Cercando nel labirinto degli specchi

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Thursday, 7 November 2013

Thursday, 2 May 2013

Cherry puddin'


                                                               High Underground Harley









Cosplay morning!

TWS

(thx Marcelletti)



[Harley Quinn's official outfit from Batman: Arkham City
by Secret Wishes]


Thursday, 25 April 2013

the wrong (?) side of the moon


MILO:                                            WHAT D'YOU THINK, DENT?
TWO-FACE:                                 THE MOON IS SO BEAUTIFUL.

          Milo stands behind Two-Face, who continues to gaze up raptly. Two-Face is crying.
Milo simply look bad-tempered. (The thing about Milo is that he's supposed to have been exposed to a 'madness gas' of his own devising. According to 'Who's Who', 'the effects of the madness gas have not been neutralized and Professor Milo remains in custody at Arkham Asylum.' What we're implying here is that the gas has worn off but the poor bastard can't convince anyone that he's back to normal.)

MILO:                                            WHAT?
TWO-FACE:                                 IT'S A BIG SILVER DOLLAR, FLIPPED BY GOD.
TWO-FACE:                                 AND IT LANDED SCARRED SIDE UP, SEE  ?

          We see only the acid-scarred left hand side of Dent's face as he continues to stare at the moon, continues to cry and delivers his bleak punchline.

TWO-FACE:                                SO HE MADE THE WORLD.



                                                                                                              Grant Morrison - Dave Mc Kean, 
   Batman: ARKHAM ASYLUM: A SERIOUS HOUSE ON SERIOUS EARTH
                                                                                                                                 15th Anniversay Edition, DC Comics, p. 33                                                                                                                                                                        




