Cercando nel labirinto degli specchi

Sunday, 18 November 2012

I'm not really jealous, don't I look like a clown?

Sabato sera, e alle undici sono già a casa.
Berlin si stende scoraggiata sul divano, e non riesce a fare altro.
Perché ha un divano, poi? Quello che le basta per vivere, in una casa, è il letto, e il frigo, il bagno, e un computer. Non servono specchi, mobili decorativi, asili per ospiti. Non servirebbe neanche la cucina, anzi, sarebbe meglio non ci fosse - vista la scottatura che medita di prendersi da giorni sul fornello.
A volte si vergogna, di fare certi pensieri. Poi si vergogna di non essere capace di provare semplicemente ciò che le capita di provare, senza sentirsi in colpa. E a quel punto si sente una patetica vigliacca, e desidera punirsi. Quindi, ricomincia a vergognarsi di fare certi pensieri. Una ragazza in loop.
Tornata a piedi, di corsa, zizagando tra le macchine senza neppure accorgersene, con gli insulti degli automobilisti, le brusche frenate e il grido della Banshee e del clackson come colonna sonora che non era riuscita proprio a sentire, Berlin è finalmente nel suo covo, dopo quattro ore di fuga.
Respira.
Quattro ore in trance, sotto shock, e solo ora Berlin respira e riesce ad accorgersene.
Le fa male qualcosa, tra il torace e il basso ventre.
Da qualche parte le campane suonano, annunciano la messa per le anime perse di quel mondo.
Fuori è buio e incasinato, mentre lì, nel suo appartamento... Berlin si sente al sicuro.
Chissà perché i suoi l'hanno chiamata Berlin - ah! è questo il punto. Non sono stati loro, a darle quel nome. Fu la cotta che lei si prese per la voce di Lou Reed quando aveva dodici anni. O fu perché dopo la maturità avrebbe voluto fare un giro in Germania? No. Si chiama Berlin perché Berlino era stata divisa in due - due parti opposte, nemiche, rivali, perennemente nostalgiche l'una dell'altra, la frattura tra le quali non poteva essere risolta da loro stesse. Si chiamava Berlin perché Berlino era stata scissa in due, e poi si era ricomposta, e aveva il suo equilibrio.
Fuori la gente si sta sbronzando e ingannando, mentre lì, dove non c'è che lei, non possono esserci turbamenti dell'ordine che non siano imputabili che a lei. E questo cosa vorrebbe dire?
Vuol dire che se resta lì dentro per sempre, non potrà rimanere ferita da altri.
Berlin avvicina i polsi l'uno all'altro, davanti a lei, e guarda le loro vene verdastre, in impressionante rilievo sotto la pelle mortalmente pallida. Le sente quasi pulsare, solo a guardarle - come se la stessero incitando.
Si lascia cadere le braccia in grembo, e si rannicchia sull'inopportuno divano.
Non ha mai ospitato nessuno, nel suo appartamento.
A parte un'amica, una volta - poi l'amica era sparita.
Non accade niente.
Berlin rimane sul divano, come una crisalide vuota, mentre la notte corre veloce per Gotham.

Era stata in quella strada, poco prima del tramonto - la strada in cui era svenuta dopo che una bella psichiatra psicolabile le aveva sparato una soluzione finale dritta nel cuore, poco prima che la luce aranciata e calda del sole che se ne andava si spargesse sulla neve ammucchiata su quei marciapiedi dove ormai la giustizia più non passava.
Era stata in quella strada, a cercare qualcosa che aveva perso - una carta che le era stata regalata tanto tempo prima, e a cui le teneva tanto. E l'aveva ritrovata.
Poco distante dal bar dove la bionda dottoressa le aveva teso una curiosa imboscata, la carta la stava aspettando. Era appoggiata sul coperchio uno di quegli enormi barattoli metallici in cui nelle fredde notti d'inverno qualcuno accendeva il fuoco - doveva essere un cestino di latta, ipotesi che per Berlin avrebbe potuto essere tranquillamente prima di senso, ferrata com'era nella vita reale.
Sembrava intatta, almeno da lontano. Qualche anima buona smarritasi da quelle parti doveva averla trovata, sepolta a metà nella neve, magari sporca e spiegazzata, ma ancora integra... e l'aveva messa lì, sul cestino, e non nel cestino, in modo che il legittimo proprietario potesse trovarla.
Berlin si era sentita come al solito lacerata di commozione, per la stupefacente gentilezza degli sconosciuti - un sentimento che riusciva a provare solo quando i suddetti sconosciuti non erano presenti, perché altrimenti sarebbe stata troppo congelata dall'ansia sociale per sentire qualche calore o trasporto per loro.
Berlin si era sentita felice, e sollevata, e leggera, ed era corsa da lei, dalla carta, con l'entusiasmo con cui una persona normale sarebbe corsa a riabbracciare una vecchia amica.
Poi, aveva visto la carta, la sua carta, quella che era venuta a cercare, strappata in mille pezzettini, bruciacchiati ai lati (doveva aver soggiornato per qualche tempo in un posacenere) e sporchi di grigio, ammucchiati ai piedi della carta che aveva visto da lontano, e che ora le pareva troneggiare sul coperchio del cestino come sullo scranno della Corte dei Miracoli.
Quella carta, quella perfettamente intatta, rideva di lei, e dei suoi sogni stracciati.
Quella carta era la matta.
L'aveva capito anche Berlin che non distingueva il poker dal bridge.
La carta smembrata era la Regina di Fiori che lui le aveva dato quando si erano conosciuti.
E prima che Berlin potesse scoppiare, disgregarsi e sparire, alla finestra di uno degli ultimi piani del palazzo abbandonato sopra di lei era apparso un sorriso agghiacciante e familiare, e dietro di lui, con gli occhi - Berlin riusciva a vederlo anche da lì, da dieci metri più in basso - fosforescenti dalla gioia, e ben spalancati per sbatterglielo meglio in faccia, la maschera della donna che le aveva bucato il cuore.

E un cuore pieno d'elio allora era scoppiato, proprio come un palloncino.

