Dent, o ciò che rimane di lui, arrancando verso di me. Ha una certa eleganza nel muoversi, ancora, nonostante le ustioni e la sofferenza che gli portano. 
...la sua... ragazza?! chiede, ma suona più come un'accusa, che una curiosità.
Magari, qualcun altro avrebbe pensato. Io stessa, forse, in un altro frangente.
Ma sento la violenza nelle sue parole, e so che ha bisogno di metterla interamente in pratica.
Un No! mi esce di bocca, spontaneo. Carico di sorpresa e di mal celato rimpianto.
Ho sempre saputo che J semplicemente non può amare.
Dent è a un passo da me, e si ferma. Mi guarda negli occhi, e vedo che mi crede. Forse.
Allora lascia... ansima, con la voce rotta dalla rabbia e dal dolore.
...che io finisca ciò che dev...
No! urlo di nuovo io, interrompendolo. Allargo le braccia per nascondergli J, e bloccarlo.
Mossa inutile, perché lui ha l'odio e la pistola, ma lo colpisce.
Mi guarda di nuovo in faccia, e stavolta con sincera sorpresa.
Perché? Allora stai mentendo, sibila, avvicinando pericolosamente il suo viso al mio.
Si sente ancora l'odore di bruciato.
Come fai... a difendere un mostro? chiede poi, tremando di rabbia.
Nei suoi occhi azzurri vibra tutto il dolore del mondo. Era il cavaliere bianco... e J l'ha fatto dannare.
Io... non so mentire, sussurro. Mi è addosso, tanto che la cenere del suo completo bruciacchiato inizia a farmi lacrimare gli occhi. E tu... tento il tutto per tutto, l'ovvia banalità. Tu sei l'eroe di Gotham. Lui uccide. Vuoi cominciare a uccidere anche tu?
Dent mi afferra il polso, con la mano libera, e lo stringe fino a farmi male. Potrebbe gettarmi via, in un attimo, e finire ciò che con J ha iniziato.
Ho gli occhi carichi di lacrime. Ho paura - che riesca a uccidere il Joker.
Poi una luce diversa attraversa gli occhi di Dent, in un bagliore fioco.
Una lacrima mi scivola giù lungo la guancia - le altre le riesco a fermare.
Sono... orribile, vero?
Sembra quasi... fragile.
Nella sua voce riconosco qualcosa. Quel disprezzo che io... nutro verso me stessa.
Non lo dice per farsi compatire.
Lo dice perché l'ha sempre pensato.
Allora guardo, veramente, per la prima volta, il suo viso.
I suoi occhi sono lucidi per il dolore che gli sta attanagliando la carne. Ma quello che per cui sta soffrendo, quello per cui vuole uccidere... è il male che gli corrode il cuore.
Rachel, realizzo, di colpo. Dev'essere successo qualcosa a...
E poi capisco. J ha fatto morire Rachel.
Non riesci neppure a guardarmi e parlare, riprende Dent, e mi fa risvegliare.
Lo guardo in viso e mi sento spezzare l'anima a metà.
Non riesco neppure a parlare, è vero.
Riesco solo a guardarlo negli occhi, dimenticandomi perfino di respirare.
Cerco di rispondere, ma la mia voce è flebile. Non riesco a pensare.
Perché lui, Harvey Dent... è perfetto.
Alzo piano la mano, quella che mi ha lasciato libera, e lentamente la poso sul suo viso, tremando. Il pollice poggia sulla sua guancia intatta, e le altre dita... sfiorano appena l'altra parte, per non ferirlo.
Lui rimane fermo, ma la sua stretta intorno al mio polso un po' si allenta.
Continua a guardarmi, come se potessi fargli del male.
Sei... pazzesco, sussurro sconvolta. Ma anche lui lo sa, che la mia non è affatto paura.
Opposta a quelle ferite profonde, la parte del suo viso che è ancora quella di prima... risalta, dannatamente bella. E l'altra... beh, è ciò che il mondo gli ha fatto soffrire.
Perfet... sto per aggiungere, ma potrei indurlo a farmi male. Sono tanto ipocrita da aver paura che potrebbe sfregiarmi, per vendicarsi.
Io sono già come è lui - solo che lo sono dentro, e non lo si riesce sempre a notare.
La sua stretta è più leggera, ora, sì, però mi sembra scottare.
Sento il suo corpo che mi s'impone contro - il corpo di un uomo del genere...
Non voglio ma il viso mi si accende.
E lui mi vede arrossire. Ma si riscuote, e per un attimo il nostro incantesimo è vano.
O menti, o davvero... hai il gusto dell'orrore... d'altronde, visto chi vuoi proteggere... questo qui...
Allora mi lancio contro di lui, e riesco a far cadere la pistola. La sento piombare sul pavimento, mentre Dent riprende il controllo, e mi torna a bloccare.
Mi gira col viso rivolto a J, verso il tavolo operatorio, e con le mani mi tiene ferme le braccia.
Sento ancora su di me tutto il calore del suo corpo.
So che anche lui ricorda il modo in cui l'ho guardato.
Non c'era il terrore che lui si aspettava, nei miei occhi.
Mi abbandono a lui, e spero solo che non ammazzi J.


Saturday, 22 December 2012

No vodka no tears


Sai, Rachel, tra loro due c'è un... qualcosa... a cui non potrai mai arrivare, tu, bellissima. Perché loro hanno in comune... hanno molto.... in comune... Più che qualcosa, potremmo dire... qualcuno... Più che tra loro due dovrei dire... tra loro... quattro... Perché... tu non lo sai, ma... Bé, il nostro Dent è chiaramente... schizofrenico... le fanno bene, le medicine, al giorno d'oggi, veero? Piccoli miracoli... in pillole... e lei invece... bé avrai notato che anche lei... a volte... cambia... personalità, no? Che buffo, pensaci, lui... deve prendere qualcosa... per non essere... qualcun altro, mentre lei... deve evitare di prendere una certa... cosa... per non diventare qualcun altro! Magia, vero? C'è proprio della magia, nell'aria di Gotham... la magia che c'è tra loro, non trovi tutto questo... terribilmente... romanticoooo?

A quel punto l'altra scoppia a ridere - Berlin, se così si può dire.
Rachel è rimasta zitta, si limita a guardare J con gli occhi sgranati, in trepidante scetticismo.
Aaah... davvero, J? Sei serio? chiede l'altra, appena riesce a smettere di ridere. Vedi davvero della... magia, qui da qualche parte?
Lui fa per rispondere, ma lei riprende a parlare, indifferente.
L'unica magia potrebbe essere quel gas velenoso... sì, ha proprio un effetto... soprannaturale. Lui ama lei, che ama quello là - indica Wayne - che ormai non la ricambierà più. E quanto a me - pausa drammatica - bé, non mi ama nessuno. L'ultima volta che c'è stata magia, per me, è stato quando mi hai corroso l'utero.
Il suo sorriso crudele si spegne all'improvviso, e gli occhi le si riempiono di lacrime. Senza che nessuno abbia il tempo di prevederlo, la ragazza si avventa contro J, e gli pianta il coltello in pancia. Lui la guarda contento, e cade a terra, di schiena, sotto la spinta di lei.
Berlin lo lascia lì a sanguinare, lui non si rialza.
Slega i suoi compagni di ricatto, e piagnucolando corre via, lasciando J nelle mani della giustizia.
Quando esce sbatte contro Dent, che sta arrivando dalla direzione opposta. Riesce solo a frignare un Lei sta bene, prima di ricominciare la sua fuga dalla festa.

