Cercando nel labirinto degli specchi

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Sunday, 30 June 2013

Suicide lyric


Rose, farfalle e croci:
Sono da sola e sento le voci.
Croci, farfalle e rose:
Le voci mi consigliano svariate cose.
Rose, croci e farfalle:
Un soffio gelido mi volteggia alle spalle.
Mi dicono di andare al mare,
Così da potermi buttare...
E sugli scogli tentenno e non so
Perché nella mente nulla mi dice di no.
Potrei quasi farlo, potrei precipitare
- soprattutto se il diavolo me lo vietasse di fare.

Per la serie ninnananna di un pazzo,
Di rose blu me ne porteranno un mazzo.
Sulla lapide una croce fiorita avrò...
E come farfalla bianca io rinascerò.


Thursday, 21 February 2013

carta di parole peste


Uno stile personale? Ce l'ho, mi manca il resto.
Quando scoperchi il vaso di Pandora, escono sibilando tutti i più bei, dolci orrori.
Forse innamorarmi di un uomo un po' malvagio è stato uno di questi, un'idra che mi anima.
Forse non lo amo affatto, magari sono solo i suoi occhi - perché mi piacciono gli occhi? Perché io non vedo, affatto.
Aspetto e intanto mi costruisco una bara che in realtà è un tupper - così poi mi infilo in frigo, e resto strana per sempre.
Tanto se il principe c'è, di certo è già nel Valhalla dei pazzi.
Almeno, di tanto in tanto, le parole mi risalgono la gola, e prima che possa dirle e scoppiarle, le arruffo un po', qui in giro.
Chi è che tapperà la falla con un proiettile, per sempre?
Scrivere non porta a nulla, e questo è il vero amare.
Dubbi e co., gocce di condannato a inchiostro. Il mio problema è l'anno - dovevo venire prima.

Se tutta l'arte è inutile, io che cosa sono?

In this stormy night of August, will you be my thunder bud?


Pensando ai tuoi occhi freddi come l'aurora boreale, 
credo proprio di 
no.

Farfalle d'asfalto si frantumano in pulviscolo d'argento,
La notte annoda le anime
- così non esce il sangue,
E mentre gli elicotteri
Ti cercano in ogni cuore
Tu, il male
Il muschio e il mare
Verdastri sopra ogni cosa.
La sera è triste e sola,
Se ami un sorcio o un'eclissi.

Quando gli uomini si allineano, 
E Lilith è in tredicesima casa
Gli occhi bendati non reggono 
E sui muri delle chiese
schizza sciroppo rosso.

Spaghetti ingarbugliati 
Estrai dai corpi malati.
In fondo un po' distruggere
è dire la prima parola.

Cos'è tutto questo, in fondo?
Caesar salad di parole.


Monday, 14 January 2013

artificial-self -halo-polishing


Munchies era una bambolina gotica, che come divisa aveva un corsetto di pizzo bianco e nero, lunghi calzettoni bianchi, ballerine in vernice lucida nera, e una gonna a balze in stile tartan optical.

Nessun colore, a parte il rosso delle sue guance, che prendevano fuoco di tanto in tanto, quando Doc si girava nella sua direzione e la sorprendeva a guardarlo. 
Dopo settimane e settimane al suo servizio, Munchausen non aveva ancora capito se il suo capo si fosse accorto o no, delle effetto che le faceva.

Doc aveva le basette, lunghe ma non troppo, gli occhiali con la montatura leggera, in metallo, portava sempre i guanti, pantaloni con la piega, una cravatta - o papillon -, una giacca con le code, e la sua faccia era attraversata da una lunga cicatrice, che si era fatto il giorno in cui era morto Florian.

I suoi capelli erano soffici e bianchi, e non si sapeva perché.
Sono nato così, aveva detto una volta Doc, e a lei era bastato.
Quando le si presentò, in ospedale, Doc aveva ventisei anni. 

Quel giorno, quando si era guardato nei frammenti dello specchio che aveva appena spaccato, nel vetro aveva rivisto il bambino che non era. 

Quel volto così angelico, quegli occhi che non piangevano, quelle labbra tanto sottili...
Perché non sorridi mai?! chiedevano i suoi parenti, scuotendo il capo delusi. Quella sua calma glaciale, velata di dolce mestizia, li esasperava tutti - ma non lo volevano lasciare stare.
Così lui prese una scheggia, proprio in mezzo ai resti dello specchio, e spezzando la sua immagine scomposta, traccio sul viso di Florian un bel ghigno di pace.
Suo padre ebbe un infarto, sua madre invece svenne, quando infine lo trovarono, tornati dal teatro, mentre lui riposava placido tra le lenzuola macchiate, confinatosi in soffitta. 
La mano sinistra era un campo arato, la sua faccia una maschera, ma anche quando lo picchiarono Doc non si pentì, per niente. 