Saturday, 17 November 2012

Mandorle amare (HCN)

La ragazza si tira uno schiaffo, e realizza che le piace.
Se ne dà un altro, più forte, sull'altra guancia.
Ha porto l'altra guancia al Male, è questo che si deve fare, no?
Si colpisce ancora, e ancora, finché le guance non le scottano. La pelle tira, la mascella duole. Tanto meglio, si deve continuare.
Il ciaf! sonoro degli schiaffi si libera nella stanza deserta. Ci sono solo lei, e la colpa che deve espiare.
Poi, una mano che mira alla guancia scivola, le dita arrivano a sfiorare il collo.
La ragazza allora tenta un esperimento, espande la zona dedicata ai colpi, ma sul collo l'effetto è strano, non la soddisfa.
Una sberla ancora, per provare, ma l'epiglottide non la convince.
Allora scende ancora.
Picchiarsi il petto a mani nude però... meglio usare qualcosa di più leggero e più deciso, qualcosa di esterno, di indipendente da lei.
La cinghia della cintura.
La ragazza chiude gli occhi, e lascia di nuovo la mano fare, immaginando che sia qualcun altro a redimerla.
Il primo colpo è troppo superficiale, lento, la sfiora appena, fiaccamente.
Il secondo è già più sicuro, ma le urta la pancia. Non era quello l'obiettivo, non in quel momento. Riproviamo.
Nella sua mente compare un giullare, steso davanti a lei, su un fianco, come la Maya desnuda di Goya.
Ah! il cuoio della cintura inizia a fare effetto. Il calore delle sue carezze si spande su di lei, diffondendosi dal punto d'impatto a tutto il ventre.
Lei solleva la mano, senza guardarla, persa in quell'immagine così ambigua e attraente. Il giullare è una giullare - il suo seno morbido e abbondante si delinea sempre meglio, a mano a mano che lei focalizza la scena. La cinghia scatta ancora, una lingua di serpe che le lambisce un capezzolo.
Finalmente.
Il bruciore frizza, lei se lo gode tutto - perché finalmente soffre.
Riprova, ed è più fortunata. La punta della cintura ora la tocca in tutta la sua larghezza, e lei si sente mancare.
La giullare è nuda, in tutta la sua sensualità ammiccante e lussuriosa, e le fa l'occhiolino, guardandola mentre si umilia.
Ah! ha perso all'ultimo il controllo della cinghia, che l'ha presa sul collo, poco sopra la clavicola.
Sembrerà un succhiotto, le suggerisce una voce, e furiosa lei riprende a flagellarsi.
Si frusta ora, a occhi aperti, sulle gambe, sulle cosce, per quanto riesce anche sui fianchi, e gli occhi le bruciano adesso senza che riesca a fermarli.
Davanti a lei la giullare, umidamente nuda davanti a lei, tranne per la maschera, da Arlecchino, rossa e nera, e un'ampia cicatrice tra i seni - in coincidenza del cuore... davanti a lei, la giullare ride, e addosso le scorre vogliosa una mano. Guantata. Dalle dita lunghe, ossute, e calzate di pelle viola.
La ragazza all'improvviso singhiozza, e lasciando cadere la cintura si lancia sul letto, dove le sue forbici di fiducia la aspettano, scintillanti nel loro gelido acciaio.
Nell'oscurità che accarezza e si struscia contro quell'eccitante Jolly, si delinea lentamente, e senza farsi accorgere nel suo accadere, naturalmente, Joker.
La ragazza apre le forbici, le spalanca, come quella Jolly farà con le proprie gambe, tra poco.
La mano del Joker scende su di lei con estenuante calma, fino a posarsi sulla x, sulla cicatrice...
La giullare ride in un fremito voluttuoso, e lui le sorride, come lo Stregatto.
La ragazza ha un'altro singulto, e le forbici calano, la penetrano, aprendole gli occhi, una buona volta.



Thursday, 15 November 2012

I hate clowns and clowns hate me

Mi era sembrato di morire di una morte bellissima, e invece sono qui. Buffo no?