Saturday, 9 February 2013

Dismorfofobia


L'uomo si arrestò sulla soglia. Alle sue spalle, un esercito di ombre strisciava nel corridoio, in fretta, per uscire prima che l'allarme ripartisse.
La stanza era buia, come tutto il resto del manicomio.
C'era solo una candelina, al centro, che bruciava timidamente. Accanto a lei, come una statua di cera desiderosa di squagliarsi, una figura piccola e silenziosa, con le mani alzate a proteggere la fiammella dal vento.
Ehi, tu, non esci? chiese l'uomo, stupito. Quel prigioniero doveva avere un qualche piano più valido dell'evasione, per starsene lì vicino alla candela come un barbone nel giorno del suo compleanno.
No, rispose la figura, dopo un po'. Qui si sta bene, no? 
Una voce femminile. Bassa, quasi un sussurro, un po' esitante. Tremava timorosa come la fiamma davanti a lei.
Lui fece un passo in avanti, incuriosito. Doveva esserci qualcosa di molto interessante, sotto.
Nessuno sarebbe mai rimasto ad Arkham, se avesse potuto scegliere. Neanche chi là fuori non avrebbe avuto neppure un tetto sopra la testa.
Quando fu a meno di un metro da lei, fu come se la prigioniera si fosse riscossa da un lungo sonno.
Appena le fu abbastanza vicino, vide che lo stava osservando, con grandi occhi chiari, e senza luce.
L'opacità di quello sguardo lo turbò - c'era un'assoluta indifferenza nei confronti di tutto, in quelle iridi, così pallide da fondersi quasi con il bianco attorno. La candelina brillava anche per loro.
C'è tutto ciò di cui ho bisogno. Fa caldo, e non ho altro da fare che dormire e psicoanalisi. E mi danno le medicine, così non sento più male, continuò lei, all'improvviso. Anche la sua voce era spenta - non c'era più calore, in lei, si era disperso tutto in quella stanza troppo grande.
Lei se ne stava lì, rannicchiata sul bordo della brandina, col mento poggiato sulle ginocchia. La divisa, sempre troppo larga, su di lei sembrava un'enorme camicia da notte a righe. Il bianco del tessuto era molto, molto più scuro della carnagione della ragazza. Sembra un fantasma, osservò l'uomo.
Quella ragazza era diversa dagli altri prigionieri rinchiusi ad Arkham. Era molto più giovane, e soprattutto... era innocente. L'uomo ne fu convinto appena notò che anche lei lo stava osservando.
Lo inquietava, eppure...
La candelina si spense, e solo allora lui si accorse che nel corridoio dietro di lui era calato il silenzio. Dovevano essere scappati tutti, ormai.
Lui sarebbe arrivato presto, per fare un sopralluogo col suo vecchio amico baffuto. Doveva levare le tende al più presto, senza perdere tempo con quella bambolina di pezza senz'anima.
Fece per andarsene, ma fu allora che una flebile luce ricomparve nella stanza.
L'uomo si voltò, e vide la ragazza che si infilava sotto la maglia della divisa una scatoletta di fiammiferi. Vide che la mano in cui li stringeva era fasciata. Vide che anche la metà destra del suo volto era fasciata. Piccole macchioline rosse decoravano le bende, in entrambi i punti. Dovevano averle cambiato la medicazione da poco.
Co... cosa hai fatto? le chiese, senza riuscire a staccare lo sguardo da quei bendaggi.
Un'ondata di luce investì il viso di lei, per un attimo. I suoi occhi erano di un debole turchese, leggerissimo. Freddo.
Lei inclinò la testa verso l'ombra, e sbadigliò. Quella domanda dovevano avergliela già posta altre volte, evidentemente.
Oh, io... ho rotto uno specchio. Mi sono vista nel suo riflesso, e allora l'ho rotto. Volevo ucciderlo. L'ho fatto a mani nude, perché non ci avevo pensato molto, e poi... bé, mi hanno fermato. 
L'uomo aspettò. Quella risposta non spiegava né ciò che si era fatta al viso, né perché era lì dentro.
Lei non aggiunse altro.
Vuoi restare? gli chiese, dopo essersi raggomitolata in modo da avere tutto il corpo nel lato della branda in cui non arrivava il bagliore della candela. Gliel'aveva chiesto così, sovrappensiero, senza darci grande importanza. Come se avesse parlato senza accorgersene, in trance.
Lui non rispose. Lanciò un'ultima occhiata alla porta, che come tutte le altre si era aperta da sola, quando il sistema d'allarme era stato sabotato. Tornò indietro a chiuderla, e poi si sedette accanto a lei.
Perché sanguini? decise di chiederle.
Lei alzò le spalle.
Quando ho ucciso la mia immagine, lei è rimasta lì... nello specchio rotto... a fissare... non aveva espressione, era brutta... bruttissima... e sapevo che era ancora addosso a me... quindi ho cercato di grattarla via, invece di cercare ancora di romperla. Ma... mi hanno fermato... prima che potessi finire... Pensavano che volessi uccidere tutti, dato che stavo spaccando tutti i vetri della giostra. Ma a me di loro... degli altri... non importa... rispose lei, senza intonazione. Le parole scorrevano fuori da lei senza sforzo, ma piano, come bolle di sapone soffiate con esasperante lentezza.

Adesso sono ancora brutta, osservò lei, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Un'annotazione per se stessa, piena di rammarico.
Lui non la trovava brutta, anzi. Ma sapeva che dirglielo sarebbe stato inutile.
Si toccò la guancia sinistra, pensieroso. Sì, era ancora calda, e orribilmente sfigurata.
Non lo sei affatto, gli sfuggì.
La ragazza allora tornò a guardarlo. Una luce gelida, ma terribilmente intensa, le si accese negli occhi, per un secondo. La vide sorridere, ancora nascosta nell'ombra.
Grazie, rispose, e gli porse qualcosa. Neanche tu.
La sirena della polizia ululò, facendosi sempre più vicina. L'allarme antincendio aveva ricominciato a gridare.
L'uomo prese ciò che lei gli stava offrendo. Un pezzo degli scacchi.
Se resti, mi insegneresti a giocare? L'ho dimenticato, disse lei, senza emozione. Ora c'era una nota gentile, però, nella sua voce.
Lui strinse nella mano destra la sua offerta, con un sorriso. Le annuì.
Era il re bianco.