Solo quando è finalmente al sicuro, nel vicolo buio in cui sfocia l'uscita di servizio, riesce a respirare di nuovo.
J la aspetta fuori, appoggiato al muro col nodo della cravatta sciolto, il coltello tra le mani, e una macchia che si allarga piano piano sul panciotto.
Allora è l'alcol, che ti fa trasformare, piccola?
Lei si asciuga gli occhi col dorso della mano, e guardando gli scarafaggi che danzano sull'asfalto annuisce.
Ottima scelta, dolcezza, commenta lui, lanciandole il coltello.
Berlin lo prende al volo, imbrattandosi di rosso le mani.
Vorrebbe scusarsi. Non dovrebbe scusarsi.
Ti porto a casa, si ritrova a dire, e come guidata da lunghi fili invisibili si avvicina a lui, e insieme si trascinano verso una qualche lontana topaia inospitale.

Thursday, 20 December 2012

Nemesi


E nell'assoluta mancanza di senso del tutto, qualcosa mi si getta addosso, stendendomi sul pavimento.
Faccio appena a pensare alle migliaia di germi, ai miliardi di germi che popolano quella superficie che sembra linoleum - come se io sapessi cos'è il linoleum -, che la cosa che mi ha colpito inizia a prendermi a calci. Poderose stilettate, letteralmente. Sembrano proprio costose e chic le scarpe francesi con tacco 12 che mi accarezzano dolcemente il fianco, mentre cerco senza fiato di rialzarmi.
Arriva un momento in cui una ragazza non sa più cosa sia il dolore - e quel momento per me è arrivato poco fa, quando il mio sacro vaso è stato invaso, e il mio pudore è volato via con Cupido. Tra le gambe sento ancora le fitte che immagino diano gli spadoni medioevali quando affondano nella carne, o i tronchi per l'impalamento, ma è un dolce piacere. M'immagino il sangue che macchia delicatamente le mie mutandine, e tra l'esaltazione e lo svenimento rotolo sul fianco libero e mi tiro su, appoggiandomi al muro.
Mi sistemo un po', per essere presentabile quando incasserò il prossimo assalto, e finalmente vedo la belva che mi ha colpito. Ha tutto l'aspetto di una dottoressa, con grandi occhiali tondi sul volto dai tratti raffinati, reso più austero e meno avvicinabile dai capelli raccolti e un camice bianco inamidato, adesso un po' spiegazzato dall'assalto.
Puttana, urlano i suoi grandi occhi verdi, e l'odio lampeggia, amplificato dalle grandi lenti.
Uh-oh, inizio a capire chi potrebbe essere. Giochiamo a Indovina chi - "è psicolabile, e si è infiltrata qui ad Arkham sotto mentite spoglie?" - troppe domande, dovrò saltare un turno.
Puttana! urla lei, e solo allora mi accorgo che da tutte le... ehm, camere con vista del corridoio si affacciano volti che poco concilierebbero il sonno, e che paiono inneggiare alle imprese della sottoscritta.
Che cazz... inizio, ma la dottoressa, all'apparenza tanto bionda quanto instancabile, mi si scaglia di nuovo addosso.
L'indolenzimento alle gambe reclama di colpo la mia attenzione, e mi sento d'un tratto inaspettatamente carica.
Il mio sguardo è attirato da una bellezza tutta curve dai capelli di fiamma, nella vetrata dritta davanti a me.
Colpisco distrattamente la mia assalitrice con un calcio rotante, ma non riesco a staccare gli occhi di dosso a quella visione. La dottoressa torna all'attacco, mi afferra un braccio, conficcandoci le unghie, lunghe, perfette, e smaltate di rosso e di nero, e con la mano libera mi strattona i capelli, ridacchiando tra sé dei miei nodi e delle mie doppie punte. Mi sento mortificata - normalmente non m'importerebbe, anzi, le darei allegramente ragione, ma oggi... oggi devo essere perfetta! Un altro calcio, nello stomaco, e poi via di zampate, senza pensare e senza pietà, ovunque capiti, tranne in piena faccia e sul seno - quelle sono zone sacre. Continuo finché non riesco a liberarmi, e quando finalmente riacquisto l'uso di entrambe le braccia mi getto addosso al nemico, o meglio alla nemica, schiacciandola contro il muro. Riesco a girarla e scaraventarla di faccia contro una vetrata, poi lei mi sfugge e i ruoli s'invertono - mi sbatte al muro.
Un'occhiata sarcastica, e non si trattiene: Mah, contento lui... mah, dev'essere proprio esaurito! Accontentarsi così, di una come te...
Ma non la lascio finire, e strappandole una penna dal taschino gliela punto contro.
Non ti muovere, devo giusto aggiustare... quei bei baffoni che stamattina hai dimenticato di spuntare!
Non è la mia battuta migliore, ma è macchinosa abbastanza da lasciarla senza parole, mentre le avvicino a tutta velocità la punta della penna alla faccia. La respinge con un rapido colpo di mano, ma a quel punto ne approffitto per lanciarmisi addosso a lei fino a farla cadere, come ho imparato nei buoni vecchi allenamenti ad educazione fisica.
Per una portentosa botta di fortuna le finisco sopra, schiacciandola col mio peso più o meno piuma, sufficiente a crearmi numerosi complessi, ma anche a tenerla a terra senza darle possibilità di recupero.
3, 2, 1, knock ou...
Siamo finite proprio davanti alla cella della rossa. La quale mi guarda con un sopracciglio elegantemente alzato, giocando con una rosa rossa come il fuoco dell'inferno, che pare sbocciarle tra le dita proprio ora, lì, sotto i miei occhi.
J...Jessica Rabbit? mormoro, bloccando contro il pavimento che prima supponevo sudicio i polsi della dottoressa. Sono seduta su di lei, con le ginocchia piegate contro la sua vita, e sotto di me si mostra in tutto il suo prosperoso splendore il fisico della mia nemica. Ha il seno così grosso che nella lotta il camice le si è aperto, mostrando uno scorcio della succinta camicetta che ha sotto - ma la mia attenzione è stranamente altrove.
Quella posizione. Il mio corpo ricorda, d'altronde è appena successo - avvampo e tutto sembra prendermi fuoco. Un calore bellissimo che mi offusca la mente - e un bruciore senza interruzioni all'inguine, con qualche crampo anche agli addominali e alle cosce. 
Ragazzi, sono vecchia.
La rossa dalla bocca di rosa mi fa l'occhiolino, e per poco non svengo - ma la debolezza non è dovuta a lei, per quanto eccitante possa essere. Anche questo è strano, lo so. Ma io non ci penso, e mi volto verso la cella da cui dovrei essere appena uscita, se il combattimento non ci ha fatto piombare in un altro piano, o dimensione.
Lo intravedo mentre sorride, e alza il pollice, in segno di approvazione - poi qualcuno mi afferra per il braccio e mi tira su, facendomi alzare dalla rivale sconfitta. Il mio vecchio amico - mi lancia un'occhiata amichevole e preoccupata insieme, per sapere se sto bene. Io mi affretto ad alzare il pollice in su, come a dirgli oh yeah. Lui ride scuotendo la testa, senza capire (spero) il motivo della mia incurante euforia, e mi scorta lungo il corridoio, verso il mondo purtroppo reale.
Lo seguo, e così ci lasciamo quel piano, il mio preferito ad Arkham, alle spalle.
L'ho visto - è stato solo un attimo, ma mi è bastato. Sembrava contento, o almeno fiero di me.
Questo mi basta - questo, e che non abbia orrore ad avermi sverginata.

Tuesday, 4 December 2012

Orfe.