Quando si guardò attorno, Berlin vide che là non c'era nessuno.
Era sola.
Sola, sembrava, in tutto l'ospedale.
I corpi abbandonati attorno al letto... poteva essere tutta una sua allucinazione.
Berlin era impazzita, questo era poco ma sicuro.
Sprofondò di nuovo nel cuscino, cercando di non pensare alle flebo che aveva conficcate nelle vene delle mani, delicatamente coperte da piccoli pezzi di scotch che non facevano che tirarle la pelle, ricordandole senza posa che aveva qualcosa infilato dentro, che poteva staccarsi o strapparsi o affondare ancora meglio da un momento all'altro. Cercando di non pensare ai tubi che da lei si diramavano in giro per la stanza, verso un qualcosa di imprecisato alle sue spalle, che lei preferiva non scoprire. Cercando di non pensare alla pelle che le bruciava sotto le bende, sulla schiena e sulle braccia e sulla pancia e le gambe. Cercando di non pensare al clown che la guardava ammiccando dall'altra parte del vetro - o meglio, della barriera che il vetro avrebbe costituito se non fosse esploso in mille schegge, che ora decoravano il pavimento insieme ai cadaveri.
Poi vide che il buio attorno al clown non era mero buio, racchiudeva anche la sagoma buia del suo tenebroso vecchio amico. Che teneva sospeso il clown per il... bavero... di una... camicia di forza?
Berlin inclinò la testa da un lato, e spostò subito lo sguardo verso i propri piedi, dritti davanti a sé, nascosti sotto il lenzuolo. Tenendo gli occhi in quella direzione, non poteva vedere né gli infermieri stesi a terra, né la strana bellissima rosa carnivora che le sorrideva ambiguamente dal comodino, né il pagliaccio assassino che le sorrideva ambiguamente dal corridoio.
Era terrorizzata.
Ma così meritava di doversi sentire, perché si era torturata da sola, dopo aver posto fine al dolore senza fine di un brav'uomo trasformatosi in un terrorista, perché questo aveva cercato di vendicarsi dando la caccia all'uomo che lei... Boh. Già definirlo uomo aveva del surreale.
Adesso si trovava in un sogno romantico d'amore mai corrisposto scritto da Stephen King, disegnato da Frank Miller e diretto da Tim Burton, da un'idea di Jerry Robinson. Mmm.
Almeno c'era il suo vecchio amico a sorvegliarla. Che rise di cuore quando J le mandò un bacio.
Certo, era un bacio che profumava di condanna a morte, ma Berlin sapeva che il suo vecchio amico sapeva che lei, almeno fino a qualche strage prima, sarebbe morta pur di stendersi su un letto di chiodi con quel clown psicotico.
No, psicotico no. J era lucidamente, consciamente, fieramente sadico.
Berlin ricambiò salutando entrambi con un cenno della testa (aveva paura di muoversi di più, convinta che così facendo avrebbe convinto gli aghi a sprofondare dentro di lei), e aspettò. Che altro poteva fare?
Il suo vecchio amico scagliò J nella stanza, facendolo passare attraverso l'aria dove un tempo c'era stata la vetrata, e rimase là fuori ad aspettare.
Berlin guardò J negli occhi lucidi, freddi e cerchiati di nero, come profondi pozzi infestati di notte, e non pianse dalla paura, solo perché aveva terminato le lacrime giorni prima. Il suo vecchio amico la stava punendo, ne era sicura. Adesso J l'avrebbe seviziata, le avrebbe staccato a morsi un braccio e l'avrebbe uccisa lentamente, dopo averle chiesto un palloncino, e fuori pioveva - Berlin ne era sicura, fuori pioveva e c'era una versione di lei bambina che inseguiva una barchetta di carta verso un tombino, ne era sicura... Sarebbe morta due volte, almeno due volte!
Sentì qualcosa di umido spandersi sulla sua faccia. Per quanto ne sapeva, poteva trattarsi anche di lacrime di burro fuso. Non avrebbe spostato lo sguardo da J, neanche per un attimo. Neanche se il suo corpo avesse iniziato a bruciare.
Oddio. Berlin iniziò a sentirsi ardere, dappertutto - sentiva spilli surriscaldati che le attraversavano la pelle, che la scavavano e traforavano, sentiva...
Tesoro. Respira a fondo
J le aveva preso la mano. 
Il suo artiglio guantato di viola era delicatamente posato sulla sua manina bucata.
Ora Berlin non riusciva a staccare gli occhi dalle loro mani, che continuava a fissare, boccheggiando senza potersi fermare. Non respirava, sentiva che non poteva più respirare. 
Oddio oddio oddio.
La rosa sul suo comodino tossì, e le mostrò le sue ampie fauci dentate.
Berlin stava per urlare - voleva almeno provarci. Ma J le diede un bacio sulla bocca.
Berlin serrò gli occhi, pronta a sentirsi strappare la lingua in un morso. Era pronta. No, non lo era, stava tremand...
Pausa.
Pace.
Tutto si fece limpido, e il cuore di Berlin si sgonfiò, tornò alle sue dimensioni normali, e riprese il suo lento battito quotidiano. Pace. Una serenità che non aveva mai provato, da lucida.
Ora era lucida, però.
Guardò con occhi asciutti e puliti J, che non le era mai apparso così bello e perfetto ed eroico.
Buonasera, sognatrice, le disse lui, facendole l'occhiolino.
Ciao, rispose lei, con il tono rilassato e sicuro di una donna, una donna vera, pienamente padrona di sé.
Aprì le mani, che aveva tenuto strette con una forza dolorosa fino a quel momento. Da uno dei suoi pugni le cadde in grembo una moneta. La ignorò, persa nella contemplazione di J.
Voleva spiegazioni?
Solo allora sentì il profumo della rosa, per la prima volta. Era...
Veleno? Gli infermieri erano effettivamente a terra, con il volto rovinato da una smorfia di ilarità spaventosa - maschera di pagliacci con le labbra sporche di rossetto. O semplicemente più vasodilatate del solito. L'aria nella stanza non aveva niente di strano... a parte una strana, leggerissima foschia che iniziava ora a diradarsi.
Il suo vecchio amico continuava a studiare la scena dal corridoio, impassibile com'era il suo solito. Pazzesco, considerato che si trattava di un uomo in costume da supereroe con la maschera dalle orecchiette a punta.
Ti è... piaciuto... il fiore? chiese J, serio.
, rispose lei, ma non dovette concepire altro, perché la risata del suo amico riempì la scena.
Lei con stanco stupore, J con stupefacente fastidio - entrambi si voltarono a guardare il Cavaliere Oscuro che se la rideva a pochi metri da loro. Rideva di loro? Berlin se ne sarebbe di certo risentita, se non fosse stata sobria e allucinata.
Che... c'è?! chiese J con la voce vibrante d'odio.
L'altro si placò, ma continuò a ghignare nella loro direzione - un'espressione che Berlin non aveva mai avuto l'onore di vedergli addosso, tanto che da qualche tempo si era convinta che lui non fosse geneticamente capace di sorridere.
Le hai... regalato una rosa? chiese allora, tra il sorpreso e il beffardo.
J si raddrizzò, lasciando di scatto la mano di Berlin, e non riuscì a rispondere, perché subito la sua Nemesi riprese: Lei ti ha salvato... tu l'hai risparmiata... sei evaso e poi sei venuto a cercarla... rubando alla tua... collega... uno dei suoi esperimenti migliori, per eliminare chi vi separava... e le hai pure portato una rosa? Di persona? ricominciò a ridere. Berlin iniziava a credere che il gas che aveva steso gli infermieri e l'aveva fatta andare in para poco prima stesse avendo sul suo tenebroso amico un effetto ancora diverso.
Ah, i progressi della chimica!
Straodinariamente, il delirio del nemico aveva lasciato J senza parole.
Berlin, da cui si era allontanato di alcuni passi dopo averle lasciato la mano, riusciva a vedere che tremava. Come sotto tensione, con scosse che dalle spalle si erano estese alle braccia e alla testa. Piccole scosse, sempre più forti. Sembrava avesse i brividi, come se gli stesse salendo una febbre altissima.
Che... cazzo... ridi... pi-pistrello?! urlò. Aveva perso la sua usuale baldanza, la sua brillante risposta pronta.
Beh... mi sembra evidente che ti sei preso una cot... ghignò l'altro, sempre più soddisfatto.
Sembrava che i loro ruoli si fossero invertiti, che fosse lui adesso a prendersi gioco di J...
NO!
Berlin chiuse gli occhi. Per quanto stordito, il suo cervello rettile sentiva che i guai stavano appena per cominciare.
No! sibilò, recuperando un pochino di self-control, J. Io non...
A me sembra di sì, lo interruppe l'altro, con la serietà di chi possiede il Santo Vero e non ammette eresie o repliche.
J aprì la bocca, fece per dire qualcosa, ma non uscì parola. Cadde in ginocchio, tremando, rannicchiato accanto al letto di Berlin.
Il suo vecchio amico aveva vinto, decisamente, stavolta.
No... no... no... io no... non... io... continuava a ripetere J, ormai tra sé e sé, con gli occhi spalancati in un orrore indicibile.
L'altro lo guardava senza dir nulla, freddo. Berlin capì che non stava infierendo, stava solo aspettando... che lei lo salutasse, e poi... l'avrebbe portato via.
Berlin, che pensava che non avrebbe più sentito nulla, ora invece sentì come se qualcuno le strappasse un peso... qualcosa di vitale... da dentro (dal petto? dalla pancia?), e lo gettasse a spappolarsi contro il muro.
Si alzò senza pensare, strappandosi le flebo (trovata che poi avrebbe rimpianto), e scivolò giù dal letto per accucciarsi davanti a J, che continuava la sua nenia di negazione.
Lo so. Lo sa anche lui. fece una pausa, e aspettò. Vide gli occhi di J alzarsi cauti verso di lei.
Le ricordò un bambino spaventato, che aspetta in un angolo che qualcuno venga a prenderlo, e a finire di picchiarlo.
Non lo toccò. A lui non piaceva essere toccato. Neanche a lei, tranne quando la toccava... lui.
Sentì i segni che lui le aveva lasciato con quel coltello. Scottavano. Non pensava che quella sensazione sarebbe mai... tornata.
Scacciò quei pensieri.
Doveva andare avanti.
Lo sanno tutti. Tu non provi alcunché. Tu non senti quella roba che chiamiamo "sentimenti", è chiaro. Come potresti, se no, fare ciò che fai? A te piace l'odio, piace la violenza... Il male, sfidare la legge... ti diverte.
Divertente... mormorò J. Sembrava più calmo.
Ma non ti piace l'umanità, specie in questa città. Non ti piace lui...
J rise, tranquillo, annuendo.
E non ti piaccio io.
Berlin distolse un attimo lo sguardo.
Le persone... ti capisco, non ti piacciono. Per questo le uccidi e non ci pensi più, vero? altra pausa.
Sentiva l'attesa del suo amico, e gli effetti che il veleno aveva avuto sugli infermieri... bè, iniziavano a far sentire la loro puzza, là sotto. Berlin non vedeva l'ora di alzarsi e sfuggire a quel fetore. Ma stava bene, lì sul pavimento, con J.
Fa parte del tuo fascino. La rosa è meravigliosa, disse poi, per smorzare l'effetto della battuta che in realtà era un complimento, e questo là dentro lo sapevano tutti e tre. Ringrazia Ivy da parte mia. Grazie della visita, J., sussurrò, cercando di suonare calorosamente gentile, ma nulla di più. Soprattutto non "affettiva".
Si alzò, e tenendo i palmi delle mani verso l'alto, per non doversi concentrare sugli effetti delle flebo strappate, tornò a letto.
Wow, qualcuno avrebbe dovuto decisamente aprire una finestra, in quella stanza.
J non disse niente.
Guarisci presto, ragazzina, le disse il suo vecchio amico. Poi entrò, prese di nuovo J per il bavero, senza preoccuparsi di richiudergli la camicia di forza strappata sulla schiena, e trascinandolo con sé se ne andò, mentre a poco a poco gli infermieri storditi riprendevano conoscenza.






