Cercando nel labirinto degli specchi

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Friday, 22 November 2013

Fata bacata



Bacio di fata

TWS

(il lombrico viene da www.twistynoodle.com; i tratti di Biancaneve son quelli del cartone della Disney, appositamente ingrigito da mr.Coconutter - danke!)

Tuesday, 23 July 2013

Mantide amorosa


...E mentre scopa ti mangia il cuore
- ma com'è bello farci all'amore!
Le ossa scricchiolano, la voce è rotta
- ma te lo meriti, sei una falsa bigotta.
Gli arti si spezzano, il dolore cresce,
Lacrime e vino Cupido mesce.
Gli occhi scoppiano, le arterie si aprono
Sotto il suo tenero tocco di trapano.
La stringi forte, ti lasci andare
- pensi "berrò, per non dimenticare".
L'amore è saggio, l'amore è paziente
- l'amore ride e ti fa a pezzi per niente.
Staccati e ascolta, non tutto è perduto:
Non sai dei morti che han di lei goduto?
Se nell'amplesso non vuoi trapassare,
Dritta all'Inferno dovresti andare!

Monday, 8 July 2013

Sarcofonia


Mi ha legato, sedato, picchiato.
Con una forchetta mi ha scorticato.
Non sentivo nulla, ma vedevo tutto,
Perché davanti allo specchio mi ha drogato di brutto.
E mentre lembi di pelle mi strappava,
Con gioia e passione le dita mi baciava.
Adesso il mio corpo è una fogna aperta
E l'infezione sarà la mia fine certa.
Ma come piangere, quando non hai palpebre più?
Sulla mia carne sparse tanti petali blu.
La musica cambia, il mio cuore è rapito
E costretto a letto non posso muovere un dito.
Prima di conoscerlo avevo un viso perfetto,
Prima di conoscerlo mi sentivo un re.
Però sorrido di nuovo, e sapete perché? 
Perché la morfina ha fatto ora il suo effetto!

Wednesday, 29 May 2013

Partnership non umana


A volte scopiamo.
A volte viene da me, e dentro di me. Il tempo passa piano, in quelle volte.
In quelle volte - capitano di rado... troppo di rado - mi bacia sulla bocca, poi mi spoglia, quel che basta per entrare... ed entra. In quelle volte, io non devo fare niente. Lui si muove. Io sto lì con le gambe aperte, e sento il suo affare che si fa largo dentro di me.
Non mi guarda in faccia, quando capitano quelle volte. Sento il suo fiato sul collo, e tutto ciò vedo è il cuscino. Poi, qualche decina di minuti di colpi di reni, ed è fatta. Quando finisce mi lascia un fazzoletto di seta per pulirmi - ma lui sparisce.
Mi scopa per tre quarti d'ora, e quand'ha finito rotola via da me, e uccide il primo che passa.
Lo pagano molto, per uccidere il primo che passa.
Ogni volta, quando ha finito, rotola fuori da me, si stende su un fianco, si accende una sigaretta, e fumando si alza. Si affaccia alla finestra, e guarda. Poi un colpo esplode, un altro, e l'odore di fumo si propaga ovunque.
Io mi rivesto, e intanto la gente per strada urla Oh mio Dio!, e chissà che altro. Non vi dico quante volte questo genere di esclamazioni mi ha fatta sentire grassa, o poco piacente.
Intanto lui continua a fumare - anzi, è la sigaretta che fuma. Lui se ne sta alla finestra, ancora in mutande, e col suo bel viso da sacerdote re contempla la scena che infuria per strada, e sorride. E anche se in quei momenti ha appena finito, con me, quel sorriso non fa che farmi tornare la voglia di essere presa da lui.
Il che è fuori questione, perché ormai l'angelo della morte ha fatto il suo volo, e non tornerà fino a quando non glielo dirà il suo dio.

A volte mi sbatte.
Ma capita solo quando il suo dovere chiama.
Non mi guarda negli occhi, non mi bacia la bocca, non sorride e non parla. Neanche mi tocca. Entra e basta, e io sanguino, ogni volta. Per giorni - a lui piace. A lui piace, se piango, durante. Gli piace schiacciarmi contro il muro, farmi soffocare nel cuscino, gli piace bendarmi e scopare. Non parla, non mi accarezza, non mi ama. Mi prende e basta. Quando il suo dovere chiama.
Io lo accetto, perché lo amo - mi lascio usare, mentre lui chissà cosa trama.
Credo proprio che la nostra non sia una partnership granché umana.
Mi concedo solo di guardare il suo sorriso, quando lui non guarda - e lasciarmi andare. Si sanguina meglio, e più in fredda, se non ci si fa impressionare.