Si sarebbe chiamata Orfe.
Perché è stata all'Inferno, ma non ne è riuscita a uscire, mai, non del tutto - perché non è riuscita a tornare con l'oggetto del suo amore.
Perché è stata all'Inferno, l'ha percorso e ne è uscita - venendo sbranata dalla follia, sulla soglia.
Si sarebbe chiamata Orfe, perché dentro di sé aveva il sacro e l'insano.
Perché è sprofondata a causa di un amore sfortunato - perché ha scelto di scendere, e nell'abisso ha fallito.
La nostra bambina sarebbe stata Orfe.
Perché la mia Euridice, ovvero tu, per colpa del veleno mi ha avvelenato.
Le nostre pazzie insieme l'hanno distrutta, e ora la sua testa pensa per me.
Tutto il resto è morto.
Le tue menadi nel loro vino l'hanno sciolto.
Ho sentito il suo cuore, dentro di me, ma non avrebbe mai potuto continuare a battere - perché tu hai strappato via il tuo, e un bambino a metà non può sopravvivere. O forse è colpa mia, perché ti continuo ad amare.
Ti amo anche se hai ucciso il mio solo amore.
Proprio per questo meriterei io, di morire.
Eravamo pazzi, lo siamo stati insieme, e naturalmente abbiamo distrutto tutto.
Insieme.
Si sarebbe chiamata Orfe, ma noi non le abbiamo permesso di essere.
Una brutta giornata, lei ha avuto solo questo, ma non è impazzita - ancora meglio, dirai tu. Non è mai nata.


Spiked

Guardando i suoi avambracci, la solita vecchia fitta.
Non è mai riuscita a resistere, vedendo un uomo rimboccarsi le maniche della camicia e scoprire quei punti, le grosse vene ben in evidenza... Le vene...
Deve trattenersi, ora, ma è dura. Prima ricucirlo, poi fargli un'altra dose di anestetico, e poi... ugh... iniezione di anestetico... Stringe i pugni e cerca di distogliere lo sguardo, per un attimo, lasciando ago e filo incastrati a metà nel ventre di quell'altro.
Neppure il fatto di avere lì, davanti a sé, lui... di averlo vicino, disarmato e ferito, riesce a distoglierla da quella fastidiosa... pungente sensazione.
Devo donare, pensa. Non c'è altra cosa da fare.
Un respiro profondo, e poi si torna al lavoro.
Ecco.
L'ago entra in un punto e sbuca fuori dall'altra parte, avvicinando i due lembi di pelle. Qualche altro svirgolamento del genere, e ci siamo. La ferita è chiusa. Ci spande sopra del disinfettante - della vodka, non ha trovato di meglio, ed ispira nuovamente, a fondo. Copre quel capolavoro con una garza, in mancanza d'altro, e si allontana. Quindi, e solo ora, espira, per non infastidirlo con la nevrotica gestione del proprio fabbisogno d'ossigeno.
Lui si lascia rattoppare, placidamente sprofondato tra le travi di legno mezze marce.
Proprio un bel posto, la sua magione.
Ti mancano, vero? chiede poi. Una voce dall'oltretomba, che gratta sulle pareti scrostate.
Lei arrossisce, beccata in pieno. Gli stava fissando le braccia. Di nuovo.
A questo punto, perché mentire?
Eh già. E si concede un lungo sospiro.
Non ha bisogno di controllare, per sapere che le piccole cicatrici puntiformi che ha a metà braccio si stanno ormai cancellando, confondendosi con le pieghe della pelle, o i pori. Peccato.
Lui sorrise, un po' ubriaco, parecchio soddisfatto.
Lui lo sa. Per questo, in un passato ormai molto lontano le si era avvicinato - si era interessato al suo caso, l'aveva risparmiata. Perché aveva visto cosa lei avesse dentro. Sapeva che tutto quel punirsi, quel bisogno bruciante di masochistica espiazione non poteva essere ingiustificato - sapeva che se il senso di colpa che lei provava immotivamente era così grande, la colpa che avrebbe potuto commettere, una volta istruita... liberata... come si deve, sarebbe stata ancor più immane, grandiosa, realmente imperdonabile. 
Se un cuore ancora vergine riusciva comunque a sentirsi così macchiato, figurarsi come sarebbe diventato, di cosa avrebbe potuto essere capace... se corrotto.
E ora, in maniera del tutto insperata, proprio quando lui aveva incominciato ad ammorbidirsi, e aveva rinunciato a sporcarla, quel lato così perversamente oscuro cominciava a venire alla luce.
J si leccò i baffi - o meglio, gli sbaffi di rossetto che gli sporcavano le labbra.
Lei se ne accorse, ma era troppo ipnotizzata dall'assoluto candore delle sue braccia, per poterci pensare.
  

Monday, 3 December 2012

To hell with you.

Il sole era ormai alto nel cielo, gli uccellini cantavano, e la luce del nuovo giorno si spandeva sulla bianca neve di Gotham.
J si inginocchiò, e le prese sorridendo la mano.
Dolcezza, non trovi anche tu che tu ed io dovremmo sposarci?
B lasciò cadere il coltello che stava lucidando, e si tolse gli occhiali. Quindi lo guardò. Perplessa.
Mh, quando? Proprio oggi?
Lui annuì, e continuò a guardarla, sognante.
Ma J, sai che odio il giovedì!
Lui ghignò, sbattendo le ciglia.
Proprio per questo dovremmo farlo oggi... così da rendere il giovedì... un giorno da celebrare!
Lei rise, e ci pensò un po' su.
Perché no? rispose infine, alzandosi dalla sedia, e tirando su J con sé. Scommetto che stai divinamente, col velo.
Lui cinguettò, e prendendola tra le braccia cominciò a piroettare per la stanza.
E tu sarai un angelo, col tight. Oh, mia cara, mi rendi... cooosì... felice!
La strinse a sé, e fissandola col suo sorriso beffardo e gli occhi lucidi cerchiati di nero, la condusse in un lentissimo valzer. In una musica che non udiva nessuno di loro.
Ti amo, sai? avrebbe pensato lei, un tempo. Invece si lasciò sfiorare il naso in un bacio eschimese, e finito il ballo ricominciò a pulire.

Saturday, 1 December 2012

DISCLAIMER!

The fragmented, chaotic, loony, serialized story I'm writing on this blog is a work of fan fiction using characters from the Batman/The Dark Knight world, which is trademarked by DC/ Warner Bros/Bob Kane/Bill Finger/Jerry Robinson/Paul Dini/Alan Moore/Brian Bolland/Ed Brubaker/Doug Mahnke/Christopher Nolan/etc.
The Joker, Two Face, Harley Quinn, Batman, Alfred, James Gordon, Rachel Dawes, are characters created and owned by the geniuses listed above, and I do not claim any ownership over them or the world of Batman.

The story I tell here about them is my own invention, as also the character of Berlin/Tea (my OC), and it is not purported or believed to be part of Bob Kane's story canon. This story is for entertainment only and is not part of the official story line.

I am grateful to Bob Kane & CO. for their wonderful stories about Gotham, because without their books, comics and movies, my story would not exist.

Although I wish it was something more, my "fan-novel" (let's call it so) flows from the depths of my dark twisted mind, and I can't help but let it grow - and this compulsion is all due to the muse, but especially to those dazzling characters that unfortunately does not exist in the real world. Thanks to those who created them - honestly, sadly, deeply... I love you and I envy you guys.

p.s. not all the stuff I write on this blog is part of that "fan-novel" (does the name suck? I really can't tell). Some of my posts are all about something else. Guess which ones, guess what.