What's wrong with a little destruction?

Sai, quando... ti ho visto... prima strappare il cuore al nostro... amico... e poi... restituirglielo, diciamo... purificato... mi ha... colpito, mi ha... ricordato, qualcosa, di... me. è stato come... un colpo di pistola... ahahah... comprendi? Ho capito... che tu... non sei solo una principessina, pura e semplice, tu... tu sei anche una strega... ah! non sei così innocente come vuoi che dicano... hai ucciso un uomo, perché... potesse rivivere? tornare a ciò... che io... gli ho tolto? oppure... ecco un'altra ipotesi, diciamo - tu... hai ucciso un uomo, perché io... potessi vivere? sì... tu hai detto a lui... ciò che in realtà... stavi dicendo... a me... e questo è... ma tu... per me... hai ucciso! Forse... tu ed io... non siamo poi così... diversi. Tra noi. Dagli altri. Non è... confortante? ...Non è... terribile?

E ora... che facciamo, tenera... bucherellata... psicocaustica... Che facciamo... jolly?


Needle-freak

Non so come ho iniziato, ma ora ci sono immersa.
Una vasca di aghi, mi pungono dappertutto.
Dev'esserci il mio corpo, là in mezzo, da qualche parte, io non lo sento più.
Non so cosa ci sia, alla fine di quegli aghi... a un'estremità ci sono io, con gli occhi del tutto svuotati - ricordo di aver pianto, e molto, prima di finire in mezzo a quest'inferno.
Aspettate, non... non è questo l'inferno. L'inferno è stato prima!
L'inferno mi ha inghiottita, succhiata e risputata - ora non ho più l'anima, mi sento assai leggera!
Rido - almeno credo, non sento più me stessa. Forse la mia bocca è in un altro continente, oppure... è rimasta a terra, e io ormai sto volando. Non avere coscienza fa miracoli, non vi pare?
L'inferno è stato prima, adesso sono nel Limbo.
Mi guarderei attorno, ma non mi servirebbe - e poi non sono più molto sicura di avere ancora un corpo.
La mente c'è, okay, c'è ancora, o forse non c'è mai stata, ed io non potrei accorgermi, se l'avessi persa o meno.
C'è qualcosa che ho perso, sì, questo è proprio vero.
Quando ho premuto il grilletto, mi sono fatta saltare. Il cuore non era mio - non quello che il proiettile ha attraversato. La testa non era mia - non quella in cui vige la pazzia. Io cosa avevo? Coraggio?
No, no, io solo l'ho ammazzato.
Tutto il resto, è colpa di J.
...lo è, vero?

Una sensazione, eccola. Lunga, stretta, sottile, come una serie di punti - fusi insieme da un fresco tubicino di metallo. Sembra metallo, perché mi scorre dentro senza una piega. Senza calore, umano o artificiale. Poi mi pizzica la vena. Qualcuno mi sta versando dentro un di Coca Cola.

Sono in una cella, son sotto una campana di vetro antiproiettili.
Davanti a me c'è l'Ombra. Un orco? Il grande Satana?
Vedo che non sorride, sotto la maschera nera. Orecchie a punta. Armatura. Ora forse mi spegne.
Poi non vedo più niente, perché non voglio vedere.