I segni ai lati della bocca, che la chirurgia non era riuscita del tutto a celare, ricordavano che quella sera Florian era sparito, era stato sacrificato. 

Da quella sera era sorto Doc, e se ne era andato. 
I suoi l'avevano lasciato vivere in un attico, nella periferia della città, con un tutore, ben più coraggioso di loro. 
Doc ce l'aveva fatta. Era diventato libero, e poteva finalmente recludersi.
Studiò finché doveva, poi congedò il suo precettore. Compiuti i ventun'anni, salutò anche il suo tutore. Senza che venisse informato delle vicende familiari, un giorno ricevette una ingente parte di eredità dal padre.
Coi suoi parenti era rimasto in quieti rapporti epistolari, aveva chiarito tutto tanto tempo prima, quando ancora Munchies non lo conosceva. Nessun rancore, è solo che a differenza di voi non posso essere considerato umano.
Appena la sua mano era guarita, aveva ricominciato a disegnare. Per colpa di un amico che non aveva mai rinunciato ad immischiarsi e andare a trovarlo, in poco tempo il suo stile elegante e lacerantemente incantevole l'avevano reso un autore di culto irrinunciabile.
Così bello che fa male, si diceva, del suo lavoro.
Quindi la sua vita andava come lui l'aveva pensata, e poteva essere se stesso, che tanto nessuno lo vedeva.
A parte Munchies, che però lo idolatrava.
Andava tutto bene, dalla sera in cui aveva ammazzato chi lo torturava.
Era nato così. Fine.
La vita scorreva con il latte e con la china, nell'attico d'avorio Sans Aube.
Però anche allora, Doc non sorrideva mai.


Friday, 28 December 2012

Wazzup, doc?


Ti svegli dopo una notte insonne, tra le lenzuola troppo stropicciate, e zuppe di sudore.
Devi bruciare quel letto, a questo punto è solo un focolaio di contagio.
Non hai chiuso occhio, se non per qualche minuto - una manciata di secondi ogni tanto, nel corso di una lunga notte inconclusa.
Il buio è ancora lì dentro. Anche se fuori, oltre il vetro spesso delle finestre antiproiettili, il sole splende con le sue abbaglianti lame di luce.
Non vuoi uscire. Non puoi più uscire.
Il bianco ti incenerirebbe, lo senti.
Scosti con disgusto le coperte, liberandotene. Resti in mutande nella penombra della camera.
Il materasso ora è troppo molle, lo stesso materasso che per tutta la notte è stato duro e freddo come la tua lapide.
Ti guardi in giro, svogliatamente, perché devi farlo - dovresti cercare i tuoi occhiali, ma in fondo trovarli per te non cambierebbe niente.
Hai i boxer a smoking, che classe. Quel bianco e nero da pinguino risalta e esalta il tuo corpo quasi diafano. Fa impressione, quanto sei pallido - potresti tranquillamente essere morto da un po', e lo sai.
Porti le mani alla cicatrice, pensieroso.
Sì, è davvero strano, che uno come te sia ancora vivo.
Lasci le dita ai bordi del vecchio taglio, come Pollon quando sorride.
Sembra talco ma non è - serve a darti l'allegria, canticchi tra te e te. Eggià.
Ti concedi un sorriso stirato, e guardi lo specchietto ricoperto di polvere sul tuo comodino. E dire che una volta avevi la decedenza di fare certe cose in bagno, Doc.
Adesso neppure lo zucchero a velo ti fa venire la voglia di alzarti.
Dev'essere per questo che sei diventato così magro.
Questo, oppure le tue continue iniezioni.
Credi di essere l'incarnazione perfetta dei Pesci, vero Doc?
Poi dai un'occhiata alla porta, e quella ti appare come una minacciosa grata fatta di spesse sbarre. Come in una prigione, o in un tombino. O in qualche bizzarra catacomba.
Ripensi a quello che ci troveresti dietro, alla Corte dei miracoli che attorno ti sei attirato.
A quella ragazza, che vive e muore per te.
- ed ecco che arriva il primo conato.
Tutto quell'amore... il suo amore... ti riempie il cuore di nausea.
Non potrai mai tornare a uscire da qui.
Sepolto vivo nel blue.