Friday, 30 November 2012

Don't stop draggin' me down


E gli cado addosso, alle spalle, facendolo colare a picco con me.
Finiamo in ginocchio nella pozza, con l'acqua sporca e tiepida fino a metà coscia.
Vorrei sfilargli quell'assurdo completo viola, che gli sta così assurdamente bene, slacciargli il papillon storto, gettargli via i guanti e stringere davvero le sue mani, per una volta... Ma lui rimane nell'acqua, con la testa bassa, il capo chinato verso il suo riflesso inquinato. Vorrei stringerlo, e lo stringo, lo faccio.
Lui non si muove, e resta a sghignazzare assorto.
Appoggio la fronte sulla sua schiena, e chiudo gli occhi, divisi tra loro dalla sua colonna vertebrale. Li chiudo, aspettando, per ascoltare il battito del suo cuore.
Sento solo le sue risate sguaiate, nel silenzio morto di quella radura spianata nel nulla.
La periferia della città degli sciocchi. Dove anche l'innocenza si rassegna, e si lascia morire.
Lui ride così forte, così appassionatamente, che tutto il suo corpo ne è scosso.
Ondeggio su e giù con lui, aspettando, con tutta me stessa, che smetta.
Ma lui continua, come non ci fosse più altro da fare - continua come se con lui non ci fosse più nessuno. Come se non avesse altro di cui preoccuparsi.
Ride e si guarda, a occhi sgranati, nella pozzanghera, lasciando che il sudore gli gocci di tanto in tanto dalla fronte cerea, disturbando un ritratto che subito si ricompone come prima.
Ed è così. Non cambierà - ha raggiunto quella forma, quell'essere tanto tempo fa... e non potrà più cambiare, perché non può, e perché non vuole. È diventato così... il giorno in cui non ha più avuto nulla da perdere.
Chi, da libero, vorrebbe tornare a sentirsi vulnerabile?
Allora sospiro, ma invece di un sospiro il mio respiro si spezza, diventa un risucchio - un singhiozzo.
Scoppio in lacrime, e più tento di smettere, più forte i singhiozzi mi tagliano la gola.
Fa male. Brucia. E il cuore sembra piegarmisi dentro.
Ma lui non mi sente.
Finché non scivolo in avanti, e per errore lo abbraccio.
Sente le mie mani sul suo petto, che si incrociano e sul suo sterno s'intrecciano...
Allora mi chiede, shockato mi chiede:
Perché piangi?
C'è nella sua voce una tensione che mi fulmina. Non è solo sorpresa, è inquietudine, e orrore.
Perché piangi, sempre? mi chiede, e ogni parola trema.
Ho paura anch'io.
Però non mi riesce di cessare. La mia lagna... è iniziata, e mi sta scoperchiando la tomba.
Nessuno può distruggere ciò che realmente prova.
Trattengo il respiro, cercando di risanvire.
Ma le lacrime stillano impietose, e si spandono addosso a lui, sulla sua giacca lurida.
Non mi riesco a staccare.
Se non me ne posso andare... finirò trascinata a fondo, in quell'abisso contaminato.
Perché...
Si volta e i suoi occhi sono sbarrati dalla repulsione.
...piangi...
Gli sfugge una risata, isterica.
...TESORO?
Si alza, barcollando, colandomi addosso fango e detriti di quell'acqua torbida.
Io non rispondo, e lui mi afferra per il bavero, agitato dai brividi.
Le sue mani mi danno la scossa.
Riesco solo a guardarlo in faccia, senza reagire. Con le lacrime che iniziano a rinsecchirmisi, agli angoli degli occhi. I suoi sono lucidi e pesti, ma non smettono di brillare, folgorati. Il suo sguardo è come una scarica elettrica, continua.
Sento che dovrei deglutire, ma non oso.
Il suo dolore... che prima mi aveva spremuto il cuore... che mi aveva fatto desiderare così fortemente di poterlo curare... adesso è svanito, o è sordo, come al solito.
Adesso lui... vuole solo fare del male.
Lui attende ancora la mia risposta. Sa che sono troppo spaventata per parlar...
...e.
Mi cade addosso, lui, stavolta. Ricadiamo nell'acqua, ma ora io finisco nel fango, e lui contro di me, sul mio grembo. Mi affonda la testa tra la pieghe della camicia fradicia, fino a raggiungermi la pancia, attraverso il tessuto. E lì si lascia.
Piccola... mormora, con la voce rotta di chi non ride più.
Io gli accarezzo piano i capelli, senza dire niente, e non sento più la stretta bagnata dell'acqua di scarico.
Restiamo così per una notte, per chissà quanto- so che con lui potrei restare così per sempre.
Lo so benissimo, che non si riferisce a me.


Thursday, 29 November 2012

Bambolina voodoo

...è che ora lei... è la mia piccola... bambolina voodoo...
Quello che viene fatto a lei... si rispecchia inevitabilmente... su di me.

Lei è immobile sul tavolo operatorio, i polsi e le caviglie incatenati con delle manette.
Viso pallido per la bradicardia, la bocca pesantemente truccata col rossetto. Sbaffi bordeaux le si estendono dagli angoli della bocca fino a metà guancia, sia a destra, che a sinistra.
Nuda, a parte il bendaggio che le copre il seno e la vita. Fasce stropicciate si svolgono da ogni parte del suo corpo - alcune garze pendono verso il pavimento, altre sono già cadute.
I boccoli che prima avevano il colore della noce moscata ora sono bagnati, e color verde cupo.
La ragazza è così bianca che sembrerebbe morta.
Solo una cosa la distingue dai cadaveri, ed è quel sorriso che si allarga all'infinito - che sembra luccicare nel blu notte della sala.

La guardi orripilato, e non riesci a non gridare.
Cosa le hai fatto bastardo? Cosa...
Ma non c'è bisogno di fare tanto rumore.
Lei è felice, non lo riesci a vedere?

La solita risata, roca, abrasiva, spezzata.
Poi un secondo di pace.
Io? Oh, niente di che. Ho solo innescato la bomba... nella nostra... incantevole... fragile... pupa.

Lei si specchia nella vetrata sporca, e sospira felice.
Sarà la morfina, oppure per lei è solo un sogno.


Sunday, 25 November 2012

Heartless party (no love party)