Mi sveglio senza anima, in un letto di ospedale.
Gli infermieri, son sette - o meglio, sette erano. I loro corpi rivestono il pavimento - sulle piastrelle lucide, la loro smorfia stravolta riluce opalescente. Una cosa mi colpisce, una sola: le loro labbra sono di rosso arrossate - come se il loro principe li avesse risvegliati.
Le vetrate, la porta da cui sarei stata protetta - tutto in frantumi, un mosaico che brilla sotto di me.
Il mio letto è perfetto - le lenzuola, inamidate, profumano di buono. E sono di me macchiate.
Sudore, cerotti, plasma, antidoto a qualcosa... un attimo, sono viva! ripenso con terrore. 
Qualche attimo ancora, e tornerò a sentire. 
Invece no.
Sulle labbra... ho un dollaro d'argento.
Sulla pelle, più niente... sono mummificata. 
Mi svolgo col pensiero - i segni del flagello mi cingono ma non sono bastati a riscattarmi.
La mia vita per la sua... l'affare, direi, è saltato.

Accanto a me una rosa, ma beve acqua di porpora - da quegli stessi fiumi in cui sarò rinata. 

Forse, però, è per Harley... penso, e non parlo.

Harley è morta, fa qualcuno - nella mia testa, o oltre?

Ecco di chi, quel cuore!
E qualcosa è più chiaro.
La rosa prende a brillare - non chiedo per chi brilla. Non credo però comunque... che essa brilli per me.

Non ho espiato un cazzo
Con la mia punizione.

Berlin



C'era una volta una strega che amava molto le spine.
Viveva in una foresta, una grande foresta scura, affollata di alberi che erano come colonne, dai mille rami intricati. Intorno a questi rami, come belle collane, si avvolgevano i serpenti più velenosi del reame. Sotto questi rami, dove le serpi e la nebbia crescevano senza fare rumore, i rovi strisciavano, ed era dura passare.
La strega era piccina, bianca come il Natale, e aveva tanti boccoli scuri in cui poteva nascondersi - proprio come la sua casa si trincerava dietro quei rovi.
Questa streghetta amava tanto i rovi, e amava soprattutto i segni che loro le donavano.
La sua pelle di latte era tutta graffiata, e per ogni suo graffio una lacrima era stata versata.
La streghetta triste se ne stava da parte, lontana dagli umani che non poteva capire.
La sua unica magia era poter cambiare - poteva essere un'altra, senza saper dire come.
Un giorno era la luna, un giorno il sole ardente - passava dalla luce alle tenebre spente.
Era come se il suo corpo fosse il castello di due re - nessuno dei due vinceva, e il castello non si decideva. Così vivevano tutti - comandando a turno.
La strega ormai sapeva, e li lasciava fare - solo sulla sua pelle si segnavano le lotte, i fantasmi e i trofei di quella guerra strana che la rendeva instabile.
Gli umani però non potevano, non riuscivano a vedere quale delle due anime dovesse prevalere.
C'è chi voleva il bianco, c'è chi adorava il nero - ma poi l'opposto contrario non riusciva ad amare.
Così là se ne stava, lei in quel bosco di peste, guardando e rimirando le spine lunghe e spesse che sole la accarezzavano.
Ogni tanto una benda le scivolava nel fiume, e quando arrivava in città, quegli altri la bruciavano.

Chissà se in un'eclissi... odiandosi allo specchio
spaccato un altro come lei avrebbe mai amato.

Tuesday, 13 November 2012

My baby shot me down

Come una vedova nera! commenta J, ridacchiando, ancora inchiodato al tavolo operatorio.
Berlin lo ignora, ancora impalata al centro della sala operatoria.
Guarda senza vederlo il corpo accasciato su di lei. Il suo cuore non batte più.
Neppure quello di Berlin, batte.
Dopo un'eternità di pochi secondi, la ragazza dà un'occhiata al crocifisso.
Allora, tesoro, che si fa ora? le chiede lui, sempre di buon umore.
Sembra che non senta affatto il dolore. Né il proprio, né quello di Berlin.
Lei non si muove, non cambia espressione, resta murata viva nella sua apatia.
Io torno a casa... e tu ad Arkham, immagino, risponde, dopo un po'. La sua voce esce come da una statua di marmo. Nel buio attorno a lei, in quella sala invasa dalla luce dei neon, non le si vedono muovere le labbra.
Probabilmente J risponde, o forse no.
Berlin se ne va, assordata ad ogni passo dal tonfo della sua carcassa che ancora si trascina dietro.
Fatti curare, dice come ultima cosa. Non sa se sta parlando a se stessa, o a J. O forse è J a consigliarglielo. Oppure, non vola parola, ed è tutto dentro di lei, ciò che accade.
Da sempre.

Fuori è il tramonto, o l'alba - il chiarore si spande ovunque, e investe anche lei, polverizzando ogni sua sensazione.
Incrocia il suo vecchio amico, che sta scendendo proprio ora dalla grande e minacciosa auto scura dai vetri affumicati, su cui Berlin prima o poi farà un giro, se lo sente. Lui la guarda - lei si sente il suo sguardo addosso, ma non si premura di accertarsene. Lui è preoccupato, presumibilmente, per lei - ma sa che non c'è motivo di chiederle cosa le sia successo.
La sua divisa scolastica imbevuta di rosso, i suoi occhi senz'anima, i bottoni strappati, e la moneta che le scivola dalle mani appena Berlin emerge dall'inferno, sulla soglia dell'ospedale - è chiaro, fin troppo chiaro, che cosa sia successo.
Qualcuno è morto là, qualcuno se ne è andato, qualcuno è stato salvato.

Berlin si volta all'ultimo, e fa ciao con la mano - il suo vecchio amico è entrato, ormai. 
Lei rimane a guardare il grande scheletro dell'ospedale, i suoi resti carbonizzati, scintillare nell'ultimo sole, o al sole del mattino. 
Il ronzio della città è lontano, non potrà più raggiungerla.
La ragazza si guarda in una pozzanghera, grigia come i suoi occhi e come il suo cuore abbandonato. Adesso è come quell'edificio, è ciò che resta di ciò che era prima, quand'era qualcosa di buono. Adesso non è niente, se non un triste scarto.
Si appoggia la bocca della pistola sul cuore, affondandosela nel petto - il seno le fa male, proprio dove qualcuno le ha tracciato gli indizi. Potrebbe mandare un proiettile in esplorazione, a cercare ciò che le rimane - magari così potrebbe trovare le briciole della sua sensibilità.
Ma poi la lascia cadere - la pistola si tuffa nella pozza, e Berlin la lascia annegare. La prova che a questo punto di lei non resta più niente.