Ho ancora la cicatrice a croce della nostra prima volta.
È bella, e ogni notte mi fa sognare.

Saturday, 4 May 2013

Halo of lies


(WARNING! RAPE & VIOLENCE & PERVERT'S STUFF.
attenzione. si parla chiaramente di stupro, in una chiesa, e la verginità violata non è quella canonica. non intendo offendere nessuno. il presente brano non è composto con finalità anticlericali, è semplicemente un frammento di violenza casuale in un mondo casualmente violento.
Rispetto ogni fede e ogni culto, e credo fermamente che l'unica espressione carnale dell'amore possibile sia quella tra persone consciamente consenzienti. 
se non volete saperne, non leggete. se no, non prendetevela con me. come saprete, esiste la libertà di espressione e il principio dell'Art for Art's sake, e questo è il mio blog.) 


È un attimo, e appare dietro di me. Non faccio neanche tempo a realizzare che gli occhi verdi veleno in cui mi sto specchiando sono quelli di un fantasma, che lui già si è dissolto, e mi cattura, in ostaggio.
Per la sorpresa mi scappa un grido, ma è presto soffocato.
Andate, strillo a quegli altri, che ci guardano agguerriti. Tocca a me ora, ribadisco, con la voce fredda di chi non ammette repliche. Anche loro sanno che è vero, che non c'è altra soluzione. Quindi, alla fine, devono ubbidirmi.
E poi, non voglio che vedano cosa mi succederà.
Torniamo a noi, dice lui, quando le porte finalmente si chiudono.
Una frazione di secondo, di nuovo, e mi fa cadere. Finisco incaprettata tra le candele, sull'altare. E capisco.
Guardo quelle persone davanti a noi, sedute sulle panchine - alcuni inginocchiati, altri riversi sulle Bibbie impilate, e mi sento sollevata che siano tutte morte. L'odore di incenso mi penetra nelle narici, mischiandosi al fetore del sangue e dei cadaveri. Un raggio della luce dell'alba trafigge rovente un angelo della vetrata, a cui la nostra scossa non ha distrutto del tutto la testa. Il riverbero celeste si spande sul pavimento di marmo, su cui è colato l'ultimo riflesso di qualcuna delle vittime.
Lui si schiarisce la voce, si scrocchia le dita, mi immobilizza, e mi apre.
Il dolore che mi dà è inequivocabile, e gli piace. Non ha sbagliato. L'ha fatto. Mi ha del tutto violato.
Vedo - o meglio, non vedo, e davanti agli occhi serrati tutto si fa rosso cupo. Sto per svenire, ma lui, per tenermi sveglia, mi bacia. Le sue labbra umide mi sbavano sul collo, e la cosa peggiore è il sollievo che mi dà il frescore della sua saliva.
Allora? chiede. Ma non so cosa chieda.
Finalmente... ti ho trovato qualcosa di vergine, sibila, e mi lecca. La sua lingua mi passa lungo le vertebre del collo. Rabbrividisco, e non riesco a perdere i sensi.
Vuole che io rimanga cosciente.
Per mortificarmi meglio.
Si fa strada dentro di me, sempre più forte. Stringo il bordo della tovaglia finemente ricamata che fino a poco fa velava l'altare e ora si spiegazza sotto la stretta convulsa delle mie dita, come un bambino spaventato farebbe con la sua copertina. Lui non parla, e gode nell'umiliarmi.
Ricordo un vecchio bacio, per cui ora non c'è più spazio - quello sulla neve, appena prima che lui crollasse. Adesso c'è solo odio, per questo mi sta stuprando.
La cosa peggiore - quella peggiore davvero - è che lo sta facendo per insegnarmi la sua lezione. La sua preziosa lezione di male e morte. Come io gli avevo chiesto.
Sento la stretta della sua mano bruciarmi sul polso, sulla croce tatuata. Con l'altra mano non mi palpa, non mi accarezza - mi spinge la schiena verso il basso, premendo tra le scapole, schiacciandomi a faccia in giù sull'altare. Nella pelle mi si è conficcato qualcosa, sembrano tante piccole perle, legate assieme, e...
È un rosario.
Il crocifisso luccica davanti a me, ma presto lui se ne accorge, e mi dà un'energica spinta, che mi appanna ancora la vista, e mi porta tutto il corpo in avanti. Le mie labbra travolgono il ciondolo, e l'uomo si piega su di me, senza lasciare la presa. Le sue dita si aggrovigliano ai miei capelli - così farà più male. Poi mi alza piano la testa, e continuando a scorrere dentro di me strattona le ciocche che è riuscito ad afferrare, e mi sbatte il viso contro l'altare, di nuovo. La mia faccia investe il crocifisso di ferro, di cui ora sento in bocca il sapore. Credo di essermi tagliata il labbro, come minimo, ma è l'ultima cosa di cui mi debba preoccupare.
Una lacrima, arenatasi all'angolo dell'occhio quando prima mi ha aperta, si getta finalmente lungo la mia guancia, e cade sulla tovaglia d'altare.
Lui se ne accorge e ride, deliziato, lasciandomi i capelli per scivolare con la mano lungo il collo - sento le sue unghie premere, ma non graffiare... Poi scende lungo la clavicola, e si adagia tra i miei seni. Gioca con i grani del rosario, mentre col palmo resta immobile all'altezza del mio cuore. Le spinte rallentano, riducono la loro intensità, e il mio corpo smette piano piano di tremare. È ancora dentro di me, ma comincia a farmi meno male. 
Respiro di nuovo, piano, per non farmi sentire. 
Poi però dà un nuovo colpo di bacino, a sorpresa, così forte da farmi gridare, e stringendomi il seno con entrambe le mani mi sbatte ancora e ancora e ancora - la faccia mi si schiaccia ripetutamente contro il crocifisso di ferro, e i bracci della croce mi pungono le labbra, il naso, le guance, ovunque lui voglia farmi atterrare.
Non ce la faccio più e grido, continuo a gridare, odiando lui e i miei compari al sicuro e tutti quei morti che sono corsa lì a salvare, e le mie urla e le sue risa rimbombano per tutte le navate, echeggiano fino a fuori, là, oltre le vetrate rotte, dove stanno gli altri, a cui ho stupidamente detto di non entrare.
Il bastardo continua a montarmi e a ridere e a affondarmi le unghie nella pelle del seno, nelle cosce, fino a quando la sua risata non si interrompe un attimo, e l'orrore congela il mio pianto.
Si scrolla fino all'ultima goccia, poi, finalmente, esce. Mi schiaffeggia la coscia, soddisfatto.
E mi chiede:
Allora, piccola? Dov'era il tuo Dio, fino ad adesso?