Quel cuore, avvolto nella carta insanguinata. Quella lettera. Un invito.
La luce al neon che viene e che va, volti che scompaiono in un battito di ciglia.
Lei continua a camminare, stringendo tra le mani la lettera scarlatta. Intorno la gente balla, appare e svanisce.
La musica continua, sempre la stessa. Le casse sparano vibrazioni che la attraversano. Tutto il suo corpo vibra. Tutti quei corpi sudati che si accalcano nel buio. Qualche flash rischiara l'oscurità, ma è solo un momento. Poi tutto ripiomba nel caos. Nessuno sembra notare gli altri, ognuno balla per sé.
Pillole bianche che piovono dal cielo. Apre la mano, e nel palmo gliene cade una, sulla pelle macchiata dal sangue. Sente l'odore del ferro, quando riapre il pugno, e guarda la pillola. Un largo sorriso che la sua stretta ha tinto di rosso. La musica s'interrompe. Il cuore ricomincia a batterle.
Sta scendendo negli inferi.
Una gatta in latex le piroetta davanti, poi un altro lampo, e scompare.
Le pillole ricominciano a grandinarle addosso. Sono come Smarties, di un unico e solo colore.
La chitarra riprende a suonare.
Il mondo è ipnotizzato.
Ora lei sente solo quei suoni, la musica e il tonfo assordante del proprio cuore.
Delle note di piano, ogni tanto. Ma che cazzo...
E poi di nuovo la chitarra.
Un suono così acido, distorto e vorticoso...
Il vestito inizia a farle caldo, troppo caldo. I brividi le danno una strana energia.
Vorrebbe strapparsi gli abiti di dosso, e farlo.
Stringe la lettera lorda di sangue, e anche quella sola stretta le dà piacere.
Il cuore è ancora a casa, a marcire.
Si morde il labbro, e continua a cercare.
Una scala. Di metallo, a chiocciola, a precipizio da quel piano verso un abisso.
Ragazzi che scopano tra loro, tutti attorno.
Lei scende.
Si sente cadere, è come cadere, si afferra alla ringhiera e continua a scivolare.
La musica vive per lei che non ha più voglia di pensare.
Nessuno la ferma.
Nessuno la vuole toccare.
L'ultimo gradino - dopo non potrà più risalire.
Alza gli occhi verso il piano che ha appena attraversato. Oltre quel pavimento di vetro, vede tutti quegli sconosciuti baciarsi, strusciarsi, bagnarsi e ballare.
Lassù, tutta quella carne calda, quel fetore di sudore.
Laggiù, invece, non c'è niente. Solo il buio della notte, il freddo.
Quella canzone sembra non finire mai.
Un attimo e il cuore sospende il suo battito.
I suoi piedi toccano il suolo - è fuori, lontana dalla festa.
Qualche pasticca cade sui gradini alle sue spalle, tintinnano sul metallo fresco.
Una caramella verde acido le rotola vicino, fermandolesi davanti.
Quel sorriso, sul verde risplende. 
Il suo cuore le scoppia.
Respira a fondo, e l'aria ghiacciata e pungente le trapassa i polmoni come una nuvola di spilli.
Stringe le cosce, per un secondo senza fiato.
Piacere.
Quella ricerca la sta riempiendo fino all'orlo di... piacere.
Ancora un passo, e se non troverà ciò che cerca... esploderà.
Si schiaccia la lettera spiegazzata e sporca sul seno, e i suoi occhi si chiudono.
Un battito.
Li riapre e vede di fronte a lei quel sorriso.
Un respiro - un sospiro, non geme ma le manca poco... Il sorriso è scomparso, restano solo i mattoni umidi delle pareti in cui la festa è imprigionata.
Cala il silenzio, là sopra di lei.
Altre note di piano, una malinconia delicata di pace... Sta per abbandonare ciò che cerca. E poi la chitarra riprende. Ora sente anche la batteria. Non può più aspettare.
Corre, corre fino a schiantarsi contro quel muro. Si getta la pillola che le ha mandato il cielo alle spalle, e con i pugni batte ovunque, colpisce tutti i mattoni, per cercare una porta. Il buio la avvolge ma lei non ha bisogno di vedere. Striscia lunghi i muri, un'ombra che si confonde in tutto quel nero... colpisce sempre più forte, finché non sbatte contro la porta, e la sua disperazione può calare. Un altro pugno, una spallata, e cade in quella tana dove non si sarebbe mai dovuta trovare.
E cade, cade, continua a cadere, cammina o scivola o finisce per inciampare... forse è un corridoio, forse un'altra scala... lei va avanti, il suo vestito si impiglia e si strappa... come una principessa tra i rami della foresta oscura. Qualcosa le graffia qualcosa, lei vede rosso, ma non si ferma... poi le gambe le cedono, ancora, e precipitando urta e apre l'ultima porta... atterra, in ginocchio, su un terreno di schegge e di polvere. Le luci si accendono, o è una lampadina sola... un fulmine, un tremito elettrico, e in quella scarica lei ritrova il suo amore.
Inginocchiata e sbucciata, col vestitino lacero che tremola nel respiro di una corrente fredda che non si può spiegare... tiene ancora salda la lettera, che non si può più macchiare.
Mi dispiace che ti sia stato fatto del male, dice il biglietto, che lei non riesce a lasciare.
Chissà che non ti possa curare.
E l'indirizzo di quell'inferno.
Ma lei è lì, al suo cospetto, a offrirgli ancora, in tributo, il suo cuore spezzato.
La luce torna ancora, solo per poterglielo mostrare.
Senza trucco.
Lui, solo.
Lei non lo può più lasciare.
Si rialza, barcolla verso di lui. Le gambe, le braccia, tutto le fa male.
Gli cade addosso. Un silenzio.
Non riesce a smettere di guardarlo. Non riesce a pensare.
Là dove un tempo c'era il suo cuore... ora si sente solo bruciare.
Lui le scosta i capelli dal viso, sposta le ciocche che le ricadono sul petto. Le allenta il corsetto. Solo un po'. Per guardare.
I buchi degli aghi le hanno lasciato il loro segno.
La firma di qualcuno che l'aveva voluta fermare.
Le sue dita. La sfiorano. Toccano piano quei segni, uno per uno, li contano.
Lei trema. Di più, vorrebbe... di più.
Le sue mani non hanno i guanti.
Lei si sente scoppiare.
Mi dispiace...
La sua voce la uccide.
Non basta, non fa che alimentare... il bisogno pauroso che ormai lei sente di lui.
Lo guarda, e basta. Non parla, ogni cosa che vorrebbe dirgli... le muore in gola. Come dovrebbe morire tutto il resto.
Gli stringe la mano che conta le sue cicatrici, con le dita incrostate del succo del cuore che lui le ha mandato.
Almeno ora... sussurra lui, la tensione che sprigiona la sua voce ora più lieve del solito.
Non si sente più la musica... ma lei si sente comunque ancora vibrare.
So... qual'è il punto... perfetto.
La sua mano ricambia la stretta.
Lei sente la propria anima implodere, e uscirle a fiotti dalle orecchie.
Lo guarda, e basta. Negli occhi.
Schiude le labbra, per dire qualcosa. Lo sguardo di lui si sposta sulla sua bocca, in sospeso.
Lassù, alla festa, la chitarra riattacca, ancora.
Lei si alza, solleva la testa.
Lui le stringe più forte la mano - le loro dita sono ancora intrecciate sul suo reggiseno scoperto.
Poi le loro labbra si scontrano, di colpo, e ricomincia il bacio di tanto... troppo tempo prima.
Eri... vergine, vero? le chiede.
Lei abbassa gli occhi, e annuisce. Scusa, non dovevo..
Già. A me... non piace, lo sai?
Lei annuisce ancora.
Un atto ridicolo... che fa impazzire gli esseri umani. osserva, alzando le spalle.
Però... con te... le sue dita scorrono scorrono sotto la sua gonna, sfiorando il bordo delle mutadine. Perversamente... mi piace, conclude, abbassandogliele, all'improvviso.
Lei alza di nuovo lo sguardo, sorridendo, con aria di sfida.
Forse perché... io non sono un essere umano.
Lui ghigna. No, non lo sei. e la bacia di nuovo.
Nel buio lei riesce a intravedere solo il suo viso, ma non le serve altro.
Non sa dove siano, non sa su cosa siano appoggiati...
Ma non ci pensa, mentre lui la alza e fa scambio con lei di posto, facendola sedere... al bordo di quel trono... Le alza le braccia sopra la testa, e poi le apre il corsetto, senza smettere di guardarla e sorridere... lei osserva la luce inquietante nei suoi occhi, nell'imprevedibile crudeltà del suo ghigno... e da quella luce si sente riscaldare, è un calore insopportabile, si sente squagliare... si lascia spogliare e resta nuda sotto di lui, lo lascia fare... gli lascerebbe fare qualsiasi cosa... Lui le abbassa gli slip e la continua a guardare... Lei sorride... ha il suo stesso... bagliore spietato... c'è qualcosa in lei... che lo...
Lei sussulta, quando si sente leccare. Il tocco ruvido e bagnato della sua lingua sul collo... la assaggia e la assapora come se stesse davvero per divorarla... Dovrebbe essere spaventata, però... Non muove le braccia da come lui gliele ha disposte, come se l'avesse ammanettata... Lascia che le sue mani le scendano tra le gambe, le aprano le cosce... Un altro brivido, e il bruciante calore... della felicità.
Lei non riesce a fermarsi, e afferra di scatto i braccioli che li circondano. Quel trono dovrbbe essere... una poltrona, forse.
La sua bocca... la... sua... bocca... riesce solo a pensare. 
Succede. Davvero. Di nuovo. è tutto ciò che le può risuonare nel cervello ora.
Dovrebbero parlare, tipo? E di cosa?
Tra loro qualsiasi cosa, o legame umano... non può esserci.
Nessuno dei due saprebbe dire come, eppure... in questo momento sono insieme, e altro non si potrebbe dire.
Sì... lo voglio...
Si sente impazzire, ma ormai che ci può fare?
Il suo cervello scoppia, il suo corpo anche...
Geme senza bloccarsi, e si lascia crollare.
Passa un tempo indefinito, scorre forse via l'intera notte... e quando la luce ritorna, li trova sotto i neon della sedia elettrica.
Buon san Valentino, piccola, le bisbiglia lui all'orecchio, appena hanno finito.
La lettera è ai piedi della sedia, accartocciata. Ci fiocca sopra la cenere di una sigaretta.
A lei scappa una risata, esausta.
Pesce d'aprile anche a te, J.