Una sirena canta all'improvviso nel suo sonno.
Berlin si scuote da quel torpore che la tiene in sospensione in quell'aria senza tempo, là a qualche metro dall'ospedale. 
Un'ambulanza, la polizia, o entrambe.
Il suo amico resterà là ad aspettare i suoi amici, sicuro.
E lei? 
Si china per raccogliere la pistola, ma quella non c'è più. 
Berlin con le mani di fango respira, se ancora può farlo, e con la notte nei polmoni torna verso la macchina, per accocolarsi sul sedile, e farsi portare via, lontano da quei resti.

Monday, 12 November 2012

If you love someone, set them free

E poi Berlin raccolse la pistola, lo abbracciò, e guardandolo in viso - il suo viso, il solo - gli sparò al cuore.
Un bagliore risplendette nei suoi occhi.
Sollievo.
Grazie... mormorò, mentre la sua vita si irrorava il petto della ragazza, tingendo a fiotti la sua camicia stropicciata.
Berlin gli sorrise, mentre una lacrima le scivolava lungo una guancia.
Ti amo, gli disse.

Allora la bestia morì, e il principe rinacque.

Dent crollò senza vita addosso a Berlin, che rimase con lui, piangendo - col peso che aveva gravato su di lui eternamente cancellato.



                                                   Yet each man kills the thing he loves,
                                                   By each let this be heard,
                                                   Some do it with a bitter look,
                                                   Some with a flattering word,
                                                  The coward does it with a kiss,
                                                  The brave man with a sword!


                                                De Profundis, Oscar Wilde



 

Schizo-affectivity

Quel bacio sapeva di carne e di sangue, di fumo e polvere.
Berlin non si staccò, continuò a spingersi contro di lui finché non fu lui a spingerla - i ruoli si scambiarono, e l'uomo la sollevò e fece sedere al bordo del tavolo. Lei lasciò che le strappasse gli slip e continuò a guardarlo negli occhi, ignorando quella deturpazione - o forse proprio per quella deturpazione... Nei loro occhi c'era la stessa rabbia e la stessa sfida, ma non per questo intendevano tornare indietro. Berlin chiuse gli occhi solo quando lo sentì entrare dentro di lei - si lasciò cadere all'indietro, sbattendo la schiena sul tavolo, senza urtare il corpo dell'altro, e si lasciò scopare con odio, senza sapere se quello odio fosse rivolto a lei, o a quell'altro... senza preoccuparsene, godendo di puro piacere sotto quell'uomo che probabilmente poi l'avrebbe lentamente uccisa. Si allacciò alla vita di lui con le gambe, aggrappandosi al bordo del tavolo per opporgli resistenza, e si morse il labbro fino a farlo sanguinare, fino a quando non resistette e si lasciò sfuggire un gemito. Aprì gli occhi e vide un lampo di gloria crudele in quelli di lui, ma non le importò. 
Lasciò che lui la finisse, e per lui finì.
E poi pregò per tutte quelle loro anime.

Crackling fire (la fenice risorge dalle ceneri)

C'era una strana luce sparsa dappertutto, rosa - ammoniaca, pensò lei, ma non le importava.
Era davanti a un cadavere, al suo cadavere, steso su un altare, o il tavolo di una sala operatoria.
Allora, lo vuoi? le stava chiedendo la voce dietro di lei. Dentro di lei?
A lei girava la testa, semplicemente.
Non c'era alcun odore, non c'era altro suono al di fuori di quella voce che riecheggiava nella stanza, e nella sua testa, e lei era davanti a un cadavere fresco.
Le mani del morto erano state inchiodate al tavolo. Lunghi chiodi spessi attraversavano quelle mani ossute e biancastre. E così i piedi, uno per angolo. Il cadavere era nudo, luminescente nel suo pallore, fatta eccezione per uno straccio gettatogli pudicamente addosso, tra lo stomaco e le ginocchia. Là sotto, Berlin temeva il peggio. Il viso era il solito, graffiato e incrostato di rosse e bianco. I capelli erano sempre gli stessi.
Sembrava...
Gesù Cristo! Forza, ragazzina, scegli. Lo vuoi o no?
Berlin era schiacciata contro il tavolo, e l'uomo dietro di lei le teneva le mani là dove gliele aveva trovate quand'era arrivato. Una sul seno, l'altra tra le gambe. La ragazza sentiva il battito cardiaco dell'uomo, che continuava regolare e furioso, e il suo fiato di bourbon, che le dava le vertigini. Le sue mani... una, quella che premeva la sua destra tra le cosce, era grande e liscia... l'altra, quella che stringeva la sua che le stringeva un seno, sembrava altrettanto liscia, ma... ruvida e secca.
Dovrebbe essere facile per te... lo ami, giusto? - l'uomo pronunciò il verbo amare con profondo disgusto. O amarezza. Berlin lo capiva. E non rispose.
L'uomo la spinse ancora più avanti, costringendola a piegarsi sul tavolo, fino a ritrovarsi chinata tra le gambe del cadavere.
Berlin sentiva l'erezione dell'altro, contro di lei, quasi alzarle la gonna.
Devi scegliere... lo prendi tu, o lo prendo io?
Allora lei capì - il cadavere... non era ancora morto.
Quell'uomo aveva in serbo per lui una tortura magistrale... che poteva essere il sesso con Berlin, o qualcosa di più cruento e meno umiliante.
Lei restò ancora in silenzio, tremando sotto il peso del suo nemico sconosciuto, e del terrore di una scelta che non poteva fare.
Ah! esclamò l'uomo, trionfante. Pensavo che per te sarebbe stata una scelta scontata... chi non vorrebbe fare l'amore per l'ultima volta... col proprio innamorato? continuò, con un disprezzo tagliente nella voce.
Berlin rise, con la stessa amarezza. E si voltò. Peccato che lui... di me non sia affatto innamorato.
Allora vide il volto del suo sequestratore.
Una metà del suo viso era quella di un uomo bellissimo - forse per lei troppo virile, ma di classe.
L'altra metà era stata corrosa dalle fiamme - restava solo il ritratto del male.
Lui non reagì, perché stava aspettando. Di solito la sua apparizione scatenava più orrore che altro. Voleva gustarsi lo shock della ragazzina.
Ma lei rimase sorridente, con le labbra sollevate in un ghigno di nera soddisfazione.
Brava tesoro! Io... non amo! rantolò gioioso il futuro defunto alle sue spalle, ma non lo ascoltò nessuno.
L'uomo scorse il fuoco negli occhi di Berlin, poco prima che lei si schiacciasse ancora più forte contro di lui, e lo baciasse.