Monday, 22 October 2012

Bacio orribile

Cazzo, non amo nessuno, pensò.
La luce bianca dello schermo le si rifletteva sul viso, dandole una tintarella spettrale.
Gli occhi grigi restavano immobili, freddi, fissi sul monitor, a contemplare la voragine che aveva dentro - il cratere di un'implosione.
Un tempo le piacevano le bionde, ricordava. Le bionde dal volto ovale, da angelo in esilio, incorniciato da morbidi boccoli inanellati, le labbra disegnate e morbide, come quelle di un gatto - uno Stregatto dal sorriso enigmatico... il seno morbido altrettanto, accennato sotto quegli ampi maglioni irlandesi... Sospirò. Belle da mozzare il fiato, di quella bellezza davanti a cui non puoi fare altro che arrenderti, alzare le mani e restare in rispettoso silenzio. Una bellezza dolce e irraggiungibile, quasi inconsapevole di sè, che le ispirava un calore da squagliarle il cuore. 
Ora, quelle profonde cotte che il cuore glielo tagliavano come lame di luce il burro, in un chirurgico colpo solo, che si impadronivano di lei in meno di un battito, e la lasciavano boccheggiante e a testa spenta, erano altrettanto rapide nel loro svanire. Come stelle filanti in un cielo estivo, non le lasciavano che il ricordo di un desiderio.
Non ho più nulla, non spero più. Eppure continuo a volere - superfluo aggiungere che non scriveva più. Proprio non ci riusciva. Quando ci provava, si accorgeva - ogni volta come se fosse la prima - che stava solo tentando di muovere una parte di lei che, amputata di netto, ormai non c'era più. Certo, a volte quella ferita spandeva un po' di liquido sul foglio, ma era semplicemente un fiotto putrido che le ricordava che l'unica era arredendersi. Come una volta non poteva che cedere alla devastante passione che si propagava in lei come un'infezione, ora avrebbe dovuto issare bandiera bianca alla sua mediocrità.
Era un sepolcro vuoto, quel tempio che una volta era avamposto di Dioniso.