Thursday, 20 December 2012

Nemesi


E nell'assoluta mancanza di senso del tutto, qualcosa mi si getta addosso, stendendomi sul pavimento.
Faccio appena a pensare alle migliaia di germi, ai miliardi di germi che popolano quella superficie che sembra linoleum - come se io sapessi cos'è il linoleum -, che la cosa che mi ha colpito inizia a prendermi a calci. Poderose stilettate, letteralmente. Sembrano proprio costose e chic le scarpe francesi con tacco 12 che mi accarezzano dolcemente il fianco, mentre cerco senza fiato di rialzarmi.
Arriva un momento in cui una ragazza non sa più cosa sia il dolore - e quel momento per me è arrivato poco fa, quando il mio sacro vaso è stato invaso, e il mio pudore è volato via con Cupido. Tra le gambe sento ancora le fitte che immagino diano gli spadoni medioevali quando affondano nella carne, o i tronchi per l'impalamento, ma è un dolce piacere. M'immagino il sangue che macchia delicatamente le mie mutandine, e tra l'esaltazione e lo svenimento rotolo sul fianco libero e mi tiro su, appoggiandomi al muro.
Mi sistemo un po', per essere presentabile quando incasserò il prossimo assalto, e finalmente vedo la belva che mi ha colpito. Ha tutto l'aspetto di una dottoressa, con grandi occhiali tondi sul volto dai tratti raffinati, reso più austero e meno avvicinabile dai capelli raccolti e un camice bianco inamidato, adesso un po' spiegazzato dall'assalto.
Puttana, urlano i suoi grandi occhi verdi, e l'odio lampeggia, amplificato dalle grandi lenti.
Uh-oh, inizio a capire chi potrebbe essere. Giochiamo a Indovina chi - "è psicolabile, e si è infiltrata qui ad Arkham sotto mentite spoglie?" - troppe domande, dovrò saltare un turno.
Puttana! urla lei, e solo allora mi accorgo che da tutte le... ehm, camere con vista del corridoio si affacciano volti che poco concilierebbero il sonno, e che paiono inneggiare alle imprese della sottoscritta.
Che cazz... inizio, ma la dottoressa, all'apparenza tanto bionda quanto instancabile, mi si scaglia di nuovo addosso.
L'indolenzimento alle gambe reclama di colpo la mia attenzione, e mi sento d'un tratto inaspettatamente carica.
Il mio sguardo è attirato da una bellezza tutta curve dai capelli di fiamma, nella vetrata dritta davanti a me.
Colpisco distrattamente la mia assalitrice con un calcio rotante, ma non riesco a staccare gli occhi di dosso a quella visione. La dottoressa torna all'attacco, mi afferra un braccio, conficcandoci le unghie, lunghe, perfette, e smaltate di rosso e di nero, e con la mano libera mi strattona i capelli, ridacchiando tra sé dei miei nodi e delle mie doppie punte. Mi sento mortificata - normalmente non m'importerebbe, anzi, le darei allegramente ragione, ma oggi... oggi devo essere perfetta! Un altro calcio, nello stomaco, e poi via di zampate, senza pensare e senza pietà, ovunque capiti, tranne in piena faccia e sul seno - quelle sono zone sacre. Continuo finché non riesco a liberarmi, e quando finalmente riacquisto l'uso di entrambe le braccia mi getto addosso al nemico, o meglio alla nemica, schiacciandola contro il muro. Riesco a girarla e scaraventarla di faccia contro una vetrata, poi lei mi sfugge e i ruoli s'invertono - mi sbatte al muro.
Un'occhiata sarcastica, e non si trattiene: Mah, contento lui... mah, dev'essere proprio esaurito! Accontentarsi così, di una come te...
Ma non la lascio finire, e strappandole una penna dal taschino gliela punto contro.
Non ti muovere, devo giusto aggiustare... quei bei baffoni che stamattina hai dimenticato di spuntare!
Non è la mia battuta migliore, ma è macchinosa abbastanza da lasciarla senza parole, mentre le avvicino a tutta velocità la punta della penna alla faccia. La respinge con un rapido colpo di mano, ma a quel punto ne approffitto per lanciarmisi addosso a lei fino a farla cadere, come ho imparato nei buoni vecchi allenamenti ad educazione fisica.
Per una portentosa botta di fortuna le finisco sopra, schiacciandola col mio peso più o meno piuma, sufficiente a crearmi numerosi complessi, ma anche a tenerla a terra senza darle possibilità di recupero.
3, 2, 1, knock ou...
Siamo finite proprio davanti alla cella della rossa. La quale mi guarda con un sopracciglio elegantemente alzato, giocando con una rosa rossa come il fuoco dell'inferno, che pare sbocciarle tra le dita proprio ora, lì, sotto i miei occhi.
J...Jessica Rabbit? mormoro, bloccando contro il pavimento che prima supponevo sudicio i polsi della dottoressa. Sono seduta su di lei, con le ginocchia piegate contro la sua vita, e sotto di me si mostra in tutto il suo prosperoso splendore il fisico della mia nemica. Ha il seno così grosso che nella lotta il camice le si è aperto, mostrando uno scorcio della succinta camicetta che ha sotto - ma la mia attenzione è stranamente altrove.
Quella posizione. Il mio corpo ricorda, d'altronde è appena successo - avvampo e tutto sembra prendermi fuoco. Un calore bellissimo che mi offusca la mente - e un bruciore senza interruzioni all'inguine, con qualche crampo anche agli addominali e alle cosce. 
Ragazzi, sono vecchia.
La rossa dalla bocca di rosa mi fa l'occhiolino, e per poco non svengo - ma la debolezza non è dovuta a lei, per quanto eccitante possa essere. Anche questo è strano, lo so. Ma io non ci penso, e mi volto verso la cella da cui dovrei essere appena uscita, se il combattimento non ci ha fatto piombare in un altro piano, o dimensione.
Lo intravedo mentre sorride, e alza il pollice, in segno di approvazione - poi qualcuno mi afferra per il braccio e mi tira su, facendomi alzare dalla rivale sconfitta. Il mio vecchio amico - mi lancia un'occhiata amichevole e preoccupata insieme, per sapere se sto bene. Io mi affretto ad alzare il pollice in su, come a dirgli oh yeah. Lui ride scuotendo la testa, senza capire (spero) il motivo della mia incurante euforia, e mi scorta lungo il corridoio, verso il mondo purtroppo reale.
Lo seguo, e così ci lasciamo quel piano, il mio preferito ad Arkham, alle spalle.
L'ho visto - è stato solo un attimo, ma mi è bastato. Sembrava contento, o almeno fiero di me.
Questo mi basta - questo, e che non abbia orrore ad avermi sverginata.