Berlin aveva provato a immaginare di farsi scopare da J - la sua testa era rimasta vuota.
E ora si lasciava prendere, per davvero, da qualcuno che almeno aveva voluto volerla.

Tuesday, 6 November 2012

Wish list

Un 
"rapporto intenso,
               simbiotico,
               intimo,
               ed esclusivo."

Uno sposo infernale che sia farmaco,
                                          veleno e antidoto,
                               che mi danni, mi perdoni e mi salvi.           

Una
"relazione amorosa estatica,
                             profonda,
                             unica 
                             ed insostituibile."

Un eroe,
Uno specchio,
Una musa.


Non è sano, ma ci risanerà.

Saturday, 3 November 2012

Heart full of soap

Una vasca.
Una vasca piena d'acqua in un bagno buio.
Acqua buia, calda di sè e di sangue.
Dentro ci stai morendo tu, un suicidio alla maniera antica.
I polsi recisi, le vene che si aprono e piangono via la tua vita.
O forse no.
Forse ci sei, ma ci resterai vivo.
Tu cosa vuoi fare?
La vasca straripa, l'acqua continua a uscire.
Tu sei là dentro, immerso senza coscienza, cullato da quel calore materno - sei tornato indietro, J, sei tornato in tua madre?
Non sorridi.
Non sorridi mai.
I cerchi di fumo fluttuano via da te come aureole che cadono nel fango in un mondo a testa in giù.
Ha qualche valore per te ciò che provo?
Non chiediamocelo.

La fisica ti porta in superficie come un pesce morto, e allora ti svegli, solo allora.
Sono accanto a te, ma tu mi vedi?
Jordan.
Il tuo braccio sinistro ricade fuori dalla vasca, come quello di Marat.
Hai dei precedenti celebri...
Sì, ma non è proprio la stessa cosa.
Ti volti e vedi che veglio su di te.
Forse ora mi disprezzerai.
"Sono ciò che dico di essere"... e io, chi dici che sia, io?
Overdose? ti chiedo, prima che possa chiedermelo tu.
Ma io non lo so.
Non mi sono mai fatta in vena.
Na... riposavo un po' tra le braccia di Morfeo, è stata una giornata strana.
Abbasso gli occhi sul cerotto che ti ho messo prima, sul braccio.
Lo guardi anche tu.
Poi ci guardiamo, e io resto in silenzio. Non ha più senso parlare, non ci riesco più.
I tuoi occhi. Sono così tristi... mi sezionano e portano alla luce tutta la merda che ho dentro.
"Chi sono io allora?" "Sei un'attrice. Anche tu." "No, io non... perché?" "Perché anche tu riesci a fingere... qualsiasi cosa tu voglia. ...ma è un dono." "Perché?" (io ho solo domande... e tu, tu hai tutte le risposte) "Perché noi... possiamo rendere felice chiunque, anche se solo per un istante. Possiamo dare a chi vogliamo ciò che vuole... possiamo dirgli tutto ciò che vuole sentire" "E io cosa voglio, allora?" (una pausa. Mi guardi, e poi la tua voce lenta e strascicata dice...) "Ti amo". Silenzio. In quell'attimo, sono stata davvero felice.
Mi hai donato un istante felice... solo per provare la tua capacità recitativa.
E tu chi sei? mi chiedi ora, scherzando, come avevi fatto quel mattino.
Vorrei baciarti, invece mi alzo e me ne vado.
Gettandoti addosso gli anelli che avevi lasciato sul tavolo prima di farti, quelli con cui fino a poco fa giocavo.



Friday, 2 November 2012

Mon cher monstre, adieu?

Legato al letto con la camicia di forza, bianco su bianco, con qualche benda sporca sul viso, bloccato sulle lenzuola spiegazzate, guarda con la gioia di un carnefice la porta, come sperando che vi entri al più presto qualcuno, per dare inizio alle danze.
Lei è davanti a lui, a un passo dal letto, ma è come se non ci fosse. Lui non la vede, il suo sguardo l'attraversa, fisso come un laser rovente alla porta.
Buonasera, mormora lei, a bassa voce, senza smettere di guardarlo un attimo.
Solo a quel punto, lui si risveglia dal suo incubo ad occhi aperti.
Buonasera, dolcezza. E senza batter ciglio si alza a sedere. La camicia di forza gli cade in grembo, slacciata, e le bende si srotolano scendendogli sul collo come serpi di carta.
Le sorride - lo stesso malefico sorriso che ha dall'inizio, da quando si è risvegliato in quella candida cella.
Lei non si scompone, qualcosa in lei è morto. Pochi attimi prima, qualcosa in lei è morto.
Non gli si avvicina.
Non ha più senso.
Restano a guardarsi, senza sentire il bisogno di parlare, in quella stanza dove il tempo non scorre. Per lui, almeno, non scorre - perché lui non cambierà, non può più farlo. Potrebbe solo morire, o continuare immutato.
Lui non prova niente - se non forse odio, e per una sola persona al mondo.
E non è Berlin la privilegiata.
Non ha bisogno di toccarle, Berlin sente comunque le cicatrici, le sente sempre, anche ora - sotto il pesante giubbotto di pelle, sotto la t-shirt, sotto il reggiseno, quei piccoli puntini, le stimmate di un sentimento da abortire. L'ennesimo. Si sente così vuota, da allora - e la disillusione che l'ha travolta poco fa non fa che rigirare l'ago nella piaga.

Pensava di saperlo già - che lui era un caso clinico. Perché l'aveva dimenticato?