C'era ancora un fantasma, ad infestare quel cimitero in rovina, sì.
Era perfetto, sì: pazzo, guidato nel suo imprevedibile agire mortale dallo squilibrio di una mente scissa tra il sadismo e il caos, sul filo di un rasoio che non esitava mai ad usare, con gli occhi accesi da una luce malvagia, cerchiati del nero di un pozzo senza fondo, e lunghi canini acuminati, e labbra sporche di sangue (finto forse, o chissà), e cicatrici... Sì, era perfetto, con la sua orrenda risata secca e gelida, la voce che era un sussurro e un grido dall'inferno, bianco come il morto che non ha mai visto la luce, caldo e tenero come le lame con cui giocava, da solo... Perfetto, e ora non le suscitava più niente. Perché era lontano, era come come se non ci fosse più.
Neppure quel bacio, quell'orribile bacio, quel primo che lui le aveva dato cucendole gli occhi, nemmeno quel bacio orribile l'avrebbe fatta rivivere, adesso.
Il suo cuore era morto, e quel clown vi abitava da tempo, nutrendosi a tratti della sua anima vuota.

Non era un clown, ma altri lo chiamavano così... per lei era solo il vecchio Joker delle carte.
Non aveva mai immaginato, prima di svegliarsi dall'incubo del mondo reale, che l'avrebbe incontrato, nel mondo reale.

Berlin - come il disco? no, come la città, vecchia storia - non riusciva più ad amare, e stranamente questo la faceva morire più del solito. 
Inchiodata al computer, alla ricerca di una spina che riaccendesse il suo spirito, non sapeva che fare, si lasciava rosicchiare dalla noia.
Pensava a lui, pensava a come l'avrebbe potuto evocare, ma niente risuonava dentro di lei, neanche allora.
Quei chiodi che lanciava nel pozzo, ecco... sprofondavano, senza creare cerchi, nell'acqua.
Pensava a quel bacio, a quello che era seguito, pensava a quell'amore che mai c'era stato, non sentiva lacrime, e più non sanguinava... sul polso lo squarcio si era proprio ben rimarginato. 

Ricordò quand'era stata tra le sue braccia, per un attimo, e lui curandola le aveva sorriso davvero... L'ago che spuntava qua e là trapuntandola, non l'aveva sentito affatto, perché c'era lui, e lui la stava salvando.
Guarda, gli aveva mormorato, appena lui si era avvicinato abbastanza. Lei si stava dissanguando, in quell'angolo buio, e lui era corso da lei, e l'aveva stretta forte. Era quasi sicura che il suo sangue l'avesse sporcato, sì. Lui le aveva sorriso, ed entrambi avevano le lacrime agli occhi - lei non sapeva perché, ma entrambi dovevano aver pianto... Un bacio, lei sviene, e quando rinviene è ancora tra le braccia di lui, ma sta meglio - è viva, ora sa davvero di essere viva... E lui è lì, e ora ci sono i poliziotti, ovunque, decine di agenti intorno a loro, ma loro sono vivi, vivi insieme - è l'unico modo...

Berlin ora piange, ma piange dentro di sè, consumandosi. Come una candela che ha raggiungo il fondo, e fa evaporare la sua stessa cera. Forse, fisicamente insensato.

Ricorda quel bacio, e ciò che si erano detti, prima che loro glielo strappassero...
Come te, aveva rantolato lei, sentendo che in quell'attimo era veramente felice. E gli aveva sfiorato il polso, sorridendo.
Come te, aveva sussurrato lui, posando il proprio polso su quello di lei, appena fasciato.
E le aveva sorriso, ancora, davvero.

Berlin abbassò gli occhi in fiamme sul braccio, che le ricadeva in grembo, come staccato dal suo corpo.
Ricordando che quella notte lui aveva usato un pezzo della propria camicia, per fermare il sangue che da lei si spandeva sul pavimento.
Arrossì. Era stata pratica, quella notte, a scegliere di ferirsi proprio nell'infermeria della clinica.
Altrimenti, a quel punto, sarebbe stata certamente morta, davvero.

Quel taglio che dal polso scorreva fino a metà avambraccio... per loro era come una fede nuziale, pensavano rabbrividendo i servitori della legge, guardando il fiore malsano sbocciato davanti a loro.

Berlin aveva pianto, per giorni, dopo l'alba in cui aveva riavuto la vita, e perso il cuore - per sempre?