Friday, 2 November 2012

Mon cher monstre, adieu?

Legato al letto con la camicia di forza, bianco su bianco, con qualche benda sporca sul viso, bloccato sulle lenzuola spiegazzate, guarda con la gioia di un carnefice la porta, come sperando che vi entri al più presto qualcuno, per dare inizio alle danze.
Lei è davanti a lui, a un passo dal letto, ma è come se non ci fosse. Lui non la vede, il suo sguardo l'attraversa, fisso come un laser rovente alla porta.
Buonasera, mormora lei, a bassa voce, senza smettere di guardarlo un attimo.
Solo a quel punto, lui si risveglia dal suo incubo ad occhi aperti.
Buonasera, dolcezza. E senza batter ciglio si alza a sedere. La camicia di forza gli cade in grembo, slacciata, e le bende si srotolano scendendogli sul collo come serpi di carta.
Le sorride - lo stesso malefico sorriso che ha dall'inizio, da quando si è risvegliato in quella candida cella.
Lei non si scompone, qualcosa in lei è morto. Pochi attimi prima, qualcosa in lei è morto.
Non gli si avvicina.
Non ha più senso.
Restano a guardarsi, senza sentire il bisogno di parlare, in quella stanza dove il tempo non scorre. Per lui, almeno, non scorre - perché lui non cambierà, non può più farlo. Potrebbe solo morire, o continuare immutato.
Lui non prova niente - se non forse odio, e per una sola persona al mondo.
E non è Berlin la privilegiata.
Non ha bisogno di toccarle, Berlin sente comunque le cicatrici, le sente sempre, anche ora - sotto il pesante giubbotto di pelle, sotto la t-shirt, sotto il reggiseno, quei piccoli puntini, le stimmate di un sentimento da abortire. L'ennesimo. Si sente così vuota, da allora - e la disillusione che l'ha travolta poco fa non fa che rigirare l'ago nella piaga.

Pensava di saperlo già - che lui era un caso clinico. Perché l'aveva dimenticato?