Le cicatrici. Quel sorriso.
Sotto la luce al neon, vide il bianco assoluto della sua pelle. La camicia di forza che era scivolata via aveva lasciato il suo corpo esposto. Non era fragile, non era indifeso, non lo sarebbe mai stato - ma quella era la prima volta che lei lo vedeva... così, senza i suoi strani travestimenti e completi. Adesso aveva davanti a sè il suo petto, le spalle, le braccia nude... vedeva sul suo polso sinistro quel lungo taglio violaceo che entrambi condividevano, le sue mani prive di guanti, il suo fisico asciutto... Berlin era di nuovo avviluppata a lui, il suo spirito almeno - non poteva smettere di guardarlo. Ora lui, per la prima volta... le appariva come un essere umano.
E non era delusione, ciò che questa scoperta le suscitava.
Notare poi sul suo viso i lividi della lotta, i graffi, il labbro tumefatto e spaccato, e comunque sempre piegato in quel suo ghigno enigmatico... Berlin si sentì andare in pezzi, di nuovo - solo che ora se ne accorgeva nel momento stesso in cui ciò accadeva.
Lui si era liberato, eppure nessun infermiere o guardia era accorso.
Erano soli, e sembravano soli in tutto Arkham Asylum.
Perché piangi, piccola? le chiese lui, dopo un'eternità, durante quell'eternità che qualche buon dottore sembrava aver donato loro.
Era piccola davvero. Davanti a lui si sentiva un'illusa bambina, una bambola che lui poteva manovrare a piacere.
Nulla, disse lei asciugandosi le lacrime con la manica, e fece la bimba grande, mentì.
Mi lacrimano per la stanchezza.
Mi fai un po' di posto, così posso riposarmi? chiese poi, facendosi forza - fingendosi forte, sfrontata. Prima che lui potesse fare qualche battuta.
C-certo... rispose lui, colto di sorpresa.
Berlin si sedette accanto a lui, che vide qualcosa di strano nei suoi occhi. Era odio, o crudeltà - non riuscì a capirlo.
Perché lei lo baciò, aggrappandosi a lui, ai suoi polsi - perché la saggezza non potesse portargliela via.
Sentì il sapore ferroso delle sue labbra, il profumo della sua pelle intriso di cloro e disinfettante, la sua liscezza, inquietante e simile a quella di un bambino... tutto le dava alla testa, e ai confini dello svenimento lei continuò, fino a quando non lo sentì reagire, e ricambiare il bacio.
Questo quell'altra lo sa? 
Non perse tempo a chiederselo, ma fu così felice da sentirsi crollare, ancora, e si lasciò andare con la foga di chi combatte una battaglia sapendo che di quella battaglia morirà. Salì su di lui, senza spogliarsi, senza neppure togliersi il maglione - il suo corpo, lui non doveva più vederlo... Si strinse a lui, a occhi chiusi, senza osare guardarlo, e nascondendo il viso nell'incavo del suo collo si morse forte il labbro e non gridò, quando lui entrò dentro di lei, distruggendo la sua innocenza definitivamente.
Si morse il labbro e soffocò le lacrime, serrando le palpebre per trattenerle - lui non doveva accorgersene, oppure...
Nonostante e proprio per tutto quel male continuò, seguendo i suoi movimenti, lasciandosi prendere senza pietà, godendo di quel dolore sapendo cosa significava... Avrebbe pianto, e l'avrebbe fatto ancora, ma ora era con lui, erano insieme - null'altro importava.
Tu no, ma io sì... - ti amo, pensò disperata e felice, col cuore che scoppiava per l'uno e l'altro motivo - un dualismo in più, come avrebbe potuto farle male? Sorrise piangendo e lo abbracciò più forte, mentre lo sentiva venire - lo baciò dove l'aveva morso, quando era entrato, e si lasciò cadere contro di lui, invece che all'indietro sul materasso. Quello, lo sapeva, era il loro (unico e) ultimo abbraccio. Voleva goderselo, per poter ricordare com'era.
Incredibile a dirsi, considerato il soggetto, lui non disse nulla. Restò lì con lei, accoccolata sul suo grembo, a respirare.
Berlin gli fu grata che non avesse infierito - fu quasi dolce, nella sua misericordia, del tutto fuori dal suo personaggio.
Poi qualche passo, studiatamente lento, studiatamente risonante nel corridoio deserto, dissipò quella strana pace.
Buona guarigione, J. Grazie.
Si rialzò tranquilla, come nulla fosse, riuscendo miracolosamente a rimettersi in ordine con una certa eleganza, e senza mai guardarlo davvero. I suoi occhi incrociarono quelli di lui solo quando lei si riavvicinò al letto da cui era sgusciata con disinvoltura (come se trascorresse in simile maniera tutti i suoi tempi morti), e lo baciò a fior di labbra - per l'ultima volta, pensò, e si sentì un poco cadere -, ma fu solo un istante.
Sul volto di lui, solitamente cereo ai limiti della fosforescenza, c'era il rosso della fatica, e lo stupore di una confusione che non gli apparteneva - per quel poco che Berlin ne sapeva.
D'altronde Berlin non si sarebbe neanche mai aspettata che con lei lui facesse... quello...
"Grazie"... ripeté lui, perplesso e un po' a corto di fiato. ...perché?
Lei sorrise, e indietreggiando verso la porta col dubbio di non essersi sistemata bene la gonna, lo salutò con la mano.
Non cercare di capirmi... Impazziresti nel preciso istante in cui tentassi di farlo.
Gli lanciò un'ultima occhiata, senza però vederlo, e se ne andò, sognandolo sorridere.

Thursday, 1 November 2012

A match made in Hell

Te ne stai lì, a guardarmi e arrossire, col tuo boccale di birra in mano.
Hai gli occhi grigi di un gatto, spalancati su di me.
Mi guardi come se ti stessi per investire. E non sembri avere intenzione di fermarmi.
Sei vestita da birraia.
Io da crociato.
Io sono grandioso.
Tu, sei una sfigata.
Non centriamo nulla l'uno con l'altra.
Una sciocca canzone d'amore si accende nell'aria. La gente ululula, eccitata.
Tu abbassi gli occhi, poi mi lanci ancora un'occhiata.
La mia birra è pronta, compare al tavolo, finalmente. Vengo a prenderla, è tra te e me.
Buon san Valentino, ti brontolo, con un sorriso che so ti spaccherà il cuore.
Buon Halloween, rispondi, e sei anche interrogativa - ma non aggiungi, per correggermi, "intendevi dire".
Me ne accorgo. Lo so.
Ciao, cavaliere, mormori tu, e ti giri. Un sorriso da gatto, e poi te ne vai, tra la folla.
Non mi lasci neanche il tempo di salutare.
Prendo la birra, e nella schiuma c'è un cuore.
Rabbrividisco, ma non ne chiedo un'altra.

Stasera scriverò che come al solito sono stato fantastico (questo era scontato) - e che forse ho trovato qualcuno che possa essere alla mia altezza.

Verdammt.