La giustizia aveva portato via colui che l'aveva salvata dalla morte che aveva tentato per salvarlo.
La polizia aveva spezzato quella contorta catena di filo spinato arrugginito e ortiche che li punge e legava?
Di sicuro, il suo nemico l'aveva sbattuto in una cella. Da cui lui, per quanto grande, stordito da qualcosa che potendo scegliere mai gli sarebbe piaciuto usare (così innocuo, troppo dolce!), non poteva scappare. Una cella che era una bolla asettica nel nulla, senza colore e senza colore, con le pareti imbottite, e una splendida vista sulla propria solitaria prigionia. Neanche sbarre, pareti impenetrabili. E come giacca da camera, la camicia di forza.

Ah, Arkham Asylum.
Ecco dove avrebbe voluto sin da giovinetta passare la luna di fiele.
- Ehm, miele, giusto.
Già, col principe... azzurro... giusto. -

E da quel ricordo, fiorisce qualcosa.
Berlin risorge, ricomincia a sentire qualcosa.
Dal ricordo di quel bacio rifiorisce finalmente il suo dolore.

Lui c'è, c'era ancora. Era dentro di lei, che riprese a sentirlo, ora. 

Lei là, persa nella sua bolla dorata, e lui là, tra le braccia della morte.

In quel nido di neve, l'unico colore è porpora - dei petali della rosa, che lei gli ha mandato.
Con l'augurio di guarire presto.
Un augurio per entrambi, per cui la cura è comune.

Sunday, 30 September 2012

Merry Halloween

Si sentiva impura.
Sporca.
Colpevole.
E continuava a lavarsi, come se tutto il suo corpo fosse stato lordo del suo peccato.
Si sentiva impura, sporca, colpevole, e continuava a lavarsi le mani, come se la sua pelle fosse stata ancora imbrattata dei suoi errori.
Aveva accarezzato un mostro. L'aveva...
L'orrore la faceva vacillare, ogni volta che il ricordo le si affacciava alla mente, a quella stessa coscienza che aveva cercato di sedare, perché i sensi di colpa non la macerassero.
Troppo bello, sarebbe stato.
I sensi di colpa stavano già banchettando sulla sua anima in putrefazione.
Non c'era più nulla da fare.
Lo sentiva ancora dentro di lei. Sì, ormai l'era entrato sottopelle, aveva spanto in lei il suo veleno, che scorreva al posto del suo sangue, un'infezione inarrestabile... Eppure, quella notte, lei era stata felice.
Ora vagava per la casa, al buio, gli scuri chiusi, le candele spente.
Gli specchi, infranti tutti in mille pezzi.
Non voleva vedersi, perché già sapeva ciò che avrebbe visto.
Il suo cuore le faceva schifo.
Il suo corpo le faceva paura.
Aveva dolori ovunque, fitte muscolari che colpivano all'improvviso, come pugnalate.
Sentiva ancora il tocco di lui su di lei. Quel bisturi. La carne che si lacerava, mentre lui entrava, in assoluto silenzio.
Aveva sentito urlare il calore delle sue lacrime.
Si toccò la pancia. Anche gli addominali le facevano male.
Il telefono non squillava. Non l'avrebbe fatto.
Si toccò le labbra, e il ricordo della bocca di lui la colpì come un flash, abbagliandola.
Quel trucco, di un rosso così cupo... aveva macchiato anche lei... quando lui l'aveva baciata...
Gli occhi di lui, di un rosso così perfido... non avevano mai smesso di brillare del loro fuoco malvagio, mentre la stringeva a sé... l'aveva come legata... lei non si era mossa, mentre lui...
Sorrise.
Ricordò la sensazione di essere nelle sue mani, ricordò la sensazione delle loro dita che s'intrecciavano.
Lui che la baciava - la perfetta corrispondenza tra le loro bocche, i pallore mortale di entrambi... e quando, ricadendo stanco sopra di lei, lui aveva chiuso gli occhi, per un attimo, adagiandosi contro il corpo caldo della sua vittima.
Il suo volto svelato, quando finalmente la pioggia ne aveva lavato via la maschera.
Il sorriso che non avevano potuto fare a meno di scambiarsi. Non era stato un sorriso di scherno - anche lui se ne era accorto, e subito aveva distolto lo sguardo.
Poi, le aveva porto una carta da gioco, le aveva accarezzato gli angoli della bocca, ancora umidi di sangue e rossetto, e senza parlare se n'era andato.
Buon Halloween, le aveva detto.
Piano, con un sussurro, timido, quasi.

E lei, guardando i loro riflessi che si dividevano, nella pozzanghera che li separava...
Buon Halloween, gli aveva risposto.