Le cicatrici. Quel sorriso.
Sotto la luce al neon, vide il bianco assoluto della sua pelle. La camicia di forza che era scivolata via aveva lasciato il suo corpo esposto. Non era fragile, non era indifeso, non lo sarebbe mai stato - ma quella era la prima volta che lei lo vedeva... così, senza i suoi strani travestimenti e completi. Adesso aveva davanti a sè il suo petto, le spalle, le braccia nude... vedeva sul suo polso sinistro quel lungo taglio violaceo che entrambi condividevano, le sue mani prive di guanti, il suo fisico asciutto... Berlin era di nuovo avviluppata a lui, il suo spirito almeno - non poteva smettere di guardarlo. Ora lui, per la prima volta... le appariva come un essere umano.
E non era delusione, ciò che questa scoperta le suscitava.
Notare poi sul suo viso i lividi della lotta, i graffi, il labbro tumefatto e spaccato, e comunque sempre piegato in quel suo ghigno enigmatico... Berlin si sentì andare in pezzi, di nuovo - solo che ora se ne accorgeva nel momento stesso in cui ciò accadeva.
Lui si era liberato, eppure nessun infermiere o guardia era accorso.
Erano soli, e sembravano soli in tutto Arkham Asylum.
Perché piangi, piccola? le chiese lui, dopo un'eternità, durante quell'eternità che qualche buon dottore sembrava aver donato loro.
Era piccola davvero. Davanti a lui si sentiva un'illusa bambina, una bambola che lui poteva manovrare a piacere.
Nulla, disse lei asciugandosi le lacrime con la manica, e fece la bimba grande, mentì.
Mi lacrimano per la stanchezza.
Mi fai un po' di posto, così posso riposarmi? chiese poi, facendosi forza - fingendosi forte, sfrontata. Prima che lui potesse fare qualche battuta.
C-certo... rispose lui, colto di sorpresa.
Berlin si sedette accanto a lui, che vide qualcosa di strano nei suoi occhi. Era odio, o crudeltà - non riuscì a capirlo.
Perché lei lo baciò, aggrappandosi a lui, ai suoi polsi - perché la saggezza non potesse portargliela via.
Sentì il sapore ferroso delle sue labbra, il profumo della sua pelle intriso di cloro e disinfettante, la sua liscezza, inquietante e simile a quella di un bambino... tutto le dava alla testa, e ai confini dello svenimento lei continuò, fino a quando non lo sentì reagire, e ricambiare il bacio.
Questo quell'altra lo sa? 
Non perse tempo a chiederselo, ma fu così felice da sentirsi crollare, ancora, e si lasciò andare con la foga di chi combatte una battaglia sapendo che di quella battaglia morirà. Salì su di lui, senza spogliarsi, senza neppure togliersi il maglione - il suo corpo, lui non doveva più vederlo... Si strinse a lui, a occhi chiusi, senza osare guardarlo, e nascondendo il viso nell'incavo del suo collo si morse forte il labbro e non gridò, quando lui entrò dentro di lei, distruggendo la sua innocenza definitivamente.
Si morse il labbro e soffocò le lacrime, serrando le palpebre per trattenerle - lui non doveva accorgersene, oppure...
Nonostante e proprio per tutto quel male continuò, seguendo i suoi movimenti, lasciandosi prendere senza pietà, godendo di quel dolore sapendo cosa significava... Avrebbe pianto, e l'avrebbe fatto ancora, ma ora era con lui, erano insieme - null'altro importava.
Tu no, ma io sì... - ti amo, pensò disperata e felice, col cuore che scoppiava per l'uno e l'altro motivo - un dualismo in più, come avrebbe potuto farle male? Sorrise piangendo e lo abbracciò più forte, mentre lo sentiva venire - lo baciò dove l'aveva morso, quando era entrato, e si lasciò cadere contro di lui, invece che all'indietro sul materasso. Quello, lo sapeva, era il loro (unico e) ultimo abbraccio. Voleva goderselo, per poter ricordare com'era.
Incredibile a dirsi, considerato il soggetto, lui non disse nulla. Restò lì con lei, accoccolata sul suo grembo, a respirare.
Berlin gli fu grata che non avesse infierito - fu quasi dolce, nella sua misericordia, del tutto fuori dal suo personaggio.
Poi qualche passo, studiatamente lento, studiatamente risonante nel corridoio deserto, dissipò quella strana pace.
Buona guarigione, J. Grazie.
Si rialzò tranquilla, come nulla fosse, riuscendo miracolosamente a rimettersi in ordine con una certa eleganza, e senza mai guardarlo davvero. I suoi occhi incrociarono quelli di lui solo quando lei si riavvicinò al letto da cui era sgusciata con disinvoltura (come se trascorresse in simile maniera tutti i suoi tempi morti), e lo baciò a fior di labbra - per l'ultima volta, pensò, e si sentì un poco cadere -, ma fu solo un istante.
Sul volto di lui, solitamente cereo ai limiti della fosforescenza, c'era il rosso della fatica, e lo stupore di una confusione che non gli apparteneva - per quel poco che Berlin ne sapeva.
D'altronde Berlin non si sarebbe neanche mai aspettata che con lei lui facesse... quello...
"Grazie"... ripeté lui, perplesso e un po' a corto di fiato. ...perché?
Lei sorrise, e indietreggiando verso la porta col dubbio di non essersi sistemata bene la gonna, lo salutò con la mano.
Non cercare di capirmi... Impazziresti nel preciso istante in cui tentassi di farlo.
Gli lanciò un'ultima occhiata, senza però vederlo, e se ne andò, sognandolo sorridere.