Wednesday, 21 November 2012

Laugh to pieces

Quindi è vero... che l'amore non esiste? chiese lei, col viso storpiato dalla speranza.
Lui scosse la testa, sorridendo pietosamente, come se lei gli avesse chiesto per l'ennesima volta un'ovvietà.
La luna era quasi giunta al bordo della nuvola... stava per riapparire.
Mia cara... ma certo che l'amore... NON esiste! Come potrebbe essermi possibile, in un mondo... in cui l'amore esistesse... fare... tutto questo?!
La luna si liberò dal velo, lo squarciò all'improvviso, illuminando tutta la radura di bianco.
Berlin perse il respiro, rimase a fiato mozzo.
Davanti a loro, sotto di loro, intorno a loro, c'erano solo bambini. Morti. Sfregiati come J si era sfregiato una volta.
Alcuni di loro avevano ancora il cordone ombelicale, altri erano riversi in piccole pozze verdastre, di rigurgito. Erano nudi, eccetto qualcuno che aveva ancora il polso il cartellino dell'ospedale.
Berlin cadde in ginocchio, la pancia attraversata da una fitta che non riusciva a fermare. Come se il suo utero stesse per scoppiare.
No!
Tutta la radura era ricoperta di neonati e feti e ciuffi d'erba che spuntavano dalla neve in poltiglia.
Ovunque lei guardasse, si sentiva sempre più morire.
Rimase ammutolita dallo shock fino a quando il dolore non fu troppo, e la fece strillare.
Il suo grido non echeggiò in quella discarica di vita, perché le rimase, strozzato, a metà gola.
Non aveva bisogno di abbassare gli occhi per saperlo. Lo sentiva dal male, e lo sentiva dall'odore - il suo corpo stava perdendo sangue.
Afferrò con violenza il polso di J, che stava contemplando rapito quello spettacolo, e lo strattonò, accecata dal dolore che le stava bucando la pancia.
Ti prego... riuscì solo a rantolare. Dobbiamo...
Un altro grido le morì in bocca, soffocato dai denti che affondavano nel labbro per trattenere quel male.
J si chinò su di lei, per essere alla sua altezza, e le prese con dolcezza il viso tra le mani.
Per la prima volta Berlin riusciva a sentire il suo fetore di morte.
Sssh... le soffiò piano in faccia. Sssh... no... non dobbiamo... perché tu e questo bambino... siete troppo belli... troppo perfetti e puliti... per questo mondo cariato!
Parlò sorridendo, con fitte lacrime che gli sporcavano gli occhi. E intanto le teneva la mano nella sua.
Allora lei capì.
Per loro due non c'era speranza.
Si piegò su se stessa, stringendosi il ventre con le mani, cercando disperatamente di salvare quel bambino... di trattenerlo con lei, di salvarlo dal finire in quella atroce radura.
Sapeva che era inutile. Non sapeva spiegarsi come.
Urlò con tutta la forza che aveva, come una belva ferita che non può che essere finita dai cacciatori.
Urlò e pianse fino a sentirsi mancare, cercando di alzarsi, ricadendo ogni volta, sporcandosi le gambe di fango, neve e suo sangue.

Poi la luce dei fari li investì, qualcuno colpì J alle spalle. Lui cadde, lei fu afferrata e sollevata, piano.
Continuò a tenersi la pancia, per proteggerla, mentre sentiva che tutta la vita che aveva stava gocciolando fuori da lei, con quel sangue. Pianse fino a quando non vide Due facce, che la teneva in braccio come una bambina sperduta.
Fece per parlare. Ma noi... Tu, perché... riuscì a dire, poi smise di tentare, perché non aveva senso. Cosa lo aveva? Dentro di lei... moriva...
Si aggrappò alla giacca di Dent, singhiozzando. In qualsiasi momento fossero arrivati, sarebbe stato comunque... troppo tardi.
Lo so... ma una metà... è tua, no? le disse dolcemente lui. Poi la fece stendere sul sedile... di una qualche macchina, forse, Berlin ormai non aveva più voglia di capire. Erano sedili in pelle, però, questo le era chiaro.
Berlin sentì un mugolio di dolore di J, a qualche metro da loro. Ma non riuscì a guardare.
Restò con gli occhi che le bruciavano, rannicchiata su un fianco con le mani salde sopra l'ombelico, a tapparlo perché nulla potesse volarsene via, fino a quando non svenne, o si addormentò, senza provare più niente.

Quando si svegliò, avrebbe scommesso di essere nella solita clinica, nella solita stanza, nel solito letto cui ormai avevano dato il suo nome.
Ma poi sbatté meglio le palpebre, e vide che non era dove pensava.
Una bella camera in stile impero, con ampie vetrate e tende attraversate dalla calda luce del giorno, oltre a cui si intravedeva una terrazza, e più in là ancora il ricco verde di un giardino sterminato.
Era un posto così bello che si sentì quasi in dovere di essere felice.
Una sveglia alla vecchia maniera segnava le tre del pomeriggio.
Aveva dormito per oltre...
Tre giorni, disse Dent, entrando affiancato dal suo vecchio amico in borghese.
Lei si tirò su, facendo leva su un braccio, ma il suo amico le fece cenno di restare giù, per riposare.
Li guardò sorridendo - era un sorriso vuoto, da morfina, ma i due non si aspettavano di meglio, era chiaro.
Nessuno dei due le chiese come stava.
Era chiaro.
A un certo punto l'amico se ne andò, per chiamare un medico, o portarle qualcosa da mangiare...
Lei rimase sola con Dent, il cui viso ormai riportava solo qualche leggero cenno dell'incendio cui era scampato. Aveva ripreso su tutta la faccia la sua rude bellezza, molto maschia, da superuomo. Miracoli della medicina moderna. Buon per Rachel, pensò lei, e la cosa la fece scoppiare a ridere.
Dent la guardò sorpreso, vagamente sollevato, un po' a disagio.
Nessuno aveva idea di come trattare con una ragazza disturbata che aveva appena perso il figlio concepito nel braccio della morte con il Clown Sovrano del Crimine.
Ciao, sexy, lo salutò allora lei, inclinando la testa di lato per studiarlo meglio, ammiccante.
Tea? disse lui, stupefatto.
Lei annuì, sorridendo come se non avesse avuto più nulla da perdere.
Ops. In effetti era così.
Che c'è, non ti aspettavi di vedermi? chiese, mettendo su un broncio da finta offesa.
Lui la guardò ancora più perplesso.
E Berlin?
Curiosità prevedibile.
Lei non rispose. Si limitò a alzare gli occhi oltre le spalle di Dent, per ammirare i gigli bianchi che qualcuno doveva averle portato, resi quasi eterei dalla luce chiara che galleggiava nella stanza.