Monday, 22 October 2012

Bacio orribile

Cazzo, non amo nessuno, pensò.
La luce bianca dello schermo le si rifletteva sul viso, dandole una tintarella spettrale.
Gli occhi grigi restavano immobili, freddi, fissi sul monitor, a contemplare la voragine che aveva dentro - il cratere di un'implosione.
Un tempo le piacevano le bionde, ricordava. Le bionde dal volto ovale, da angelo in esilio, incorniciato da morbidi boccoli inanellati, le labbra disegnate e morbide, come quelle di un gatto - uno Stregatto dal sorriso enigmatico... il seno morbido altrettanto, accennato sotto quegli ampi maglioni irlandesi... Sospirò. Belle da mozzare il fiato, di quella bellezza davanti a cui non puoi fare altro che arrenderti, alzare le mani e restare in rispettoso silenzio. Una bellezza dolce e irraggiungibile, quasi inconsapevole di sè, che le ispirava un calore da squagliarle il cuore. 
Ora, quelle profonde cotte che il cuore glielo tagliavano come lame di luce il burro, in un chirurgico colpo solo, che si impadronivano di lei in meno di un battito, e la lasciavano boccheggiante e a testa spenta, erano altrettanto rapide nel loro svanire. Come stelle filanti in un cielo estivo, non le lasciavano che il ricordo di un desiderio.
Non ho più nulla, non spero più. Eppure continuo a volere - superfluo aggiungere che non scriveva più. Proprio non ci riusciva. Quando ci provava, si accorgeva - ogni volta come se fosse la prima - che stava solo tentando di muovere una parte di lei che, amputata di netto, ormai non c'era più. Certo, a volte quella ferita spandeva un po' di liquido sul foglio, ma era semplicemente un fiotto putrido che le ricordava che l'unica era arredendersi. Come una volta non poteva che cedere alla devastante passione che si propagava in lei come un'infezione, ora avrebbe dovuto issare bandiera bianca alla sua mediocrità.
Era un sepolcro vuoto, quel tempio che una volta era avamposto di Dioniso.

C'era ancora un fantasma, ad infestare quel cimitero in rovina, sì.
Era perfetto, sì: pazzo, guidato nel suo imprevedibile agire mortale dallo squilibrio di una mente scissa tra il sadismo e il caos, sul filo di un rasoio che non esitava mai ad usare, con gli occhi accesi da una luce malvagia, cerchiati del nero di un pozzo senza fondo, e lunghi canini acuminati, e labbra sporche di sangue (finto forse, o chissà), e cicatrici... Sì, era perfetto, con la sua orrenda risata secca e gelida, la voce che era un sussurro e un grido dall'inferno, bianco come il morto che non ha mai visto la luce, caldo e tenero come le lame con cui giocava, da solo... Perfetto, e ora non le suscitava più niente. Perché era lontano, era come come se non ci fosse più.
Neppure quel bacio, quell'orribile bacio, quel primo che lui le aveva dato cucendole gli occhi, nemmeno quel bacio orribile l'avrebbe fatta rivivere, adesso.
Il suo cuore era morto, e quel clown vi abitava da tempo, nutrendosi a tratti della sua anima vuota.

Non era un clown, ma altri lo chiamavano così... per lei era solo il vecchio Joker delle carte.
Non aveva mai immaginato, prima di svegliarsi dall'incubo del mondo reale, che l'avrebbe incontrato, nel mondo reale.

Berlin - come il disco? no, come la città, vecchia storia - non riusciva più ad amare, e stranamente questo la faceva morire più del solito. 
Inchiodata al computer, alla ricerca di una spina che riaccendesse il suo spirito, non sapeva che fare, si lasciava rosicchiare dalla noia.
Pensava a lui, pensava a come l'avrebbe potuto evocare, ma niente risuonava dentro di lei, neanche allora.
Quei chiodi che lanciava nel pozzo, ecco... sprofondavano, senza creare cerchi, nell'acqua.
Pensava a quel bacio, a quello che era seguito, pensava a quell'amore che mai c'era stato, non sentiva lacrime, e più non sanguinava... sul polso lo squarcio si era proprio ben rimarginato. 

Ricordò quand'era stata tra le sue braccia, per un attimo, e lui curandola le aveva sorriso davvero... L'ago che spuntava qua e là trapuntandola, non l'aveva sentito affatto, perché c'era lui, e lui la stava salvando.
Guarda, gli aveva mormorato, appena lui si era avvicinato abbastanza. Lei si stava dissanguando, in quell'angolo buio, e lui era corso da lei, e l'aveva stretta forte. Era quasi sicura che il suo sangue l'avesse sporcato, sì. Lui le aveva sorriso, ed entrambi avevano le lacrime agli occhi - lei non sapeva perché, ma entrambi dovevano aver pianto... Un bacio, lei sviene, e quando rinviene è ancora tra le braccia di lui, ma sta meglio - è viva, ora sa davvero di essere viva... E lui è lì, e ora ci sono i poliziotti, ovunque, decine di agenti intorno a loro, ma loro sono vivi, vivi insieme - è l'unico modo...

Berlin ora piange, ma piange dentro di sè, consumandosi. Come una candela che ha raggiungo il fondo, e fa evaporare la sua stessa cera. Forse, fisicamente insensato.

Ricorda quel bacio, e ciò che si erano detti, prima che loro glielo strappassero...
Come te, aveva rantolato lei, sentendo che in quell'attimo era veramente felice. E gli aveva sfiorato il polso, sorridendo.
Come te, aveva sussurrato lui, posando il proprio polso su quello di lei, appena fasciato.
E le aveva sorriso, ancora, davvero.

Berlin abbassò gli occhi in fiamme sul braccio, che le ricadeva in grembo, come staccato dal suo corpo.
Ricordando che quella notte lui aveva usato un pezzo della propria camicia, per fermare il sangue che da lei si spandeva sul pavimento.
Arrossì. Era stata pratica, quella notte, a scegliere di ferirsi proprio nell'infermeria della clinica.
Altrimenti, a quel punto, sarebbe stata certamente morta, davvero.

Quel taglio che dal polso scorreva fino a metà avambraccio... per loro era come una fede nuziale, pensavano rabbrividendo i servitori della legge, guardando il fiore malsano sbocciato davanti a loro.

Berlin aveva pianto, per giorni, dopo l'alba in cui aveva riavuto la vita, e perso il cuore - per sempre?

La giustizia aveva portato via colui che l'aveva salvata dalla morte che aveva tentato per salvarlo.
La polizia aveva spezzato quella contorta catena di filo spinato arrugginito e ortiche che li punge e legava?
Di sicuro, il suo nemico l'aveva sbattuto in una cella. Da cui lui, per quanto grande, stordito da qualcosa che potendo scegliere mai gli sarebbe piaciuto usare (così innocuo, troppo dolce!), non poteva scappare. Una cella che era una bolla asettica nel nulla, senza colore e senza colore, con le pareti imbottite, e una splendida vista sulla propria solitaria prigionia. Neanche sbarre, pareti impenetrabili. E come giacca da camera, la camicia di forza.

Ah, Arkham.
Ecco dove avrebbe voluto sin da giovinetta passare la luna di fiele.
- Ehm, miele, giusto.
Già, col principe... azzurro... giusto. -

E da quel ricordo, fiorisce qualcosa.
Berlin risorge, ricomincia a sentire qualcosa.
Dal ricordo di quel bacio rifiorisce finalmente il suo dolore.

Lui c'è, c'era ancora. Era dentro di lei, che riprese a sentirlo, ora. 

Lei là, persa nella sua bolla dorata, e lui là, tra le braccia della morte.

In quel nido di neve, l'unico colore è porpora - dei petali della rosa, che lei gli ha mandato.
Con l'augurio di guarire presto.
Un augurio per entrambi, per cui la cura è comune.