Tuesday, 20 November 2012

Smiling down

Appena ti ho vista... sai... cos'ho pensato? Tu... non sorridi mai.
Frustrante... nauseantemente dolce... povera piccola... bella bambina... L'unica a cui... non possa
Anche quando gli angoli della tua bocca si sollevano, quando le tue... labbra... si distorgono in un sorriso, tu... sei sempre triste! Anche quando ridi, anche quando fai una battuta, tu... tu non ridi mai, davvero! E ciò nonostante, io... non riesco... io con te... non sono... me... quello che voglio essere! Quello che ho deciso di essere, la maschera... che ho indossato un giorno disgraziato, e che poi... non ho più tolto... con te... va sempre... via... scivola via... e io... lo odio! Tu rovini la mia farsa, tu mandi all'aria il mio spettacolo... e io... non riesco mai... a farti ridere... come voglio io! Neppure il gas... non riesco a usarlo... neppure il gas riesce a stamparti in faccia l'espressione di leggiadra gioia... che tutti dovrebbero avere! Tu resti zitta, in disparte, non parli mai, e ogni tanto tu... piangi... sì, si vede sempre che piangi... che hai appena pianto... che stai... piangendo dentro... Dannazione, ragazza! Non ti uccido, non ti torturo, non ti diverto, non ti... affascino... non so che effetto ho, però... sembra che, tanto per cambiare... io ti faccia piangere! E il tuo pianto... non mi fa... divertire... non piangi come piace a me, con gli occhi da bambola giapponese spalancati, incrostati di lacrime e terrore... tu... sei sempre pallida... come se volessi sparire... perché?! perché te ne vuoi svanire via, nonostante... tu sei... il mio antidoto, dannazione, il mio fallimento più grande! Perché con te... non riesco a essere... ciò che voglio essere. Su di te non riesco a escogitare alcun... male. Sono solo dolcetti, per te, dannazione! Perché non posso farti uno scherzetto? Perché non posso intagliarti la zucca? Ho staccato la testa... a ragazze più belle... ho cucito il sorriso... a persone più interessanti... Ma tu... Ma tu... Riesci da sempre a disinnescarmi... Perché non ti ho... dato il drink della piccola morte? Perché nei tuoi occhi c'è sempre un velo... di lacrime... tu non dici nulla, ma si sente il tuo amore... a distanza... come il fetore di un esercito di morti... è così... fastidioso... questo insano calore... non ha senso, non ha... motivo... di continuare a bruciare... perché non si spegne? Non lo alimenta nessuno! Tutti cercano di spegnerlo... ti calpestano apposta! ...è per questo... che sei... così seria? E anche se sai che per questo dovresti essere condannata a morte... tu... continui... a essere triste... vicino... a me? Il sangue... non lava via... il tuo... amore... la morte... il delitto... non riescono proprio... a spegnere quell'osceno calore? Disgustoso... dannoso... inutile... accecante... sentimento... buono... Puah! Non vedi che ti sta piagando dentro? Non vedi che sarà quello che ti ucciderà?! Perché non lasci... perché non mi lasci lasciarmi... porre fine... alla tua sofferenza? 
...Ma che cazzo... ti hanno fatto... chi ti ha fatto cosa... per poterti rendere così... tragica?
Dimmelo!
Perché?
Che cosa dovrei farti io... per cancellare la tua faccia... e metterti addosso il dolore che vorrei io?

Sono incinta.

Lui tace.
Nella mia pancia, tic toc, tic toc, il tempo passa...
Taglierà lui il filo blu?
Un attimo, e lui mi travolge. Schiaccia il viso sul mio ventre. Lo divorerà?
Appoggia le mani sulla mia pancia, e resta colla faccia contro di me.
Lo sento tremare - è un rumore strano, sembra il pianto stonato di un gatto...
Poi quel verso si fa più forte, e capisco.
Ride.
Una risata squilibrata che non sembra si fermerà.

Ah...ah...ah! Tesoro... questo... è il più grande scherzo... che si potesse fare!

E io sorrido, perché in fondo è vero.
Sorrido, perché non sono ancora morta.


Colpito, e affondato! e rido, come se fosse uno scherzo, per davvero.

Monday, 19 November 2012

Pediophobia

Un attimo sono lì, con te - l'attimo dopo c'è lei, e io devo sparire.
Lei appare sulla soglia come un angelo oltre un cancello di fiamme - e le fiamme ci sono state, e si vede, l'hanno divorata come hanno fatto con te... e l'hanno risputata, rendendola ancora più bella.
Lei appare come un miracolo, io ero solo un miraggio... Appena la vedi io per te non ci sono mai stata.
La tua metà bruciata - la sua e la tua sono speculari, potreste fondervi e tornare un liscio androgino dalla pelle perfetta...
Ormai sono tra voi, ma nessuno mi vede.

Rachel!

Come una sola esclamazione riesce a ribaltare il mondo.
Una scossa di terremoto rimette tutto al suo posto.
Lei è viva, questo non ha senso, ma è viva. Tu sei vivo, questo non ha senso, ma sei vivo.
Io sono viva, ma questo non importa, e voi potrete vivere insieme, di nuovo.

Conosco qualcuno che sarà contento quanto me di questa riconciliazione contronatura, penso amaramente, ma sapere che qualcun altro soffrirà stranamente non mi aiuta.

Rachel, ma come...
Ma non t'importa, né lei ha fretta di spiegartelo - lei torna da te, ti si butta addosso (nei limiti che le ustioni concedono a entrambi), e la brutta vecchia realtà senza cuore attorno a voi sparisce.
Siete su una nuvola del Paradiso, il problema è che non siete morti.

Tu non sei Rachel! urla Tea, ma Berlin la soffoca.
Come può essere scampata a quell'esplosione?
Tutti, tutti pensavano che fosse morta.
Dev'essere un'altra, una gemella malvagia, o...
Come può essere così bella, se bruciata?
Dent la guarda folgorato.
L'universo si è fermato, perché dall'Ade potesse ritornare una dea.
L'amore asciuga le piaghe.

Berlin è shockata, Tea meglio non parlarne.
Berlin rimane con gli occhi sbarrati, vivisezionata dai sensi di colpa - cerca di parlare a Rachel, ma lei ora è un angelo, è di un mondo superiore. Lei si volta verso Berlin, e in uno scatto la abbraccia - la ragazza si sente come stretta tutta in una tagliola. Le braccia di Rachel le circondano le spalle, le si getta al collo - Berlin si sente decapitare.
Grazie, dice la morbida, dolcissima, soffice voce di Rachel.
Berlin la guarda, con terrore - ha fatto sesso col suo amore, e poi gli ha sparato, per cosa dovrebbe essere ringraziata?
L'hai salvato.
Berlin rimane boccheggiante, come un pesce in una pozza di fango senz'acqua. Continua a non capire.
Ma io ho... gli ho sparato, e prima... sputa fuori, non ne può più.
Rachel la guarda col suo sorriso da gatto. I suoi occhi verdi risplendono di gioia, è... radiosa, e quella gioia accende anche i profondi segni coperti dalle bende.
Lo so. Berlin, va bene. Va tutto bene. Grazie a te Harvey è... tornato.
Adesso è lui ad essere invisibile - Berlin non osa guardarlo, e per fortuna non riesce a sentire la sua presenza in alcun modo. Ha troppa paura della sua reazione...
Ma se potesse vederlo, vedrebbe uno spirito nuovo, un'anima beata, un salvato.
Forse è meglio così, considerando Tea. Che muore ancora una volta, mentre Berlin vorrebbe svanire.
Non dico niente. Né Berlin né Tea riescono a reagire.

Rachel è tornata, è al suo fianco, è perfetta - una bambola, più delicata e più forte di prima.
Dent ne avrà cura, e lei lo curerà - adesso le crepe con cui quello scoppio aveva frantumato la loro felicità di cristallo si sono dissolte, e la loro perfezione è più angosciante di prima.
Li vedo insieme, sembrano quasi finti - i loro occhi, come quelli dei fantocci, si muovono insieme, sembrano così vuoti... Il loro amore, tanto fragile prima, che ora non potrà più essere distrutto... Lo vedo muoversi ed espandersi, e vorrei fosse inanimato. Sembrano così pericolosi, tanto sono felici.

Cado dal mio piedistallo, e gli occhi mi rotolano via - e vedono così dei nuovi sogni di morte. La mia pelle è delicata - basta toccarla, e sull'anima compare un livido blu.
Mi basta una parola, e mi lascio incrinare.

Le sorrido, tremando, borbotto un grazie commosso, e rea confessa e perdonata me ne vado. Non so neanche come, ma mi ritrovo lontano. Nella mia stanza, forse, o in un bagno. Mi chino e vomito, svuotandomi del cuore.

Sunday, 18 November 2012

I'm not really jealous, don't I look like a clown?

Sabato sera, e alle undici sono già a casa.
Berlin si stende scoraggiata sul divano, e non riesce a fare altro.
Perché ha un divano, poi? Quello che le basta per vivere, in una casa, è il letto, e il frigo, il bagno, e un computer. Non servono specchi, mobili decorativi, asili per ospiti. Non servirebbe neanche la cucina, anzi, sarebbe meglio non ci fosse - vista la scottatura che medita di prendersi da giorni sul fornello.
A volte si vergogna, di fare certi pensieri. Poi si vergogna di non essere capace di provare semplicemente ciò che le capita di provare, senza sentirsi in colpa. E a quel punto si sente una patetica vigliacca, e desidera punirsi. Quindi, ricomincia a vergognarsi di fare certi pensieri. Una ragazza in loop.
Tornata a piedi, di corsa, zizagando tra le macchine senza neppure accorgersene, con gli insulti degli automobilisti, le brusche frenate e il grido della Banshee e del clackson come colonna sonora che non era riuscita proprio a sentire, Berlin è finalmente nel suo covo, dopo quattro ore di fuga.
Respira.
Quattro ore in trance, sotto shock, e solo ora Berlin respira e riesce ad accorgersene.
Le fa male qualcosa, tra il torace e il basso ventre.
Da qualche parte le campane suonano, annunciano la messa per le anime perse di quel mondo.
Fuori è buio e incasinato, mentre lì, nel suo appartamento... Berlin si sente al sicuro.
Chissà perché i suoi l'hanno chiamata Berlin - ah! è questo il punto. Non sono stati loro, a darle quel nome. Fu la cotta che lei si prese per la voce di Lou Reed quando aveva dodici anni. O fu perché dopo la maturità avrebbe voluto fare un giro in Germania? No. Si chiama Berlin perché Berlino era stata divisa in due - due parti opposte, nemiche, rivali, perennemente nostalgiche l'una dell'altra, la frattura tra le quali non poteva essere risolta da loro stesse. Si chiamava Berlin perché Berlino era stata scissa in due, e poi si era ricomposta, e aveva il suo equilibrio.
Fuori la gente si sta sbronzando e ingannando, mentre lì, dove non c'è che lei, non possono esserci turbamenti dell'ordine che non siano imputabili che a lei. E questo cosa vorrebbe dire?
Vuol dire che se resta lì dentro per sempre, non potrà rimanere ferita da altri.
Berlin avvicina i polsi l'uno all'altro, davanti a lei, e guarda le loro vene verdastre, in impressionante rilievo sotto la pelle mortalmente pallida. Le sente quasi pulsare, solo a guardarle - come se la stessero incitando.
Si lascia cadere le braccia in grembo, e si rannicchia sull'inopportuno divano.
Non ha mai ospitato nessuno, nel suo appartamento.
A parte un'amica, una volta - poi l'amica era sparita.
Non accade niente.
Berlin rimane sul divano, come una crisalide vuota, mentre la notte corre veloce per Gotham.

Era stata in quella strada, poco prima del tramonto - la strada in cui era svenuta dopo che una bella psichiatra psicolabile le aveva sparato una soluzione finale dritta nel cuore, poco prima che la luce aranciata e calda del sole che se ne andava si spargesse sulla neve ammucchiata su quei marciapiedi dove ormai la giustizia più non passava.
Era stata in quella strada, a cercare qualcosa che aveva perso - una carta che le era stata regalata tanto tempo prima, e a cui le teneva tanto. E l'aveva ritrovata.
Poco distante dal bar dove la bionda dottoressa le aveva teso una curiosa imboscata, la carta la stava aspettando. Era appoggiata sul coperchio uno di quegli enormi barattoli metallici in cui nelle fredde notti d'inverno qualcuno accendeva il fuoco - doveva essere un cestino di latta, ipotesi che per Berlin avrebbe potuto essere tranquillamente prima di senso, ferrata com'era nella vita reale.
Sembrava intatta, almeno da lontano. Qualche anima buona smarritasi da quelle parti doveva averla trovata, sepolta a metà nella neve, magari sporca e spiegazzata, ma ancora integra... e l'aveva messa lì, sul cestino, e non nel cestino, in modo che il legittimo proprietario potesse trovarla.
Berlin si era sentita come al solito lacerata di commozione, per la stupefacente gentilezza degli sconosciuti - un sentimento che riusciva a provare solo quando i suddetti sconosciuti non erano presenti, perché altrimenti sarebbe stata troppo congelata dall'ansia sociale per sentire qualche calore o trasporto per loro.
Berlin si era sentita felice, e sollevata, e leggera, ed era corsa da lei, dalla carta, con l'entusiasmo con cui una persona normale sarebbe corsa a riabbracciare una vecchia amica.
Poi, aveva visto la carta, la sua carta, quella che era venuta a cercare, strappata in mille pezzettini, bruciacchiati ai lati (doveva aver soggiornato per qualche tempo in un posacenere) e sporchi di grigio, ammucchiati ai piedi della carta che aveva visto da lontano, e che ora le pareva troneggiare sul coperchio del cestino come sullo scranno della Corte dei Miracoli.
Quella carta, quella perfettamente intatta, rideva di lei, e dei suoi sogni stracciati.
Quella carta era la matta.
L'aveva capito anche Berlin che non distingueva il poker dal bridge.
La carta smembrata era la Regina di Fiori che lui le aveva dato quando si erano conosciuti.
E prima che Berlin potesse scoppiare, disgregarsi e sparire, alla finestra di uno degli ultimi piani del palazzo abbandonato sopra di lei era apparso un sorriso agghiacciante e familiare, e dietro di lui, con gli occhi - Berlin riusciva a vederlo anche da lì, da dieci metri più in basso - fosforescenti dalla gioia, e ben spalancati per sbatterglielo meglio in faccia, la maschera della donna che le aveva bucato il cuore.

E un cuore pieno d'elio allora era scoppiato, proprio come un palloncino.